orge
Orgia a Marina di Massa Giugno2024
cazzobonsai69
22.10.2025 |
3.186 |
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"Un orgasmo silenzioso e violento mi scuote, un tremito che parte dalle palle e mi sferza tutto..."
Storia vera Giugno 2024 a Marina di MassaLa porta si aprì e lì, nel quadro dello stipite, apparve un altro giovane. Alto, con spalle larghe e un sorriso smagliante che prometteva guai. I miei occhi, però, scivolarono immediatamente più in basso, verso il rigonfiamento nei suoi pantaloni corti. Davvero notevole.
“Ciao a tutti! Scusate il ritardo,” disse la sua voce, profonda e disinvolta. “Sono Paolo.”
Roberta gli andò incontro e lo baciò sulle guance. “Paolo è un nostro carissimo amico di Milano. Spero non ti dispiaccia, Marco, ma abbiamo pensato… potrebbe unirsi a noi?”
Sergio mi guardò, un lampo di complicità nei suoi occhi scuri. “Paolo è come noi, sai? Attivo e passivo. Un vero intenditore.”
La mia bocca era improvvisamente secca. Il caldo dell’estate massese sembrava essersi concentrato tutto in quel salotto. Dovevo solo annuire. Feci così, sentendo il battito del mio cuore accelerare fino a un rullio sordo nelle orecchie. “Certo. Piacere, Paolo.”
Il nuovo arrivato mi strinse la mano, la sua presa era ferma, sicura. I suoi occhi mi scrutarono per un attimo, poi scesero, sfacciatamente, proprio lì dove il mio piccolo segreto era nascosto dai jeans. Sorrise, non con derisione, ma con una curiosità che mi elettrizzò. Non era uno sguardo che ero abituato a ricevere.
L’atmosfera cambiò all’istante. L’aria divenne spessa, carica di un’elettricità tangibile. Non si parlò più di vacanze o di lavoro. I discorsi divennero sguardi, sorrisi languidi, doppi sensi sussurrati.
Fu Sergio a muoversi per primo. Si avvicinò a me e, senza preamboli, la sua mano sfiorò il mio petto attraverso la maglietta. “Secondo me siamo tutti un po’… surriscaldati, no?”
Roberta rise, un suono cristallino, e si slacciò il reggiseno sotto la canottiera, lasciando intravedere il seno piccolo e sodo. Paolo, intanto, si era seduto sul bracciolo del divano e si stava già massaggiando il suo grosso stampo attraverso la stoffa dei pantaloncini.
“Io direi di sì,” borbottai, la voce più roca del solito. Le mie dita si mossero da sole verso la cintura. Uno dopo l’altro. I bottoni dei jeans, la cerniera che scese con un sibilo che sembrò assordante nel silenzio teso della stanza.
Fu una specie di valanga. In un attimo, i vestiti volarono via, un turbine di cotone e lino che atterrò sul pavimento. E lì, in piedi nel salotto di Pietrasanta, eravamo nudi. Quattro corpi, quattro storie, quattro desideri esposti sotto la luce calda della lampada.
E i nostri cazzi, durissimi, puntavano verso il soffitto come armi.
Il mio, lo vidi con quel misto di vergogna ed eccitazione di sempre, era minuscolo a confronto. Quello di Sergio, lungo e affusolato, un fucile da cerimonia. Quello di Paolo era un mostro, un pesce spada impressionante che dominava il suo pube depilato. Roberta, ancora sul divano, si stava già masturbando, le dita che affondavano lentamente nella sua figa perfettamente rasata, gli occhi chiusi e la bocca semiaperta in un gemito appena percettibile.
Il profumo del suo piacere riempì l’aria, muschiato e dolce. Fu l’inizio della fine.
Senza una parola, Sergio mi afferrò per una spalla e mi guidò verso di lui. I nostri corpi si scontrarono, la sua pelle liscia e calda contro la mia, più vecchia, più rugosa. La sua mano si chiuse intorno al mio cazzo, e un brivido mi percorse tutta la spina dorsale. Non mi toccavano così da… chissà quanto.
Mi spinsi avanti, guidato da un istinto primordiale, e la mia bocca si chiuse intorno alla sua asta. Era caldo, liscio come seta, e un sapore salato e maschile inondò la mia lingua. Gemetti contro la sua pelle, prendendo un ritmo lento e profondo, sentendo le sue dita intrecciarsi tra i miei capelli.
