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orge

​Autostrada con sorpresa 3


di Membro VIP di Annunci69.it Lucienk
16.05.2026    |    578    |    1 9.0
"​Dopo qualche minuto di respiri affannati, la camionista polacca si sfilò da me con un risucchio umido, mi diede un bacio sporco sulla guancia e si rinfiliò i pantaloni..."
​Il nastro d'asfalto dell’autostrada tedesca scorreva veloce, ma quella notte la gerarchia del viaggio era completamente stravolta. Marina aveva deciso di far scatenare l'inferno: aveva preso le chiavi del suo Mercedes bianco e si era portata a bordo Elena e Freja, lasciando a me il compito di seguire la scia dei suoi fari alla guida del camper. Dal parabrezza alto della cabina di guida, la mia visuale era perfetta, e quello che successe dentro l'abitacolo della berlina nel giro di pochi chilometri fu un delirio di pura perversione.
​Tutto ebbe inizio quando Elena, seduta sul sedile del passeggero anteriore, allungò la mano per aprire il grande vano portaoggetti del cruscotto della Mercedes, in cerca di un pacchetto di fazzoletti. Non appena lo sportello si ribaltò, le tre donne rimasero a bocca aperta. Dentro non c'erano documenti, ma una vera e propria collezione segreta di toys di ogni tipo e misura: plug anali d'acciaio con la base gioiello, vibratori rotanti a batteria, falli di silicone venati e piccoli stimolatori telecomandati. Marina, stringendo il volante, scoppiò a ridere con la sua solita voce roca: «Visto che roba? Ottimo intrattenimento per i lunghi viaggi. Ragazze, infilatemi quel plug nero a batteria nel culo prima che acceleri, il telecomando tenetelo voi!».
​Fu la miccia che fece esplodere l'abitacolo. Elena e Freja si sfilarono rapidamente i vestiti di dosso, lanciandoli sui sedili posteriori e rimanendo completamente nude. Prima di spostarsi dietro, Elena lubrificò il plug a batteria e lo spinse con decisione nell'ano di Marina, che emise un gemito strozzato stringendo le mani sul volante mentre la base del giocattolo si incastrava tra le sue chiappe. Poi, Elena si arrampicò sui sedili posteriori per raggiungere Freja, portando con sé il piccolo telecomando wireless.
​Mentre Marina guidava concentrata a 130 all'ora, Elena e Freja iniziarono a fare sesso selvaggio sul sedile posteriore, accarezzandosi e baciandosi con foga, e a turno schiacciavano i tasti del telecomando. Ogni volta che premevano il pulsante, il plug dentro Marina iniziava a vibrare a impulsi violentissimi, facendola sussultare sul sedile di guida. Marina inarcava la schiena sul sedile in pelle, ansimando e stringendo i denti per l'estasi improvvisa che le scuoteva il bacino, mentre dallo specchietto retrovisore si godeva lo spettacolo delle altre due che si possedevano a vicenda.
​Raggiunto il massimo dell'eccitazione, le due bionde decisero di mostrare i loro giochi ai camionisti in corsa lungo la corsia di destra. Freja ed Elena abbassarono completamente i finestrini posteriori, incuranti del vento gelido della notte tedesca. Si sporsero con il busto fuori dall'auto in corsa, urlando e mostrando i seni nudi alla luce dei lampioni autostradali. Elena si aggrappò alla portiera, sollevando il bacino e mostrando la fica bagnata ai tir che la sovrastavano dall'alto delle loro cabine, mentre Freja si masturbava sfacciatamente davanti ai loro occhi. Nel frattempo, Marina continuava a subire le scariche del telecomando, accelerando e sgasando col Mercedes a ogni orgasmo trattenuto.
​Lo spettacolo in movimento fu devastante. Da sopra i tir iniziarono a piovere colpi di clacson accecanti, sfuriate di fari abbaglianti e urli bestiali in tutte le lingue dell'Est Europa. I camionisti polacchi, rumeni e ungheresi sgranavano gli occhi al volante, sbandando vistosamente con i loro bestioni della strada pur di non perdere un solo secondo di quel porno live a tutta velocità.
​«Franco! Entriamo nel prossimo autogrill! Il telecomando mi sta facendo impazzire, le ragazze sono caldissime e il branco ci sta seguendo a ruota!», la voce trafelata e roca di Marina gracchiava dal baracchino sul mio cruscotto.
