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Lui & Lei

Il ritorno di Claudia. Pasqua 2026


di Membro VIP di Annunci69.it cazzobonsai69
04.05.2026    |    518    |    0 8.7
"Rimasidentro a lei, per un momento, sentendo le ultime pulsazioni del mio cazzo e i tremori del suo corpo..."
Il ritorno di Claudia. La mia storica amante.
Pasqua 2026
Storia vera


La luce filtrava dalle tende bianche, creando un gioco di ombre sul corpo di Claudia che si stava avvicinando. Il suo corpo, nudo, era una cartografia di desideri che io, Marco, conoscevo meglio di qualsiasi altro luogo. I miei occhi, oltre cinquanta anni che avevano visto tanto, si fissavano ora solo su lei. Sulle curve dei suoi fianchi larghi, sul seno sodo che manteneva una fermezza incredibile, su quel ciuffo di peli neri che dalla sua figa si spandevano verso l’interno delle sue cosce potenti. L’aria nella stanza era calda, impregnata del nostro odore misto, di sudore, di sborro, di piacere.

Era tornata. Per le vacanze pasquali, per lavoro. Milano. Una cena con le famiglie, una formalità che aveva scatenato in me un vortice di ricordi e di voglie. Non avevo bisogno di parole. Non ne aveva bisogno lei. Quel mattino, mentre suo marito e suo figlio erano “a pescare”, una scusa così banale ma così efficace, io avevo bussato alla porta del suo appartamento in quel quartiere tranquillo. Lei aveva aperto, già vestita solo in quella lingerie bianca, trasparente, che lasciava vedere ogni cosa, ma non lasciava vedere tutto. Era una promessa. Un invito.

Appena entrato, avevo agito. Non un saluto, non un “come stai”. Il mio corpo aveva reagito come se il tempo degli ultimi anni fosse stato solo un intermezzo. Le mie mani si erano posate sulle sue spalle, la mia bocca aveva trovato la sua. Un bacio profondo, vorace, un bacio che era una dichiarazione di possesso, di riconquista. Lei aveva acconsentito, aveva aperto la bocca, aveva permesso alla mia lingua di esplorare, di ricordare. Il suo respiro si era fatto affannoso quasi immediatamente. La voglia era fisica, immediata, un bisogno che scavava nello stomaco e si irradiava fino alle dita.

Mi aveva guidato verso il letto, senza una parola. Le sue mani mi avevano spogliato, togliendo la mia camicia, i miei pantaloni, con una rapidità che dimostrava la sua stessa urgenza. Io non avevo resistito, non avevo fatto nulla per aiutarla. Volevo essere maneggiato, volevo essere ridotto a oggetto del suo desiderio. Quando rimasi solo con i miei boxer, lei si fermò. I suoi occhi scuri si abbassarono verso il mio pube. Lo sapeva. Lo ricordava. Il mio “cazzettino”, come lo chiamavo senza vergogna nella mia mente. Piccolo, non impressionante, ma lei non sembrava mai preoccuparsi di quello. Per lei, era semplicemente una parte di me, e della nostra storia.

Lei si inginocchiò. Il mio cuore accelerò. Non era una posizione di subordinazione, era una posizione di potere. Lei aveva il controllo ora. Le sue mani sfilacciarono l’elastico dei miei boxer e li tirarono giù. Il mio cazzo, piccolo, già semieretto per l’anticipazione, fu esposto all’aria e alla sua vista. Lei non sorrise, non fece una smorfia. Si concentrò. Un’attenzione totale che mi fece sentire più desiderato che mai.

La sua mano lo afferrò. Non con forza, ma con una precisione chirurgica. Le sue dita, calde, si muovevano lungo la lunghezza, dall’attaccatura alla punta. La sensazione era di un fuoco concentrato, tutto il mio essere sessuale compresso in quel piccolo spazio. Lei lo studiò, come se fosse un oggetto prezioso che aveva perduto e ritrovato. Poi, abbassò la testa.

La sua bocca si avvicinò. Le sue labbra, carnose, si aprirono. Il primo contatto non fu sulla punta, fu sul lato. Un tocco leggero, quasi un bacio, lungo la parte superiore del mio glande. Un fremito mi attraversò dalle ginocchia alla nuca. Lei lo sentì, perché la sua mano si strinse un poco più forte, come per tenere fermo quel tremore. Poi, iniziò.