Poi, la sensazione che mi fece quasi sussultare. Una bocca, caldissima e abilissima, si chiuse intorno al mio piccolo cazzo. Aprii gli occhi e, guardando in basso, vidi Paolo inginocchiato davanti a me, i suoi occhi socchiusi fissi sui miei mentre le sue labbra scivolavano su e giù lungo tutta la mia lunghezza. Dio, com’era bravo. La sua lingua batteva frenetica sulla punta, succhiava con una pressione perfetta, le sue mani massaggiavano le mie palle e le mie cosce.
Eravamo una catena umana, un circuito di piacere. Io che succhiavo Sergio, Paolo che succhiava me. E Roberta?
Girai la testa, a fatica, senza staccarmi da Sergio. Lei era scivolata dal divano ed era inginocchiata davanti a Paolo, la sua bionda testa che si muoveva avanti e indietro lungo l’enorme membro dell’amico. Le sue mani non riuscivano neanche a chiudersi intorno a quella circonferenza. Il suono era umido, erotico, il gorgoglio della sua gola che cercava di accoglierlo, i suoi gemiti soffocati.
La mia mente era un vortice di sensazioni. Il calore della bocca di Paolo su di me, così avvolgente e abile che mi faceva tremare le ginocchia. La consistenza liscia e pulsante del cazzo di Sergio sulla mia lingua. I suoni sporchi e primitivi che riempivano la stanza. E la vista di quella ragazza giovane e splendida che si dedicava con feroce determinazione a quel cazzo gigantesco.
Ero il perno, il punto di congiunzione. Il mio piccolo cazzo, spesso fonte di imbarazzo, era ora il centro dell’attenzione di uno stallone, che lo venerava con una bocca da dio. La mia vergogna si scioglieva, sostituita da un’ondata di puro, crudo potere sessuale. Stavo dando piacere e ne stavo ricevendo in modo travolgente.
Paolo intensificò il ritmo, le sue labbra che sembravano volermi divorare. Le sue dita mi scivolarono tra le natiche, sfiorandomi il buco con un tocco esperto che mi fece sobbalzare in avanti, spingendo più a fondo nella gola di Sergio.
“Cosi… così…” sussurrò Sergio, affondando le dita nei miei capelli per guidare il movimento.
Paolo si staccò da me per un istante, il mento lucido di saliva. “Gli piace, eh?” disse, la voce un roco ringhio prima di riaffondare, prendendo non solo il cazzo ma anche le palle nella sua bocca calda, succhiando con una forza che mi tolse il respiro.
Roberta emise un grido soffocato, e vidi le sue spalle contrarsi mentre continuava a lavorare su Paolo, la sua mano che si masturbava freneticamente.
“Non trattenerti…” ansimai, la voce roca contro la pelle di Sergio. “Voglio sentirti venire.”
La punta del suo cazzo pulsò sulla mia lingua.
La mia bocca è ancora piena di Sergio quando la vedo. Roberta, in piedi accanto al divano, non si sta più masturbando. Invece, sta fissando il suo splendido culo allo specchio, reggendo tra le mani un oggetto che fa sobbalzare il mio cuore nel petto. Uno strapon nero, intimidatorio nella sua perfezione artificiale, con un'impalcatura complessa che le cinge i fianchi e un dildo così grande e realistico che per un attimo penso sia vero. Ma è enorme… più di Paolo.
"Ragazzi," dice la sua voce, un po' roca per i gemiti di prima. "Ho una voglia matta di sentirvi tutti dentro di me. Ma prima… voglio assaggiarvi io."
Paolo si stacca da me con un suono umido e schioccante, lasciandomi la pelle del pene fredda e sensibile all'aria. "Finalmente," ringhia, girandosi verso di lei con uno sguardo da predatore. Sergio scivola fuori dalla mia bocca con un leggero gemito di disappunto, ma i suoi occhi brillano di eccitazione vedendo la sua ragazza.
"Posizione, cagnolini," ordina Roberta, e la sua tono è così autoritario e inaspettato che obbediamo all'istante, come ipnotizzati. Paolo per primo, con una smorfia di piacere anticipato, si mette a quattro zampe sul tappeto. Io lo seguo, le mie ginocchia che affondano nella morbida moquette, sentendo l'aria fresca sul buco del culo che Paolo aveva appena sfiorato. Sergio si sistema davanti a me, la sua schiena sudata contro il mio petto, il suo caffè lungo che pende tra le sue gambe.
