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Lui & Lei

Quanti ricordi a Torre del lago. 19/04/26


di Membro VIP di Annunci69.it cazzobonsai69
20.04.2026    |    758    |    1 8.0
"Ricordavo solo questo, questa rete di esperienze clandestine che ogni luogo, ogni duna, ogni viottolo, riportava alla luce con una precisione chirurgica..."
Quanti ricordi a Torre del Lago.
Io e mia moglie alla Lecciona
19/04/26
Storia vera


La luce del pomeriggio di aprile era calda, dorata, e filtrava attraverso i pini marittimi creando un mosaico di ombre sul terreno sabbioso. Il mare, poco distante, era una distesa quieta di azzurro opalescente. Mia moglie, Valentina, camminava accanto a me sul sentiero che costeggiava le dune, la sua mano leggera sul mio braccio. Parlava del giardino, dei suoi progetti per le rose, della visita che avevamo fatto a sua madre la settimana prima. La sua voce era un flusso melodioso e familiare, un suono che per vent’anni aveva scandito la mia vita. Ma dentro me, sotto questa superficie placida di Domenica coniugale, scorreva un fiume tumultuoso di ricordi, di immagini carnali che ogni passo, ogni angolo di questo luogo, riportava alla luce con una violenza quasi fisica.

Avevamo parcheggiato l’auto vicino a quella radura dietro le prime dune, dove i camper dei turisti ancora non si erano accampati. Mentre Valentina estraeva la borsa con l’acqua e il panino, io ero rimasto seduto al volante, il motore già fermo, le mani ancora appoggiate al cambio. Il posto era esattamente quello. Lo stesso, identico. Il ricordo mi aveva colpito come un pugno nello stomaco, silenzioso e profondo.

Claudia. Il suo nome mi attraversò la mente come una corrente elettrica. Claudia, la mia amante di allora, più giovane, con una fame di vita che mi aveva consumato. In quel preciso punto, anni prima, dentro la mia vecchia station wagon, con i finestrini leggermente abbassati per il caldo della sera di luglio. Lei, seminuda, solo un top di jeans strappato che lasciava vedere i suoi seni abbondanti e il perizoma di cotone bianco. La sua bocca, umida e vorace, era sul mio cazzo. Non cazzo. Cazzettino. Lo dicevo a me stesso, senza autocompiacimento, con il cinismo di chi conosce la verità dei propri limiti. Robusto di costituzione, alto, con le spalle larghe che ancora portavano bene, ma là, tra le gambe, la natura mi aveva dato un membro piccolo, modesto. Non era una vergogna, era semplicemente un dato di fatto. Claudia, però, aveva saputo trasformare quel dato in un’esperienza di potere, di trasgressione.

La memoria era vivida, cinematografica. Lei si era messa a cavalcioni sul sedile del passeggero, girata verso me, la sua schiena contro il finestrino. Aveva sfilato i jeans, lasciando solo quel perizoma che era diventato immediatamente umido. “Voglio che tu guardi,” mi aveva detto, la voce bassa e roca. “Voglio che tu vedi tutto.” E poi aveva iniziato. Non un semplice pompino, era un’esibizione. Le sue labbra si erano aperte, aveva fatto scivolare la punta dentro, poi fuori, lubrificandola con la saliva che brillava sotto la luce del sole che tramontava. Le sue mani erano sulle mie cosce, non sul mio membro, come per sottolineare che il controllo era tutto della sua bocca. Io guardavo, il respiro affannoso, sentendo il piacere intenso ma anche l’umiliazione stranamente eccitante di essere così esposto, così piccolo nella sua bocca avida.

