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Racconti Erotici > Lui & Lei > Mia moglie con lo stapon. Storia vera 05/09/2
Lui & Lei

Mia moglie con lo stapon. Storia vera 05/09/2


di cazzobonsai69
06.09.2026    |    2.772    |    3 9.9
"Fu il bacio più osceno che avessimo mai condiviso, lento e umido, tra i denti e il respiro..."
MIA MOGLIE CON LO STRAPON
STORIA VERA 05/09/26

Il terrazzo era una scatola di luce. Settembre, ma il sole picchiava ancora come se volesse farsi perdonare l’estate finita. Io stavo sdraiato sul lettino, gli occhi chiusi, il respiro lento. Fingevo di dormire. Lo faccio spesso, da quando ho capito che ascoltare senza essere visto è l’unico modo per sentire davvero le cose.

Valentina parlava con Sara. Anzi, ascoltava. Sara raccontava di Ibiza, delle ragazze, di una certa Martina conosciuta in un chiringuito, delle dita sotto il tavolino, della sabbia che si infilava dappertutto. La sua voce era bassa, roca, con quel tono da chi sa di dire cose che non si dovrebbero dire a un cognato. Ma io ero lì, nudo, sudato, con il cazzo che si gonfiava contro la coscia senza che nessuno lo vedesse.

Sara si alzò. Sentii lo scatto del telo, il rumore dei suoi piedi nudi sulle piastrelle. “Vado, che stasera ho una cosa.” Un bacio a Valentina, una pacca leggera sulla spalla a me. “Ciao, Marco. Dormi bene.” E se ne andò.

La porta di casa si chiuse. Il silenzio tornò denso, rotto solo dal ronzio di un motorino in strada.

Poi la voce di Valentina, vicina, troppo vicina.

“Puoi aprire gli occhi, Marco. Se n’è andata.”

Non mi mossi. Il cuore prese a battere più forte, ma tenni gli occhi chiusi. Sentii il suo respiro sul mio collo.

“Lo so che non dormivi.”

Aprii gli occhi. Lei era in piedi accanto al lettino, nuda, con le mani sui fianchi. Il sole le accendeva i capelli biondi, le spalle, il seno piccolo e sodo che conoscevo da vent’anni. Ma non era il suo corpo a farmi trattenere il fiato. Era il suo sguardo. Quel sorriso da gatta che ha già deciso tutto.

“Ti sei eccitato a sentire Sara, vero?”

Non risposi. Il mio cazzo, semi duro, era lì a tradirmi. Cinque centimetri scarsi, umido di sudore, appoggiato mollemente sulla coscia. Lei lo guardò. Lo guardò come si guarda una cosa che si conosce a memoria ma che ogni tanto sorprende ancora.

“Poverino,” mormorò. “Sembrava così interessato.”

Si chinò. Le sue labbra si posarono sulla punta, un bacio leggero, quasi casto. Poi si rialzò e tornò in casa senza dire niente.

Io rimasi lì, immobile, con il cazzo che pulsava appena. Il cuore mi martellava nelle tempie. Conoscevo quel silenzio. Conoscevo quel modo di camminare, lento, deciso. Valentina stava preparando qualcosa.

La porta del terrazzo si aprì di nuovo.

Lei uscì, sempre nuda, ma adesso aveva qualcosa alla cintura. Lo strapon. Quello che le aveva regalato Claudia, la nostra amica, durante una cena finita con troppe risate e una scatola di cartone passata di mano sotto il tavolo. Un cazzo di silicone nero, lucido, ricurvo. Lo portava come un trofeo.

Si avvicinò. Posò il lubrificante sul bordo del mio lettino. Il flacone fece un piccolo rumore sordo.

Il mio cazzetto diventò duro all’istante. Non un’erezione vera, non quella roba da film. Solo un irrigidimento improvviso, un sussulto, come se anche lui avesse capito cosa stava per succedere.

“Girati,” disse.

Non era una domanda.

Mi misi a pecora sul lettino. Le ginocchia affondavano nell’asciugamano, il viso contro il cuscino. Sentivo il sole sulla schiena, il sudore che mi colava lungo le costole. E sentivo lei, dietro di me, che apriva il lubrificante.

