Lui & Lei
Linea 64 - Ora di punta
Lucienk
20.05.2026 |
664 |
1
"Francesca iniziò a muovere il bacino verso il maschio con piccole spinte cadenzate, mentre lui si spingeva in avanti, assecondando ogni millimetro di quel ballo clandestino..."
Il respiro pesante di una giornata infinita si condensava sui vetri appannati dell’autobus della linea 64. Erano le sei e mezza di un martedì di novembre, l’ora di punta in cui la città decide di riversarsi in massa nello stesso identico spazio metallico. Francesca era salita a fatica dalla porta centrale, spinta dal flusso inarrestabile di pendolari, e si era ritrovata intrappolata al centro del corridoio.I posti a sedere erano un miraggio lontano. Attorno a lei, una muraglia umana di cappotti umidi di pioggia, borse della spesa e sguardi stanchi rivolti al vuoto. Si era aggrappata con due dita al corrimano superiore, cercando di mantenere un equilibrio precario a ogni frenata brusca del mezzo.
Poi, alla fermata successiva, le porte si aprirono di nuovo e l'autobus sussultò sotto l'onda d'urto di nuovi passeggeri. La massa si compresse ulteriormente. Fu in quel momento che Francesca lo sentì.
Subito dietro di lei, un uomo si era ritrovato spinto in avanti dalla ressa. Non c'era cattiveria nel primo contatto, solo la fisica spietata di un mezzo pubblico stracolmo. Ma la vicinanza divenne immediatamente totale. L'uomo, alto, con un profumo pulito di legno e pioggia che contrastava con l'odore stantio dell'autobus, si trovò completamente a ridosso del suo corpo.
A ogni sobbalzo dell'autobus sulle buche dell'asfalto, la pressione aumentava. Francesca indossava una gonna a tubino di tessuto leggero e il bacino dell'uomo premeva dritto contro la curva morbida del suo sedere. Inizialmente, entrambi cercarono di mantenere quel rigido distacco formale che si usa tra sconosciuti: le spalle contratte, i muscoli tesi per evitare di abbandonarsi al peso dell'altro. Ma lo spazio semplicemente non c'era.
L'autobus prese una curva secca a destra. Per non cadere, l'uomo dovette appoggiare una mano sul montante metallico, proprio sopra la spalla di Francesca, stringendola di fatto in un abbraccio involontario. Con quel movimento, il corpo di lui aderì perfettamente al suo. Francesca sentì il calore del petto dell'uomo contro la schiena e, più giù, una consistenza rigida e inequivocabile che premeva con decisione tra le sue natiche.
Un brivido improvviso le corse lungo la schiena, partendo dalla nuca per perdersi nel centro del bacino. Cercò di spostarsi di qualche centimetro, ma l'unico risultato fu un attrito lento e profondo che fece sussultare entrambi. Sotto la stoffa dei pantaloni di lui, l'eccitazione era evidente, amplificata dalla pressione della calca. Francesca non si voltò, ma gli sguardi dei due si incrociarono per un secondo riflessi nel finestrino scuro. Gli occhi di lui erano intensi, scuri, carichi di una domanda muta. L'uomo non si ritrasse; anzi, approfittando di una nuova frenata, assecondò il movimento, premendo con più decisione.
Il respiro di Francesca si fece più corto. Sentiva il battito del proprio cuore accelerare nel petto, mentre quel calore costante e duro dietro di lei cominciava a risverire un desiderio sopito. Sotto la pressione di quella carne calda, la sua intimità iniziò a farsi liquida, bagnando gli slip di pizzo.
A quel punto l'uomo osò. La mano che si teneva al corrimano, a pochi centimetri dal seno di Francesca, scivolò lentamente verso il basso fino a sfiorarle la curva del petto teso sotto la camicetta. Francesca si girò di profilo con un sorriso malizioso e consapevole, accettando la sfida. Allungò la mano all'indietro nello spazio stretto tra i loro bacini, toccando il suo sesso. Stretti così vicini, le sue dita trovarono la sagoma del cazzo durissimo di lui da dentro il pantalone e iniziò a segarlo con forza.
L'uomo sussurrò un respiro mozzo. Con una mano continuò a tenersi al corrimano per stabilità, mentre portò l'altra mano tra le cosce di lei. Francesca distanziò i piedi, allargò le gambe e si fece sditalinare. Cercando di mantenere un'espressione del viso del tutto naturale per non farsi scoprire dagli altri passeggeri, lei lo segava forte e lui la sditalinava, infilando due dita nella figa, muovendole in profondità nella sua intimità serrata e bagnata.
Il ritmo si fece serrato, quasi insostenibile. Francesca iniziò a muovere il bacino verso il maschio con piccole spinte cadenzate, mentre lui si spingeva in avanti, assecondando ogni millimetro di quel ballo clandestino. Erano ormai entrambi al culmine.
Nella testa dell'uomo si scatenò la tempesta: “Oddio, sto per godere... è troppo brava mmm, troppo caldo... sto godendo da morire...”
L'uomo perse l'ultimo velo di controllo: con una mano strinse forte la figa di lei e con l'altra le afferrò il seno. Il cazzo di lui si irrigidì ulteriormente ed esplose nei pantaloni. “Oh sì... vengo... vengo sborro!” pensò lui, mentre una scarica elettrica lo svuotava, riempiendo la mano di Francesca che continuava a mungere e ad assecondarlo muovendo il bacino.
A quel contatto caldo e pulsante, anche la mente di Francesca capitolò sotto il piacere: “Sto per godere anche io... oh sì, sto godendo... tieni dentro le dita, dio mio, sto godendo siiii!”
L'orgasmo la travolse con una forza violenta, un'ondata liquida che le tolse le forze. Proprio mentre l'autobus faceva una frenata brusca, Francesca poggiò la testa sulla sua spalla, sfinita, e godette intensamente mentre guardava il riflesso dei loro sguardi complici attraverso il finestrino.
Il mezzo riprese la marcia e i due, lentamente, ritrovarono il controllo dei propri corpi. Con movimenti fluidi e discreti, protetti dalla calca che cominciava a diradarsi, si ricomposero. Le mani tornarono ai loro posti, la gonna e i pantaloni vennero risistemati prima che qualcuno potesse notare qualcosa.
Due fermate dopo, l'autobus si arrestò. Prima che l'uomo potesse muoversi verso l'uscita, Francesca, mantenendo lo sguardo fisso davanti a sé con totale disinvoltura, fece scivolare due dita nella tasca della giacca di lui. Vi lasciò cadere un biglietto da visita stampato a macchina, che aveva preso dal suo portafogli.
L'uomo la guardò un'ultima volta nel riflesso del vetro, con un misto di sorpresa e ammirazione stampato negli occhi, poi si diresse verso le porte posteriori e scese, scomparendo nella nebbia della città.
Francesca scese alla fermata successiva. L'aria fresca della sera la colpì al viso, ridandole lucidità mentre camminava verso casa, sentendo ancora l'eco di quel calore segreto tra le cosce. Sorrise tra sé, immaginando la reazione di lui quando, una volta a casa, avrebbe svuotato le tasche e letto quel cartoncino elegante, scoprendo finalmente il nome e il mestiere della donna che lo aveva fatto impazzire: "Francesca, Estetista", seguito dal suo numero di telefono.
Il viaggio era finito, ma il gioco era appena iniziato.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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