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Prime Esperienze

Estate 1982 cap.3 storia vera


di Membro VIP di Annunci69.it cazzobonsai69
27.03.2026    |    404    |    2 9.2
"Sentivo il piacere accumularsi alla base della colonna vertebrale, un’onda che saliva, ma cercavo di trattenerla, di obbedire ai suoi ordini..."
ESTATE 1982 CAPITOLO 3
STORIA VERA



“Allora, Marco… la lingua… proprio lì…”

La sua voce, roca e calda, mi arrivò come un brivido lungo la schiena, mentre il suo alito sfiorava la punta del mio cazzo. Ero a testa in giù, o meglio, eravamo intrecciati in quel groviglio di corpi che lei chiamava “fare sessantanove”. La mia faccia era sepolta tra le sue cosce, il naso premuto contro quel ciuffo di peli neri, folti e ricci, che avevo contemplato così tante volte in segreto. Il sapore della sua figa – salato, muschiato, intensamente femminile – riempiva la mia bocca. Lei, sopra di me, aveva le labbra avvolte attorno al mio pisellino, e quella sensazione di caldo umido e di suzione delicata mi stava già facendo perdere il senno.

“Anna… io…” riuscii a gemere, ma le parole si persero contro le sue labbra gonfie.

“Shh… lascia fare a me,” mormorò lei, e sentii la sua lingua fare un movimento a spirale sulla punta, proprio sotto il glande. Un brivido elettrico mi percorse l’inguine. “Ora lecca… lecca bene, Marco… proprio sul buchino…”

Obbedii, spingendo la punta della lingua contro quel nodulo duro e sensibile che avevo scoperto solo pochi giorni prima. Lei sussultò, e un nuovo flusso di succo, più acre e dolce, riempì la mia bocca. Dio, era buona. Ero così concentrato su quel sapore, su quella sensazione di averla lì, finalmente, che quasi dimenticavo la magia che lei stava operando sulla mia modesta virilità.

Ma come eravamo arrivati a quel punto? Solo il giorno prima, ero un ragazzo confuso, vergine, con un corpo robusto da quattordicenne – sì, avevo quattordici anni, anche se mi sentivo ancora di più un adolescente goffo – e un membro che, nelle mie timide misurazioni, non superava i dieci centimetri in erezione. Un pisellino, appunto. E ora avevo la bocca di Anna, la mia vicina di casa trentenne, sexy e spregiudicata, che mi succhiava con una dedizione che non avrei mai osato sognare.

Flashback: solo ventiquattr’ore prima, spiaggia di Marina di Carrara,un pomeriggio afoso.

“Guarda la tua sorellona, che tette… porca miseria, è na bomba.”

La voce del ragazzo più grande, abbronzato e con i capelli alla moda, mi raggiunse mentre camminavo accanto ad Anna verso l’ombrellone. Lei indossava un bikini minuscolo, rosso fuoco, che lasciava poco all’immaginazione. Io, in costume da bagno largo, mi sentivo un elefante accanto a una gazzella.

“Non è mia sorella,” borbottai, arrossendo.

L’altro fece un fischio basso. “Ah, meglio ancora. Allora sei fortunato, fra’. Con quella faccia lì, sa proprio come fare i pompini, te lo garantisco.”

Il suo amico scoppiò a ridere. Io non capivo il termine “pompino”, ma dal tono e dalle risate capii che era qualcosa di volgare, di sessuale. Il mio viso divenne una maschera di fuoco. Anna, che aveva sentito, si voltò. I suoi occhi verdi si strinsero per un attimo, poi una lenta, maliziosa smorfia le incurvò le labbra.

“Che hanno detto, Marco?” mi chiese, afferrandomi il braccio con forza.

“N-niente…”

“Marco. Dimmi.”

Balbettai, ripetendo le parole come un automa. “Hanno detto… che con quella faccia… sai come fare i pompini.”

Era come se le avessi detto che il cielo era azzurro. Lei scoppiò in una risata piena, libera, che fece sobbalzare i suoi seni perfetti. “Ah, sì? Be’, non hanno tutti i torti,” disse, stendendosi sul telo e chiudendo gli occhi al sole, come se niente fosse. Il mio cervello andava in tilt. Cosa diavolo era un pompino? E il “sessantanove” che avevo sentito nominare dai ragazzi più grandi a scuola? Ero un ignorante totale, e la vergogna si mescolava a una curiosità bruciante.

Il ritorno a casa fu un tormento. In macchina, l’odore di sole e di pelle di Anna mi stordiva. La vedevo cambiare marcia, la gonna corta che le saliva sulle cosce, e sentivo il mio cazzo diventare duro, nonostante la sua piccola statura, nel mio pantaloncino. Dovevo nascondere l’erezione con il telo da mare.

