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orge

Il parcheggio dell'ipermercato - cap. 1


di backfill
18.01.2026    |    2.759    |    3 8.9
"Quando ebbero finito con le loro bocche, lo spinsero all'interno del casolare, in una stanza più piccola e ancora più buia..."
Il freddo penetrava le ossa di Fabio, un velo gelido che si posava sulla sua pelle bianca. A ventidue anni, la sua figura esile, quasi femminile, si muoveva con una grazia involontaria tra gli scaffali lucidi dell'ipermercato. Le luci bianche e spietate del soffitto riflettevano sui suoi capelli castano chiaro, tagliati corti, e mettevano in risalto l'altezza contenuta, un metro e sessanta scarso, che lo faceva sentire perennemente un passo indietro rispetto al mondo. Viveva da solo, in una città del nord che lo aveva accolto per il suo lavoro nella scuola, e la domenica pomeriggio era un rituale solitario dedicato alla spesa settimanale. Erano le diciassette e trenta, il buio aveva già inghiottito il cielo, trasformando il mondo esterno in una promessa di gelo.
Mentre spingeva il carrello, il suo sguardo incrociò quello di cinque uomini. Erano alti, muscolosi, con la pelle olivastra e i capelli scuri, un'aria esotica che non passava inosservata. Venezuelani, pensò Fabio, notando i tratti marcati e i sorrisi facili che si scambiavano. La loro età sembrava simile alla sua, forse qualche anno in più, ma la differenza fisica era abissale. Si sentì minuscolo, quasi trasparente, sotto i loro sguardi che si soffermavano un istante di troppo.
Riempì il carrello con meticolosa precisione: verdure fresche, carne magra, pane integrale. Ogni articolo scelto con la cura di chi cucina solo per sé, ma con la segreta speranza di condividere un giorno. Arrivò al reparto delle creme viso, un angolo profumato e femminile che lo affascinava con le sue promesse di eterna giovinezza. Si chinò per leggere un'etichetta, quando sentì delle voci alle sue spalle.
"Guarda la signorina, si prende cura della sua pelle delicata," una voce profonda e roca rise.
"Forse vuole apparire più bella per il suo fidanzato," un altro aggiunse, con un tono che gocciolava sarcasmo.
Fabio sentì il calore salire al collo. Si raddrizzò lentamente, evitando di voltarsi. I nomignoli, le risate sommesse, le parole che gli si appiccicavano addosso come fango. Era solo. Era piccolo. Era gay, ma non effeminato, eppure la sua delicatezza, la sua pelle chiara, lo rendevano facile bersaglio. Si strinse nelle spalle, fingendo di non aver sentito, e si allontanò, il carrello che cigolava leggermente. Non valeva la pena rispondere, non ora.
Pagò la spesa, il rumore del nastro trasportatore che scandiva i suoi pensieri. Un senso di disagio lo accompagnava, l'ombra di quegli sguardi, di quelle voci. Uscì dall'ipermercato, l'aria fredda gli sferzava il viso. Il parcheggio era un labirinto di auto scure e lampioni spenti. Il lato dove aveva lasciato la sua macchina era avvolto nel buio più totale, una striscia di tenebra che si estendeva a perdita d'occhio. Tirò fuori il cellulare, la torcia che creava un fascio di luce tremolante sul cemento umido. Trovò la sua auto, aprì il cofano e iniziò a sistemare le borse della spesa.
Un rombo di motore interruppe il silenzio. Una macchina nera, grande, si affiancò alla sua. I finestrini si abbassarono lentamente, rivelando i volti dei cinque venezuelani. Il cuore di Fabio accelerò un battito.
"Ha bisogno di aiuto, signorina?" La voce, questa volta, era più vicina, più minacciosa. Era Carlos, il più alto, con un sorriso che non raggiungeva gli occhi.
Fabio finse di non sentire, concentrandosi sulle ultime buste.
"Ma come, la signorina non ci degna nemmeno di una risposta?" Carlos scese dall'auto, gli altri quattro che lo seguivano. Le loro figure alte si stagliavano contro il buio, ombre minacciose. "Ti abbiamo offerto il nostro aiuto, e tu ci tratti così?"
Una mano forte afferrò il braccio di Fabio, strattonandolo. Il carrello della spesa rovesciò, le mele che rotolarono sul cemento. "Lasciami," ringhiò Fabio, cercando di liberarsi. La sua rabbia, repressa da troppo tempo, esplose in un improvviso lampo. "Non voglio essere infastidito da voi, brutti cafoni!"
