Gay & Bisex
Brecce… Continuò così…
09.09.2026 |
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"Le spinte del mio socio divennero sempre più violente e Giacomo fu costretto a fermarsi, tenendo una mano per terra e l'altra appoggiata al mio uccello ancora duro..."
Cari Affezionati Lettori,A completamento della Vostra richiesta non potevo non cimentarmi nella descrizione della prima volta di Giacomo…
Buona lettura!
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Il lavoro cominciava a scarseggiare. Avevo sentito telefonicamente alcuni dei miei contatti per trasferirsi su al Nord con la speranza di venire assunti in qualche grosso cantiere. Ciò avrebbe significato, da una parte, più soldi per la famiglia e le spese universitarie di Giacomo, dall’altra dover lasciare il paese e i miei cari per chissà quanto tempo.
Ne parlai con Felice, che si dichiarò d'accordo nel tentare l'avventura se si fosse presentata l'occasione. Anche le famiglie concordarono.
«Io stesso dovrò trasferirmi per frequentare l'università.» disse Giacomo
Con questi presupposti ci rimettemmo all’opera sulla ristrutturazione che stavamo completando. La mente tornò al pomeriggio di qualche giorno prima e ai pensieri su mio figlio che mi tormentavano. La soluzione, poco efficace, che avevo trovato era di sgobbare come un mulo. Ma una volta a casa… Infermo e paradiso tornavano a perseguitarmi… Soprattutto se mio figlio gironzolava seminudo e mia moglie era tra i piedi…
«Compa', si muore di caldo ed è quasi ora di pranzo», mi ricordò Felice. «Oggi non hai aperto praticamente bocca. Pensieri cupi, immagino.... Non siamo più ragazzini e l'idea di un viaggio così lungo, in un posto che non conosciamo...» continuò addentando il panino; la sua sensibilità mi sorprese.
Stavamo bevendo il caffè quando un rumore di passi annunciò l'arrivo di qualcuno: era Giacomo che ci distolse così da quel discorso, ma non dagli altri pensieri.
«E tu che ci fai qui?», chiese Felice. «Da mangiare ce lo siamo portati...»
«Dipende», rispose lui pacatamente. «Da cosa volete mangiare…»
Io e Felice ci guardammo senza capire. Giacomo continuò con una serietà inconsueta: «Sai pa’, ho pensato a quanto è accaduto l'altro giorno proprio qui...»
«Ti riferisci a quando ho provato…»
«In effetti mi riferisco un po’ a tutta la situazione, però sì, in particolare a quello... E così ho deciso che effettivamente è ora di chiudere il conto come hai detto tu… Se siete ancora dell’idea!»
Ciò detto, sollevò leggermente la maglietta esibendo i suoi addominali pelosi e scolpiti.
«Visto che a casa fai finta di nulla perché magari non si può…» ero scioccato ed eccitato da quelle parole. Mi toccai l’inguine che cominciava a pulsare.
Felice lo aiutò a spogliarsi e lo imitò. L’uccello mi andò definitivamente in tiro e si fece ancor più duro quando iniziarono ad accarezzarsi sorridendosi: le dita di ognuno scesero lungo i pettorali, sfiorandone i peli scuri fino a concentrarsi sui grossi capezzoli con cui giocarono per diverso tempo pizzicandoli, attorcigliandoli e tirandoli per piegarli verso l’alto. Gemiti e sbuffi accompagnarono la scena alternandosi a baci più o meno innocenti.
Giacomo decise poi di dedicarsi alle parti basse: afferrò l’uccello barzotto di Felice iniziando a masturbarlo: mentre guardava lo incredulo. Gli diventò duro all’istante al pari del mio.
Continuando a maneggiarlo, mi rivolse uno sguardo malizioso. Si piegò per assaggiare il cazzo dell’uomo, esponendomi il suo fondoschiena ancora fasciato dagli slip. Lo fece ondeggiare appena. Mi avvicinai lentamente.
