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Gay & Bisex

Torre del lago 25/03/26


di Membro VIP di Annunci69.it cazzobonsai69
25.03.2026    |    2.740    |    5 9.0
"Lui lavorava con dedizione, come se fossi dotato di un’arma maestosa, e non di un cazzetto che scompariva quasi completamente nella sua bocca..."

TORRE DEL LAGO 25/3/26
STORIA VERA


“Ma guarda che cazzino!” rise una voce femminile, chiara e beffarda, tagliando l’aria umida della pineta.

Il mio orgasmo si stava già ritirando, lasciando quel senso di vuoto e di vergogna che ben conoscevo. Ma quella risata, quel disprezzo gioioso, fece contrarre di colpo lo stomaco e, incredibilmente, un’ultima, flebile scossa di piacere percorrere la base del mio cazzo. Ero ancora bagnato di sborra, e lei, a venti metri, mi stava indicando con pollice e indice, mimando qualcosa di minuscolo. Il suo ragazzo le sussurrava all’orecchio, ridacchiando. Il ciclista, inginocchiato davanti a me, si leccava le labbra, assaporando il mio seme, la sua mano che si muoveva veloce sul proprio cazzo rigido. Non si era nemmeno accorto di loro.

Tutto era iniziato un’ora e mezza prima, con la mia fuga. Un giorno libero, nuvole basse invece del solito sole, e la necessità di allontanarmi da tutto. Da casa, dai conoscenti, dai loro sguardi che sembravano sempre misurare qualcosa in me che non tornava. Torre del Lago, la spiaggia deserta in settimana, le dune alte. Camminai a lungo, prima verso Pisa, poi invertii verso Viareggio. Il bisogno di urinare mi spinse tra le dune, dietro un cespuglio di ginepro.

Fu lì che lo vidi. Un ciclista in mountain bike, tuta aderente nera, casco e occhiali scuri. Girava in cerchio, lentamente, come un predatore o qualcuno che aveva perso qualcosa. Non riuscivo a dargli un’età. Osservai mentre, con un gesto furtivo, infilava la bici tra la vegetazione e si inoltrava nella pineta. La curiosità fu più forte della prudenza. Lo seguii, i miei passi silenziosi sulla sabbia e sugli aghi di pino.

Dopo pochi metri, la scena. Una radura nascosta. Lui, il ciclista, accovacciato dietro un tronco caduto. E davanti a lui, forse a quindici metri, una coppia. Giovani, belli, forse sui venticinque anni. Lui, magro e tonico, era dietro di lei, che si reggeva a un pino. La teneva per i fianchi, e la sua penetrazione era profonda, regolare. Un colpo secco, poi un altro. Il suono umido della loro unione arrivava fino a me, miscelato ai loro respiri affannati. Lei gemette, un suono basso e roco. Lui mormorò qualcosa che non capii.

Il ciclista non si era nascosto più di tanto. Teneva una mano infilata nei pantaloni corti, e il movimento del braccio era inequivocabile. Si stava masturbando. Li osservava come si guarda un film. E loro… loro dovevano averlo notato. A un certo punto, la ragazza girò la testa di lato, la guancia premuta contro la corteccia, e i suoi occhi sembrarono posarsi direttamente sul ciclista. Non urlò, non si fermò. Anzi, chiuse gli occhi e affondò indietro, incontro alla spinta del suo compagno, un sorriso fugace sulle labbra.

Un’ondata di calore mi salì dal petto. Senza nemmeno pensarci, sbottonai i jeans e tirai fuori il mio cazzo. Piccolo, morbido, un po’ flaccido per l’emozione. Lo afferrai e iniziai a tirarlo, lentamente. La vista di quei corpi giovani e ardenti, il suono dei loro corpi che si schioccavano, l’audacia del ciclista… tutto concorreva a farmi eccitare. Il sangue iniziò a scorrere, a riempire lentamente il glande.

Il ciclista si accorse di me. Girò la testa, i suoi occhiali riflessivi imperscrutabili. Fece un cenno rapido con la mano libera: indice sulle labbra, poi palmo verso il basso. Stai zitto. Non fare rumore. Annui, e continuai a masturbarmi, synchronizzando le mie strizzate al ritmo delle sue, che era a sua volta sincronizzato con le spinte dell’uomo sulla ragazza. Era un’orchestrazione perversa e silenziosa.

