Gay & Bisex
I cugini... di campagna
15.09.2026 |
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"Lo spinsi a sdraiarsi a pancia sotto per godermi gli ultimi colpi, e poi restammo lì, nel silenzio riempito stavolta dai nostri respiri affannati, che lentamente tornavano silenziosi, lasciavano..."
L’appuntamento era per le ventuno sul piazzale dell’azienda agricola.Con zio Otello avevamo già preparato le macchine: la mietitrebbia, guidata da me, e il trattore con il rimorchio, guidato da mio cugino Ermes.
«Eccomi, Adelmo!», Ermes aveva il fiatone. «Scusate il ritardo, ma stasera era impossibile mettere a letto i bambini.»
«A chi lo dici! I miei credo siano ancora svegli, ma ora…»
Salimmo ognuno a bordo del proprio mezzo e, con le ultime raccomandazioni dello zio, ci avviammo. I fari alogeni montati sul tetto della cabina rischiaravano il buio che avvolgeva la campagna e ci avrebbero fornito un minimo aiuto nel corso della trebbiatura: la visibilità sul campo era limitata e il contrasto tra la zona illuminata a giorno e la notte circostante continuava ad esercitare su di me un fascino suggestivo.
Imboccammo la strada poderale che ci avrebbe condotti alla vasta area da trebbiare. Dovevamo completare il lavoro prima dell'alba: dopo il tramonto, infatti, l'umidità serale rendeva la paglia meno fragile rispetto al pomeriggio, riducendo la perdita dei chicchi. Se però il livello di umidità saliva troppo, eravamo costretti a fermarci perché il grano diventava difficile da sgranare. Inoltre, il grano maturo non poteva aspettare: il rischio di improvvisi temporali estivi ci obbligava a fare gli straordinari per salvare il raccolto.
Ermes posizionò il trattore e mi raggiunse a bordo.
«Puttana miseria, che caldo!» A nulla valeva lasciare aperte entrambe le porte della cabina. «Domani lo zio mi sente: poteva almeno aggiustare l’aria condizionata…», brontolai nel levarmi la canottiera usata per detergere il sudore. Ermes seguì l’esempio.
«Vero che fai guidare un po’ anche me?», mi gridò nell'orecchio. Annuii.
Lavorammo con un buon ritmo, scaricando un paio di volte il serbatoio nel rimorchio per trasportarlo successivamente al granaio. Nelle operazioni a terra, la loppa - la polvere del grano - iniziò da subito a coprirci, provocandoci un prurito tremendo.
Passammo al campo successivo, ma i fari applicati si spensero all’improvviso.
La bestemmia uscì naturalmente.
Salimmo sul tetto a controllare e, fortunatamente, si trattava solo di un filo staccato, forse a causa di un sobbalzo. Lo riparammo facilmente.
«A 'sto punto direi di fare una pausa… Manca poco…», suggerii.
In men che non si dica i pantaloncini volarono sul sedile e, rimasti in mutande, ci buttammo a rinfrescarci e ripulirci nella roggia vicina. Ci divertimmo a schizzarci, spintonarci e mantenerci a galla a vicenda prima di tornare sulla riva. Gli slip bianchi si erano talmente inzuppati da diventare trasparenti: i nostri uccelli e il folto pelo che li adornava erano chiaramente visibili nel pallido chiarore lunare, che si rifletteva sulle gocce d’acqua sparse sulla pelle e tra i peli del petto.
Ermes tornò con la borsa frigo; mi sedetti sul prato umido sorseggiando la birra fresca e godendomi l’ebbrezza del momento: il cielo stellato, il mormorio dell’acqua, le sue increspature rese scintillanti dalla luna e le labbra di Ermes, immerso nell’acqua fino alle ginocchia, che tiravano la capocchia del mio prepuzio. Mi guardò sorridendo, intanto la lingua penetrava, interponendosi tra la pelle e il glande.