A casa sua, mentre i miei genitori lavoravano fino a sera come al solito, lei mi disse di farmi la doccia prima. “Togliti tutta quella sabbia.” Io obbedii, e sotto il getto d’acqua fredda mi segai freneticamente, pensando alla sua risata, al suo bikini, alla frase misteriosa. Quando uscii, con l’asciugamano stretto in vita, lei era già in salotto, nuda sotto un leggero accappatoio di seta che lasciava intravedere tutto.

“Vieni qui,” disse, patendo il divano accanto a sé. “Mi devi spalmare l’olio sulla schiena. Ho preso troppo sole.”

Le mani mi tremavano mentre versavo l’olio di cocco sul palmo. Lei si sdraiò a pancia in giù, e l’accappatoio si aprì, rivelando la curva perfetta dei glutei, la schiena ampia, la pelle dorata. Iniziato a massaggiare, partendo dalle spalle. La sua pelle era calda, vellutata. I miei pollici affondavano nella sua carne morbida. Lei emetteva piccoli gemiti di piacere.

“Più in giù, Marco… sì, proprio lì…”

Le mie dita scesero lungo la colonna vertebrale, fino al solco tra i glutei. Non osavo andare oltre. Ma lei si girò, all’improvviso, rimanendo sdraiata ma ora a pancia in su. L’accappatoio si aprì completamente. Ed eccola lì: la sua figa. Nera, folta, con le labbra carnose e leggermente dischiuse. Umide. La fissai, ipnotizzato, la gola secca.

“Ti piace quello che vedi?” chiese, con una voce bassa e provocatoria.

Annuii, senza fiato.

“Hai mai visto una donna lì oltre a me, così da vicino?”

“No… mai,” riuscii a dire.

“E vuoi sapere cosa sono un pompino e un sessantanove, vero?”

Annuii di nuovo, più energicamente. Il mio cazzo era un palo duro sotto l’asciugamano.

Lei sorrise. “Un pompino è quando una donna prende il cazzo di un uomo in bocca e lo succhia, fino a farlo venire. Il sessantanove è quando lo si fa contemporaneamente, uno all’altro, a vicenda. Come due numeri intrecciati.”

La spiegazione, così cruda e diretta, mi fece quasi svenire. “E… e tu… me lo faresti?” osai chiedere, la voce rotta.

Lei rise, una risatina soffocata. “Forse. Se impari a leccare come si deve. Oggi hai fatto un buon lavoro con le dita. Ma la lingua è un altro strumento e te lo sai fare bene.” Si mise a sedere, e mi afferrò la mano, portandola tra le sue gambe. “Tocca. Sentila.”

Le mie dita, tremanti, sfiorarono le sue labbra. Erano caldissime, bagnate. Lei spinse la mia mano contro di sé. “Più forte. Premi.” Lo feci, e un gemito le sfuggì. “Vedi? È quello che piace a una donna. Non avere paura.” Poi mi spinse via. “Basta per oggi. Vai a casa. E pensaci su.”

Quella notte, nella mia cameretta, non dormii. Mi feci tre seghe di fila, una più disperata dell’altra, immaginando la sua bocca, la sua figa, la sua voce. Ero un vulcano di desiderio represso.

Fine flashback. Ecco come eravamo arrivati lì, sul suo letto matrimoniale, in quella mattina di agosto.

I miei genitori mi avevano lasciato da lei alle otto, come al solito. “Anna, ci pensi tu a Marco per colazione?” aveva detto mia madre. “Certo, tranquilla,” aveva risposto lei, con un sorriso da angelo. Appena la porta si chiuse, quel sorriso si trasformò in uno sguardo di pura lussuria.

“Facciamo colazione dopo,” disse, prendendomi per mano e trascinandomi in camera sua. “Oggi è il giorno della tua prima vera lezione.”

E ora eccoci qui. La mia faccia schiacciata contro il suo sesso, la sua bocca che lavorava sul mio. Il movimento era lento, sperimentale. Lei non aveva fretta. Sembrava voler assaggiare ogni centimetro del mio pisellino, esplorarlo con la lingua, le labbra, persino con la punta del naso.

“Non è grande, lo so,” mormorai, vergognoso, tra un leccata e l’altra.

Lei smise di succhiare e sollevò la testa. “Marco, ascoltami bene,” disse, seria. “La grandezza non è tutto. Anzi, a volte è un problema. Tu hai la misura perfetta per la bocca. E poi…” fece scivolare di nuovo le labbra sul glande, lentamente, “…è dolce. Sai di pulito, di giovane. Mi piace.”

Quelle parole mi diedero un coraggio nuovo. Affondai la lingua più a fondo nel suo buco, cercando di imitare quello che avevo visto nei pochi film porno che ero riuscito a vedere di nascosto. Lei gemette, una vibrazione lunga e profonda che sentii direttamente contro le mie labbra.