Oddio, sto per essere… da una donna. La prospettiva mi elettrizza, mescolando un filo di vergogna a un'ondata di eccitazione così potente che mi fa tremare le gambe.
Sentiamo il rumore di una bottiglia di lubrificante che si apre, seguito da un leggero sibito umido. Poi, le sue mani. Una si posa sul fianco di Paolo, calda e rassicurante, mentre l'altra guida la punta del suo strumento.
"Pronto, amore?" chiede Roberta, la voce improvvisamente dolce.
"Più che pronto," ansima lui, spingendo indietro il sedere incontro a quella minaccia di silicone.
Lei spinge. È un movimento lento, inesorabile. Vedo i muscoli della schiena di Paolo contrarsi, le sue nocche che impallidiscono mentre afferra il tappeto. Un grugnito profondo, quasi animale, gli esce dal petto. "Cazzo, Roby… è enorme."
"Lo so, tesoro. Goditelo."
E lo fa. Inizia a muoversi, trovando un ritmo sinuoso e potente. È uno spettacolo surreale. Lui, così maschio e dominante, che viene penetrato da lei, che lo scopa con una forza che non mi aspettavo. Il suono della loro pelle che sbatte è ipnotico. Paolo geme, abbassando la testa e arcuando la schiena per prenderlo tutto, più profondamente. Sergio, davanti a me, si masturba con una mano, osservando fisso la sua ragazza, completamente perso in quell'atto di possesso inverso.
Dopo pochi minuti che sembrano un'eternità, Roberta si ferma, lasciando lo strapon ficcato dentro Paolo che freme. "Sergio, vieni qui. Voglio il tuo."
Paolo scivola da parte con un sospiro di sollievo e piacere, rotolando sul fianco per guardare. Sergio si sistema al suo posto, e il rituale si ripete. Lei lo lubrifica, lo prepara, e poi lo penetra. Lui sobbalza in avanti, un "Oh, cazzo!" che esce dalle sue labbra, e poi inizia a muovere i fianchi incontro ai suoi, afferrandole i glutei per spingerla più a fondo dentro di sé. I suoi gemiti sono più acuti, più disperati di quelli di Paolo.
Poi, silenzio. Solo il respiro affannoso di tutti. Sento lo sguardo di Roberta sulla mia schiena.
"Marco." La mia pronuncia è un sospiro. "Tocca a te. Non aver paura."
La paura è l'ultima cosa che provo. È anticipazione pura, grezza. Mi aggiusto sulle ginocchia, presentandomi a lei, sentendo di essere il più vulnerabile, il più esposto di tutti. La sua ombra mi copre. Le sue dita, ancora unte di lubrificante, mi toccano. Un fremito mi percorre tutta la colonna. Le sue dita massaggiano delicatamente la tensione del mio sfintere, preparandomi. È un gesto di una gentilezza inaspettata che mi scioglie completamente.
"Sei così teso qui," sussurra. "Rilassati. Lascia che ti faccia sentire bene."
Poi, la punta. Fredda, liscia, implacabile. Diversa dalla carne viva. Preme. Io respiro a fondo, spingo indietro il sedere contro di lei in un gesto di sottomissione totale. E poi entra.
Un dolore acuto e bruciante che si trasforma all'istante in un'improvvisa, travolgente pienezza. Un gemito strozzato mi esce dalle labbra. Lei non si muove, mi dà il tempo di abituarmi alla sensazione incredibile di essere così… occupato, riempito.
"Tutto ok?" chiede, la voce piena di sollecitudine.
"Sì… sì… per favore…" ansimo, la faccia premuta contro il tappeto.
Allora inizia a muoversi. Lentamente all'inizio, dei piccoli colpetti esplorativi che mi fanno urlare dentro. Poi prende coraggio, e il suo ritmo diventa regolare, profondo. Ogni spinta mi scuote fino alle fondamenta. Il dolore è ormai un ricordo lontano, sostituito da un piacere trasversale, proibito. Ogni volta che si ritira, è una perdita. Ogni volta che rientra, è un ritorno a casa. Sergio e Paolo ci guardano, si masturbano, mi fissano con occhi che non sono più di giudizio ma di pura invidia. Sto dando spettacolo. E mi sta piacendo.
Dopo un po', Roberta frena i suoi movimenti. "Ora… ora voglio voi dentro di me. Veramente. Voglio la vostra sborra."
