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Gay & Bisex

Brecce... Iniziò così...


di honeybear
07.09.2026    |    1.284    |    5 9.5
"Non mi riconoscevo: Giacomo mi stava facendo scoprire una parte di me fino a quel momento assopita..."
Cari Affezionati Lettori,
Su Vostra gentile richiesta, Vi apprestate a leggere la prima parte delle origini delle Brecce!
Buon Divertimento!
_______________

Il tamburo della betoniera ruotava pigro.
Ruppi il sacco della calce, lo sollevai e ne versai parte del contenuto che, lentamente, si amalgamava con il resto. Posai a terra il carico e con una mano mi asciugai il sudore.
'Dove cazzo è finito Felice? Quando serve non c’è mai…'
Mi allontanai alla ricerca del mio compare. Lo trovai poco distante, in piedi all’ombra del carrubo. Non era solo.

'Giacomo!?'

«Cumpà, guarda chi è venuto a trovarci!»
«Che ci fai qui? Non dovresti stare a casa a studiare?»
«Mi ha mandato mamma, con il pranzo!»
«E perché non ce lo portasti laggiù?»
«Colpa mia, Cumpà! Mi stava raccontando del pretesto ursitario…»
«Il test d’ammissione, pa’!»
«Certo…»
Quanto era cresciuto mio figlio! Nel fisico sicuramente: i ricci ribelli scuri e lucenti continuavano a scendergli fino alle spalle, mentre sugli zigomi pronunciati l’accenno di barba lo faceva sembrare già uomo… E quante soddisfazioni: massimo dei voti alla maturità, ottimo sportivo… Ed ora l’università che, speravo, lo riscattasse dalla miseria e dagli stenti toccati a me.
«Resta con noi…» lo invitò Felice.
Il calcestruzzo era pronto: l’avremmo usato nel pomeriggio.

Nei locali freschi che stavamo sistemando condividemmo il lauto pasto preparato da mia moglie.
«Fa troppo caldo per tornare al lavoro, riposati Felice.»
«Agli ordini, Capo!»
«E tu… fa troppo caldo anche per te. Torni a casa quando rinfresca!»
«Agli ordini, Capo!»
«Mi prendi per il culo?»
«Non sia mai!» terminò la focaccia per poi scomparire insieme all’altro.
Li ritrovai entrambi a chiacchierare nella cantina più fresca della casa entrambi a torso nudo. Non mi ero quasi accorto della fitta peluria che gli stava crescendo sul petto e lungo l'addome… In compenso vedevo benissimo le dita di Felice che ci stavano passando sopra. E lui che sembrava gradire.
«Che minchia combinate?» con un colpo levai la mano di Felice.
«Niente… stavamo solo ridendo del fatto che mi stanno crescendo i peli sul petto… Tanti come i tuoi!»
«E ti stanno crescendo anche altrove?» lo provocò Felice facendogli l’occhiolino.
«Sì…» e mostrò gambe e ascelle che l’altro annusò e solleticò.
«Suda anche chi studia…» rise sguaiato.
«E ne sono spuntati… Anche lì…» continuò stando al gioco.
«Non azzardarti…»
Ma Giacomo si stava già abbassando i pantaloni.
«Wow! Com’è nero laggiù! Per fortuna che è abbastanza lungo e non te lo perdi nella foresta!»
Felice lo soppesò iniziando a giocarci. Giacomo lasciava fare. Avrei dovuto intervenire per far cessare immediatamente quello spettacolo, ma la mia volontà era debole, paralizzata dalla strana eccitazione che non riuscivo a frenare.
«Che dici? Lo confrontiamo con quello di papà?»
La provocazione stavolta era diretta proprio a me.
«Eh, Cumpà? Ce li fai vedere anche tu i gioielli di famiglia?» sghignazzò.
Lentamente, vinto dall'eccitazione, calai i pantaloni.
«Oh, che cosa abbiamo qui?»
Mio figlio arrossì nel vedere la mia erezione spuntare dal pube scuro, ma non gli levava gli occhi di dosso… Anzi, afferrò la propria e iniziò a masturbarsi.
«Ci metto pure il mio!» e con una sonora risata Felice estrasse il suo uccello, già completamente duro.
Giacomo lo guardò a bocca aperta, per poi passare nuovamente a quello paterno.