Il pompino non fu violento, non fu aggressivo. Fu metodico, esperto, profondamente sensuale. La sua bocca lo inghiottì, non tutto, perché non era possibile, ma lo inghiottì con una tecnica che usava ogni parte della sua cavità orale. Le sue labbra si serravano alla base, creando un’onda di pressione che si muoveva verso la punta. La sua lingua, simultaneamente, faceva lavoro supplementare. Si muoveva sotto la testa, stimolando la parte più sensibile, quel punto dove il piacere si accumulava come un’energia elettrica.

I suoi movimenti erano ritmati, ma non monotoni. Variava la velocità, la profondità, l’intensità della sua pressione. A volte si fermava completamente, lasciando solo la sua lingua a lavorare, a volte aumentava il ritmo fino a un livello quasi frenetico. Ogni variazione era calibrata per massimizzare il mio piacere. Io stavo in piedi, le mie mani ora posate sui suoi capelli, non per guidarla, ma per sentire il movimento della sua testa, per sentire la sua dedizione a questo atto.

Il mio respiro diventò irregolare. Gemiti bassi, quasi ringhi, uscivano dalla mia bocca. La sensazione era troppo concentrata, troppo potente. Tutto il mio corpo era un circuito che terminava in quel punto, nel suo calore, nella sua umidità, nella sua tecnica. Lei mi guardava, mentre lavorava. I suoi occhi erano aperti, fissi sui miei, comunicando un’intesa che non necessitava parole. Lei voleva questo. Voleva sentire la mia reazione, voleva vedere il piacere che costruiva.

Lei accelerò ancora. Una mano si mosse verso il mio sacco, le dita lo palpavano delicatamente, massaggiando i testicoli, aggiungendo un altro livello di stimolazione. Era un’esperienza totale. La sua bocca, la sua lingua, la sua mano. Un’attenzione che mi faceva sentire come il centro del suo universo, almeno per quel momento. E io lo ero. Per lei, per quel rituale, io era tutto.

La tensione in me iniziò a costruire, un’accumulazione di pressione che sentivo fisicamente, come un liquido che si preparava a essere spinto fuori da un tubo troppo stretto. I miei muscoli si contrarono. Le mie dita si serrarono nei suoi capelli. Lei lo percepì. Il suo ritmo diventò più insistente, più diretto. La sua bocca si focalizzò sulla punta, usando la lingua come uno strumento principale, mentre le labbra creavano una pressione costante.

Io non cercavo di resistere. Non volevo resistere. Volevo darle quello che lei cercava. Volevo darle il mio orgasmo, il mio liquido, la prova fisica del suo potere su me. Un grido mi uscì, basso, gutturale. E poi, la liberazione.

La sborra non fu una quantità enorme, ma fu intensa. Fu un getto che partì dal mio corpo e si riversò direttamente nella sua bocca. Lei non si fermò. Continuò a muovere la sua bocca, a succhiare, a inghiottire, prendendo tutto, assorbendo tutto. Non ci fu un singolo movimento di disgusto, di ritiro. Lei accoglieva, consumava. L’atto stesso era il suo piacere.

Quando il flusso cessò, lei si fermò. Lentamente, ritirò la sua bocca, lasciando il mio cazzo, ora piccolo e flaccido, libero. Un filo bianco ancora collegava la sua labbra inferiore al mio corpo. Lei lo guardò, poi lo fece scivolare nella sua bocca con un ultimo movimento della lingua. Poi, si alzò.

Non parlammo. Non c’era bisogno. I nostri occhi si incontravano, carichi di una comprensione profonda. Lei si avvicinò, e io la baciai. Un bacio che ora era diverso. Era un bacio che mescolava il mio sapore, il suo sapore, il sapore del nostro desiderio reciproco. Era un bacio che era una celebrazione di quello che aveva fatto, e di quello che sarebbe seguito.