​Pochi chilometri dopo, il Mercedes svoltò bruscamente nella gigantesca area di servizio. Il piazzale sul retro era immenso, avvolto da una nebbia leggera e letteralmente invaso da centinaia di tir in sosta per la notte. Marina inchiodò il Mercedes proprio nel mezzo della fila dei camion, e io bloccai il camper a pochi metri di distanza, spegnendo i fari per non rompere l'oscurità complice.
​Non appena le portiere del Mercedes si aprirono, Elena e Freja scesero dall'auto completamente nude, calzando solo tacchi a spillo vertiginosi che facevano risuonare il cemento umido. Marina le seguì subito dopo, slacciandosi rapidamente il vestito per rimanere nuda anche lei, con le gambe che le tremavano ancora per le vibrazioni del plug. L'esibizione in autostrada aveva fatto centro: l’ombra di quattro enormi camionisti dell'Est, che avevano assistito alla scena in corsa e ci avevano seguito fin dentro l'area di sosta, si stagliò immediatamente davanti a noi. Erano quattro colossi con le braccia tatuate, le canottiere sporche di grasso e i cazzi che premevano così forte contro i jeans da lavoro da deformare il tessuto.
​Marina, ancora eccitata dalla tortura del telecomando, non aspettò un secondo. Accorciò le distanze, si piantò davanti al più grosso — un gigante biondo con una cicatrice sull'avambraccio — e gli afferrò la mano ruvida portandosela direttamente in mezzo alle gambe.
​«Hey, big boy...», sussurrò Marina con la sua voce profonda. «Smettetela di guardare e venite a vedere com'è fatto il letto del camper. Vi gestiamo tutte e tre».
​I quattro bestioni della strada cacciarono grugniti gutturali e seguirono le tre troie nude che scuotevano i culi davanti a loro, entrando decisi dentro il portellone aperto del mio camper. Non appena lo scorrevole si chiuse, tagliando fuori la notte tedesca, l'abitacolo si trasformò in un mattatoio di pura lussuria. I quattro uomini si strapparono i vestiti, liberando verghe ponderose, venose e arrossate. Le tre donne si gettarono a terra e sul tavolo della dinette come cagne in calore, implorando di essere possedute senza pietà. Il gigante polacco strappò via il plug dall'ano di Marina con un colpo secco, sostituendolo immediatamente con la sua virilità enorme.
​«Sì, cazzo! Sbattetemi come una cagna della strada! Riempitemi!», urlava Elena, con i capelli scuri completamente spettinati, mentre un rumeno le afferrava la nuca da dietro per infilarle l'intera cappella tra le labbra con colpi violenti.
​Il gigante polacco scaraventò Marina sul tavolo della dinette, openers le gambe con violenza e, con un colpo secco che fece oscillare l’intero camper sulle sospensioni, la penetrò in fica fino alla radice. Marina cacciò un urlo acuto, godendo come una puttana dopo tutta quell'attesa al volante. Accanto a loro, sul letto in coda, Freja era stata presa d'assalto dagli altri due: l'ungherese la possedeva selvaggiamente nel culo, affondando tra le sue natiche sode, mentre l'altro le riempiva la bocca, facendola soffocare a ogni affondo.
​Io mi lanciai nella mischia, prendendomi la bocca di mia moglie Elena mentre il rumeno continuava a sfondarle l'ano da dietro. Il camper era un groviglio di sette cazzi che giravano senza sosta tra tre fighe, culi e bocche devastate. I vetri oscurati erano completamente appannati dal calore dei corpi e dal sudore.
​L'estasi arrivò dopo minuti di pompatura spietata. Le pareti intime delle tre ninfomane iniziarono a contrarsi in spasmi violentissimi, stringendo la carne dei camionisti. Le tre troie vennero quasi contemporaneamente, urlando come bestie ferite sotto la luce soffusa dei faretti del camper. I quattro camionisti si sfilarono all'unisono dalle loro intimità arrossate, posizionandosi sopra di loro per dare il via a un bagno di sborra epico. Una tempesta densa, bollente e interminabile di sperma si abbatté sui loro corpi nudi. Il gigante polacco sborrò una quantità mostruosa di liquido direttamente sulla faccia di Marina, coprendole gli occhi. Gli altri tre scaricarono i loro getti incrociati sulla pancia e sui seni alti di Elena e Freja, mentre io finivo di svuotarmi direttamente dentro la bocca aperta di mia moglie, che mandò giù tutto con un ultimo risucchio viscido.