Carlos rise, una risata aspra che echeggiò nel parcheggio deserto. "Cafoni, dici? Dovresti essere più educata, femminuccia." Senza sforzo, lo sollevò da terra, la sua stazza muscolosa che rendeva Fabio leggero come una piuma. Lo trascinò davanti ai suoi amici. "Chiedi scusa, ora."
Fabio si dimenò, il panico che gli stringeva la gola. Non avrebbe chiesto scusa. Non a loro. Carlos lo teneva fermo, un braccio che gli bloccava la schiena. "Miguel," disse, la voce bassa e gelida, "fagli vedere cosa succede alle signorine maleducate."
Miguel si avvicinò con un sorriso crudele. Le sue mani afferrarono la stoffa dei pantaloni di Fabio, uno strappo secco e la cerniera cedette. Poi afferrò l'elastico delle mutande. Un altro strappo. I pantaloni e le mutande di Fabio caddero alle sue caviglie, lasciandolo nudo dalla vita in giù. Il freddo della notte gli colpì la pelle, ma fu l'umiliazione a gelarlo fino al midollo. Il suo piccolo pene, che aveva sempre considerato un suo difetto, ora esposto alla luce fioca del cellulare di Carlos, sembrava ancora più minuscolo, quasi un bocciolo atrofizzato.
Una risata fragorosa esplose dai cinque uomini. "Ma guarda che cosina!" esclamò uno.
Il viso di Fabio si infiammò di vergogna. Tentò di coprirsi, ma le mani di Carlos lo tenevano saldamente. Poi un altro strappo. La sua maglietta, sottile e leggera, fu fatta a brandelli, lasciandolo completamente nudo. Le sue braccia e gambe esili, la pelle bianchissima che contrastava con il buio, lo rendevano ancora più vulnerabile. Lo spinsero verso la loro macchina, i loro corpi massicci che lo circondavano, non lasciandogli via di fuga.
Il viaggio in auto fu un incubo silenzioso. Fabio tremava, nudo e rannicchiato sul sedile posteriore, stretto tra due di loro, l'odore acre del loro sudore e del fumo che gli riempiva le narici. Ogni volta che provava a muoversi, una mano gli si posava sulla spalla, un gesto che era più una minaccia che una rassicurazione. Il casolare abbandonato apparve all'improvviso, una sagoma scura e minacciosa contro il cielo senza stelle. Il vento fischiava tra le fessure delle finestre rotte, un lamento che sembrava rispondere alla paura che gli attanagliava il petto.
Lo trascinarono fuori dall'auto, i suoi piedi nudi che toccavano la terra fredda e umida. L'interno del casolare era buio, polveroso, con l'odore di muffa e degrado. Lo spinsero al centro della stanza principale, dove la luce della luna filtrava a malapena attraverso un buco nel tetto. "In ginocchio, signorina," ordinò Carlos, la sua voce ora intrisa di un'autorità sinistra.
Fabio obbedì, le ginocchia che affondavano nel pavimento freddo e sporco. I cinque si disposero in cerchio intorno a lui. Uno di loro, Miguel, sbottonò i pantaloni. Un getto caldo e maleodorante colpì la sua schiena, poi il collo, poi il viso. La sua bocca si riempì del sapore amaro e salato dell'urina, che gli colava lungo il mento. Gli altri seguirono l'esempio, un'ondata di piscio caldo che lo inondò, bagnandogli i capelli, il petto, le gambe. Tremava, le lacrime che si mischiavano al liquido che lo copriva.
"Ora," disse Carlos, il suo cazzo turgido che spuntava dai pantaloni sbottonati, "leccaci. Fagli vedere che sei una brava puttana."
Fabio sollevò lo sguardo, gli occhi pieni di orrore. Il pene di Carlos era enorme, scuro, venoso, pulsante. Gli altri quattro erano simili, tutti grossi, eretti, minacciosi. Non aveva scelta. Aprì la bocca, il sapore del piscio ancora presente, e si avvicinò al cazzo di Carlos. La punta del glande era ruvida, il prepuzio tirato indietro, rivelando l'apertura umida. Lo leccò, lentamente, con la lingua che si muoveva con una repulsione viscerale. Sentiva il sapore della pelle, un odore muschiato e forte. Carlos gemette, spingendo il suo cazzo più a fondo nella bocca di Fabio. Fabio tossì, quasi soffocando, ma continuò, la sua lingua che accarezzava la lunghezza del pene, leccando via le ultime gocce di urina.
