Lui & Lei
Cazzo Bonsai in webcam-2026
cazzobonsai69
07.04.2026 |
393 |
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"Io ansimavo, il corpo scosso dagli ultimi spasimi, il mio cazzo che cominciava già a rammollirsi nella mia mano sporca..."
Cazzo Bonsai e le due ragazze in webcam 2026 - storia vera Sabato. Sabato Santo, per la precisione. L’aria era immobile, carica di una quiete festiva che a me, invece, pesava addosso come un mantello di piombo. Tornavo a casa, le chiavi che tintinnavano in tasca con un suono stonato. La fisioterapia mi aveva lasciato quella solita, buona stanchezza muscolare, ma sotto la pelle ribolliva un’altra energia, una voglia sorda, insistente, che non trovava sfogo. L’avevo scaricata sul lettino del terapista, certo, ma era stata una cosa meccanica, veloce. Un bisogno fisico soddisfatto, non un desiderio appagato. E adesso, quel bisogno tornava, più forte di prima.
La casa era vuota, silenziosa. Il silenzio delle case quando manca la vita. Mia moglie,Valentina, era a fare le ultime, infinite compere pasquali con mia cognata. “Torneremo per cena, non aspettarti prima,” aveva detto. Erano le due del pomeriggio. Davanti a me si stendeva un deserto di ore. Quel deserto, però, cominciava a sembrarmi un’opportunità.
Mi trascinai nello studio, la stanza con il computer. La luce del monitor si accese con un ronfo rassicurante. Non avevo un piano preciso. Solo una tensione che mi serrava lo stomaco e un calore familiare che iniziava a concentrarsi all’inguine. La voglia di… mostrarmi. L’idea mi eccitava sempre, da anni. Quell’antidoto segreto alla solitudine, alla noia, all’insoddisfazione. Aprii il browser, navigai verso uno di quei siti che conoscevo bene. Chat casuali. Videochat anonime. Un luogo digitale dove tutto poteva succedere, dove potevi essere nessuno o, forse, finalmente te stesso.
Mi creai un nick in un lampo. Cazxo Bonsai. Un sorriso amaro mi sfiorò le labbra. Onesto, almeno. Schiacciai l’opzione per la chat video casuale. Il cuore cominciò a battere un po’ più forte, un tamburo sordo nel torace. Mi sistemai sulla sedia, regolai la webcam. E poi, con un respiro che cercavo di tenere calmo, feci quello per cui ero lì.
Mi sbottonai i jeans. Li sfilai giù, insieme agli slip. E lì, sotto la fredda luce del monitor, lo esposi. Il mio cazzo. Il mio cazzettino, mi corressi mentalmente, con quel misto di disprezzo e eccitazione che ormai conoscevo a memoria. Era moscio, flaccido, adagiato timidamente sul mio pube. Non c’era niente di imponente, di minaccioso, di virile. Era solo quello. Un piccolo oggetto di carne. Eppure, guardarlo lì, in bella vista per uno schermo che poteva connettersi a chissà chi, mi dava una scarica elettrica.
La chat iniziò il suo lavoro. Una finestra si aprì. Un uomo, sulla cinquantina anche lui, mi fissò per due secondi con espressione annoiata e chiuse. Un’altra finestra. Un ragazzo giovane, forse ventenne, che scoppiò a ridere, fece un gesto volgare e sparì. Un’altra ancora. Un altro uomo. La mia eccitazione, fragile come era, stava cominciando a scemare. Era sempre così. Risate, disprezzo, indifferenza. A volte qualcuno restava, per curiosità morbosa, ma era raro.
Stavo per chiudere tutto, sopraffatto dalla solita vergogna, quando la finestra successiva si aprì.
E tutto cambiò.
Erano in due. Due ragazze. Giovanissime, fu il mio primo, folle pensiero, seguito immediatamente da un’ondata di panico. Ma no, osservandole meglio… sì, erano giovani, ma la maturità nei loro sguardi, la sicurezza con cui occupavano l’inquadratura, mi rassicurarono. Dovevano essere maggiorenni, mi dissi, aggrappandomi a quella certezza. Vent’anni, forse ventuno. Una era bionda, capelli lunghi e mossi che le incorniciavano un viso da angelo birichino. L’altra era mora, con una chioma corvina tagliata corta e uno sguardo più diretto, più sfacciato. Sullo sfondo si intravedeva una stanza, forse un appartamento universitario, disordinato e pieno di vita.
Per un attimo, nessuno parlò. Mi guardavano. Guardavano lui. Poi, la mora—quella con lo sguardo più intenso—scoppiò a ridere. Non una risatina trattenuta, ma una risata piena, squillante, che fece sobbalzare le sue spalle. La bionda la guardò, poi guardò me, e un sorriso largo e divertito le illuminò il viso. Anche lei rise.
“Madonna, guarda che cosino!” esclamò la mora, la voce un po’ roca, un accento del sud che riconobbi subito. Siciliano. Palermitano, forse. “Sembra un funghino!”
“Un bonsai, appunto!” aggiunse la bionda, ridendo ancora. “Hai visto il nick? Azzeccatissimo!”