Si libera dello strapon con un gesto rapido e si sdraia sul tappeto, spalancando le gambe, offrendoci la vista della sua figa perfettamente rasata, lucida e già gonfia di desiderio. "Chi primo?"
Paolo non se lo fa dire due volte. Si getta su di lei, guidando il suo mostro verso quella fessura con un grido di trionfo. La penetra in un colpo solo, e lei urla, le unghie che gli artigliano la schiena. Lui la scopa con una furia animalesca, e in pochi secondi rugge, il suo corpo che si irrigidisce in un orgasmo violento mentre le si svuota dentro.
È il mio turno. Mi ci fiondo sopra, il mio cazzetto piccolo e durissimo trova subito la sua entrata, ancora stretta e riempita dal passaggio di Paolo. Scivolo dentro con un sibilo. È caldissima, incredibilmente stretta, viva. È una sensazione completamente diversa, mille volte più intensa dello strapon. Comincio a muovermi, un ritmo veloce e nervoso, spronato dai gemiti di lei. "Sì, Marco! Così! È piccolino ma lo sento tutto, cazzo!" Le sue parole mi fanno impazzire. Sembro un coniglio, non riesco a controllarmi. La pressione sale, inarrestabile, fino a che non esplodo con un grido che non riconosco come mio, un getto dopo l'altro, mentre le mie visioni si annebbiano.
Mi accascio su di lei, esausto, ma Sergio mi sposta gentilmente. Lui è il terzo, e il suo approccio è metodico, lento. La penetra con una calma studiata, fissandola negli occhi, e poi inizia a pompare con una lunghezza e una profondità che la fanno urlare di piacere. Raggiunge il suo orgasmo in silenzio, con un lungo brivido, il suo seme che si unisce al nostro dentro di lei.
Il silenzio che segue è rotto solo dai nostri respiri affannosi. Poi, Paolo si avvicina a me, ancora grondante del suo stesso piacere. Senza una parola, si china e la sua lingua, abile e insistentissima, inizia a pulire il mio cazzetto, ancora sensibile e piccolo, leccando via ogni traccia della nostra unione. È un gesto di una intimità sconvolgente. Io, a mia volta, mi giro e faccio lo stesso con Sergio, la mia lingua che raccoglie il sapore salato di lui, di lei, di noi.
Poi, tutti e tre, come guidati da un unico istinto, ci rivolgiamo a Paolo. Lui si sdraia sul tappeta, il suo cazzo mostruoso ancora semi-eretto, coperto di sborra. Ci chiniamo su di lui, Sergio da una parte, io dall'altra, Roberta in mezzo. Le nostre tre lingue iniziano a lavorare su quella distesa di carne, pulendo, leccando, venerando. È un banchetto. Il sapore è forte, maschile, terroso.
Roberta è la prima ad allontanarsi. Ci guarda con uno sguardo ebete e soddisfatto, poi si gira, mettendosi di nuovo a quattro zampe e spalancando le natiche. Lì, tra le sue chiappe perfette, il suo buco del culo è leggermente aperto, e una piccola goccia bianca di seme misto comincia a fuoriuscire, scivolando lentamente lungo la sua pelle.
"Pulitemi," ordina, con la voce roca. "A turno. Voglio sentirvi tutti."
Paolo è il primo. Si avvicina, e la sua lingua, larga e piatta, scivola lungo quella fessura, raccogliendo quella prima, preziosa goccia.
Il silenzio dopo l’ultimo ordine di Roberta era spesso, saturo dell’odore del nostro sudore e del nostro piacere. Respiriamo a fondo, come un unico organismo, mentre la realtà inizia lentamente a riprendere i suoi contorni. La lampada getta ancora una luce calda sui nostri corpi stanchi e lucidi.
Paolo è il primo a rompere l’incantesimo. Con un sospiro soddisfatto, si stacca da Roberta dopo averla pulita con devozione. "Che serata," dice, la voce roca. "Qualcuno ha voglia di qualcosa da bere?"
La proposta è come un sasso lanciato in uno stagno calmo. Sergio annuisce, sfinito ma sorridente. "I miei genitori hanno lasciato una bottiglia di prosecco in frigo. Per un'occasione speciale."
"Beh, direi che questa lo è," aggiungo io, sentendo un’ondata di coraggio che non credevo mi appartenesse. Mi offro spontaneamente. "Lo stappo io."
