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Gay & Bisex

Identità 1.1


di honeybear
03.08.2026    |    985    |    3 9.0
"Le sue mani si serrarono in una presa salda sui miei fianchi e prese a pomparmi con maggior vigore..."
La porta si aprì all’improvviso, tagliando la penombra della stanza con una lama di luce accecante.
Andrea si irrigidì all'istante, gli occhi sbarrati dal terrore.
Sopraffatto dal panico, rotolò giù dal letto e, con un movimento rapido dettato dalla disperazione, si rannicchiò nell’angolo più buio della stanza.
Io riuscii a malapena a coprirmi con il lenzuolo fino alla vita; il cuore talmente accelerato da sembrarmi sul punto di esplodere. Non ci fu tempo per fare altro.
L’anta si spalancò completamente e sulla soglia si disegnò la sagoma imponente di Roberto, suo padre.
Fece un passo avanti e il suo sguardo, dapprima interrogativo, si posò sulla mia parziale nudità ignorandomi.
I suoi occhi gelidi ispezionarono ogni angolo, fino a scivolare sul pavimento. Lì, abbandonati in un mucchio disordinato, c'erano i nostri indumenti, tra i quali fu immediato riconoscere la canotta e gli shorts del figlio.
Il silenzio che seguì fu più soffocante della canicola esterna. L'uomo fissò quei vestiti per istanti infiniti. La mascella gli si contrasse e, quando rialzò lo sguardo su di me, non servirono parole: sapeva perfettamente che Andrea era lì dentro.
«Volevo avvisare che ci stiamo preparando per tornare in spiaggia», disse Roberto, con una voce incredibilmente calma e ferma. Continuò a guardarmi dritto negli occhi, con una durezza che mi tolse il fiato. «Dì ad Andrea di prepararsi».
Senza aggiungere altro, tornò sui suoi passi, facendo ripiombare la camera nella penombra.

Il pomeriggio trascorse in un’atmosfera surreale, fatta di risposte a monosillabi e di una gelida cortesia che rendeva quel disagio percepibile a chilometri di distanza.
«Tutto bene?», mi chiese mio cugino Luigi.
«Non proprio…»
«Vuoi provare a spiegarmi per vedere se…»
«Ora non è il caso, né il momento», risposi, osservando il corpo di Andrea disteso al sole accanto a quello del padre. Non si rivolsero quasi parola, mentre le donne, inconsapevoli, continuavano a chiacchierare tra loro.
Mi diressi verso la battigia per un bagno, sperando che l'acqua mi chiarisse le idee: dovevo continuare a fingere? Parlarne apertamente? E in che modo?
Mi immersi iniziando a nuotare lentamente. Solo dopo qualche metro mi accorsi che Roberto mi aveva raggiunto. Ci fissammo tra una bracciata e l’altra. I suoi occhi azzurri emanavano un fascino che difficilmente lasciava indifferenti.
«Grazie», si limitò a dirmi, prima di proseguire allontanarsi.

La cena vide la tensione allentarsi solo in apparenza. Andrea tenne gli occhi fissi sul piatto proferendo pochissime parole, mentre suo padre si sforzava di intrattenere un’animata conversazione con Luigi. Quella normalità ostentata mi disorientava: il peso del segreto continuava a serpeggiare dietro ogni movenza.
Ci congedammo presto. Tornai in camera, mi spogliai e mi sdraiai sul letto sperando di dormire, ma la mente continuava a riavvolgere e riproporre la scena del pomeriggio. Agitato da quel loop, scesi in giardino. La casa era immersa nel silenzio.

Un fruscio alle mie spalle e, illuminata dalla luna, una sagoma si materializzò al mio fianco.
«Ti piacciono le entrate a sorpresa…», commentai con voce flebile.
«A quanto pare…», sussurrò la voce profonda e roca di Roberto. Era in boxer e a torso nudo: la luce diafana illuminava il fisico tonico e irsuto.
«Per cosa mi hai ringraziato oggi?», chiesi cercando non tradire emozione.
Mi superò dandomi le spalle e, nel farlo, le nostre dita si sfiorarono per un secondo; la sua pelle era bollente. Rimase così per qualche istante, poi sospirò: «Per aver offerto ad Andrea la possibilità di scoprirsi senza aver timore di nascondersi… come invece ho fatto io. Come sto facendo ancora…»
Rimasi di sasso.