«Sai cosa succede dopo un po’ che te lo meni, vero?» insinuò Felice.
Il ragazzo annuì. La nuova provocazione continuò: Felice volle conoscere i suoi tempi di eiaculazione e se si fosse mai tirato seghe in compagnia o ad altri uomini.
Restò muto e imbarazzato.
«Vuoi provare?» non credevo alle mie orecchie: quelle parole erano uscite proprio dalla mia bocca.
Giacomo mi si avvicinò; i suoi occhi scuri puntavano dritto nei miei.
«Finisci di spogliarmi…» sussurrai.
Mi levò la canotta. Le sue mani scorsero sul mio petto sudato, mentre le mie percorrevano il suo.
Poi me lo prese in mano.
«Stai stringendo troppo…»
«E il mio? Chi se lo prende il mio?» s'intromise Felice.
Giacomo lo afferrò anche il suo. Si chinò per guardarli da vicino, mentre le mani scorrevano sulla pelle tesa.
Ogni prepuzio si arrotolò alla base, rivelando le cappelle paonazze dalle quali colavano filamenti giallognoli.
«Raccoglili con la lingua.» Giacomo eseguì guardandomi mentre li mandava giù.
«Vuoi provare a succhiarmelo?»
«Sì…» e, senza aspettare consigli, spalancò la bocca infilandosi il glande iniziando a farlo scorrere.
«Ahia!» Gli mollai una scoppola. «Non devi morderlo, coglione! Usa lingua e bocca!»
«Scusa…»
Lo guardavo leccarmi mentre con l’altra mano seguitava a masturbare Felice.
«Promette bene, Cumpà! Ora però fai a cambio: succhia me!»
Assecondò la richiesta. Lingua e mani lavoravano senza sosta, strappandoci gemiti e oscenità che si perdevano nell’aria immota del pomeriggio, mischiandosi al frinire delle cicale. Il suo uccello eccitato dondolava dritto tra le sue gambe. Le nostre dita torturavano piacevolmente i rispettivi capezzoli pizzicando e tirando così forte da lasciarci segni sulla pelle.
«Sto… sto venendo…»
«Anch’io…»
Giacomo sorrise e, spontaneamente, gonfiò il petto, che imbiancammo con il seme che schizzò in abbondanza fin sulle sue labbra. Lo raccolse con la lingua.
«Ti piace?»
«Sì, sa di sale!»
«E a te chi ti soddisfa?»
«Ci pensa papà, vero?» E con naturalezza si voltò, sollevando quel culetto sodo e peloso che, anche in questo caso, non avevo mai guardato con attenzione.
«Sì, ma prima devi ripulirci.»
Non se lo fece ripetere due volte. Avvicinò le nostre cappelle, mi guardò prima di allargare la bocca e farle sparire al suo interno. Sentivo il cazzo di Felice acanto al mio e la lingua di mio figlio passare e ripassare per raccogliere e ingoiare i resti del nostro orgasmo. Sbuffai di soddisfazione.

Lo aiutammo ad alzarsi. Lui continuò a maneggiare i nostri cazzi ancora in tiro e bagnati dalla sua saliva.
«Girati!»
Iniziai il trattamento al culo, mentre Felice tornava a dedicarsi all'uccello di Giacomo.
«Ha detto che devo farlo venire io!» gli ricordai.
«Tranquillo, Cumpà! Te lo tengo in caldo.»
Bruciavo dal desiderio: di farlo godere… Di possederlo...

Ma cosa sto pensando!?

Appoggiai la testa del cazzo, calda e ancora umida, contro il suo ingresso, appiccicando il resto del bastone al taglio tra le chiappe. Lo feci scorrere avanti e indietro mentre, levate di mezzo le mani di Felice, lo sentivo godere.
«Mmmm… sììì, che bello… continua…»
«Taci, troia!» non so come mi uscirono quelle parole e nemmeno la sculacciata che lasciò l’impronta della mia mano sulla sua chiappa. «Se non sa stare zitto, pensaci tu, Feli’!»
Forse anche a causa delle oscenità che uscivano dalle nostre bocche, il mio bastone più duro di prima.
Non mi riconoscevo: Giacomo mi stava facendo scoprire una parte di me fino a quel momento assopita.
«Subito, Cumpà!» E le labbra di Felice si appiccicarono a quelle di Giacomo.
«Aprile!»
Altra sculacciata.
«Lasciati baciare, troia! Mentre godi voglio che limoni con lui!» ordinai, accompagnando la richiesta con l’ennesimo colpo.
Giacomo accolse l’altra lingua e si dedicò ad ispezionare ogni parte del corpo di Felice: le mani percorsero le spalle muscolose per poi appoggiarsi al suo petto mentre, con gli ultimi colpi, il suo seme colava lungo l’addome dell’altro.
«Aspe’!» Lo trattenni mentre già si stava chinando a leccare. «Sto… sto venendo un’altra volta!»
La sborra disegnò una specie di ragnatela sul sedere di mio figlio.
Il pensiero si riaffacciò e non resistetti: avvicinai la cappella per raccoglierne un po’ da cacciargli dentro. Oppose resistenza, ma iniziai comunque a penetrarlo.
La sua mano sul mio polso mi fece desistere.
«E a pulire chi ci pensa?» repressi la voglia in questo modo.
«Io, Cumpà!» E Felice raccolse tutta la sborra di famiglia.
Ci rivestimmo per uscire a riprendere i lavori.

«Noi abbiamo un conto in sospeso…» ricordai a Giacomo prima che scomparisse sulla via di casa.
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