Prime Esperienze
Estate 1982. La mia prima volta. Storia vera
cazzobonsai69
26.03.2026 |
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"Lentamente, con la punta della lingua, tracciai un percorso dalle sue labbra esterne verso l'apertura..."
Storia veraESTATE 1982
Il calore di Luglio del 1982 era denso, palpabile, come l'aria dopo la pioggia. Io, Marco,ero un ragazzino, timido e robusto, con un viso pieno di bruffoli e la mente che ancora balbettava nella lingua dei desideri. Anna, la mia vicina, trent'anni, separata, era il contrario: parlava con la franchezza di un corpo che sapeva cosa voleva. Mora, con un seno che era già una leggenda nei miei pensieri segreti e un fisico che faceva mancare l'aria, letteralmente.
Come ogni giorno, lei mi portava al mare. I miei genitori lavoravano, e quel rituale era la mia finestra sul mondo. Ma quel giorno, il mondiale in Spagna, Paolo Rossi, Pertini che giocava a scopa sull'aereo, tutto svanì sotto un acquazzone improvviso e violento. La pioggia ci cacciò dalla spiaggia verso le due, e tornammo a casa sua. I miei non erano ancora tornati.
Dopo poco, il sole spaccò le nuvole, tornando con una furia di luce e un'umidità che appiccica la pelle. "È troppo tardi per tornare," disse Anna, con una voce che era già un suggerimento. "Prendiamo il sole qui."
Il balcone di casa sua era un quadrato di cemento, ma con lei diventa un altare. Lei si stese su una stuoia, io accanto a lei, il mio corpo robusto impacciato nella posizione. Il silenzio era carico del rumore della città che si asciugava. Poi, con un movimento che sembrava naturale come respirare, Anna si slacciò il reggiseno. Lo fece lentamente, gli occhi chiusi contro il sole, le dita che lavoravano sulla schiena. Quando lo tolse completamente, il mio mondo si fermò.
Non avevo mai visto un seno dal vivo. Non nei film, non nelle fotografie sbiadite. Questo era reale. Grande, pieno, con una pesantezza graziosa. La pelle era luminosa sotto il sole, le punte erano rosse e prominenti. La fissavo, la mia timidezza trasformata in un'attenzione rapita, discreta ma totale.
Lei aprì un occhio. "Marco," disse, la voce bassa e maliziosa. "Hai mai visto una donna nuda?"
La domanda mi colpì come una pietra. Balbettai. "No. Mai."
Un sorriso curioso si formò sulle sue labbra. "Vuoi vedere di più?"
Non risposi. Non potevo. Ma lei non aspettava una risposta. Si alzò, e con la stessa calma, si sfilò il costume. Lo fece davanti a me, senza vergogna, come se fosse una dimostrazione. Si abbassò la parte inferiore, poi la superiore, e rimase completamente nuda sotto il sole cocente di Luglio.
Il mio respiro si bloccò. Il suo corpo era una mappa di curve e dolcezza. Il folto ciuffo nero tra le sue gambe era una scoperta che mi fece girare la testa. Ma più ancora, sotto quel ciuffo, vidi due grosse labbra rose che sembravano morbide come frutta. Era la sua figa. La parola stessa, nella mia mente, era un suono sacro.
"L'umidità fa male alla pelle," disse lei, distesa di nuovo, completamente esposta. "Ho la crema solare. Marco, vuoi aiutarmi?"
La mia mano tremava quando prese la bottiglia. Lei mi passò il tubo, la sua mano calda sulla mia. "Non preoccuparti. E non dirò nulla ai tuoi genitori."
Quella garanzia sciolse un nodo dentro me. Il permesso. Il consenso chiaro, espresso con una malizia che era un invito. Iniziai. La crema era bianca, fredda sulla mia mano. La applicai sulle sue braccia, sulle sue gambe. Il contatto era elettrico. La sua pelle era calda, viva, si adattava sotto la mia pressione incerta. Lei emise piccoli suoni, satisfatti, quando le mie dita massaggiarono.
Quando arrivai vicino al suo torso, vicino a quel seno magnifico, la mia mano si fermò. Era troppo. Lei sentì la mia paura. "Continua," disse, con voce soffice. "È solo pelle."
Con una determinazione che non sapevo avere, spalmai la crema sul suo stomaco. Lei guidò il mio movimento, i suoi occhi mi studiavano. "Ora arriva alla parte importante," disse, indicando con un gesto vago verso le sue cosce. "Ma devo essere protetta anche là."
La mia mano, guidata ora da un desiderio primitivo, avanzò. Spalmai la crema sulle sue cosce superiori, il mio respiro diventando affannoso. Lei si aprì leggermente, un movimento impercettibile che invitava. La mia dita, con la crema, incontrarono la morbida pelle interna delle sue cosce. Poi, involontariamente, la punta di un mio dito sfiorò il bordo di quelle labbra rose.