Le mie mani si muovevano sul suo corpo, finalmente libero di toccare quella lingerie trasparente che ora era solo un ostacolo. Le mie dita trovavano i bordi del suo reggiseno, lo scostavano. Il suo seno sodo fu esposto. La pelle era calda, ferma, i capezzoli già eretti, duri come piccole pietre. Le mie mani li afferrarono, non con delicatezza, ma con un bisogno fisico. Li strizzavo, li massaggiavo, sentendo la loro reazione sotto le mie dita.

Lei si piegò verso me, offrendo il suo seno alla mia bocca. Io accolsi. La mia lingua trovò un capezzolo, lo circondò, lo stimolò con movimenti circolari. Lei gemette, un gemito alto, chiaro, che riempì la stanza. La sua mano trovò la mia testa, tenendola ferma, guidando il mio movimento. Io alternavo tra i due, dando attenzione uguale, mentre le mie altre mani scendevano.

Scendevano verso i suoi fianchi larghi. Li afferrai, sentendo la massa muscolare, la potenza del suo corpo. Le mie dita si infilarono sotto la sua lingerie, trovando la sua figa. Il ciuffo nero era la prima cosa che sentivo, una foresta morbida, calda. Le mie dita lo attraversarono, trovando l’ingresso.

Era già umida. Molto umida. L’umidità non era solo per me, era per lei, per il suo proprio desiderio che aveva costruito durante il suo atto su me. Le mie dita entrarono, senza resistenza. L’interno era caldo, pulsante, vivo. Lei si strinse intorno a un dito, poi due. I suoi muscoli interni lavoravano, mi accoglievano, mi stimolavano.

Lei si staccò dal mio bacio, si spostò, si girò, e si posò sul letto. Era una posizione di offerta. Si sdraiò, le gambe aperte, il suo corpo esposto come un territorio da conquistare. Io non mi feci pregare. Mi posizionò tra le sue gambe, le mie mani sulle sue cosce, le mie dita ancora dentro lei. Ma ora volevo altro.

Volevo leccarla. Volevo sentirla sulla mia lingua. Volevo dare a lei il piacere che lei aveva dato a me. Abbassò la testa. La mia bocca si avvicinò alla sua figa. Il ciuffo nero era una barriera morbida che la mia lingua attraversò facilmente. Trovò il clitoride. Era prominente, eretto, una piccola perla di desiderio. Io la circondò.

Il movimento della mia lingua fu preciso, focalizzato. Non era un movimento selvaggio, era un movimento studiato. Io sapevo come lei lo preferiva. Sapevo che amava una pressione costante, con variazioni di velocità, con momenti di pura attenzione sulla punta. La mia lingua lavorò secondo quella conoscenza. Lei reagì immediatamente. Il suo corpo si contorse sul letto. Le sue mani si aggrapparono alle lenzuola. I suoi gemiti diventarono una sequenza continua, un flusso di suoni che erano la musica del suo piacere.

La mia lingua si muoveva dal clitoride all’ingresso, tastando l’umidità, la temperatura, la reazione dei suoi muscoli. A volte entrava dentro, solo un poco, solo per sentire l’interno, poi ritornava al punto focale. Lei si muoveva sotto me, le sue cosce si serravano intorno alla mia testa, non per bloccare, per intensificare il contatto. La sua pressione era forte, ma non dolorosa. Era una pressione che voleva più di me.

Il suo orgasmo arrivò, non con un’esplosione drammatica, ma con un’onda lunga, profonda. Il suo corpo si irrigidì, poi si rilassò in una serie di spasmi. I suoi gemiti diventarono un lungo, basso lamento di pura liberazione. Io continuò, non fermandomi, perché sapevo che lei amava la stimolazione continua anche dopo l'orgasmo. La mia lingua continuò il suo lavoro, gentile ora, più gentile, fino che lei finalmente mi tirò via con le sue mani.

Lei mi guardò, i suoi occhi erano annebbiati dal piacere. Non parlò. Si girò. Si posizionò a pecorina. Le sue mani si appoggiavano sul letto, il suo corpo si inarcava, offrendo la sua figa e il suo culo in una vista che mi fece gemere. Io mi alzò. Il mio cazzo, ora eretto per il suo lavoro e per la vista, era pronto. Non era grande, ma era pronto.

