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Last 03/04/26 Fisioterapia a Sarzana
cazzobonsai69
03.04.2026 |
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"Le sue dita continuavano a muovere, a stimolare, e il suo sguardo era fissato sul mio cazzo, sul mio piacere..."
Last 03/04/2026Fisioterapia a Sarzana
Il tappeto grigio del pavimento della stanza d’attesa era nuovo, e il profumo di lavanda e disinfettante era così forte che mi ricordava le cliniche. Il silenzio, però, era quello di un luogo privato, riservato. Il mio cuore batteva con una strana cadenza, un misto di ansia e di quella speranza oscura che ti fa spingere il mouse sul sito e pubblicare un annuncio che, nelle parole, sembra innocente, ma nel cuore è una richiesta diretta.
“Fisioterapista, per un problema specifico.”
E Antonio aveva risposto. Antonio di Sarzana. Nome di fantasia, ma la voce al telefono era reale, giovane, delicata. Avevo visto la foto sul sito: un fisico esile, quasi fragile, lineamenti fini, occhi grandi e scuri. Si dichiarava bsx. Passivo. Niente foto del cazzo. Una omissione che, per me, era più invitante di qualsiasi esposizione.
Mi trovavo davanti alla porta dello studio ora, a mezzogiorno. La luce del sole filtrata dalle finestre opacizzate creava un alone dorato nel corridoio. Premuto il campanello, un click, e la porta si aprì.
“Marco?” La voce era quella del telefono, ma più vicina, più calda.
Antonio era davanti a me. Era esile, come nella foto, ma nella realtà aveva una presenza che non era fragile. Era… controllata. Vestito con una tuta bianca di cotone, pantaloni stretti che aderiscono alle sue forme, una maglietta a maniche corte che lasciava vedere braccia sottili ma definite. I suoi lineamenti erano delicati, come quelli di un ritratto antico: naso piccolo, labbra carnose ma non volgari, occhi che sembravano scrutare oltre la superficie. Un sorriso leggero.
“Entra,” disse, e il suo gesto era semplice, naturale.
Lo studio era piccolo, pulito. Una sala con un lettino professionale, macchinari accanto, un armadio bianco. L’aria era fresca. Mi sentivo grosso in quel luogo, robusto come sono, con i miei cinquant’anni portati con una certa fierezza fisica ma anche con la vergogna che mi portava dentro, quella vergogna che era il motivo stesso della mia visita.
“Grazie,” risposi, la voce un po’ più bassa del normale.
“Parliamo del tuo problema?” Antonio si spostò verso il lettino, indicando che mi sedessi. Non c’era tempo per formalità. Il lavoro, qui, era diretto.
Io mi sedetti. L’ho spiegato, brevemente, con termini medici che cercavano di nascondere la realtà. Un dolore alla gamba, un fastidio all’inguine, una contrattura. Ma lui sapeva, forse sapeva già, perché il suo sguardo non si fermava sulle mie parole, ma sul mio corpo, sul modo in cui mi muovevo, sul modo in cui evitavo di menzionare certe zone.
“Per la terapia, useremo il laser e poi la Teca,” disse Antonio, la voce professionale ma con un sottotono che non era professionale. “Per il laser, è meglio se sei… completamente senza vestiti. Il boxer potrebbe interferire.”
Il mio respiro si fermò per un secondo. Completamente. Nudo.
“Va bene,” dissi, la voce ferma, ma dentro un vortice di sensazioni.
Antonio si voltò verso l’armadio, preparando il macchinario. Io, lentamente, iniziò a spogliarsi. La camicia, la prima, poi i pantaloni. Il corpo che si mostrava era quello di un uomo di mezza età che aveva lavorato, che aveva muscoli ma anche la pelle che mostrava i segni del tempo. Il boxer, bianco, semplice. Lo tolsi.
Ero nudo.