E poi, il momento che ancora oggi mi faceva venire un brivido lungo la schiena. Due ragazzi, probabilmente ventenni, erano passati a piedi lungo la strada sterrata, chiacchierando. Uno di loro aveva guardato verso l’auto. Claudia aveva catturato quel suo sguardo. Aveva rallentato il movimento, aveva lasciato il mio membro completamente fuori dalla sua bocca, lucido e eretto nella sua forma minuscola, e aveva rivolto verso il ragazzo un sorriso malizioso, sfacciato. Il ragazzo si era fermato. Il suo amico si era fermato. Claudia aveva fatto un cenno con la mano, invitante. E poi, con una calma sconvolgente, si era spostata, aveva aperto la portiera del passeggero – io paralizzato, il cuore in gola – e aveva invitato i due ragazzi a guardare meglio. Uno dei due si era avvicinato, incredulo. Claudia aveva preso la mano del ragazzo e aveva guidato quella mano sul mio membro, mentre la sua bocca continuava la sua opera. L’altro ragazzo si era inginocchiato quasi, vicino alla portiera, per vedere. “Vuoi provare?” aveva detto Claudia al primo, senza mai fermarsi con me. Il ragazzo, dopo un attimo di esitazione, aveva accettato. Claudia aveva cambiato posizione, si era messa in mezzo, aveva iniziato a succhiare il ragazzo – più grande, più sviluppato – mentre la sua mano continuava a massaggiarmi. Io vedevo tutto, il corpo di Claudia che si muoveva tra noi due, la mia piccola erezione confusa tra quelle dita, il membro del ragazzo che entrava e usciva dalla sua bocca con una facilità che mi umiliava e mi eccitava oltre ogni limite. L’altro ragazzo si era unito, toccando Claudia, baciandola sul collo. Era stato un groviglio di carne, di desiderio, di voyeurismo e partecipazione che aveva lasciato in me un marchio indelebile. La sensazione finale, quando Claudia dopo aver finito con i ragazzi si era voltata verso me e con un movimento rapido e finale aveva portato la mia piccola erezione alla sua conclusione sulla sua lingua aperta, era stata di un vuoto e di una pienezza paradossali. Io, Marco, il marito di Valentina, l’uomo robusto di oltre cinquanta anni, ero stato il centro di un rituale di sottomissione e di esibizione che mi aveva fatto sentire più vivo che mai.

“Marco, hai preso l’acqua?” Valentina mi stava guardando, la sua espressione era serena, incuriosita dalla mia apparente distrazione.

“Sì, sì, eccola,” risposi, scuotendo la testa come per liberarla dalla nebbia. Afferrò la bottiglia e iniziamo a camminare, lasciando l’auto e quel parcheggio che ora vibrava di memorie clandestine.

La spiaggia era ampia, deserta in questa stagione ancora pre-turistica. Il vento portava il salmastro e il profumo dei pini. Valentina parlava ancora, indicando una formazione di dune più alte. “Qui è bellissimo, non ricordavo fosse così ampio.”

Io ricordavo. Ricordavo esattamente quella duna, quella particolare, con la forma curva come un seno. Mi fermai quasi impercettibilmente, il mio respiro si bloccò per un secondo. Era qui. Qui, nello stesso punto, qualche anno dopo l’episodio con Claudia, in una serata di agosto calda e senza luna. Io, completamente nudo, la mia corporatura robusta esposta alla brezza marina, il mio piccolo cazzo eretto sotto lo stellato. E lui, il ragazzo, bello, atletico, probabilmente ventenne – sempre ventenne nei miei ricordi, sempre consenzienti, sempre desideranti, mi assicuravo mentalmente – con il suo corpo tonico sdraiato sulla sabbia ancora calda. Lo avevo inculato. L’avevo preso da dietro, mentre lui si era appoggiato a quattro zampe, la sua schiena muscolosa un arco perfetto. Il ricordo fisico era prepotente: la sensazione della sabbia fine sotto i miei piedi nudi, il calore del suo corpo, la resistenza iniziale dell’ingresso, poi la cedevolezza totale. Il mio membro piccolo, per una volta, non era un limite. Nell’atto di penetrazione da quella posizione, la profondità, l’intimità del contatto, erano totali. Lui aveva gridato, non di dolore, ma di piacere, un piacere che sembrava sgorgare dalla sua sottomissione. Le mie mani, larghe e forti, erano sulle sue anche, spingendo, guidando il ritmo. Il suono della nostra pelle che si univa, dei nostri respiri affannosi, del mare che frusciava poco distante. E la vista: il suo culo sodo, perfetto, che si contraeva e si rilassava con ogni mia spinta, mentre il mio cazzettino faceva il suo lavoro, fino alla conclusione violenta, dentro lui, un getto che mi aveva lasciato tremante e vuoto. Valentina parlava di una pianta di ginestra che aveva visto, ma io rivivevo ogni pressione, ogni gemito, ogni onda di quel piacere che era stato così primitivo, così possessivo.