Mi avvicinai. Le mie mani si posarono sui suoi fianchi larghi, afferrando la carne, sentendo la potenza del suo corpo in questa posizione. Il mio cazzo trovò l’ingresso della sua figa. Era un’entrata facile, lubrificata dal suo orgasmo e dalla mia saliva. La penetrai.

Il sentimento era di completa fusione. Il suo interno era caldo, vivo, e si adattava a me perfettamente. Non c’era spazio vuoto, non c’era disagio. Era un’accoppiamento che sentivo in ogni nervo del mio corpo. Iniziai a muovermi.

Il movimento non fu lento. Fu immediatamente vigoroso. Le mie mani guidavano il suo corpo, tirandolo verso me con ogni thrust. Lei si muoveva con me, ritrovando il ritmo, gemendo con ogni mio movimento. Il suo culo, grande, potente, si muoveva davanti a me, una vista che alimentava la mia voglia.

Il mio ritmo aumentò. Non cercava di essere gentile. Cercava di essere efficace. Cercava di raggiungere il mio proprio orgasmo, ma anche di darle più piacere. Ogni thrust era profondo, ogni ritiro era quasi completo, ogni re-entrata era un nuovo impatto che lei sentiva e reagiva a. La stanza era pieno dei nostri suoni: dei nostri respiri affannosi, dei nostri gemiti, del rumore del mio corpo che incontrava il suo.

Lei iniziò a parlare, finalmente. Parole spezzate, gutturali. “Così… così… Marco… così…” Non erano istruzioni, erano celebrazioni. Io le rispondevo con grunti, con suoni animali che erano la mia sola lingua ora. Il mio corpo si preparava per un nuovo orgasmo. La tensione si accumulò, più forte che prima, perché ora era accompagnata dalla vista, dal sentimento della sua figa intorno a me, dal potere della posizione.

Non cercavo di resistere. Cercavo di esplodere dentro lei. Un ultimo colpo, profondo, violento, e poi il rilascio. La sborra fu scaricata dentro lei, un getto che sentivo fisicamente mentre lasciava il mio corpo. Lei lo sentì, perché il suo corpo si contorse ancora, un secondo orgasmo che si mescolava con il mio. I nostri gemiti si fusero in un suono unico.

Rimasidentro a lei, per un momento, sentendo le ultime pulsazioni del mio cazzo e i tremori del suo corpo. Poi, lentamente, il mio cazzo si ritirò. Lei si girò, si sdraiò sul letto, guardando me. I suoi occhi erano pieni di una soddisfazione profonda. Non parlammo ancora. Ci guardammo semplicemente.

Poi, lei si alzò. “Doccia,” disse, semplicemente. La sua voce era bassa, rotta dal piacere. Mi alzai, seguendola. Il nostro cammino verso il bagno era silenzioso, ma il nostro corpo parlava. La nostra pelle era coperta del nostro misto, del nostro lavoro.

La doccia era spaziosa. Lei entrò per prima, io dopo. L’acqua era calda, immediatamente. Lei si girò verso me, prendendo il docciaschiuma. Non parlò, ma le sue mani iniziarono a lavorare. Le sue dita si muovevano sul mio corpo, lavando ogni parte, massaggiando ogni parte. Era un atto di cura, di pulizia, ma anche di possesso. Lei lavava il mio petto, le mie braccia, la mia schiena, le mie gambe. Ogni movimento era gentile, ma fermo.

Io feci lo stesso per lei. Le mie mani trovavano il suo corpo sotto l’acqua, lavando il sudore, lavando il nostro misto. Lavavo il suo seno, i suoi fianchi, la sua figa. Il ciuffo nero era ora liscio sotto l’acqua, sotto le mie dita. Lei si piegò un poco, offrendo più accesso. La lavai e massaggiai la sua figa, senza intento sessuale ora, solo con intento di cura. Era un momento di intimità diversa, un momento di connessione dopo la connessione sessuale.

Finimmo. Lei si girò, si asciugò con un asciugamano grande, poi mi passò un altro. Ci asciugammo, ancora silenziosamente. L’aria nella stanza del bagno era calda, umida. Lei mi guardò, poi si voltò, e tornò nella stanza principale. Io la seguii.