Le sue dita arrivarono prima del silicone. Fredde, unte, precise. Mi separò le natiche con calma, come se stesse aprendo un libro. Poi un dito, piano, cominciò a girare intorno al buco.

“Rilassati,” disse. “Se no ti faccio male.”

Il suo dito entrò. Lento, fino alla seconda falange. Io gemetti, un suono strozzato che non riconobbi. Lei lo mosse, lo ruotò, lo tirò fuori e lo spinse di nuovo dentro. Il lubrificante faceva un rumore umido, osceno, che si mescolava al mio respiro.

“Ecco,” mormorò. “Così.”

Poi sentii la punta dello strapon. Fredda, liscia, più grande del suo dito. La spinse contro di me, senza fretta. Il mio corpo resistette un istante, poi cedette. La punta entrò.

“Oh, cazzo,” dissi.

Lei rise. Una risata bassa, soddisfatta.

“Non ancora. Aspetta.”

Spinse ancora. Il silicone scivolò dentro, centimetro dopo centimetro. Io tenevo gli occhi chiusi, le mani aggrappate ai bordi del lettino. Il mio cazzetto era mollo adesso, dondolava tra le mie gambe, inutile, dimenticato. Ma dentro di me c’era un’altra cosa. Una pienezza che mi toglieva il fiato.

Valentina cominciò a muoversi. Prima piano, con piccole spinte del bacino. Poi più forte. Il lettino cigolava sotto di noi. Il rumore dei suoi fianchi contro le mie natiche riempiva il terrazzo.

“Ti piace?” chiese.

“Sì,” ansimai. “Sì, cazzo.”

Lei affondò fino in fondo. Sentii le sue cosce contro le mie, il calore del suo corpo sulla mia schiena. Poi una mano scivolò sotto di me, tra le mie gambe, e trovò il mio cazzetto.

Lo strinse. Lo tirò, lo strofinò, con dita esperte che conoscevano ogni piega, ogni nervo. Il mio corpo si tese come una corda. Ero pieno da dietro e stretto davanti, e non sapevo più dove finiva una sensazione e cominciava l’altra.

“Così,” sussurrò lei. “Voglio sentirti venire così.”

Le sue spinte diventarono irregolari, profonde. Il silicone mi sfiorava dentro in un punto che mi faceva vedere le stelle. La sua mano accelerava sul mio cazzo, piccola e calda, implacabile.

“Valentina…”

“Stai zitto. Vieni.”

E venni. Un getto caldo che le riempì la mano, le dita, il polso. Il mio corpo si svuotò in una serie di spasmi che partivano dal basso ventre e mi salivano fino alla gola. Gemetti, un suono lungo e spezzato, mentre lei continuava a spingere dentro di me, più piano adesso, accompagnandomi.

Poi si fermò. Rimase dentro, immobile, con la mano ancora chiusa sul mio cazzo ormai flaccido. Il sole ci cuoceva la pelle. Il silenzio era rotto solo dal nostro respiro.

“Bravo,” disse.

Si sfilò con un movimento lento. Il vuoto che lasciò dentro di me era quasi doloroso. Mi girai, le gambe tremanti, e la vidi slacciare la cintura dello strapon. Il silicone era lucido di lubrificante e di me.

Lei sorrise.

“Adesso tocca a te.”

Mi guardò negli occhi. Poi, con un gesto lento, si sdraiò sul lettino accanto al mio, aprì le gambe e posò una mano tra le cosce.

“Vieni qui, Marco. Voglio che mi lecchi mentre pensi a Sara.”

Il mio cazzetto ebbe un sussulto. Piccolo, patetico, ma vivo.

E io mi alzai.

La voce di Valentina arrivò come un filo teso attraverso la calura del terrazzo.

“Vieni qui, Marco. Voglio che mi lecchi mentre pensi a Sara.”

Le gambe mi tremavano ancora. Il cazzetto, mollo e umido contro la coscia, dondolava a ogni passo. Mi inginocchiai accanto al lettino. Le piastrelle bruciavano. Il sudore mi colava lungo la schiena, tra le natiche ancora lubrificate, ancora aperte, ancora piene del ricordo del silicone.

Lei allargò un po’ di più le cosce. La figa era lì, rosa, lucida, già gonfia. Le piccole labbra si aprivano come un frutto maturo. Sapevo esattamente cosa voleva. Non c’era bisogno di parole, ma lei le usò comunque.