​I quattro camionisti, ansimanti e svuotati, si ripulirono alla bell'e meglio con le lenzuola, ci scambiarono un'occhiata di profondo rispetto e scesero dal mezzo, scomparendo nella nebbia del parcheggio per tornare ai loro tir. Elena, Marina e Freja rimasero sdraiate sul pavimento, incapaci di muovere un muscolo, con le tracce bianche della sborrata collettiva che colavano lungo la pelle. Mi rivestii velocemente e mi allungai verso il cruscotto, pronto a girare la chiave nel blocchetto di accensione per rimettermi finalmente in viaggio e riprendere la rotta verso nord.
​Mas non feci in tempo a toccare la chiave che l'altoparlante del CB sul cruscotto grattò un rumore statico violento, seguito da una scia di voci eccitate, roche e bagnate dall'alcol che parlavano un misto di tedesco, polacco e italiano maccheronico. La voce si era sparsa nell'aria a corto raggio.
​«Attenzione amici, breakout totale al parcheggio chilometro 140! Ci sono tre troie nude su una Mercedes bianca affamate di cazzo, e un camper parcheggiato dietro dove andarle a sbattere! Muovetevi!»
​Prima ancora che potessi realizzare, il silenzio della notte tedesca fu squarciato dal rumore di decine di portiere di tir che si aprivano all'unisono nel raggio di poche centinaia di metri. Nel giro di trenta secondi, attraverso i vetri del camper, vidi una scena da apocalisse di lussuria: almeno altri quindici camionisti, richiamati dall'annuncio via radio, stavano correndo nel buio della nebbia dirigendosi in branco verso di noi, sbottonandosi i jeans in corsa e tirando fuori verghe già dure e fumanti.
​I fari abbaglianti di altri due tir si accesero puntando dritti contro il camper, bloccandoci ogni via di fuga e illuminando l'abitacolo a giorno attraverso i tessuti leggeri delle tendine. Il Mercedes bianco fu circondato da tre colossi che iniziarono a sbattere i loro cazzi contro i finestrini, mentre i primi della fila arrivavano al portellone del camper, tirando pugni violenti sulla lamiera.
​Mi girai verso l'abitacolo, guardando le ragazze.
​«Ragazze, qui fuori c'è un'onda di maschi in calore che vi cerca», dissi, cercando di mantenere il controllo della situazione. «Che faccio? Blocco le porte o li fate salire?»
​Elena sollevò a stento la testa dal pavimento, con gli occhi ancora lucidi e un sorriso malizioso: «Quanti sono, amore?»
​«Almeno una quindicina», risposi guardando fuori dallo specchietto.
​Marina, che aveva ancora il plug a batteria incastrato tra le natiche nude, si mise a sedere sul bordo della dinette, leccandosi le labbra: «Beh... cinque a testa è un bel traguardo!»
​«Sì, ma tutti dentro non ci stanno», ribattei io, scoppiando a godere per l'assurdità della situazione. «Quindici loro, più noi quattro, fa diciannove... qui ci vuole una corriera, mica un camper!»
​La mia battuta sulla corriera scatenò l'ultima ondata di pura follia erotica nell'abitacolo. Elena si alzò in piedi, barcollando sui tacchi alti, e guardò le altre due con lo sguardo di una predatrice insaziabile.
​«Dai ragazze, muoviamoci! Posizioniamoci: chi sul letto, chi sul tavolo e chi a pecora. Entrano, ci godono e se ne vanno!»
​A quel punto, ripresi in mano le redini della situazione. Mi piazzai davanti al portellone dello scorrevole, bloccando con il corpo la foga dei primi che spingevano per entrare, e mi girai verso le mie tre ninfomane con un sorriso complice.
​«Voi pensate a godere. Tu, Franco, riposati e dirigi il tutto», dissi alle ragazze, mettendomi comodo sulla poltrona di guida girata verso l'interno, con le braccia incrociate e la mia virilità ancora tesa ad assistere alla scena. «Li faccio entrare a gruppi di cinque o sei a turno. Voi prendeteli ovunque, io controllo il traffico finché non mi dite basta».
