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Prime Esperienze

Amelia mi insegna


di ringo00
24.03.2024    |    6.064    |    3 9.4
"“Mmmm… Bravo, caro, stai andando benissimo… Adoro i ragazzi a cui piacciono le tette…” sospirò..."
-ATTENZIONE- QUESTO RACCONTO È UN’OPERA DI FANTASIA ISPIRATA A FATTI REALI

Salve a tutti, il mio nome è Roby, e oggi vorrei condividere con voi un lontano ricordo. Era la primavera dei miei diciotto anni, avevo gli ormoni a palla come tutti gli adolescenti e morivo dalla voglia di fare sesso, o quantomeno, vedere una donna nuda. Ero, diciamo, fidanzato con un’amica di infanzia, Francesca, con la quale ero cresciuto, ma al di là di qualche bacio e virginali carezze non eravamo andati, ed ero così costretto a placare la voglia repressa in solitaria. Ma la protagonista di questa storia non è Francesca, bensì sua madre, Amelia; era diventata madre giovanissima, ad appena sedici anni, ed era semplicemente stupenda: capelli nerissimi raccolti in una coda, un viso da dea greca e un corpo che aveva poco nulla da invidiare a quello delle ventenni, seni grandi e sodi che sembravano ridere in faccia alla gravità, una vita che sembrava essere fatta per essere cinta fra le mani e un sedere perfetto, che calamitava lo sguardo. Caratterialmente era solare, sempre sorridente e spiritosa, come una studentessa del liceo sospesa nell’eternità; era quasi più giovanile della figlia, guai a chiamarla signora o darle del lei! Con la scusa che mi aveva visto crescere mi considerava come un nipote o un secondo figlio, abituandomi fin da piccolo a chiamarla per nome o addirittura zia. Inutile dire che negli anni dell’adolescenza era diventata la musa ispiratrice e tormento dei miei sogni bagnati: pensavo a quel culo, sottilmente velato dai jeans, a quelle tette che danzavano sotto i vestiti… con tutte le sborrate che le ho dedica negli anni sarebbe rimasta ingravidata un’infinità di volte! Comunque, un pomeriggio di fine maggio mi presentai a casa di Francesca, per chiederle di uscire, ma la madre mi disse che era già uscita con le amiche; stavo per andarmene quando Amelia mi disse “Aspetta, ti faccio un caffè, ti va?”
Passare un po’ di tempo con lei mi garbava parecchio, per cui accettai volentieri: era piacevole parlare con lei, adoravo il suo sorriso e la sua risata quando cercavo di farla ridere con delle battute di spirito. Dopo un po’ si mise a cucinare, era una cuoca provetta, si infilò un grembiule e si dedicò ai fornelli, continuando a parlare. Io me la mangiavo con lo sguardo: di spalle, con quel meraviglioso culo offerto ai miei occhi rapaci… con il potere dell’immaginazione me la vidi nuda, con solo il grembiule addosso, come le mogli nei film che davano al cinema. Mi accorsi che avevo il cazzo duro come un paletto, e me ne vergognai, cercando di nascondere la mia eccitazione, ma quando la bella signora si chinò per raccogliere uno strofinaccio da terra persi il controllo: si era piegata in avanti, quasi a novanta, e quella visione diede il colpo di grazia alla mia ragione: quasi fossi comandato da una forza invisibile balzai in piedi e la afferrai da dietro: Amelia cacciò un gridolino di sorpresa: “OH! Roby, cosa fai???”
Stavo morendo di vergogna: la tenevo stretta, le braccia attorno alla vita, il cazzo duro premuto sul sedere e la faccia nascosta nella sua nuca. Cominciai a mormorare scuse soffocate, come un disco rotto: “Scusa… scusa… scusa…”
Lei tacque per un po’, poi disse: “Dovresti farle con mia figlia queste cose, non con una vecchietta come me…” Non sembrava in collera per quella mia “dimostrazione” di desiderio; con uno sforzo riuscii a mormorare “È che sei così… così… bella…” e quando alzai lo sguardo, riflesso nella superficie di acciaio della cucina, vidi che era lievemente arrossita. “Potrei essere la tua mamma…” disse.
Risposi che non mi importava; “Sono vecchietta per te, tu sei così giovane…” . Ribadii che non aveva importanza, e lei, con le guance di un bel rosso, portò il mignolo al labbro: “Non mi sono depilata…” Aveva abbandonato il tono responsabile da adulta di poco prima: ora la sua voce suonava come quella di una ragazzina, vagamente lezioso, i suoi occhi brillavano. Ci siamo quasi, pensai, era quasi cotta! Preso coraggio, le diedi un bacio sul collo, accolto da un brivido da parte sua, un lieve mmm~ uscì dalle sue labbra.