“Comincia. E parlami di Sara.”

Mi chinai. La prima leccata fu lenta, dalla base all’apice. Il sapore arrivò subito, salmastro, denso, familiare. Le mie mani le strinsero l’interno coscia. Lei sospirò, un suono leggero, soddisfatto.

“Cosa ti ha fatto immaginare?” chiese.

Non risposi subito. Le stavo leccando la fica come si beve da una fonte, a piccoli sorsi, con la lingua piatta che raccoglieva ogni piega. Leccai di nuovo, più su, trovando il clitoride con la punta. Lei trasalì appena. Le sue dita si infilarono tra i miei capelli.

“Aveva la sabbia ancora sulle cosce,” dissi, con la voce attutita dalla sua pelle. “Quando raccontava di Martina. Continuava a passarsi la mano sul ginocchio. Io la guardavo da sotto le palpebre.”

Valentina rise piano.

“Lo sapevo. Sei un maiale.”

La leccai più forte, succhiando il clitoride con delicatezza. Le sue anche si sollevarono dal lettino. Il sudore rendeva tutto scivoloso, salato, vivo. Il terrazzo odorava di cocco e di sesso. La città laggiù era un brusio lontano, un mondo che non ci riguardava.

“Cosa le avresti fatto?” chiese Valentina, con il fiato già corto.

“L’avrei guardata soltanto. Non servo ad altro.”

Lei strinse la presa sui miei capelli.

“Non è vero. Servi a questo.”

Mi spinse contro la sua figa. Affondai la lingua dentro di lei, poi risalii. Il mio naso premeva contro il clitoride. Lei gemette, un suono basso, roco. Le sue cosce tremavano ai lati del mio viso.

Poi, da qualche parte dentro casa, un telefono cominciò a vibrare.

Valentina si immobilizzò. La vibrazione continuava, insistente, sul tavolino vicino alla porta del terrazzo.

“È il mio,” disse.

“Non rispondere.”

“È Sara.”

Il nome di Sara rimbalzò tra noi come una scarica. Il mio cazzetto ebbe un sussulto. Piccolo, patetico, ma lei lo vide. Lo vide e sorrise.

“Vuoi che risponda?”

“Sì,” dissi.

Non so perché lo dissi. Forse per il caldo, forse per la lingua ancora piena del suo sapore, forse perché quel telefono che vibrava era come un richiamo. Valentina allungò una mano, prese il telefono e accettò la chiamata.

“Pronto.”

Si sdraiò di nuovo, le gambe aperte, il telefono all’orecchio. Io rimasi inginocchiato tra le sue cosce, il viso a pochi centimetri dalla sua figa bagnata. Potevo sentire la voce di Sara dall’altra parte, piccola e distante, come un ronzio.

“Ciao, Valà. Sei sempre a prendere il sole? Ho lasciati li gli occhiali?”

“Sì,” rispose Valentina, guardandomi dritto negli occhi. “sono sempre qua. Aspetta che guardo. Si sono sul tavolinetto ”

E con un cenno del mento mi ordinò di continuare.

La leccai di nuovo. Lei inspirò appena, ma non si tradì. La sua voce rimase ferma, quasi annoiata.

“Che fai?sei strana” chiese Sara.

“Niente. Stavo prendendo il sole.”

La mia lingua scivolò dentro di lei. Valentina chiuse gli occhi. Le sue dita si strinsero sul bordo del lettino.

“Marco dov’è?” chiese Sara.

Valentina mi guardò, un sorriso lento sulle labbra.

“È qui. Mi sta facendo compagnia.”

Mi spinse di nuovo contro di lei. Leccai il clitoride con piccoli colpi rapidi, la punta della lingua tesa. Lei emise un sospiro, troppo lungo, troppo basso. Dall’altra parte ci fu una pausa.

“Ah,” fece Sara. “Ho capito.”

Valentina rise, un soffio caldo.

“Scusa, Sara. Ho da fare.”

“Vi lascio scopare in santa pace, allora,” disse Sara ridendo. “Divertitevi.”

La chiamata finì con un clic. Valentina lasciò cadere il telefono sul lettino e mi afferrò per i capelli.