Camminavamo ancora, avanzando lungo la battigia. Valentina si fermò a raccogliere una conchiglia, la osservò con quel suo modo delicato. Io guardavo avanti, e un altro landmark della mia geografia privata apparve: la piccola insenatura dove la spiaggia si curvava, protetta da una duna più alta. Qui, la memoria si biforcò, diventando ancora più complessa, ancora più umiliante ed esaltante. Era stato più o meno nello stesso periodo dell’episodio con il ragazzo sulla duna. Una coppia, un uomo e una donna, giovani, eleganti anche nella loro nudità occasionale. L’avevo approcciato? No, era stato più un incontro casuale, un riconoscimento reciproco di desiderio nell’aria libera della pineta. Lui, l’uomo della coppia, aveva un corpo slanciato, un viso delicato. Lei, la donna, era più audace. Dopo qualche parlata, qualche drink clandestino, lei si era sdraiata sulla sabbia, invitando me a leccarla. Io lo avevo fatto, con una dedizione che proveniva dalla mia voracità repressa. La sua vulva era bella, depilata, umida già prima del mio arrivo. Il mio viso era tra le sue gambe, la mia lingua esplorava ogni piega, ogni punto, mentre lei gemeva e il suo compagno guardava. E poi, quando lei era quasi al limite, l’uomo aveva detto, con una voce calma e imperativa: “Ora voglio che tu fai lo stesso a me.” Non un pompino. Non una penetrazione. Voleva che io, Marco, lo prendessi in bocca. La sensazione di quel membro, più grande, più imponente, entrare nella mia bocca era stata uno shock totale. L’umiliazione era dolce, voluta. La sottomissione era completa. Avevo fatto quello che mi aveva ordinato, con una tecnica imparata dalla mia vita nascosta, sentendo il suo piacere crescere nella mia bocca, sentendo il potere che aveva su di me. Quando aveva finito, il suo getto era stato abbondante, caldo, e io avevo accettato tutto, ingoiando, sentendo quel fluido come un sigillo della mia posizione. Valentina, nella realtà presente, mi chiedeva se volevo fermarsi per una foto. “No, no, continuiamo,” risposi, la voce un po’ più secca del normale.

Girammo, lasciando la spiaggia per il viottolo che separava le dune dalla pineta propriamente detta. Qui, l’ombra era più densa, il profumo dei pini più intenso. Il sentiero era quello preciso. Valentina. commentò il silenzio, la pace del luogo. Io riconoscevo ogni ciuffo di erba, ogni curva. Qui. Proprio qui, sotto quel gruppo di pini con la forma particolare, un altro episodio. Un ragazzo, solo, che aveva iniziato a parlare con me. Poi, era arrivata una sua compagna, una donna bruna e sorridente. La dinamica era stata rapidissima, come spesso accadeva in questi luoghi di libertà clandestina. Lei si era messa su una coperta, aveva aperto le gambe. Io, senza quasi parlare, aveva iniziato a leccarla, a stimolarla, mentre il ragazzo, il suo compagno, si era messo dietro me. E mentre la mia lingua lavorava sulla vulva della donna, sentendo il suo piacere crescere, il ragazzo aveva iniziato a penetrarmi. L’avevo inculato sulla duna, ma ora io ero l’inculato. La sua penetrazione era stata vigorosa, profonda. Il mio corpo robusto, massiccio, era piegato sotto lui, mentre la mia faccia era immersa nel corpo della donna. La sensazione di essere usato da due persone contemporaneamente, di essere il centro di un triangolo di desiderio dove io servivo e ricevevo, era stata vertiginosa. Il piacere fisico della penetrazione nel mio retto, combinato con il piacere di dare piacere alla donna con la mia lingua, aveva creato un’esperienza totale, quasi mistica. Valentina, nel presente, mi toccò il braccio. “Marco, è tutto ok? Sei così assorto, sembra che non sei qui con me.”

La sua voce era gentile, preoccupata. Io mi voltai verso lei, cercando di mettere un sorriso normale sul mio viso. “Sì, sì, tutto ok. Solo… i ricordi. Questo posto mi ricorda vacanze passate,” dissi, una mezza verità che era come un velo sopra un abisso.

Lei sorrise, credendo alla mia semplicità. “Ah, sì, è vero. Venivamo qui anche quando i bambini erano piccoli. Ricordi?”

Io non ricordavo quelle vacanze familiari. Ricordavo solo questo, questa rete di esperienze clandestine che ogni luogo, ogni duna, ogni viottolo, riportava alla luce con una precisione chirurgica. E il percorso continuava. Valentina voleva raggiungere la zona dove la pineta si apriva verso il piccolo lago interno. Ma per me, ogni passo era un trigger. Più avanti, c’era il luogo dove due ragazzi, Paola e… non ricordavo l’altro nome, avevano fatto una cosa che ancora oggi mi faceva arrossire solo a pensarci. Tutto era successo pochi giorni prima. Una dinamica di dominazione reciproca, dove il mio ruolo era ancora quello dell’osservatore partecipante, del servo consenziente. E ancora più avanti, quasi al limite della pineta, il luogo dove avevo fatto un pompino a un trans giovane ed effeminato, con un cazzo che era, semplicemente, stupendo. Una bellezza anatomica che aveva umiliato la mia modestia ma che, nella sua offerta a me, aveva diventato un dono supremo. La sensazione di quel membro perfetto nella mia bocca, la delicatezza dei gesti del trans, la sua voce sottile che mi guidava, erano ricordi che mi bruciavano ancora.