Uno dopo l'altro, i cinque gli presentarono i loro cazzi. Fabio leccò, succhiò, la sua bocca che si riempiva e si svuotava, il suo corpo che si muoveva meccanicamente, obbedendo agli ordini, la dignità che si sgretolava a ogni leccata, a ogni spinta. Il suo stomaco si contorceva, ma non poteva vomitare. Non poteva fare altro che sottomettersi.
Quando ebbero finito con le loro bocche, lo spinsero all'interno del casolare, in una stanza più piccola e ancora più buia. Lo fecero sdraiare a terra, a pancia in giù. "Ora tocca al culo," disse Miguel, la voce eccitata.
Il primo fu Miguel. Lo afferrò per i fianchi, spingendo il suo pene contro l'ano di Fabio. Fabio gridò, la carne che si lacerava, un dolore acuto e lancinante che gli attraversò il corpo. Miguel spinse ancora, lentamente, inesorabilmente, finché il suo cazzo non fu completamente dentro. Fabio si contorse, le lacrime che gli rigavano il viso. Il dolore era insopportabile, una sensazione di strappo e bruciore che non aveva mai provato. Miguel iniziò a muoversi, i suoi fianchi che spingevano con forza, il suo cazzo che entrava e usciva, allargando il suo ano. Fabio gemeva, un misto di dolore e una strana, perversa sensazione che iniziava a insinuarsi.
Poi fu il turno di un altro, e poi un altro ancora. Ogni volta, il dolore era lancinante all'inizio, poi si attenuava in una sensazione di pienezza, di violazione. Il suo culo era in fiamme, la carne pulsava, ma il suo corpo, in qualche modo, si stava adattando. Si sentiva come un oggetto, un buco da riempire, e in quella totale sottomissione, un'ombra di piacere si faceva strada, un fremito proibito.
Carlos era l'ultimo. Gli altri quattro tenevano Fabio per le mani e i piedi, immobilizzandolo completamente. Il suo corpo era stanco, dolorante, ma teso in un'attesa terrorizzata. Carlos si posizionò dietro di lui. Il suo cazzo era il più grande, il più spesso, una vera mazza. Fabio lo sentì premere contro il suo ano, una pressione immensa. Gridò, un urlo lacerante, mentre Carlos spingeva. Il dolore era diverso questa volta, più profondo, più intenso, come se il suo corpo stesse per dividersi in due.
"Mamma mia, che culo stretto!" grugnì Carlos, sudando per lo sforzo. Spingeva, lentamente, inesorabilmente. Fabio sentiva la pelle strapparsi, le fibre muscolari cedere. Le sue unghie si conficcavano nel pavimento sporco, le gambe tremavano. Era un dolore che gli toglieva il respiro, che lo faceva vedere le stelle.
Ma poi, mentre Carlos spingeva più a fondo, un'onda inaspettata lo travolse. Il dolore era ancora lì, acuto, ma sotto di esso, una sensazione di pienezza estrema, di stiramento che era quasi piacere. Il cazzo di Carlos riempiva ogni fibra del suo ano, ogni angolo, ogni recesso. Era troppo, era enorme, ma il suo corpo, contro ogni logica, iniziava a rispondere. Un gemito gli sfuggì, un suono non più solo di dolore.
"Ha ha! Hai sentito? La femminuccia ci prende gusto!" esclamò Miguel, ridendo.
Gli altri si unirono alle risate, le loro voci che rimbalzavano sulle pareti scrostate. "Ti piace, eh, puttanella? Ti piace il cazzo grosso!"
Carlos iniziò a muoversi, le sue spinte potenti, profonde. Il cazzo entrava e usciva, un movimento ritmico che scuoteva Fabio fino all'anima. Ogni spinta era un'agonia e un'estasi. Il suo culo era sfondato, completamente aperto, e il cazzo di Carlos lo riempiva come niente altro avesse mai fatto. Sentiva il suo scroto schiaffeggiare le sue natiche, un suono umido e volgare. Il suo corpo, traditore, si arcuava leggermente, cercando di accogliere di più. Le parole che gli gettavano addosso – "puttana", "femminuccia", "troia" – si fondevano con le sensazioni, trasformando l'umiliazione in qualcosa di perversamente eccitante. I suoi gemiti divennero più frequenti, più acuti, e non erano più solo di dolore.