La coppia accelerò. I suoi gemiti divennero più acuti, i suoi. Lui afferrò i suoi fianchi con più forza, i pollici che affondavano nella carne. “Sto per…” gridò lui, ma la frase fu interrotta. Si staccò da lei, le fece fare un mezzo giro e, tenendole la testa, le esplose in faccia. Non era per lei. Era diretto al ciclista. Uno schizzo bianco e spesso che le imbrattò la guancia e il seno, ma un getto più lungo volò attraverso l’aria e atterrò sulla spalla e sul casco del ciclista, che rimase immobile, la mano che si era fermata.

La coppia, ridacchiando, iniziò a pulirsi alla meno peggio, raccogliendo i vestiti. Noi, dietro il tronco, restammo immobili. La mia eccitazione, che aveva raggiunto un picco, iniziò a svanire rapidamente. Il mio cazzo divenne mollo tra le dita. La coppia sembrò allontanarsi, scomparendo tra gli alberi.

Il ciclista allora si mosse. Senza una parola, si avvicinò a me. Allungò la mano e, con due dita, indice e medio, mi afferrò il cazzo. Non era una presa da sega, era un pizzicotto esperto, una stimolazione precisa sul frenulo. Un brivido mi percorse. Lui si inginocchiò nella sabbia, davanti a me. I suoi occhiali erano opachi, ma vidi il riflesso della mia figura, goffa e ansante. Poi abbassò la testa.

La sua bocca fu una rivelazione. Calda, umida, esperta. Non succhiò, non fece movimenti esagerati. Avvolse semplicemente il mio piccolo membro con le labbra, applicando una pressione perfetta, e iniziò a muovere la lingua. La punta danzava sul glande, sotto il corona, lungo il frenulo. Era una sensazione concentrata, intensissima. Le mie mani si aggrapparono ai suoi capelli corti, sudati sotto il casco. Lui lavorava con dedizione, come se fossi dotato di un’arma maestosa, e non di un cazzetto che scompariva quasi completamente nella sua bocca.

Fu allora che alzai lo sguardo. E li vidi. La coppia non era andata via. Erano appoggiati a un pino, forse a venti metri, e ci osservavano. Lei, ancora seminuda, con le tracce bianche sul petto, stava ridendo. Rideva di me. Puntava chiaramente verso la mia inguine, poi stringeva pollice e indice, mimando qualcosa di minuscolo. Lo mostrava al suo ragazzo, parlando a bassa voce. Una fiamma di vergogna mi bruciò il viso, ma da quella vergogna, come un fungo velenoso, spuntò un’eccitazione feroce, primordiale. Mi stavano guardando. Ridevano del mio cazzo piccolo. E questa consapevolezza fece esplodere una cascata di dopamina nel mio cervello. Il mio cazzo, nella bocca abile del ciclista, diventò di pietra.

“Sì…” sibilai, non so se a lui o a loro. Il ciclista accelerò, le sue dita mi strinsero le palle, massaggiandole. La pressione nella mia pancia divenne insopportabile. “Sto per venire…” annunciai, e lui non si allontanò. Anzi, affondò di più, prendendomi tutto quel poco che c’era da prendere.

L’orgasmo mi colpì come un treno. Non fu un’esplosione lunga, ma concentrata, violenta. Sparai nella sua bocca, tre o quattro scatti profondi, e ogni contrazione del mio basso ventre sembrava sincronizzata alle risate mute della ragazza laggiù. Il ciclista rimase immobile, raccogliendo ogni goccia. Poi si ritirò lentamente, e io vidi la mia sborra bianca sulle sue labbra. Lui si leccò con lentezza, quasi con devozione, gli occhi chiusi. Poi, senza nemmeno degnare di uno sguardo i due spettatori, iniziò a masturbarsi con vigore, il suo cazzo grosso che spuntava dalla tuta.

La ragazza, allora, fece quel gesto. Portò le dita alle labbra e mi mandò un bacio, accompagnato da una risata che finalmente udii chiaramente. Poi presero per mano e si allontanarono, svanendo nella pineta.....

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