Mi alzo, le gambe un po' traballanti, e mi dirigo verso la cucina. Il freddo delle mattonelle sotto i piedi nudi è uno shock piacevole. Trovo la bottiglia in frigorifero, già ben fredda, e tre calici nel pensile. Ne prendo quattro, un gesto automatico che mi fa sorridere. Siamo quattro. Ormai siamo un quartetto.
Torno in salotto. I tre sono seduti a terra, appoggiati al divano, le loro forme nude e rilassate che si incastrano perfettamente. Stappo la bottiglia con un pop soffice che sembra un applauso alla nostra follia. Verso il vino spumeggiante, e per un attimo, il solo gesto normale, quasi civile, mi sembra la cosa più perversa di tutta la serata.
Beviamo. Il prosecco è fresco, frizzante, e pulisce il palato dai sapori salati e intensi che ancora ci ricordiamo. Beviamo per noi, per l’audacia, per la scoperta. I nostri sguardi si incrociano sopra il bordo dei calici, pieni di un’intesa nuova, complicata.
"Devo tornare a Milano stanotte," dice Paolo ad un tratto, posando il bicchiere. "Domani mattina lavoro presto."
Un filo di delusione attraversa il gruppo, ma è Sergio a parlare. "Dove hai parcheggiato?"
"Dall’altra parte del paese. Sono venuto a piedi."
È allora che la proposta mi esce dalla bocca prima ancora che il mio cervello abbia finito di formularla. "Ti accompagno io. Ho la macchina qui fuori."
Paolo mi fissa, i suoi occhi scuri che brillano nella penombra. Un sorriso lento gli incurva le labbra. "Sei sicuro? Non voglio disturbare."
"Nessun disturbo," dico, e la mia voce è ferma. Voglio ancora qualcosa. Voglio lui.
Ci vestiamo in un silenzio carico di nuove aspettative. I jeans mi sembrano stranamente costrittivi dopo la libertà della nudità. Scambiamo con Roberta e Sergio delle battute veloci, delle promesse vaghe di rivederci, dei baci d’addio sulle guance che sanno ancora di pelle e di noi.
Poi siamo fuori. L’aria della notte estiva è fresca, quasi frizzante, un balsamo sulla pelle surriscaldata. Camminiamo in silenzio verso la mia auto, il rumore dei nostri passi sull’acciottolato l’unico suono.
Apro la portiera e ci infiliamo dentro. L’abitacolo è piccolo, intimo, e si riempie all’istante del suo profumo, un misto di sudore asciutto, colonia e quel qualcosa di maschile e fondamentale che è solo suo. Attacco la macchina, il motore romba in quel silenzio. Guido attraverso le strade deserte di Pietrasanta, le luci dei lampioni che attraversano il parabrezza come strisce gialle.
La tensione è palpabile, diversa da quella del salotto. Qui è più concentrata, privata, un filo teso solo tra noi due. Getto un’occhiata di sbieco verso di lui. Sta guardando il finestrino, il profilo tagliente illuminato a intermittenza.
"Dove devo andare?" chiedo, per rompere il ghiaccio.
"All’inizio del paese, c’è un parcheggio vicino al camposanto. La mia macchina è lì."
Un camposanto. La scelta del luogo mi sembra sinistramente appropriata per seppellire le mie ultime inibizioni. Annuisco e guido verso il posto che mi indica. Presto, le case si diradano e troviamo un piccolo spiazzo sterrato, buio e isolato, circondato da alti cipressi. Spengo il motore.
Il silenzio che segue è assoluto, rotto solo dal ticchettio del motore che si raffredda e dal nostro respiro.
"Grazie per il passaggio," dice lui, senza guardarmi.
"Figurati."
Poi, si gira. Nel buio, i suoi occhi sono due pozzi neri, intensi. "E grazie per prima."
"Per cosa?"
"Per esserti lasciato andare. Non è da tutti, alla tua età." Non c’è derisione nelle sue parole, solo una curiosità genuina che mi trafigge.
"Non è da tutti, a nessuna età," rispondo, e sento la gola secca.
Sono un uomo di cinquantatré anni, robusto, con un cazzetto piccolo. Lui è un dio greco con un’arma tra le gambe. Eppure, qui siamo.
È lui a muoversi per primo. Un gesto lento, deliberato. La sua mano si posa sulla mia coscia, sopra il denim dei jeans. Il calore mi penetra immediatamente attraverso la stoffa. Un brivido mi corre lungo la schiena.