Tornati nella stanza, mi sdraiai sul letto, nudo, completamente esposto. Lei rimase nel bagno per un momento più lungo. Aspettai. Il mio corpo era rilassato, ma la mia mente era ancora carica. Il desiderio non era finito. Era solo trasformato.

Quando lei uscì dal bagno, il mio cuore si fermò per un secondo. Era completamente nuda, ma non era solo nuda. Aveva uno strapon. Uno strapon nero, lucido, che si adattava al suo corpo con un’imbracatura che passava sui suoi fianchi. Era di una dimensione moderata, non enorme, ma impressionante. Era una vista che mi fece immediatamente eccitare.

Lei si avvicinò, senza parlare. I suoi occhi erano fissi sui miei, comunicando un’intesa che non necessitava parole. Lei sapeva quello che volevo. Io sapevo quello che volevo. Il mio corpo lo sapeva. Il mio cazzo, piccolo, era già eretto, ma ora non era il centro. Il centro era lei, e quello che portava.

Lei si fermò davanti al letto. La sua mano trovò lo strapon, lo tastò, lo posizionò. Era una vista di potere. Lei era diventata il possessore, il penetratore. La mia mente si riempì di immagini, di desideri che non avevo mai confessato a nessuno, ma che lei aveva sempre saputo.

Lei si avvicinò al letto, si posizionò sopra me. Le sue gambe si aprirono, il suo corpo si inarcò, lo strapon si trovò sopra il mio corpo. La sua mano lo guidò, lo posizionò verso il mio culo. Non feci resistenza. Io la aiutai girando un poco, offrendo l’accesso.

Il primo contatto fu di gelido silicone contro la mia pelle calda. Un fremito mi attraversò. Lei lo sentì, perché la sua mano si fermò per un secondo, poi continuò. La punta del strapon trovò l’entrata. Non era lubrificata? No, lei aveva preparato tutto. Era lubrificata, perché l’entrata fu facile, non dolorosa.

Lei iniziò a entrare. Lentamente, con una precisione che dimostrava la sua esperienza. Il sentimento fu di una pressione nuova, di una penetrazione che non era naturale, ma era profondamente desiderata. Il mio corpo si aprì, accogliendo l’oggetto, accogliendo lei. Lei continuò, lentamente, profondamente.

Quando era completamente dentro, lei si fermò. I suoi occhi erano fissi sui miei, comunicando un’intesa che era più profonda di qualsiasi conversazione. Lei sapeva quello che sentivo. Io sapevo quello che sentiva lei. Era un momento di connessione totale, di inversione di potere, di totale abbandono.

Lei iniziò a muovermi. Il suo movimento fu ritmato, preciso. Ogni colpo era un’esperienza nuova. Non era il mio cazzo piccolo dentro la sua figa. Era un oggetto potente dentro il mio corpo, controllato da lei. Il piacere fu immediato, intenso, diverso. Era un piacere che veniva dalla subordinazione, dalla totale accettazione di lei come dominante.

Il mio corpo reagì con spasmi, con gemiti che erano più alti, più disperati che prima. Lei li accolse, accelerando il suo ritmo. Le sue mani si posarono sul mio petto, afferrandolo, guidando il mio corpo mentre lei muoveva. Era un controllo totale. Era una possessione totale.

Il mio orgasmo costruì, non dalla stimolazione del mio cazzo, che era ora ignorato, ma dalla stimolazione interna, dalla psicologia della situazione. La tensione si accumulò, una tensione che era mentale e fisica insieme. Io non cercava di resistere. Cercava di esplodere sotto il suo controllo.

Lei accelerò ancora, i suoi colpi diventarono più profondi, più insistenti. Il mio corpo si contorse, i miei gemiti diventarono un continuo lamento. Lei lo vide, lo sentì, e continuò, fino che il mio corpo finalmente rilasciò. Un orgasmo che non era accompagnato da sborra, perché il mio cazzo non era stimolato, ma era un orgasmo totale, che veniva da tutto il mio essere.

Il mio corpo si rilassò, completamente esausto, completamente soddisfatto. Lei si fermò, lentamente ritirò lo strapon, poi si sdraiò vicino a me. Non parlò. La sua mano trovò la mia, si strinse. Il nostro respiro era sincronizzato. Dio mio quanto mi mancava Claudia.
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