Lui & Lei
La Dea di Napoli: e il Vulcano di Sborra
Lucienk
15.05.2026 |
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"L’uomo le afferrò i capelli, costringendola a guardarsi allo specchio mentre la esplorava con insistenza, mordendole le natiche e stringendo il seno con forza selvaggia..."
«Ti aspetto in camera pronta a fare la troia. Se ti senti all'altezza vieni a farmi squirtare come una fontana. Voglio godere da impazzire».Poche parole che brillavano sullo schermo, capaci di azzerare la distanza e accelerare i battiti. La maniglia scattò secca. L'uomo entrò, chiudendo la porta a chiave: un rumore netto che sigillò il loro isolamento dal mondo. L’aria nella stanza era densa, satura di una lussuria accumulata in poche ore. Le luci calde proiettavano ombre lunghe sul grande letto matrimoniale, le cui lenzuola nere, perfettamente tese, attendevano di diventare il palcoscenico di una demolizione totale di ogni freno inibitore.
Dea era in piedi, magnifica: una silhouette perfetta che esaltava le forme toniche della sua taglia 42. Indossava solo un abito nero cortissimo, scollato quanto basta a lasciar spuntare i capezzoli turgidi. Le calze velatissime esaltavano il contrasto con i tacchi a spillo che la slanciavano. Il suo viso d’angelo era una maschera di pura audacia; gli occhi, spalancati, erano fissi sull'uomo che, nudo, la attendeva col membro già pulsante. La signora di Posillipo era svanita: restava solo una cagna determinata.
«Guarda che splendore... guarda come pulsa questo cazzo. Fammelo succhiare, voglio donarmi completamente». La sua voce, di solito armoniosa, era ridotta a un raschio rauco, appesantita da un accento napoletano che emergeva prepotente.
L’uomo si avvicinò e, con un movimento violento, affondò le dita nei collant, strappandoli. La seta si lacerò con un suono nitido, esponendo la sua figa già grondante. «Ahhh!», gemette Dea. Senza esitare, si fiondò in ginocchio, accogliendo il membro in gola con voracità, le mani che mungevano l’asta freneticamente. L’aria si riempì di schiocchi umidi e respiri spezzati. L’uomo la incitava con parole torbide: «Prenditelo tutto, cagna! Succhiami pure le palle, svuotami!». Lei obbedì, alternando la lingua sullo scroto a suciate profonde, mentre la bava le colava sul mento.
La scena si spostò sul letto con violenza. Dea fu spinta a pancia in su, le gambe spalancate, i tacchi che artigliavano le lenzuola. Prima della penetrazione, l'uomo la esplorò con ferocia: lingua calda sulle piante dei piedi e poi la bocca dritta sulla vulva. Le sue leccate, decise e brutali, unite alle dita che ne testavano l'elasticità, la fecero impazzire. «Sì, scopami le dita! Sono la tua sgualdrina!», implorava lei.
Poi, il ribaltamento: Dea fu voltata a novanta gradi. L’uomo le afferrò i capelli, costringendola a guardarsi allo specchio mentre la esplorava con insistenza, mordendole le natiche e stringendo il seno con forza selvaggia. «Adesso basta. Ti sfondo!», tuonò lui. «Prendimi! Ho una fame che mi consuma!», gridò lei.
L'impatto fu brutale. L'unione avvenne con uno schianto sordo, viscerale, di carne che si fondeva con altra carne. Dea cacciò un urlo lacerante, animalesco, mentre il cazzo le scivolava dentro con un attrito secco, quasi doloroso, dilatandola con prepotenza fin quasi a farle mancare il respiro. Le pareti della sua figa, bollenti e pulsanti, lo accolsero stringendolo con spasmi feroci, avvolgendo ogni centimetro della verga venosa in un abbraccio umido e frenetico.
Il ritmo si trasformò in un movimento implacabile, un pistone d’acciaio che entrava e usciva senza sosta, producendo un rumore umido, melmoso e schioccante, un suono osceno che risuonava nel silenzio della stanza. Ogni spinta era una punizione, un affondo cieco che sbatteva contro il collo dell'utero con tale forza da sollevare il bacino della donna e far vibrare l'intero materasso. L'attrito tra la sua pelle nuda, resa scivolosa dal sudore, e quella dell'uomo generava un calore insopportabile, una frizione bruciante che accendeva ogni fibra del suo essere. L'uomo la afferrò per le natiche, affondando le dita nella carne soda, costringendola a offrire la sua figa rossa, dilatata e grondante, a ogni colpo spietato.
Poi, la sosta: «Togliti, ora ti scoperai da sola». Dea lo scavalcò, posizionandosi a cavalcioni, guidando la verga dentro di sé con una lentezza tortuosa prima di ricominciare a saltare su di lui con foga cieca. Il finale fu un’apocalisse. L'uomo la bloccò, sollevandole le gambe fin dietro le spalle per massimizzare l'affondo. Il piacere raggiunse il punto di rottura: con un urlo animalesco, Dea esplose in un getto violentissimo di squirting, mentre l'uomo, nello stesso istante, la riempiva completamente, scaricando tutto il suo seme nel calore di quel corpo ormai esausto.
Dea crollò a faccia in giù sul materasso, sfinita; i muscoli si rilassarono di colpo, lasciando spazio solo a deboli lamenti strozzati. L'uomo sfilò il membro, lasciando che un fiume di sborra mista a umori colasse dalle labbra della figa sulle lenzuola nere, ormai del tutto inzuppate.
Nella stanza ristagnava l'odore acre del sesso. Dea, con un sorriso complice, sporco e intenso, mentre la sborra continuava a colarle tra le cosce bagnate, si accoccolò contro il suo petto. Con un filo di voce, più una sentenza che una richiesta, sussurrò: «Riposati, trombamico mio. Hai solo poche ore per recuperare le forze. Domani la cagna avrà di nuovo fame».
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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