Dopo una pausa, finalmente disse “E va bene, hai vinto.” L’avevo in pugno! Quasi non riuscivo a crederci. “Non qui, però, andiamo di là. “ Mi precedette nel corridoio fino al salotto, dove si fermò davanti ad una cassettiera; con un gesto lento armeggió con la patta dei jeans, che scivolarono lungo le gambe con lentezza da strip tease: avevo finalmente davanti quel maestoso deretano che tanto aveva turbato i miei sogni. Ebbi un fremito quando infilò le dita sotto l’elastico delle mutandine, che abbassò con maggior lentezza: forse voleva provocarmi, non so, fatto sta che ero in preda all’impazienza, non riuscivo più a trattenermi. Quando le mutandine superarono i glutei bianchi vidi che tra le cosce c’era una piccola macchia umida, e dei fili argentei partivano dalla sua passere e restavano attaccati al tessuto. Appoggiati i gomiti al piano del mobile, mi invitò ad avvicinarmi, agitando le chiappe: mi avvicinai tipo zombie, con la bava alla bocca e il cazzo tanto duro da farmi male; esplorai quelle natiche perfette con le dita, erano lisce come pesche e vellutate, morbidissime. La mano scivolò in avanti, sul pube, insinuandosi tra le cosce, sentivo la morbida carezza dei suoi pelini sotto le dita.
“Scusa” disse con un risolino imbarazzato, “Una signora della mia età non si depila la patatina…”
Senza togliere la mano da lì in mezzo mi sbottonai la patta, il cazzo scattó come una molla, pronto all’azione. Amelia lo guardò, e scorsi come un guizzo di orgoglio nei suoi occhi: “È fortunata, la mia bambina… Con un pisello così chissà come gode…”
Quando le rivelai che non avevamo ancora concluso, si fece una bella risata. “Tutto a posto, caro, adesso la zia Amy ti insegna…” Inarcó la schiena, col culo bello in vista: quasi mi sborrai addosso, a quella visione. Amelia divaricó le cosce, aprendosi nel contempo le labbra vaginali: “Vieni, caro, infila qua il tuo bel pisello…” disse con un sorriso che era tutto un programma. Obbedii prontamente, portandomi dietro di lei; sondai le labbra con la cappella, erano umide, l’aroma di figa in calore mi dava alla testa. Puntai leggermente, e molto piano entrai: dovetti fare forza su me stesso per non venire! La figa di Amelia era inaspettatamente stretta, caldissima e bagnata; sospirò, quando la infilai: “Mmm, il cazzo di un giovane… che bella sensazione…” Nel sentirla dire così il cazzo sussultó dentro di lei, gocciolando dall’uretra. Ero dentro la mia prima donna, ed era pure il mio sogno erotico!
“Prendimi per i fianchi, ora, fai finta che sia Francesca e scopami come fossi lei…”
Non me lo feci ripetere: la afferrai come mi aveva detto, e cominciai a muovermi ritmicamente avanti e indietro. Amelia, con la consueta pazienza mi istruiva su come fare, variando il ritmo e così via; mi azzardai a chiedere se potessi accarezzarle il seno, e lei sembrò felice della richiesta: “Ma certo, caro, aspetta un secondo…” e armeggiando sotto la maglietta sfilò il reggiseno, posandolo lì accanto. Mi invitò con uno sguardo, e le mie mani sparirono sotto la maglietta, trovando subito il calore di quelle tette che tante volte avevo sbirciato.
“Mmmm… Bravo, caro, stai andando benissimo… Adoro i ragazzi a cui piacciono le tette…” sospirò.
Non mi ero fermato, stavo continuando a penetrala mentre le strizzavo i seni, ero arrapato come un animale. Visto che aveva apprezzato poco prima, le diedi una serie di baci sul collo, sentirla mugolare di piacere era una cosa eccitantissima, tanto che dopo qualche istante sentivo la familiare sensazione della sborra che risale l’asta, pronta ad esplodere: Amelia ne sembrò felice: “Vai, caro, buttala fuori tutta, ti sentirai molto meglio!”
Quell’incoraggiamento mi portò all’orgasmo: credo sia stata la venuta più ricca e soddisfacente prima di allora, riversai tutta la mia goduria in quella bella figa calda e accogliente. Amelia godette ad occhi chiusi, mugolando quieta. Quando finii di sborrare non scivolai fuori subito, restai ancora dentro di lei, cercando con le mani le ultime tracce di calore nelle sue tette. Quando fui del tutto ammosciato lo sfilai, quasi a malincuore, rimettendolo nelle mutande. Amelia si asciugò la patata con uno straccio preso dalla tasca del grembiule, tirandosi su pantaloni e mutande. Rimanemmo per un po’ in un silenzio quasi imbarazzato, finché dissi “Ora devo andare, si è fatto tardi… Grazie per… il caffè “
La bella signora sorrise di rimando, gli occhi ancora brillanti: “Grazie a te, caro, mi hai fatta sentire quasi come una ragazzina… Beata Federica, eh!”
Scoppiammo entrambi a ridere, mentre mi accompagnava alla porta. Prima che uscissi mi posò una mano sulla guancia, e voltata la mia testa verso di lei mi diede un bacio sulle labbra: emisi un versetto sorpreso, chi se lo sarebbe aspettato! Quando mi lasciò andare mi avviai lungo il vialetto, con un passo un po’ da ubriaco; vidi Amelia appoggiata allo stipite, che mi guardava sorridendo, agitando la mano in un cenno di saluto. Arrivato a casa mi buttai sul letto, e il ricordo ancora vivo di quanto appena successo mi costrinse ad una sega furiosa, terminata in una seconda sborrata, che dedica grugnendo alla mia musa. Una volta calmato, mi resi conto che probabilmente sì era trattato una cosa eccezionale, che non si sarebbe mai più ripetuta; quasi mi ero rassegnato all’idea, ma sorpresa sorpresa, qualche giorno dopo ricevetti un SMS sul cellulare, il cui testo mi sollevò il morale e non solo: FRANCESCA NON TORNA QUESTO POMERIGGIO. TI VA UN CAFFÈ?

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