«Ahhh…», sospirai mentre gli si avvolgeva intorno. Posai una mano sui suoi riccioli scuri per fargli capire di non smettere… Non che ne avesse l’intenzione, in effetti.
Mi puntai sui gomiti spalancando le gambe e la nuova posizione mi permise di esporre completamente il buchetto, che si affrettò a servire come stava facendo con il bastone. Sotto i colpi della sua lingua lo sentii ammorbidirsi e, invaso dal piacere, iniziai a sussultare e a dimenarmi. Le mie dita gli stringevano così forte i capelli che credevo di strapparglieli.
«Vieni qui…», lo trascinai sopra di me.
«Ti piace, vero?»
«Sì, sentire il tuo cazzo che struscia sul mio mi manda fuori di testa.»
Mandava fuori di testa anche lui, visto quanto ci stavamo bagnando. Scese a raccogliere il mio liquido prespermatico per condividerlo con me in un lungo bacio, mentre sentivo il suo medio iniziare a rovistarmi laggiù. Me lo fece succhiare per stuzzicare l’anellino coperto dal fitto pelo e oltrepassarlo. Lo aiutai con il mio stesso dito, regalandomi gemiti che lui soffocava tra baci e slinguate.
«E adesso…», la cappella bollente si sostituì alle dita e penetrò il mio buco rapidamente, insieme al resto dell’uccello. M’inarcai: ero abituato a farmi sfondare, ma il suo era un calibro di tutto rispetto e qualche riguardo in più non avrebbe guastato.
Il respiro si regolarizzò in breve tempo e lui poté così iniziare a darsi da fare. Uscì completamente per tornare alla carica con una certa impetuosità. Ripeté il gioco diverse volte: sentivo l'ano spanarsi e accoglierlo con sempre maggior facilità.
«Sai che te la farò pagare, vero?!», sussurrai mentre il ritmo aumentava ad ogni affondo.
«Non vedo l’ora, Delmo!», rispose accelerando ancora e facendomi l’occhiolino. «Ora però goditelo tutto questo bel pistone, troia!»
Le oscenità proseguirono unendosi al concerto di rane, grilli e cicale, mentre i nostri corpi umidi si avvinghiavano consentendo alle nostre dita di esplorarne ogni centimetro. Con Ermes era come se fosse sempre la prima volta.
In effetti stavo godendo come una vacca. Soprattutto quando il suo orgasmo esplose in un verso rauco, inondandomi gl’intestini di seme caldo. Non riuscii a trattenerlo tutto. Ci pensò lui a rimetterlo al suo posto, raccogliendolo con la cappella e tornando a penetrarmi.
Si sfilò delicatamente, avvicinandomi il cazzo alle labbra. Aprii la bocca per lasciargliela appoggiare, ma lui preferì schiaffeggiarmi le guance, imbrattandomi la barba con i resti dello sperma. Poi me la lasciò gustare.
«Tieni, ingordo!»
Finalmente riuscii a ripulirglielo per bene e a restituirgli il suo sapore con un lungo bacio.
«Ora voglio che mi scopi tu!»
Mi aiutò ad alzarmi. Mi misi dietro di lui, invitandolo a piegarsi in avanti; le sue mani si appoggiarono saldamente al terreno.
Lavorai il buco con la lingua: sapeva di salmastro dato il bagnetto notturno ed era perciò abbastanza morbido. Per mio piacere personale infilai tre dita, aprendoglielo ulteriormente.
«Ohhh… così…», se la godeva il porco mentre le facevo ruotare al suo interno!
«E adesso…» L’ingresso fu dolce ma deciso. Attesi brevemente che il nido si abituasse all’uccello e poi iniziai a pomparlo. Anche a Delmo piaceva sentir crescere il ritmo, e l’accontentai: l’erezione si tese fin quasi a farmi male. Era il segnale.