​Marina, già posizionata a quattro zampe sul tavolo della dinette con il culo spalancato verso l'ingresso, cacciò un gemito di approvazione: «Sì, Franco! Gestiscili tu, falli schierare!».
​Spalancai del tutto il portellone e infilai la mano nel mucchio, afferrando per le canottiere i primi cinque colossi polacchi e rumeni.
​«Avanti i primi cinque! Gli altri si mettano in fila sul cemento e aspettino il loro turno fuori!», urlai nella notte dell'Autobahn.
​I primi cinque saltarono dentro il camper come bestie inferocite, sbottonandosi i pantaloni e liberando verghe enormi e fumanti nella penombra dell'abitacolo. Io, comodo dalla mia poltrona, iniziai a dirigere l'orchestra, godendomi lo spettacolo delle mie tre donne che venivano letteralmente demolite da quella prima ondata.
​«Tu, muovi quel culone sul letto in coda da Freja! Voi due, sfondate Elena sul pavimento!», ordinavo ai camionisti, indicando i bersagli mentre quelli ubbidivano emettendo grugniti gutturali.
​«Kurwa! Guarda che troia bionda... ha la fica che sembra un lavandino aperto!», urlò il gigante polacco, tirando un ceffone sulla natica di Marina prima di infilare la sua verga venosa fino alla radice.
​«Sììì... entra tutto, cazzo! Sfondami la fica, bestia! Sborrami dentro finché non ti svuoti!», urlava Marina con la bava alla bocca, assecondando i colpi brutali del polacco sul tavolo della dinette.
​L'aria nell'abitacolo divenne subito satura, bollente, impregnata dell'odore acre del sesso e del sudore dei camionisti. I primi cinque si svuotarono nel giro di dieci minuti, lasciando andare getti di sborra a fiumi che imbrattarono le cosce di Marina e la camicia strappata di Elena.
​«Fuori i primi, avanti i prossimi! C'è carne per tutti!», urlai, spingendo i primi cinque verso il portellone e facendo salire la seconda ondata che spingeva sul gradino con i cazzi in mano.
​I nuovi arrivati non persero un secondo. Un enorme ungherese afferrò Elena per i capelli, tirandole indietro la testa per infilarle il cazzo in bocca fino alla gola.
​«Mandalo giù tutto, puttana italiana! Succhialo bene come sai fare!», ringhiò l'ungherese, facendola quasi soffocare a ogni affondo.
​«Mmmff... sììì... mmm...», rispondeva Elena con gli occhi lacrimanti, stringendo il fusto venoso con le mani mentre da dietro un rumeno le sollevava il bacino penetrandola brutalmente nel culo. «Ahhh! Franco! Mi spaccano il culo... godo come una cagna!».
​I cazzi si svuotavano a ripetizione, uno dopo l'altro, in una catena di montaggio della lussuria che sembrava infinita. Lo sperma scorreva ovunque: colava sui sedili, sul linoleum del pavimento, sulle facce e sui seni alti delle ragazze, che ormai ne erano completamente inzuppate.
​Quando anche il secondo gruppo finì di scaricare fiumi di siero denso e bollente dentro le loro bocche e le loro intimità ormai devastate, Elena e Freja si accasciarono a terra ansimanti, con le fighe gonfie e arrossate che sputavano sperma misto a lubrificante. Marina, sfinita sul tavolo, imprecò ansimando: «Cazzo, ragazze... stiamo prendendo più cazzi ora che in tutta la nostra vita passata messa insieme!».
​«Basta... Franco... ti prego... siamo piene fino agli occhi... ci hanno distrutte...», sussurrò Freja, ripulendosi la guancia con la mano sporca di sborra.
​Guardai fuori dal portellone e vidi gli ultimi rimasti in fila nella nebbia. Mi girai verso le mie tre ninfomane con un sorriso bastardo.
​«Dai ragazze, ultimo sforzo! Ci sono gli ultimi fuori. Sono sei giovani camionisti... e c'è anche una ragazza camionista con loro!», dissi ridendo, godendomi le loro facce sbalordite.
​«Cosa?! Anche una donna?!», esclamò Marina, rizzando la testa dal tavolo con gli occhi che le brillavano di pura perversione. «Falla salire subito, cazzo! Voglio che mi lecchi la fica piena della sborra di questi maschi!».
