Gay & Bisex
Lido di Camaiore 20/11/25
cazzobonsai69
21.11.2025 |
455 |
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"Lui si abbassò, portandosi in ginocchio davanti a me, e senza esitazione, senza un attimo di esitazione, avvicinò la bocca..."
STORIA VERA Annuncio del 20/11/25
Il caldo umido della Versilia mi avvolse come una coperta pesante non appena scesi dalla macchina. Il cuore mi batteva all’impazzata, un ritmo sincopato di anticipazione e pura, semplice follia. Cosa ci fa un uomo di cinquantatré anni come me, robusto, con il suo cazzetto minuscolo che si nasconde vergognoso nei jeans, in un posto del genere per incontrare un ragazzo trovato su Annunci69? Ma la curiosità era stata più forte del buonsenso. La sua descrizione mi aveva folgorato: fisico atletico, tutto depilato, e un culo sodo, di marmo.
E poi, eccolo.
Paolo.
Non appena mi vide, si staccò dal muro di cinta dove era appoggiato e fece due passi verso di me. Un sorriso facile, sicuro, gli illuminava il viso giovane. Indossava semplici pantaloncini corti e una canottiera aderente che disegnava ogni curva dei suoi addominali perfetti.
“Marco, giusto?” disse, la voce più profonda di quanto mi aspettassi.
“In… in persona,” borbottai, sentendomi improvvisamente goffo e vecchio.
“Sono Paolo. Piacere.”
La sua stretta di mano era salda, ma breve. “Vieni, andiamo a casa mia. I miei sono rimasti a Firenze, ho l’appartamento estivo tutto per me.”
Lo seguii in un breve tragitto, il mio sguardo fisso su di lui che camminava davanti a me. I pantaloncini aderenti gli modellavano quel sedere che sembrava davvero scolpito da un maestro del Rinascimento, due sfere perfette e sode che si muovevano con una grazia atletica che mi fece subito venire il sangue alla testa, e altrove.
L’appartamento era piccolo, moderno, con le persiane chiuse che filtravano la luce del pomeriggio in strisce dorate. L’aria condizionata offriva un sollievo immediato.
“Qualcosa da bere?” offrì, aprendo il frigorifero.
“Qualcosa di freddo, grazie.”
Mi porse una bottiglia d’acqua gelata e i nostri polpastrelli si sfiorarono. Un’energia elettrica sembrò scoccare in quel contatto minuscolo. I suoi occhi, di un marrone caldo, non si staccarono dai miei mentre bevevo. Ero ipnotizzato.
Poi, lui sorrise di nuovo, un’espressione che non era più solo amichevole. Era predatrice.
“Ti vedo teso, Marco,” disse, avvicinandosi. “Tutto quel viaggio. Lasciati alle spalle le preoccupazioni.”
La sua mano, fresca dalla bottiglia, si posò sul mio ventre, sopra la maglietta. Il tocco era leggero ma intenzionale. Scivolò più in basso, fino alla fibbia della mia cintura. Il mio respiro si bloccò in gola. I suoi occhi erano fissi sui miei, leggendo ogni mia insicurezza, ogni mio desiderio nascosto.
“So cosa cerchi,” mormorò, la voce un ronzio basso e sensuale. “So cosa vuoi.”
Le sue dita sganciarono il bottone dei miei jeans, la cerniera scese con un suono che ruppe il silenzio dell’appartamento. Il mio cuore martellava così forte da sembrare un tamburo. La mia mente urlava, vergognosa, ma il mio corpo, Dio, il mio corpo si arcuava verso quel tocco.
La sua mano infilò nella apertura dei boxer e afferrò ciò che trovo. Il mio piccolo, insignificante sex. Un brivido di imbarazzo mi percorse, ma Paolo non batté ciglio. Non ci fu alcuna reazione di sorpresa o, peggio, di derisione. Solo una concentrazione intensa.
“Guardami,” ordinò con dolce fermezza.
Io obbedii, annebbiato dal desiderio.
Lui, senza fretta, si afferrò l’orlo della canottiera e se la tolse con un unico movimento fluido. Il suo torso fu una rivelazione. Pettorali definiti, addominali scolpiti, una leggera peluria bionda e rada che portava lo sguardo dritto verso l’elastico dei suoi slip. Era tutto così perfetto, così giovane. E poi si girò.
Il suo culo. Dio santo.
Era esattamente come nelle foto, ma la realtà era mille volte più intensa. Due sfere di marmo puro, lisce, sode, perfettamente rotonde e divise da una fessura invitante che sembrava aspettare solo di essere esplorata. Rimase così per un momento, permettendomi di ammirare quel capolavoro, prima di voltarsi di nuovo verso di me.