"Mi è piaciuto molto, come mi guardavi prima," sussurra. "Con quella fame negli occhi."
Non rispondo. Non potrei. Il cuore mi batte così forte che temo lo senta. La sua mano si muove verso l’interno della mia coscia, un’esplorazione lenta e dannata.
Poi, con un respiro profondo, mi sfila la cintura. La cerniglia dei miei jeans scende con un sibilo che sembra un tuono in quel silenzio. I bottoni. La sua mano scivola dentro, oltre il cotone degli slip, e le sue dita si chiudono intorno a me. Sono già durissimo, un ferro pulsante e piccolo nel suo pugno.
"Eccolo qui," mormora, come se parlasse a un animale selvatico. "Il piccolo segreto di Marco."
Mi lascio andare contro il sedile, la testa che cede all’indietro. Dio, le sue dita. Sono callose, forti, eppure si muovono con una delicatezza straziante. Mi masturba con movimenti lenti, studiati, la punta del pollice che prende ritmo sulla mia punta sensibile, già umida.
"Tiralo fuori tutto," ordina, la voce un roco comando.
Mi sollevo appena dai fianchi, abbastanza per abbassare jeans e slip. Il mio cazzo si libera, esposto all’aria fresca della notte e al suo sguardo scrutatore. Nel buio, il contrasto è ancora più evidente. Lui non perde un dettaglio.
Poi, si sposta. Si slancia il suo stesso paio di jeans, quei maledetti pantaloncini estivi, e libera il suo mostro. È ancora semi-eretto, ma già impressionante, un’ombra scura e minacciosa contro la sua pelle chiara. La vista mi toglie il respito. È un’ossessione.
"Guardali," dice, afferrando se stesso con una mano e me con l’altra. Le sue dita si chiudono intorno a entrambi i nostri membri, il suo e il mio, tenendoli insieme nel suo pugno caldo. La differenza è comica, tragica, elettrizzante. La mia lunghezza non arriva neanche a metà della sua, la circonferenza è imbarazzante. Lui li strofina insieme lentamente, la mia punta che scompare contro la base del suo albero.
"Questa è la realtà, Marco," sibila, avvicinandosi al mio orecchio. Il suo respiro è caldo. "Un uomo è un uomo, non importa la misura. Guarda come sono duri entrambi. Guarda come vogliono la stessa cosa."
Chiudo gli occhi, una vergogna antica che si mescola a un’eccitazione brutale. Le sue parole mi scavano dentro, smontano decenni di insicurezze. Il suo pugno si muove su di noi, una masturbazione mutua, sporca, intima oltre ogni dire.
Poi, si ferma. "Ora voglio assaggiarti di nuovo. Solo tu."
Scivola giù dal sedile, la sua figura grande che si rannicchia nello spazio ristretto tra il cruscotto e il mio sedile. Si sistema in ginocchio. Nel buio, vedo solo la sagoma della sua testa, i suoi occhi che brillano mentre si avvicina al mio pube.
La sua bocca è un’esplosione di calore umido quando si chiude su di me. È ancora più intenso che prima, più privato, più clandestino. Non ci sono altri suoni, altri sguardi. Solo lui e io e questa bocca da Dio che mi divora. Le sue labbra si serrano intorno alla mia intera lunghezza, succhiando con una perizia che mi fa vedere le stelle. La sua lingua batte e picchietta sulla punta, un ritmo folle che mi spinge già sull’orlio.
Lui intanto si masturba. Il suono è umido, ritmico. La sua mano che scorre avanti e indietro sulla sua asta, un’ombra ipnotica nel buio. La vista del suo pugno che va su e giù su quel manico mostruoso, unita alla sensazione della sua bocca su di me, è troppo. È un cortocircuito dei sensi.
"Sto per venire," ansimo, afferrando i suoi capelli senza rendermene conto. "Paolo, io…"
Lui non si stacca. Anzi, intensifica la suzione, affondando ancora di più. I suoi occhi sono fissi nei miei. Mi sta guardando mentre mi fa perdere il controllo.
È quella vista, quei occhi scuri che mi trapassano mentre la sua bocca mi fa impazzire, che mi fa esplodere. Un orgasmo silenzioso e violento mi scuote, un tremito che parte dalle palle e mi sferza tutto. Gemo, un suono strozzato e animale, mentre lui continua a succhiare, bevendo ogni singola pulsazione, ogni scossa, senza perdere una goccia........
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