“Sì… proprio così… ora usa la punta… veloce…”

Obbedii, concentrandomi sul clitoride, che era diventato duro come un sassolino. Lei iniziò a muovere i fianchi, sfregandosi contro la mia faccia. La sua mano sinistra si insinuò tra le mie gambe e iniziò a giocare con i miei testicoli, massaggiandoli delicatamente. Era una sensazione incredibile: avere la bocca piena della sua essenza e, contemporaneamente, sentire le sue dita esperte che mi accarezzavano lì.

“Anna… sto… sto per…”

“Non ancora,” ordinò lei, smettendo di succhiare per un attimo. “Devi imparare a controllarti. Ora lecca, e io ti succhio. Andiamo a ritmo.”

Iniziò un movimento sincronizzato. Lei abbassava la testa, prendendomi in bocca fino in fondo – o almeno, fino a dove poteva, dato che ero piccolo – e io nello stesso momento spingevo la lingua dentro di lei. Poi lei risaliva, e io le leccavo il clitoride. Era un dare e avere continuo, un flusso di piacere reciproco. I suoni erano osceni: schiocchi, gemiti, sospiri, il rumore bagnato delle nostre lingue e delle nostre labbra.

Il mio corpo era in fiamme. Ogni nervo era acceso. Sentivo il piacere accumularsi alla base della colonna vertebrale, un’onda che saliva, ma cercavo di trattenerla, di obbedire ai suoi ordini. Il suo sapore era diventato la mia aria, il suo odore – muschio, mare, e quel profumo di donna – mi ubriacava.

Lei accelerò il ritmo. La suzione divenne più forte, più ritmata. Sentii la sua lingua battere freneticamente contro il frenulo, quel pezzettino di pelle sotto il glande che era una zona di puro fuoco. Le mie gambe iniziarono a tremare.

“Anna… non ce la faccio più…”

“Allora vieni,” sussurrò lei, la voce roca per l’eccitazione. “Vieni nella mia bocca. Voglio sentire il tuo sapore.”

Quella frase, così esplicita, fu la goccia che fece traboccare il vaso. Un’ondata di piacere brutale, totale, mi travolse. Strillai, un suono gutturale e animale, mentre il mio corpo si irrigidiva e dalla mia punta esplodeva il primo, caldo getto di seme. Lei non si tirò indietro. Sentii la sua bocca accogliere ogni singola pulsazione, la sua lingua che continuava a massaggiarmi delicatamente mentre io svuotavo ogni goccia dentro di lei.

Nel contempo, non smisi di leccare. Il mio orgasmo sembrò dare potenza alla mia lingua, e iniziò a penetrarla con movimenti rapidi e profondi. Lei gridò, un grido soffocato dal mio cazzo, e il suo corpo fu scosso da un tremore violento. Un flusso caldo e abbondante di succo mi inondò la bocca, e io bevvi avidamente, assetato, mentre le sue contrazioni mi stringevano la lingua.

Per un minuto, forse più, rimanemmo così, aggrappati l’uno all’altra, mentre l’ultime onde di piacere ci attraversavano. Poi, lentamente, lei si staccò da me, risalendo lungo il mio corpo fino a guardarmi in faccia. I suoi capelli erano arruffati, il rossetto (che non aveva tolto) era sparito, sbavato sul mio pene e sulle sue labbra. I suoi occhi brillavano di una soddisfazione feroce.

“Ecco,” disse, ansimando leggermente. “Questo… era un sessantanove. E quello che ti ho fatto… era un pompino.”

Annuii, senza fiato, ancora stordito dall’esperienza. Il mio cazzo, ora molle e piccolo, era ricoperto di una miscela di saliva e del mio sperma. Lei si abbassò ancora e lo pulì con un’ultima, lenta leccata, che mi fece rabbrividire per la sensibilità.

“Ti è piaciuto?” chiese, con un sorriso da gatta.

“È stato… il massimo,” riuscii a dire. “Grazie.”

Lei rise, rotolando al mio fianco e accarezzandomi il petto. “Siamo solo all’inizio, Marco. Ce ne sono tante altre di cose che posso insegnarti.”

Mi guardò, e nei suoi occhi lessi una promessa che mi fece accelerare di nuovo il cuore. L’estate era lunga. E io, il quattordicenne robusto e insicuro con il pisellino, avevo appena scoperto un mondo nuovo. Un mondo fatto di sapori, di suoni, di piaceri che non avevo mai nemmeno immaginato. E Anna ne era la sacerdotessa.

Il suo dito tracciò un cerchio lento intorno al mio capezzolo. “Adesso,” sussurrò, avvicinandosi all’orecchio, “dovresti ripagarmi il favore. Per intero. E stavolta… voglio che usi anche le dita.”...
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