“Ora vai dentro,” mormorò. “Anche se è piccolo, va bene.”

Non me lo feci ripetere. Mi alzai, le ginocchia rosse per le piastrelle, il cazzetto duro come non lo era stato per tutto il pomeriggio. Lei mi prese per il bavero invisibile del collo, mi tirò sopra di lei, mi guidò.

“Piano,” disse, quando la punta premete contro il suo ingresso.

Piano. La spinsi dentro. Il calore mi avvolse, stretto, umido, vivo. Valentina gemette, un suono sorpreso, come se ogni volta si dimenticasse di quanto fosse piccolo. Ma non importava. Sentivo ogni centimetro di lei attorno a me, ogni contrazione, ogni battito.

“Muoviti,” disse.

Cominciai a spingere. Il lettino cigolava sotto di noi. Il sole era più basso adesso, dorato, spietato. Le nostre pelli sudate scivolavano l’una contro l’altra. La sua faccia era arrossata, i capelli biondi appiccicati alle tempie. Mi guardava con quegli occhi che non erano mai stanchi, mai sazi.

“Più forte,” ansimò.

Spinsi più forte. Le mie palle sbattevano contro il suo perineo. Lei sollevò le gambe, le incrociò dietro la mia schiena. Le sue unghie mi graffiavano le scapole. Io ansimavo, la gola secca, il cuore che mi esplodeva nel petto.

“Raccontami ancora di Sara,” sussurrò.

“Aveva la sabbia… tra le tette…”

Lei rise, un singhiozzo strozzato.

“Ti piacerebbe vederla qui, veromentre stiamo scopando? Con noi.”

Io non risposi. Stavo affondando in lei, sempre più in fretta, il ritmo scomposto, disperato. Il suo corpo si muoveva sotto di me come un’onda. Il clitoride sfregava contro il mio pube a ogni spinta. Valentina si portò una mano tra noi, schiacciandosi il clitoride con le dita, muovendole in circolo.

“Stai per venire,” disse. Non era una domanda.

“Sì.”

“Dentro. Voglio sentirti.”

Affondai fino in fondo. Sentii il suo canale stringersi, pulsare, un abbraccio caldo e famelico. Venni con un gemito rotto, le anche incollate alle sue, i muscoli delle gambe tesi come corde. Il mondo si strinse in un punto solo, tra le sue gambe, dentro di lei.

Poi crollai sopra di lei, il viso contro il suo collo. Il suo cuore batteva contro il mio petto. Il sudore ci univa. Il terrazzo era immobile, sospeso.

Rimasmo così per un lungo momento, senza parlare. Poi Valentina si mosse appena, facendomi scivolare fuori. Un filo di sborra le uscì dalla figa, colandole sulla coscia.

“Guarda che disastro,” mormorò.

Senza pensarci, mi chinai. Raccogliere la mia sborra dalla sua figa con la lingua fu un gesto che non avevo deciso. Lei lasciò andare la testa all’indietro, un gemito basso, stupito. Leccai via tutto, dal bordo delle piccole labbra fino all’interno coscia. Il gusto era mio, nostro, salato e amarognolo.

Mi riportai su. Lei mi afferrò per la nuca e mi attirò a sé. Le nostre lingue si toccarono, si mescolarono. Le passai la sborra che avevo ancora in bocca. Lei la arrotolò con la lingua, ne ingoiò una parte, il resto colò tra le nostre bocche. Fu il bacio più osceno che avessimo mai condiviso, lento e umido, tra i denti e il respiro.

Poi si staccò, le labbra lucide.

“Adesso basta,” disse, con un sorriso che mi fece gelare. “Vai a lavarti.”

“E tu?”

Lei si alzò, allungandosi come una gatta. La sborra le luccicava sulla coscia, sulla pelle abbronzata.

“Io faccio una doccia. Poi usciamo a cena.”

Si avviò verso la porta del terrazzo. Sulla soglia si voltò.

“E metti in ordine qui. Non voglio che la prossima volta Sara trovi il terrazzo che sa di te.”

Il terrazzo sapeva di me, di noi, di silicone e lubrificante. Ma non dissi nulla. Presi l’asciugamano, le gambe molli, il culo ancora lubrificato, il cazzetto che riprendeva a svegliarsi.....

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