Con gesti lenti e deliberati, mi sfilò i jeans e le mutande, lasciandomi nudo e vulnerabile di fronte a lui. Io ero durissimo, il mio piccolo cazzo che pulsava in cerca di attenzione. Lui si abbassò, portandosi in ginocchio davanti a me, e senza esitazione, senza un attimo di esitazione, avvicinò la bocca.
La sua lingua fu prima un'esplorazione lenta, un colpo caldo e umido sulla punta che mi fece sobbalzare. Poi la sua bocca si chiuse intorno a me. Calda. Umida. Abile. Le sue labbra si serravano con una pressione perfetta, la sua lingua danzava e massaggiava la mia asta minuscola con una perizia che non avevo mai sperimentato. Non stava fingendo, non c’era pietà in quel gesto. C’era un desiderio genuino, una voglia di succhiare, di ingoiare.
I miei gemiti riempirono la stanza. Affondai le dita nei suoi capelli, corti e setosi, incapace di restare passivo. Lui lavorava su di me con una dedizione totale, prendendosi tutto, andando giù fino al fondo senza il minimo problema, come se la mia dimensione fosse l’unica che avesse mai desiderato. Era un’umiliazione trasformata in estasi pura. Stava godendo nel farmi godere.
Poi si fermò. Si alzò, i suoi occhi ora carichi di un fuoco oscuro. Mantenne il mio sguardo mentre infilava i pollici nell’elastico del suo slip e lo faceva scivolare giù lungo quelle gambe scolpite.
E lo vidi.
Resto senza fiato, non per la sua mole – anche se era immensa, almeno 28 centimetri – ma per la sua forma. Lungo, sì, ma incredibilmente sottile. Un’asta affusolata, liscia, diritta come un dardo, con una vena che pulsava lungo il fianco. Era diverso da qualsiasi altro cazzo avessi mai visto. Una creatura elegante e letale.
“Ti piace?” chiese, la voce roca mentre si dava una lenta e lunga strofinata.
Io potei solo annuire, la bocca secca.
Lui si voltò di nuovo, offrendomi quella vista mozzafiato del suo sedere di marmo. Si piegò leggermente in avanti, appoggiando le mani sul divano, spalancando le natiche per me. La vista del suo buco, rosa e contratto, mi tolse il respiro.
“Adesso,” sussurrò, “voglio sentirti dentro.”
Con mani tremanti, presi il preservativo che mi porgeva e glielo infilai su quell’asta incredibile, facendolo scivolare giù lungo tutta la sua lunghezza. Mi posizionai dietro di lui, il mio piccolo cazzo duro come il acciaio che premeva contro la sua fessura. Il contrasto era surreale. La mia modestia contro la sua perfezione.
Con un gemito basso, spinsi.
L’impatto fu… solido. Sembrava davvero di penetrare il marmo. Un’incredibile stretta, calda e avvolgente, che mi opponeva una resistenza fenomenale prima di cedere, millimetro per millimetro, accogliendomi in una morsa di puro piacere. Era così stretto che ogni minimo movimento era amplificato all’infinito. Iniziai a muovermi, lentamente all’inizio, poi con crescente frustrazione. Lui si muoveva all’unisono con me, spingendo all’indietro, ansimando.
“Sì… così… tutto dentro,” gemette, affondando il viso nel cuscino del divano.
Il rumore dei nostri corpi che si scontravano, dei nostri respiri affannati, era l’unica musica. La sensazione era incredibile. La mia piccola asta era completamente avvolta, strozzata, stimolata da ogni singolo centimetro di quel tunnel rovente. Stava prendendo tutto. Ogni mia insicurezza svanì, dissolta da un’ondata primordiale di piacere e di potere. Stavo scopando quel culo divino.
Il mio respiro divenne un rantolo. Il calore mi si concentrò alla base della spina dorsale, un’esplosione che stava montando inesorabile. “Sto per venire…” riuscii a gemere, il mio corpo che iniziava a tremare in segno di resa.
Improvvisamente, lui si scostò da me, lasciandomi improvvisamente vuoto e frustrato. Si girò con un movimento fluido e si inginocchiò di nuovo davanti a me. Con una mano afferrò il mio cazzo che pulsava violentemente e con l’altra si strappò il preservativo dal suo stesso cazzo, gettandolo da parte.
“No, non là,” ansimò, i suoi occhi fissi sui miei. “Voglio averla in bocca. Voglio berla tutta.”
E prima che potessi reagire, prima che l’orgasmo esplodesse, la sua bocca si richiuse di nuovo su di me. Calda, umida, viva. La sua lingua vibrò sulla punta e fu la goccia che fece traboccare il vaso.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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