​«Sì, mandate dentro anche lei! Vogliamo l'ultimo massacro!», urlò Elena, mettendoci subito a pecora sul pavimento, con il culo bagnato sollevato verso l'ingresso.
​Spalancai del tutto il portellone: «Avanti gli ultimi, sbrigatevi a svuotare le palle che dobbiamo ripartire!».
​I sei giovani autisti e la ragazza — una camionista polacca bionda, tatuata, con gli stivali borchiati e senza reggiseno sotto la canotta — si catapultarono dentro. La tipa si avventò subito su Marina e Elena, inginocchiandosi in mezzo a loro e iniziando a divorare le loro fiche bagnate di sperma, infilando la lingua fin dentro i loro canali dilatati, mentre i sei giovani si dividevano le bocche e i culi delle tre donne, riprendendo a pompare con una foga fresca e spietata.
​«Oh cazzo sì... la polacca ci sa fare... leccami tutta la sborra, troia!», urlava Marina, mentre due giovani le riempivano la bocca e l'ano contemporaneamente.
​Fu il delirio finale. Un'apocalisse di carne, insulti sporchi e fiumi di siero che schizzavano ovunque, finendo persino sulle pareti del camper. Quando anche l'ultimo getto dei giovani autisti si fu esaurito dentro le loro bocche e sui loro corpi devastati, i ragazzi iniziarono a rivestirsi in silenzio, pronti a scendere e a tornare ai loro tir nella nebbia dell'Autobahn.
​Ma prima che il gruppo potesse abbandonare l'abitacolo, la camionista polacca decise che lo spettacolo non era ancora finito. Si ripulì le labbra bagnate del siero delle ragazze con il dorso della mano, si voltò di scatto verso la mia poltrona di guida e mi fissò con due occhi feroci, carichi di una sfrontatezza assoluta.
​Senza dire una parola, fece tre passi felini sul linoleum viscido, mi afferrò con forza brutale per un braccio e mi tirò su dalla poltrona. Con una spinta decisa mi buttò sul letto di coda, facendomi sprofondare tra i cuscini ormai inzuppati. Un istante dopo era già sopra di me, a cavalcioni, con gli stivali borchiati che premevano sul materasso e la canotta strappata che mostrava i suoi seni sodi e tatuati.
​«Adesso tocca a te, boss... hai guardato abbastanza», ringhiò la polacca con un accento duro, afferrando la mia virilità tesa al massimo e infilandosela tutta in un colpo solo dentro la sua fica caldissima e bagnata.
​Cacciai un gemito profondo mentre lei iniziava a cavalcarmi con un ritmo selvaggio, spietato, sbattendo il bacino contro il mio con una foga animalesca.
​A quella vista, Marina, Elena e Freja ritrovarono una scarica di energia pazzesca, risvegliate dalla gelosia e dalla devozione più pura. Si trascinarono sul letto, circondandoci.
​«Sì! Dai ragazze, l'ultimo sforzo per il padrone! Facciamolo godere come un dio!», urlò Marina, inginocchiandosi subito alla mia destra per afferrarmi la mano e iniziare a succhiarmi le dita, mentre con l'altra accarezzava il culo della polacca in movimento.
​Elena si lanciò sul mio viso, schiacciando le sue labbra carnose contro le mie in un bacio bagnato che sapeva di tutta la lussuria della notte, mentre le sei mani correvano sul mio petto. Freja si posizionò dietro la camionista polacca, afferrandola per i fianchi e iniziando a leccarle freneticamente la schiena e il collo sudato, assecondando il ritmo dei suoi affondi su di me.
​«Sìii, Franco... prenditela tutta! Sborratela, re del camper!», mi sussurrava Elena tra un bacio e l'altro, con gli occhi lucidi di ammirazione e perversione.
​La polacca aumentò il ritmo in modo micidiale, emettendo urla rauche in mezzo a quel groviglio di quattro donne che si muovevano all'unisono intorno al mio corpo. Sentii le sue pareti interne contrarsi violentemente in un orgasmo caldissimo che mi strinse la carne in una morsa d'inferno. Non riuscii più a trattenermi.
​«Vengo... cazzo, vengo anch'io!!!», ruggii, afferrando i fianchi tatuati della polacca.