Antonio si voltò, e il suo sguardo passò sul mio corpo senza fissarsi, senza imbarazzo. Professionale. Ma il suo sorriso, quello leggero, era ancora presente. “Sdraiati,” disse.
Mi sdraiò sul lettino, la pelle che sentiva il freddo del materiale plastico. Antonio prese il laser, un dispositivo con una luce rossa intensa. Si avvicinò, e iniziò il trattamento sulla gamba. La luce era calda, penetrante. Un rumore basso, elettrico. La sua mano, delicata, muoveva il dispositivo con precisione, passando sulle zone del dolore. Era un contatto medico, ma il modo in cui la sua mano toccava la mia pelle, il modo in cui le sue dita si posavano vicino all’inguine, era diverso.
Il tempo passò. Venti minuti di laser, e io sentivo il mio corpo rilassarsi, ma anche un’altra parte di me che iniziò a reagire. Non visibilmente, ancora. Antonio lavorava in silenzio, concentrato.
Poi, una interruzione. “Scusa,” disse Antonio, “ho un altro paziente, una signora, solo per un consulto rapido. Aspetta qui.”
Lui uscì dalla stanza, e io rimasi sul lettino, nudo, con il mio corpo esposto e la mente che correva. Che cosa stava succedendo? L’annuncio, la sua risposta, la sua dichiarazione bsx passivo, il suo fisico esile… tutto convergeva in questa stanza, in questo momento.
Sentii la voce di Antonio dall’esterno, parlava con una donna, parole rapide, professionali. Poi, il rumore di una porta che si chiude. Il rumore di una chiave che gira nella serratura.
Antonio rientrò nella stanza. Il suo sorriso era cambiato, non più professionale, ma più… personale.
“La signora è andata,” disse. “Ora possiamo continuare con la Teca.”
La Teca era un altro macchinario, con una piastra che emetteva una corrente elettrica a bassa frequenza, per stimolare i muscoli. Antonio prese un gel trasparente, e iniziò a spalmarlo sulla mia gamba, poi sull’inguine. Il gel era freddo, ma la sua mano che lo spalmava era calda.
“Questo gel migliora la conduzione,” spiegò Antonio, ma la sua voce era più bassa, più vicina.
Il suo movimento era preciso, ma quando la sua mano passava vicino alla mia zona pubica, vicino al mio cazzo, io sentivo un brivido. Il mio cazzo, piccolo, come sempre, era moscio, nascosto, quasi timido. Ma Antonio, ogni volta che spalmava il gel, lo spostava delicatamente con un dito, come fosse necessario per applicare il prodotto.
Io non parlò. Guardavo lui. I suoi lineamenti delicati, i suoi occhi che ogni tanto si alzavano verso il mio, un contatto che non era solo visivo.
“Hai un fisico robusto,” disse Antonio, mentre lavorava. “È piacevole.”
“Grazie,” risposi, la voce che cercava di essere normale.
La Teca iniziò. La corrente elettrica, bassa, stimolava i muscoli, un vibrazione sottile che si propagava. Antonio regolava il macchinario, muoveva la piastra sulla mia gamba, poi sull’inguine. La corrente era piacevole, quasi una carezza elettrica.
E mentre lavorava, Antonio parlò. Parlò di sé, si confidò.
“Sai, io sono bsx,” disse, la voce che diventava più personale, più intima. “Passivo. Lo dichiaro sul sito perché… perché è importante, per me, essere chiaro.”
Io sentivo il mio cuore accelerare. La confessione, diretta, nel momento di una terapia.
“È difficile, vivere così, ma qui, nel mio studio, riesco a essere… me stesso,” continuò Antonio, mentre la piastra passava vicino all’inguine, vicino al mio cazzo.
Il mio cazzo, moscio, iniziò a rispondere. Non visibilmente, ancora, ma dentro, una tensione, un desiderio che si muoveva.