«Cumpa’ le troie sullo stradone sono niente in confronto…
Cominciavo a crederlo anch’io: davvero era bastata qualche provocazione per trasformarlo in un succhiacazzi di prima categoria senza il minimo ritegno? Ed era realmente consapevole di dove saremmo arrivati? Una volta superato il limite non c’era ritorno…
Cancellai in un attimo pensieri e dubbi e mi avvicinai.
Iniziai lentamente ad abbassargli le mutande accarezzandolo. Non riuscivo a crederci: davanti a me, in tutta la sua bellezza e perfezione, c'era il sederino sodo e morbidamente peloso di mio figlio che mi chiamava. Lo sculacciai un paio di volte con delicatezza mentre con un calcio allontanavo gli slip. Lui divaricò leggermente le gambe, e si infilò completamente in bocca il bastone del mio socio.
Le mie mani aprirono dolcemente le sue chiappe e il mio indice iniziò risalire tra i fili scuri, trovando il buchetto desiderato. Scostai la peluria che lo nascondeva e lo ammirai in tutta la sua bellezza mentre si contraeva incontrollato. Leccai il medio e iniziai a muoverlo intorno aggiungendo sputi in modo da ammorbidirlo.
Mio figlio sembrava gradire il trattamento, e lo stesso valeva per Felice che, messe le mani sulla sua nuca, si regalava una scopata di bocca.
Giacomo s’interruppe un attimo: «Ho imparato bene dai vostri insegnamenti?
Per tutta risposta inumidii anche l’indice e, con una certa fermezza, iniziai a penetrarlo. Oppose la normale resistenza dell’inesperienza. Gli mollai una pacca sul culo:
«Coglione, non devi stringere, altrimenti non riesco ad infilarmi e ti faccio pure male!»
Provò a rilassarsi: le prime falangi entrarono così con maggior facilità, seguite dalle altre. Le feci girare, le aprii e chiusi a forbice per dilatare quel buco che a breve avrebbe accolto ben altro.
Ancora una volta mi stupì.
Fece un cenno a Felice e in un attimo mi sentii addosso le bocche e le mani affamate di entrambi.
«Adesso che sei nudo anche tu… Inculami!», sorrise.
Annuii: iniziai a girarlo.
«Aspetta però. Se ho capito la lezione, devo bagnare bene anche questo.» indicando il birillo.
Si dedicò così ad un pompino decisamente sbavato. Mi srotolò la pelle del prepuzio, liberando la cappella gonfia. Senza staccarmi gli occhi di dosso, iniziò a pennellarla con la punta della lingua. La avvolgeva dall'alto verso il basso e viceversa, girandoci attorno e baciando poi il resto del pisello e giù fino ai coglioni. Allo stesso modo risaliva e, arrivato in cima, apriva la bocca per succhiarla come un ghiacciolo, insieme a buona parte dello stecco.
Felice si avvicinò iniziando a slinguazzarmi e Giacomo si prese cura anche del suo arnese con la stessa passione.
Quando ritenne di averci bagnati per bene, mi rivolse uno sguardo innocente dicendomi:
«Ora credo che siano pronti. Voglio sentire prima il tuo e voglio guardarti negli occhi mentre lo facciamo!»
«Cumpa’! Manco le mignotte…» come dargli torto?
Afferrai una delle sedie che erano intorno al tavolaccio con i resti del pranzo e mi sedetti, esponendo il più possibile l'erezione durissima.
Giacomo si mise a cavalcioni, si leccò una mano e si massaggiò per bene.
«Ma non è meglio se ti metti a pecora?», suggerì Felice.
Guardai mio figlio: il suo sguardo mi diceva che andava bene così. Allargò bene le chiappe iniziando a calarsi.
«Mi raccomando, ricorda quello che ti ho detto», aggiunsi accarezzandolo su entrambi i glutei.
Sì è come quando faccio gli squat a calcio
Non so che cazzo siano gli scat ma ti avviso che ti farà male… All’inizio…
La mia cappella intanto si era appoggiata al buchino, che iniziò piano piano ad aprirsi. Entrò per metà. Lo sentii sbuffare, sollevarsi e ridiscendere, lasciandone entrare un po' di più. Le mani che aveva appoggiato al mio collo mi strinsero con forza, ma non soffrì in silenzio.