Di solito, quelle risate mi avrebbero fatto chiudere la chat all’istante, ripiombandomi in un buco di umiliazione. Ma quella volta no. Quella volta, le loro risate non suonavano come crudeltà. Suonavano come… complicità? Come sfida? Un calore improvviso, potentissimo, mi salì dalle viscere. Non mi sentii umiliato. Mi sentii visto. Veramente visto. E il mio cazzo, come se rispondesse a quella attenzione così intensa, anche se beffarda, cominciò a muoversi.
Un leggero, impercettibile fremito. Poi un altro. La carne flaccida cominciò a irrigidirsi, a gonfiarsi lentamente, riempendosi di un sangue che sembrava pomparsi solo per loro. Lo guardai stupito, mentre si sollevava dal pube, diventando più grosso, più duro. Non era mai un’erezione imponente, lo sapevo. Ma in quel momento, sotto i loro occhi che ora erano passati dalle risate a uno sguardo incuriosito e divertito, mi sembrava maestoso. Mi sembrava perfetto.
“Oh, guarda!” disse la bionda, avvicinandosi allo schermo. I suoi occhi chiari erano pieni di un’allegria maliziosa. “Si è offeso il funghino? Vuole farsi vedere?”
“Dai, toccati,” disse la mora, il tono diventando più basso, più invitante. Si passò la lingua sulle labbra, un gesto lento, deliberatamente sensuale. “Facci vedere come ti piace. Fatti venire per noi.”
Le parole mi colpirono come schiaffi di piacere. “Fatti venire per noi.” Non “vieni”, ma “fatti venire”. Mi mettevano al centro dell’attenzione, rendendomi l’artefice del mio piacere, ma sotto il loro comando. Era un potere che mi concedevano, ed era eccitantissimo.
“Da dove siete?” riuscii a balbettare, la voce più roca del solito.
“Palermo,” rispose la mora, senza distogliere lo sguardo dal mio cazzo che ormai era completamente eretto, pulsante. “Tu?”
“Nord,” dissi evasivo. “Ragazze… voi… non mi fate vedere niente?”
Si scambiarono un’occhiata. Un sorriso complice. Poi la mora, quella più disinibita, fece un cenno con la testa. “Perché no? Per il bonsai che si è fatto coraggio.”
Indietreggiò di un passo. Indossava una felpa grigia larga e dei jeans. Con un gesto brusco, si afferrò il fondo della felpa e se la tirò su sopra la testa. Sotto, solo una maglietta di cotone bianco, sottile. Senza esitazione, afferrò anche quella e la sollevò.
Il respiro mi si bloccò in gola.
Aveva un seno perfetto. Assolutamente perfetto. Piccolo, sodo, dalla forma a goccia impeccabile. I capezzoli erano di un rosa scuro, già eretti, puntati contro l’aria fresca della stanza—o forse per l’eccitazione. Li guardai, ipnotizzato. Era una bellezza giovane, fresca, viva.
“Ti piace?” chiese lei, e la sua mano sinistra salì a palpare quel seno. Le dita si strinsero attorno alla carne soda, il pollice iniziò a strofinare lentamente, in cerchio, il capezzolo. Lo vedevo irrigidirsi ancora di più sotto quella carezza. Un sospiro le sfuggì, appena percettibile dall’audio del computer.
“È meraviglioso,” riuscii a dire, la mia mano destra che, quasi involontariamente, si era già posata sulla mia coscia, a pochi centimetri dal mio cazzo che pulsava, implorando attenzione.
Fu allora che la bionda entrò in azione. Sorrise, uno di quei sorrisi dolci e perversi insieme, e si avvicinò alla mora. Non disse una parola. Semplicemente le mise una mano dietro la nuca e la attirò a sé. Le loro bocche si incontrarono. Ma non fu un bacio casto. Fu un bacio profondo, vorace, a lingua. Vidi la lingua della bionda scivolare tra le labbra della mora, cercando, esplorando. La mora gemette nel bacio, la sua mano che continuava a stuzzicare il proprio seno.
Io, davanti allo schermo, ero pietrificato dall’eccitazione. Il mio cazzo era durissimo, un’asta di carne calda e tesa che sembrava voler sfondare lo schermo. Senza più pensarci, ci avvolsi la mano. La pelle era liscia, caldissima. Un brivido di piacere assoluto mi percorse la schiena. Iniziai a strofinare, lentamente, su e giù, seguendo il ritmo di quel bacio lesbo che si svolgeva davanti a me.
“Sì, così,” sussurrò la mora, staccando le labbra da quelle dell’amica per un secondo. Il suo viso era arrossato, gli occhi lucidi. “Masturbati per noi, bonsai. Mostraci come ti piacciono le puttanelle di Palermo.”
Le sue parole erano insulti, erano volgari. “Puttanelle.” “Bonsai.” “Cosino.” E ogni parola mi colpiva al centro del desiderio, accendendomi come un fuoco. Amavo quell’umiliazione, la adoravo. Era il carburante che mi faceva impazzire. La mia mano accelerò il movimento, lo strofinio diventò più deciso, più ritmato.