Antonio sembrava notarlo. Il suo movimento diventò più delicato, più intenzionale. La piastra si fermò, e lui iniziò a pulire il gel dalla mia gamba, usando salviette umidificate. Il movimento era pulito, medico, ma quando arrivò all’inguine, la sua mano diventò più personale.
Passò le salviette vicino al mio cazzo, delicatamente, quasi una carezza. Il tessuto umido toccava la pelle, toccava la base del mio cazzo, e io sentivo un brivido che non era medico.
“Devo pulire bene,” disse Antonio, la voce che era un mormorio. “Il gel può irritare.”
Io non risposi. Guardavo lui, i suoi occhi che si fissavano sul mio corpo, sul mio cazzo.
E poi, in un attimo, tutto cambiò.
Il mio cazzo, piccolo, moscio, diventò duro. Una reazione immediata, forte, visibile. Antonio sorrise, un sorriso che non era professionale, ma era di comprensione, di desiderio.
La sua mano, che ancora pulita con le salviette, si fermò. Guardò il mio cazzo, duro, piccolo ma eretto, e il suo sorriso diventò più caldo.
“Vedo che la terapia ha avuto… un effetto,” disse Antonio, la voce bassa, quasi un sussurro.
Io sentivo il sangue pulsare, il desiderio che diventava dominante. Questa era la possibilità, la possibilità che avevo cercato nell’annuncio.
Antonio non parlò più. Lasciò le salviette, e con due dita, delicatamente, prese il mio cazzo duro. Il contatto era diretto, personale, non medico.
Le sue dita erano morbide, calde. Afferrarono il mio cazzo, piccolo ma pieno di tensione, e iniziò a muoverle, una sega delicata, lenta.
Il movimento era perfetto. Non aggressivo, non veloce. Una carezza che stimolava ogni nervo, ogni sensazione. Io sentivo il piacere che si accumulava, immediato, intenso.
“Antonio…” dissi, la voce che era un respiro rotto.
“Sì,” rispose lui, senza fermarsi. Le sue dita continuavano a muovere, a stimolare, e il suo sguardo era fissato sul mio cazzo, sul mio piacere.
Io, allora, presi la sua testa. La mia mano, robusta, si posò sulla sua nuca, sui suoi capelli corti e morbidi. Lo avvicinò al mio cazzo duro, al mio desiderio.
La resistenza di Antonio fu minima. Un istante di tensione, poi il suo corpo si rilassò, e il suo viso si avvicinò. Le sue labbra, carnose, si aprirono, e iniziò a prendere il mio cazzo in bocca.
Il contatto fu immediato, elettrico. La sua bocca era calda, umida, e la sensazione del mio cazzo dentro quella cavità era intensa. Antonio iniziò a succhiarlo, lentamente, con movimenti perfetti, con una tecnica che non era solo sessuale, ma era anche… affettuosa.
Il suo movimento era un ritmo lento, profondo. La sua bocca si muoveva sul mio cazzo, stimolando ogni parte, ogni nervo. Io sentivo il piacere che si accumulava, che diventava dominante. Le mie mani, ora, erano sulla sua testa, guidando il movimento, ma lui non necessitava guida. Sembrava conoscere esattamente quello che volevo, esattamente quello che mi piaceva.
Il tempo sembrava fermarsi. La stanza, il lettino, il macchinario accanto, tutto diventava secondario. Primario era il suo movimento, il suo respiro, il suo piacere.
Antonio continuò a succhiare, con una dedizione che era totale. Il suo corpo si muoveva con il ritmo, le sue mani che si posavano sulle mie gambe, come per stabilizzare il contatto.
Io sentivo la tensione che si accumulava, il desiderio che diventava bisogno, il bisogno di più.
E poi, Antonio si fermò. Lentamente, sollevò la sua bocca dal mio cazzo, e guardò me. I suoi occhi erano scuri, pieni di desiderio.