Si sollevò nuovamente e per la terza volta ricascò sopra l’uccello. Con pazienza, riuscì a farla passare tutta. Sentivo l’anello tendersi allo spasimo mentre si allargava, fino a che non mi accolse completamente. Sbuffò nuovamente, appoggiando la sua fronte sudata alla mia. Mi baciò.
«Fa male davvero, pa’...», confermò ansimando. Lo baciai.
Lasciai che si abituasse alla mia presenza. Fu lui ad iniziare a cavalcarmi. Iniziò lentamente per aumentare man mano la cedenza del saliscendi sul manganello del culo sverginato sbattendo sui coglioni umidi.
Lo lasciai fare ma l’eccitazione e il ritmo tenuto stavano per procurarmi l’orgasmo. Lo fermai. Con i palmi gli sostenni i glutei continuando la scopata fino a che sentii l’erezione tendersi al massimo. Mi fermai schizzandogli nel culo i fiotti di quella sborra calda che sembrava non finire mai...
Gemevo ed urlavo come un animale infuriato tutto il mio godimento: continuai a fotterlo anche dopo essermi svuotato.
«Porca Puttana…» Felice guardava come davanti ad un porno.
Accarezzai i capelli bagnati di Giacomo che aveva nascosto il viso nell’incavo della mia spalla provando a riprendere fiato. Quando i respiri tornarono normali mi sorrise baciandomi e si sfilò.
«Tocca a te Felì!»
«Io sono tradizionale», dichiarò, «perciò mettiti a pecora e intanto lucida il cazzo di tuo padre!»
Giacomo obbedì docile. Felice, allargandogli completamente il culo, lo penetrò con un'unica spinta che lo fece avanzare verso di me. La bocca spalancata gli permise di ingoiare la cappella fradicia e così, mentre partiva il secondo rapporto, con la lingua gli riuscì di ripulire tutto il seme che era rimasto.
«Cazzo cumpa’, sta uscendo il tuo latte da 'sto culo insieme ad altra crema!», gridò Felice, eccitato come mai l’avevo visto prima. E anche Giacomo godeva, eccome se godeva: glielo leggevo in faccia.
Le spinte del mio socio divennero sempre più violente e Giacomo fu costretto a fermarsi, tenendo una mano per terra e l'altra appoggiata al mio uccello ancora duro. Felice distribuì la sua sborrata sul culo rotto, ne raccolse un po' con la cappella e gliela ricacciò dentro, fottendolo ancora.
«Anch’io ti resto dentro fino a che non mi torna moscio.»
Giacomo si voltò e fece un semplice cenno di sì con la testa.
«Manchi tu, però»
E così, quando torno la calma nelle parti basse di Felice, gli ordinai: «Resta in ginocchio», e lo imitai. «Tu invece alzati e segati.»
«Facciamo noi!» suggerì Felice.
E così, una mano ciascuno, iniziammo il massaggio.
«Vengo!», gridò dopo poco tempo.
Presetammo i nostri petti al suo getto, che rovesciò un'abbondante colata di sperma, che con le cappelle spalmammo sui peli del torace.
«È stato incredibile... incredibile», disse mentre il suo respiro si normalizzava.
Né io né Felice commentammo: rimanemmo lì in ginocchio a guardare la sua faccia soddisfatta. Ci avvicinammo e leccammo la sua cappella; a pulizia terminata, rimanemmo a slinguarci per qualche istante.
«Devo tornare a casa a studiare.»
«Bene, così evitiamo altre tentazioni», commentai nel rivestirci.
La giornata si concluse con l’arrivo di quel messaggio.
«Feli’, dobbiamo fare le valigie!», dissi mostrandogli lo schermo dello smartphone.
Fu così che, nel giro di poco tempo, organizzammo il trasferimento al Nord. Trovammo alloggio in un piccolo appartamento e, col tempo, il giro dei nostri lavori aumentò. Addirittura i nostri vicini di pianerottolo ci chiesero aiuto per chiudere una breccia che si era aperta nel muro.
E di buco, io e Felice, non chiudemmo solo quello…
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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