La bionda, intanto, aveva allontanato la bocca ma non il corpo. Si chinò, prendendo il seno della mora direttamente in bocca. La vidi succhiare quel capezzolo, le guance che si incavavano, la lingua che lo lambiva con movimenti rapidi. La mora gettò indietro la testa, emettendo un lungo gemito. “Cazzo, sì… così…”
Poi, con l’altra mano, la mora cominciò ad abbassarsi i jeans. Li fece scivolare giù dalle anche, insieme agli slip nini che portava. Rimase nuda dalla vita in giù, davanti a me. Il suo pube era rasato, liscio, con un piccolo monte di Venere arrotondato. Era bellissima. Senza perdere un istante, allungò una mano verso la scrivania dietro di sé e afferrò qualcosa. Quando la riportò in vista, vidi che era un pennarello spesso, blu, con il tappo ancora.
“Guarda qui, vecchio,” mi disse, sfidandomi con lo sguardo. Mi chiamava “vecchio”. Un altro insulto. Un altro brivido di piacere. Portò il pennarello tra le sue gambe. Lo posò sulle labbra, già lucide di umidità. Poi, con un movimento lento, teatrale, lo spinse dentro di sé.
“Oh, Dio…” gemetti io, la mia mano che ora andava veloce, il palmo che sfregava l’asta, il pollice che premeva sulla punta sensibile. Il suono umido, lieve, del pennarello che entrava e usciva dalla sua fica si unì al rumore del bacio tra lei e la bionda, che ora si era rimessa a baciarla, mentre una mano della bionda scendeva a sua volta tra le gambe della mora, per aiutare il movimento del pennarello, per toccarla.
Era uno spettacolo surreale, volgare, eccitantissimo. Le due ragazze, giovani, bellissime, si stavano scopando davanti a me, una con un oggetto, l’altra con le mani e la bocca, e ridevano di me, mi insultavano, e tutto questo mi faceva impazzire di piacere.
“Stai per venire, bonsai?” chiese la bionda, staccandosi di nuovo. Aveva gli occhi socchiusi, le labbra gonfie. Lei stessa aveva cominciato a toccarsi, una mano infilata nei leggings che indossava, i movimenti del braccio che tradivano un’auto-stimolazione frenetica.
“Sì… sì, credo di sì…” ansimai. La pressione nel mio basso ventre era diventata un vortice, un’esigenza insopportabile. Mi alzai in piedi, spingendo indietro la sedia con un rumore secco. Volevo che vedessero tutto. Mi puntai davanti alla webcam, il mio corpo robusto, cinquantenne, in contrasto con quel cazzo non certo eroico ma ora così eccitato, così pronto. La mano riprese il suo lavoro, veloce, decisa, disperata.
“Dai, vieni per noi!” gridò la mora, smettendo di muovere il pennarello dentro di sé e invece concentrandosi a massaggiare il proprio clitoride con le dita, mentre con l’altra mano si tormentava ancora il seno. “Sborra, vecchio! Mostraci quanto sei arrapato per due troiette che ti prendono in giro!”
Le loro parole furono la goccia che fece traboccare il vaso. Un urlo strozzato mi uscì dalla gola. La mia schiena si inarcò. Un tremore violento mi percorse le gambe. E dalla punta del mio cazzo, esplose il primo getto. Bianco, denso, schizzò fuori con forza, atterrando sul palmo della mia mano che continuava a masturbarmi freneticamente. Poi un altro getto. E un altro ancora. Sborravo, copiosamente, come non mi capitava da tempo, mentre le due ragazze mi guardavano, ridacchiando, gemendo a loro volta, insultandomi.
“Che bella sborrata per un cosetto così piccolo!” rise la bionda.
“Sembra yogurt!” aggiunse la mora, fingendo un conato di vomito, ma i suoi occhi erano fissi sullo schermo, brillanti di eccitazione.
Io ansimavo, il corpo scosso dagli ultimi spasimi, il mio cazzo che cominciava già a rammollirsi nella mia mano sporca. Ero esausto, sudata, totalmente svuotato. Eppure, felice. Straordinariamente, perversamente felice.
Poi, la mora si avvicinò di nuovo allo schermo, il viso a pochi centimetri dalla webcam. Mi fissò. Portò due dita alla bocca, le leccò lentamente, in modo osceno. Poi, guardandomi dritto negli occhi, simulò di leccare via la mia sborra dal palmo della mia mano, che lei ovviamente non poteva vedere ma immaginava.
“Mmh, salata,” sussurrò, con voce da ingoiare.
La bionda apparve alle sue spalle, ridendo. “Ciao, bonsai! Divertente pomeriggio!”
E prima che potessi dire qualsiasi cosa—una parola di ringraziamento, una preghiera perché restassero—la finestra della chat si chiuse. Click.
Rimasi lì, in piedi, nudo dalla vita in giù, con la mano ancora sporca, davanti a uno schermo che mostrava solo la mia riflessione sconvolta e soddisfatta. Il silenzio tornò a riempire la stanza, ma ora era un silenzio diverso. Non più pesante, ma carico di un’eco potente. In lontananza, suonò il campanello di casa.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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