La passeggiata con Valentina era, sulla superficie, molto bella. Il sole, l’aria, la sua compagnia. Ma dentro me, era un film continuo, ininterrotto, di immagini sessuali, di sensazioni fisiche rivissute, di umiliazioni trasformate in piacere, di sottomissioni che erano la mia vera forma di potere. Il mio corpo, robusto, di oltre cinquanta anni, camminava con la dignità di un marito, di un padre. Ma la mia mente, e il mio piccolo cazzo che ora, sotto i jeans, sentiva un formicolio quasi doloroso di reminiscenza, erano completamente immersi in un altro mondo, un mondo dove Marco non era il marito di Valentina, ma il protagonista di una serie di episodi carnali che definivano la sua vera essenza.

Lei si fermò finalmente, indicando una piccola area con una panchina di legno. “Qui possiamo sedersi un momento? Sono un po’ stanca.”

“Certo,” dissi, la voce che mi sembrava provenire da molto distante. Ci sedemmo. Lei si appoggiò a me, la testa sulla mia spalla, guardando il panorama. Io guardavo dietro noi, verso la pineta, verso i sentieri che conoscevo così intimamente. Il mio braccio era intorno a lei, un gesto automatico di decenni di matrimonio. Ma la mia attenzione era catturata da un movimento, lontano, tra i pini. Due figure, giovani, che camminavano mano nella mano. Forse una coppia. Forse due ragazzi. Il mio cuore iniziò a battere più forte. La mia mente, già satura di ricordi, iniziò a proiettare. Immaginare. Che Valentina, ora, si addormentasse un momento. Che io potessi… scivolare via. Che quelle figure… fossero disponibili. Che il mio bisogno, questo bisogno fisico, psichico, di rivivere non solo i ricordi ma le azioni, potesse trovare una nuova espressione, qui, oggi, con mia moglie innocente a pochi metri di distanza.

Valentina parlò, sussurrando quasi. “È così tranquillo. Mi piace essere qui con te, Marco.”

Io stringevo lei un po’ più forte, sentendo il contrasto straziante tra la sua purezza e la mia oscurità desiderante. “Anche a me piace,” mentii, mentre il mio cazzo, piccolo e ora completamente eretto, confinato nei jeans, pulsava con una richiesta silenziosa e urgente. I ricordi non erano sufficienti. Il presente richiedeva qualcosa. Il presente desiderava una continuazione.

La luce del pomeriggio iniziò a cambiare, diventando più obliqua, più dorata. Lei si alzò, disse che voleva tornare verso l’auto prima che la temperatura calasse troppo. Io mi alzai con lei, il mio corpo obbediente alle routine domestiche. Ma la mia mente era ancora là, nella pineta, sulle dune, nei parcheggi. Ogni passo sulla via del ritorno era un replay di un momento sessuale. La mia mano che teneva quella di Valentina era la stessa mano che aveva guidato cazzi, che aveva penetrato, che aveva servito. Il mio viso che sorrideva a lei era lo stesso viso che aveva ricevuto sborsi, che aveva leccato vulve, che aveva espresso piacere e sottomissione.

Quando raggiungemmo l’auto, Valentina si sedette sul passeggero, stanca ma contenta. Io mi sedetti al volante, la stessa posizione dell’episodio con Claudia. Il posto era esattamente quello. Il ricordo mi tornò, ancora più forte. Claudia. La sua bocca. I due ragazzi. L’umiliazione. L’eccitazione. Il mio cazzo piccolo, esposto, usato. Senza pensare, senza quasi volerlo, la mia mano andò tra le mie gambe, sul mio jeans, e applicò una pressione leggera, proprio dove il mio membro era ancora eretto e confinato. Mia moglie parlava di cosa fare per la cena. Io guardavo il finestrino, il panorama del parcheggio, e vedevo non il presente, ma il passato, sovrapposto come un film in trasparenza.

“Marco, dai, partiamo. Si fa sera,” disse lei, la sua voce un po’ più insistente.

Io accesi il motore, il rumore familiare che riportava alla realtà. Ma la realtà non era sufficiente. La realtà era un guscio vuoto. La verità era nei ricordi, e nella possibilità che quei ricordi potessero diventare presente. Mentre guidavo lentamente lungo la strada sterrata verso l’uscita della pineta, il mio sguardo catturava ogni movimento laterale. Un gruppo di tre persone, giovani, che si dirigevano verso le dune più isolate. Una moto parcheggiata, con due ragazzi che fumavano e chiacchieravano. La mia mente lavorava, progettava. Valentina era distratta, guardava il suo telefono, controllava messaggi. Io…

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