Lei emise un gemito. Un soffio lungo, basso. "Sì," disse, come a se stessa.
Il mio cuore batteva nella gola. Lei mi guardò, gli occhi ora completamente svegli, lucidi. "Marco," disse. "Vuoi sentire il profumo che ho? Non devi usare le mani. Puoi... usare la lingua."
La frase era un mondo nuovo. Una porta aperta. Lei non si mosse, ma la sua espressione era un ordine gentile. La mia mente si svuotò. Tutti i pensieri, la timidezza, la vergogna, furono lavati via da una corrente di curiosità urgente. Mi chinò. Il suo corpo era un campo sotto il sole, il suo odore un mix di crema solare, di pelle calda, di mare, e di qualcosa dolce e muschiato.
Lei mise una mano sulla mia testa, non una pressione, ma una guida. "Non ti preoccupare," ripeté, la voce ora un mormorio. "Fai come ti senti."
Io sentivo. Sentivo il bisogno di sapere. La mia faccia era vicina alla sua figa. Il ciuffo nero era una foresta. Lei separò leggermente le labbra con le sue dita, mostrando l'apertura rosa e lucida. "Qui," disse.
E io lo feci. Appoggiai la mia lingua, timida, sulla sua pelle. Era calda, salata, e dolce. Un sapore complesso che non avevo parole per descrivere. Lei emise un altro gemito, più lungo. "Oh..."
La sua reazione mi diede coraggio. Iniziai a leccare. Lentamente, con la punta della lingua, tracciai un percorso dalle sue labbra esterne verso l'apertura. Lei si mosse sotto me, i suoi fianchi si alzarono impercettibilmente. "Continua," ordinò, la voce ora più bassa, più arrabbiata di bisogno.
La mia lingua si fece più sicura. Leccavo ora con tutta la superficie, coprendo l'area intera. Sentivo la sua umidità crescere, un liquido leggero che si mischiava alla crema. Lei iniziò a muoversi con un ritmo. I suoi gemiti diventavano una musica, una serie di "ah... ah... sì... proprio là..."
Non capivo allora cosa significavano quei gemiti. Per me erano solo segni che stavo facendo qualcosa giusto. Lei insegnava, con il suo corpo. Mi guidava con le sue mani, ora più ferme sulla mia testa, guidando il mio movimento. "Più dentro," disse, e io, obbedendo, concentrai la mia lingua sull'apertura stessa. Leccavo ora l'interno, sentendo una texture viscosa e calda che mi faceva pulsare la lingua.
Lei si contorse. Le sue gambe si aprirono completamente, i suoi piedi si piantarono sul pavimento del balcone. "Marco... non fermarti..." La sua voce era un grido soffocato. Io non fermavo. La mia lingua lavorava, esplorava, leccava, penetrava leggermente. Lei iniziò a tremare. I suoi gemiti diventarono più alti, più urgenti. "Sto... sto..."
E poi, un cambiamento. Il suo corpo si irrigidì completamente. La sua mano si strinse sulla mia testa, tenendola ferma contro la sua figa. Un flusso di liquido più abbondante, dolce e salato, incontrò la mia lingua. Lei emise un lungo, profondo grido, che si trasformò in un sospiro tremante. Il suo corpo si rilassò, affondando nella stuoia.
Io rimasi là, la mia lingua ancora sulla sua pelle, ora coperta di quel liquido. Lei aprì gli occhi, guardandomi con una stanchezza soddisfatta. "Bravissimo," disse, con voce roca. "Hai imparato veloce."
Mi alzò, il mio corpo tremante. Lei si alzò anche, senza fretta di coprirsi. Mi guardò, e vedendo la mia espressione di shock e di desidero ancora bruciante, sorrise. "La prima volta per tutto, oggi," disse. "Per vedere, per toccare, per... leccare."
La sera, nella mia stanza, il ricordo di quel giorno tornava in frammenti vividi. Il suo seno, la sua figa, il suo profumo, i suoi gemiti. Il mio corpo, robusto e vergognoso, rispondeva a quel ricordo. Le mie mani, senza pensarci, si spostarono sotto i miei vestiti. Toccavo. La mia mente rivide ogni secondo, ogni movimento della mia lingua. Il suo gemito finale, il suo corpo che si rilassava. E io, spaventato dalla forza del sentimento, toccavo più veloce, più forte. E poi, un'esplosione di luce bianca nella mia mente, e il mio corpo rilasciò per la prima volta. Sborravo, nella mia stanza silenziosa, con il ricordo della figa di Anna ancora fresco sulla mia lingua.
Per le altre persone l'estate dell'82 è quella dell'Italia campione del mondo. Per me sarà sempre l'estate dal sapore di figa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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