«Tu…», mi interruppi: non volevo fermare quel torrente pronto a rompere gli argini.
«Pensi che sia facile?», mormorò voltandosi e incatenandomi con i suoi occhi azzurri. Il calore che emanava era quasi tangibile, in netto contrasto con la brezza serale che ci regalava un po’ di frescura. «Ogni giorno, ogni dannato pranzo di famiglia, ogni maledetta stretta di mano... finché non ti convinci che è giusto così. Uscire la notte come un ladro per ritrovarti nei parcheggi o nei battuage a cercare incontri fugaci che ti permettano, per poche ore, di viverla la tua vera natura…»
Gli posai un dito sulle labbra per zittirlo.
Lui lo strinse in una mano mentre, con l’altra, mi tirò a sé.
Provai a divincolarmi, ma mi riprese subito.
Le mie mani finirono sul suo petto villoso, le dita affondarono nell’intrico morbido, le nostre bocche a pochi millimetri. Ci protendemmo verso l'altro iniziando a baciarci, lasciando le lingue libere d’intrecciarsi. I baci proseguirono dolci, lambendo il collo, le spalle e ogni centimetro di pelle su cui riuscivano a posarsi.
Mi appoggiai al tronco dell’albero sollevando le braccia. Roberto ne approfittò per aspirare l’aroma delle mie ascelle. Le assaggiò proseguendo la corsa verso il petto e più giù lungo il torace
Con il naso appoggiato al cotone leggero dei boxer si inebriò del mio aroma pubico mentre la sua mano scivolò attorno ai miei glutei decisa, possessiva per infilarsi senza alcuna esitazione sotto l'elastico. Le sue dita calde e ruvide avvolsero il mio cazzo che reagì immediatamente a quella presa autoritaria mentre io mi agitavo dimenando il capo.

«Ho bisogno... Ho bisogno anch’io di te… Ora…» mormorò Roberto, stringendo la presa e iniziando a muovere la mano con una dolcezza incredibile mentre il suo bacino si premeva contro il mio, facendomi sentire la sua stessa erezione vigorosa che spingeva contro l’intimo.
«Concedimi questo regalo…» annuii mentre glielo sfilavo consentendo alle due spade di duellare liberamente.
Cedetti così alla passione che ci stava travolgendo: sollevai una gamba per cingere il suo fianco, abbracciai forte il suo collo continuando a baciarlo. Reclinai il capo per sentire la sua lingua scivolare sulla mia pelle calda sfiorata nuovamente dai suoi baci. Baci sempre più appassionati che strappavano gemiti e sospiri uditi solo dalla notte.
Le mie mani scesero lungo le spalle larghe stringendole, afferrarono il torace, strizzarono il culo muscoloso per poi afferrargli il mento.
Sputai. Sputò. Mischiammo le salive con le lingue nuovamente aggrovigliate.

Scese all’improvviso tra le mie gambe infilandosi in bocca l’uccello fradicio dei nostri umori. Avvolse la pelle del prepuzio alla base usando la lingua e per gustarselo a dovere, giocando con la cappella che aspirò e succhiò ripetutamente estraendola grondante di saliva e riavvolgendo ogni volta il filo di bava che si formava.
Sospirai ad ogni lappata fino a che mi fu impossibile trattenere il piacere provato. L’ondata che travolse la sua gola l’inondò all’improvviso ma, non so come, riuscì a trattenerla e a condividerla con l’ennesimo lungo bacio mentre i miei gemiti lentamente si spegnevano.

«Scopami», lo supplicai voltandomi.
Delicatamente mi fece appoggiare al tronco, piegandomi leggermente in avanti.
«Apri le gambe», mormorò. Lo sentii insinuarsi tra le mie natiche: il suo naso ne aspirò il profumo, mentre la lingua picchiettava sull’ano per ammorbidirlo. Iniziò ad infilare un dito.
«No… Dammi il cazzo… Dammelo subito, non voglio aspettare oltre».
Mi penetrò con dolcezza e pazienza: lasciò che il mio buco si abituasse alla consistente dimensione, entrando ed uscendo adagio più volte prima di affondare completamente nelle mie viscere.
Il grido che mi uscì venne prontamente smorzato dalla sua mano sulla mia bocca. Si sfilò per rientrare nuovamente, e poi ancora, e ancora.
Le sue mani si serrarono in una presa salda sui miei fianchi e prese a pomparmi con maggior vigore. Sentivo i suoi coglioni sbattere contro i miei in una danza ritmica dettata dalle spinte del suo bacino quando aderiva perfettamente ai miei glutei.
Gli ultimi colpi furono davvero violenti. Mi afferrò per i capelli traendomi a sé quando giunse l’orgasmo: cercò le mie labbra per scaricare dentro tutta la violenza del piacere provato, mentre il suo seme caldo dilagava nei miei intestini.
«Grazie…», ansimò, nascondendo il viso nell’incavo del mio collo.
«Va tutto bene», lo rassicurai, cercando la sua bocca per baciarlo ancora una volta mentre si sfilava lentamente.
Mi voltai per abbracciarlo e farmi ricoprire di baci. Mi sorrise tra le lacrime che le mie dita provvidero ad asciugare.
«Domani sarà di nuovo come prima», affermò tristemente.
«Non per forza…»

Non immaginavo quanto le mie parole sarebbero state profetiche.
Nel buio della notte una tenda si scostò. Altrove, un tonfo sordo attirò la nostra attenzione.

Cos’era?
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