​Spinsi il bacino verso l'alto con tre colpi viscerali e profondi, svuotando un getto interminabile e bollente di sperma direttamente nel profondo del suo corpo. La polacca cacciò un urlo selvaggio, stringendosi contro di me, mentre Elena, Marina e Freja si godevano i miei sussulti, accarezzandomi e baciandomi ovunque in segno di totale sottomissione.
​Dopo qualche minuto di respiri affannati, la camionista polacca si sfilò da me con un risucchio umido, mi diede un bacio sporco sulla guancia e si rinfiliò i pantaloni. Lanciò un'occhiata di profonda complicità alle ragazze, un cenno di rispetto a me, e scese finalmente dal camper insieme agli ultimi rimasti, svanendo nel buio del parcheggio tedesco.
​Richiusi il portellone con un colpo secco. Il camper era un campo di battaglia e i nostri corpi erano coperti di sudore e degli umori di quindici maschi. Ma invece di ripulirci e scappare, Marina si passò una mano tra i capelli spettinati e mi guardò con aria di sfida.
​«Franco, prima di metterci al volante ho bisogno di sgranchirmi le gambe e bere qualcosa di caldo. Andiamo in autogrill così come siamo», disse con assoluta sfrontatezza.
​Elena e Freja approvarono subito, ridendo come matte. Le tre donne non si rivestirono: infilarono di nuovo solo i loro soprabiti leggeri, lasciati completamente aperti sul davanti, e i tacchi a spillo alti. Io mi infilai i jeans e una camicia sbottonata, fiero di fare da scorta al mio harem di ninfomane.
​Uscimmo dal camper e ci dirigemmo verso le porte scorrevoli di vetro dell'autogrill tedesco, illuminate dalle luci al neon bianche e asettiche. Non appena entrammo, il ticchettio dei loro tacchi sul pavimento lucido richiamò l'attenzione di chiunque si trovasse all'interno. Era l'alba, e il locale era frequentato da camionisti mattinieri, viaggiatori stanchi e personale di servizio.
​Il passaggio delle tre donne fu un trionfo di pura provocazione. Camminavano a testa alta, con i soprabiti che oscillavano a ogni passo, mostrando senza alcuna vergogna i seni nudi ancora lucidi di sudore e le gambe cosparse delle tracce bianche della sborrata collettiva della notte. L'odore del sesso selvaggio e dell'asfalto sembrava emanare direttamente dalla loro pelle.
​Tutti gli uomini presenti all'interno dell'autogrill si girarono di scatto al loro passaggio. Un gruppo di autisti seduti ai tavoli rimase con le tazzine di caffè sospese a mezz'aria; un uomo che stava pagando alla cassa si voltò di colpo, dimenticando il resto; persino i ragazzi dietro il bancone smisero di servire, sgranando gli occhi davanti a quella sfilata di troie imperiali visibilmente reduci da un'orgia colossale. I sussurri e i grugniti di ammirazione e bramosia riempirono l'ambiente, mentre decine di sguardi famelici divoravano i loro corpi nudi e i loro culi che ondeggiavano fieri.
​Marina si appoggiò al bancone, offrendo la schiena arcuata e il culo che ancora stringeva il plug d'acciaio nascosto sotto il bordo del trench, e ordinò tre caffè forti e un succo con la sua voce profonda e roca. Elena e Freja le si stringevano ai fianchi, scambiandosi occhiate complici e godendosi ogni singolo millimetro di quella sottomissione totale degli sguardi maschili. Io me ne stavo un passo dietro, con le mani in tasca, fiero e appagato nel vedere l'intero autogrill tedesco letteralmente paralizzato dal potere erotico delle mie donne.
​Bevvero con calma, sgranchendosi le gambe e assaporando ogni secondo di quella tensione erotica che si tagliava col coltello. Poi, con la stessa sfacciata lentezza con cui erano entrate, si voltarono e riguadagnarono l'uscita, lasciandosi alle spalle un silenzio di sbigottimento e desiderio puro.
​Ritornammo ai mezzi nel parcheggio. Questa volta mi sedetti al volante del camper, accendendo il motore che vibrò potente sotto i miei piedi. Marina salì sul suo Mercedes bianco insieme a Freja, pronta a farci strada. Inserii la prima e puntai i fari verso la corsia d'immissione. La Danimarca ci aspettava.
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