Erano le ventuno. Dopo il primo giro di scopate, i cinque venezuelani avevano fame. "Ora basta," disse Carlos, tirando fuori il suo cazzo dal culo di Fabio con uno schiocco umido. Fabio crollò a terra, ansimando, il suo ano che pulsava e bruciava. Lo legarono strettamente a una colonna di legno, le sue braccia tese sopra la testa, le caviglie unite. Poi presero il portafoglio di Fabio.
"Andiamo a mangiare una pizza, offre Fabio" disse Carlos, sfogliando le banconote di Fabio. "Torniamo più tardi per il secondo round."
Le loro risate si allontanarono, i rumori della macchina che si dissolvevano nel buio. Fabio rimase lì, legato, nudo, il suo corpo ricoperto di piscio e sperma, il suo culo dolorante ma stranamente vivo. Il freddo lo avvolgeva, ma all'interno, un fuoco strano, proibito, aveva iniziato a bruciare. L'attesa del loro ritorno era un misto di terrore e una curiosità perversa, un desiderio inespresso che lo faceva rabbrividire.
Tornarono verso le ventidue e trenta, le voci più alte, cariche di alcool e soddisfazione. Il rumore dei loro passi rimbombò nel casolare. Carlos entrò per primo, il suo sguardo si posò su Fabio, ancora legato alla colonna. "Allora, vuoi chiedere scusa ai miei amici per come ti sei comportato?"
Fabio sollevò la testa, gli occhi che brillavano nell'oscurità. Il suo orgoglio, nonostante tutto, era ancora intatto, o forse era la perversa eccitazione che gli impediva di cedere. Non disse una parola. Il suo silenzio era una sfida, un invito.
Carlos sorrise, un'espressione che non raggiungeva gli occhi. "Sapevo che avresti fatto così." Tirò fuori una busta di carta. "Mentre eravamo via, ho fatto un giro in un sexy shop. Ho pensato che ti saresti divertita con questi." Dalla busta tirò fuori una serie di oggetti: un dildo enorme, un frustino, delle manette di pelle.
Le successive due ore furono un turbine di sensazioni estreme. Carlos, Miguel e gli altri, ubriachi e carichi di desiderio, lo usarono in ogni modo immaginabile. Lo scoparono in bocca, il suo viso che si riempiva dei loro cazzi, il suo stomaco che si contorceva mentre ingoiava la loro sborra. Lo inculavano ripetutamente, i loro cazzi superdotati che si alternavano nel suo ano, ora dilatato e dolorante, ma anche incredibilmente sensibile. Lo pisciarono di nuovo addosso, le loro risate che accompagnavano i getti caldi. Ogni tipo di porcheria che la loro giovane età e la loro perversione suggerivano, fu messa in atto. Fabio gemeva, urlava, ma i suoi gemiti si trasformavano sempre più spesso in suoni di piacere.
Intorno a mezzanotte e trenta, i ragazzi erano esausti, svuotati. Non avevano più una goccia di sborra da dare. Lo slegarono, il suo corpo che crollò a terra, livido e dolorante. Lo trascinarono fuori dal casolare e lo riportarono nel parcheggio dell'ipermercato, abbandonandolo a terra vicino alla sua macchina. I brandelli dei suoi vestiti giacevano sparsi intorno a lui, testimonianza muta della violenza subita.
Fabio rimase lì, inerme, il suo corpo un ammasso di dolore e sensazioni confuse. La sua disavventura era finita, pensò, svenuto per un attimo, la mente offuscata. Si riprese poco dopo, quando il bagliore dei fari lo strappò all'incoscienza. Due macchine si avvicinavano lentamente, le loro luci che illuminavano il parcheggio. Una speranza flebile si accese in lui: forse qualcuno lo avrebbe aiutato.
Da una delle auto scese un uomo. Era venezuelano, come gli altri, ma molto più anziano, avrà avuto almeno sessant'anni. La sua figura era massiccia, robusta, ricoperta di peli che spuntavano dalla camicia sbottonata. Si chiamava Juan. Si avvicinò a Fabio, il suo sguardo che lo scrutava con un'espressione indecifrabile.
"Mio nipote mi ha avvisato," disse Juan, la sua voce roca. "Ha detto che avrei trovato una troia vogliosa di grossi cazzi qui nel parcheggio."

(continua)
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