Mi fermai, uscii, e sulla sua schiena iniziò a scorrere lento un caldo fiume opalescente. Risalii con la lingua dal buco del culo fino a dov’era arrivata la mia crema. Cercai di tenermela tutta in bocca, ma non resistetti alla tentazione e ne ingoiai parecchia. Il resto lo condivisi con un bacio mentre lo penetravo ancora una volta. Lo spinsi a sdraiarsi a pancia sotto per godermi gli ultimi colpi, e poi restammo lì, nel silenzio riempito stavolta dai nostri respiri affannati, che lentamente tornavano silenziosi, lasciavano il posto al concerto offerto dalla natura.
Qualche lucciola danzava tra i fili d’erba. Restammo a guardarle mentre le nostre dimensioni tornavano alla normalità. Un ultimo bacio e ci rialzammo per rivestirci, iniziando dall’intimo.
«È ancora umido…» restammo nudi: chi ci avrebbe visti?
Tornammo verso la trebbia, dov’era rimasto il resto dei nostri abiti e indossammo i pantaloncini.
«Guido io, allora?» si sedette al comando.
«Accordato!» mi sedetti sul bracciolo al suo fianco.
Il tempo di far muovere la macchina e tornai a giocare con il suo batacchio, imitando i gesti che lui compiva innestando le marce.
«Abbiamo un problema…», e m’indicò la sua erezione che spuntava dalla cerniera aperta.
«Ne abbiamo due, direi…» e gli mostrai la mia «Se vuoi continuare a guidare devi prima risolverli!»
«E come? » Presto detto! Lo scavalcai, fermai il motore e lentamente mi lasciai impalare. Le mani sui braccioli del sedile e il mio bacino che dondolava avanti e indietro facendomi salire e scendere sul suo buco, fecero il resto.
«Così mi consumi! Se quando torniamo mia moglie ha voglia, non so…», sbuffò Delmo palpandomi le tette sode. Le sue mani scesero poi lungo i miei fianchi, dove si fermarono per regolare il suo fine corsa.
«Sei giovane e forte! Ti tornerà duro nel tempo di un amen…» ansimai godendomi per la seconda volta ogni centimetro dell’ospite «…E francamente di tua moglie non me ne fotte una beata minchiaahhh!»
Anche la seconda sborrata mi farcì completamente.
«Ce la fai a trattenerla?» risposi di sì «Ma dove scappi?»
Scesi la scaletta appoggiandomi ad una delle ruote.
Mi raggiunse, un braccio mi cinse il collo, un piede a terra e l’altro appoggiato alla mia coscia, si leccò la mano libera, inumidì il mio uccello e se lo fece sparire nel culo.
«Sei un copione!» lo schernii mentre finiva di sbuffare, sistemandosi per accoglierlo meglio.
«Può darsi, ma sai che quando lo prendo in questo modo non capisco più niente!»
Lo sapevo eccome, per cui iniziai a lasciarlo ondeggiare sul mio uccello in modo tale che si lubrificasse completamente. Poi lo fermai. Appoggiai le mani sui suoi fianchi stabilendo la velocità della scopata.
«Più veloce... Più veloce…» m’incitò. L’accontentai per fermarmi di colpo. «Capì Aspetta: non venirmi dentro.»
«Accordato anche questo.»
Si accosciò tra le mie ginocchia, spalancò la bocca facendo penzolare la lingua, che indicò con un dito. L’orgasmo fu così violento che i primi schizzi gli imbrattarono capelli e fronte. Solo gli ultimi caddero dove richiesto e li inghiottì felice. Gli altri glieli pulii io con la mia cappella che lappò felice per farla tornare pulita e splendente.
«Ora basta però: è tempo di tornare ai nostri doveri! », anche perché cominciava ad albeggiare. Perciò, abiti asciutti o ancora umidi che fossero, ci rivestimmo completamente per concludere la trebbiatura.
Rientrammo all’orario stabilito, lasciando i mezzi sul piazzale dell'azienda. Una doccia veloce e mi infilai nel letto. Le mani di mia moglie mi cercarono nel buio.
Non c'è due senza tre…
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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