“Vuoi…” disse Antonio, la voce che era un sussurro rocco. “… vuoi continuare?”
Io non risposi con parole. Guardò lui, e il mio desiderio era chiaro. Antonio sorrise, e prese un preservativo da un piccolo dispenser vicino al lettino. Lo aprì, e con movimenti delicati, lo infilò sul mio cazzo, ancora duro, piccolo ma pieno di tensione.
Il preservativo era una barriera, ma anche una promessa. Antonio si spostò, si posò sul lettino accanto a me, sul suo corpo esile che si offriva.
“Fallo,” disse Antonio, la voce bassa, invitante.
Io, allora, si mosse. Il mio corpo robusto si alzò dal lettino, si posò sopra Antonio. Il suo corpo era sottile, delicato, e il contatto della mia pelle sulla sua era intenso. Le mie mani afferrarono i suoi fianchi, il suo culo che, come aveva detto il sito, era sodo, fermo.
Posizionò il mio cazzo, con il preservativo, alla sua entrata. Antonio era pronto, rilassato, aperto.
E io iniziò a penetrare.
Il movimento fu lento, profondo. Il mio cazzo, piccolo, entrò nella sua cavità con una resistenza minima, con un piacere immediato. Antonio respirò profondamente, un respiro che era di piacere, di accoglienza.
Io inizò a muovere, a incularlo. Il ritmo fu lento, inizialmente, poi diventò più regolare, più intenso. Il mio corpo si muoveva sopra il suo, le mie mani che afferravano i suoi fianchi, guidando il movimento.
Antonio era silenzioso, ma il suo corpo rispondeva. Ogni movimento di penetrazione era accompagnato da un respiro più profondo, da un movimento delle sue gambe che si aprivano, che accoglievano.
Il piacere fu immediato, totale. Io sentivo la sensazione del mio cazzo dentro il suo corpo, la sensazione del preservativo che separava ma anche che permetteva il movimento. Il suo culo era sodo, ma anche caldo, accogliente.
Il tempo sembrava accelerare. Il mio movimento diventò più rapido, più intenso. Antonio iniziò a muovere anche, il suo corpo che si alzava, che si abbassava, in sincronia con il mio.
Il piacere si accumulava, si concentrava. Io sentivo la tensione che diventava bisogno, il bisogno di rilasciare.
Antonio sembrava sentirlo. Il suo movimento diventò più invitante, più urgente. Le sue mani si posarono sulla mia schiena, guidando il ritmo.
E poi, il momento finale. Il mio corpo si bloccò, il movimento diventò più profondo, più intenso. La sensazione fu totale, elettrica.
Io sborrò dentro il preservativo, dentro il suo corpo. Il rilascio fu intenso, lungo, una liberazione di tutto il desiderio accumulato.
Il mio corpo si rilassò, sopra il suo. Antonio respirò profondamente, il suo corpo che si rilassava sotto il mio.
Per un momento, rimanemmo così, connessi, completi.
Poi, io si sollevò. Il mio cazzo, ancora dentro il preservativo, si separò dal suo corpo. Antonio si mosse lentamente, si alzò dal lettino.
Lui prese il preservativo, lo sfilò delicatamente dal mio cazzo. Il movimento fu preciso, affettuoso.
E poi, un’azione che non avevo previsto. Antonio, con la stessa delicatezza, prese il mio cazzo nella sua bocca, e iniziò a pulirlo con la lingua.
La sensazione fu immediata, pura. La sua lingua, calda, umida, passò sul mio cazzo, pulendo ogni residuo, ogni traccia. Il movimento era cura, dedizione.
Io sentiva il piacere residuo, il piacere di essere curato.
Antonio si fermò, sollevò la sua bocca, e guardò me. I suoi occhi erano scuri, pieni di una comprensione totale.
“Marco,” disse Antonio, la voce che era calma, professionale ma anche personale. “Hai bisogno di una altra seduta. Domani mattina.”
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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