Centro estetico Sarzana- settembre 2026
Storia vera
Settembre 2026
Scorrendo Facebook una sera, mi era apparsa la pubblicità di un centro massaggi. "Olistica e tradizionale", c'era scritto. Niente di cinese, niente di losco. Foto di sale pulite, candele, oli essenziali. Il nome della titolare: Alessia.
Ho chiamato il giorno dopo. Voce gentile, professionale. "Un massaggio da cinquanta minuti? Perfetto, domani alle quattro?"
Alle quattro in punto ero davanti alla porta. Il centro era in una traversa del centro storico, discreto, con una vetrina oscurata da tende chiare. Ho suonato. La porta si è aperta e mi sono trovato davanti una donna mora, capelli raccolti in una coda bassa, occhi scuri e un sorriso che ti metteva subito a tuo agio. Indossava la divisa del centro: pantaloni celesti morbidi e una casacca dello stesso colore, abbottonata fino al collo. Niente di provocante. Eppure io ho sentito qualcosa muoversi nello stomaco.
"Buongiorno, lei deve essere Marco. Sono Alessia, mi segua."
Mi ha accompagnato in una saletta dal pavimento in legno chiaro. Un lettino da massaggio al centro, coperto da un lenzuolo bianco. Una musichetta rilassante di sottofondo. Odore di lavanda.
"Le lascio qui l'accappatoio e il tanga monouso. Si spogli completamente, si metta il tanga e si sdrai a pancia in giù. Torno tra cinque minuti."
Ha indicato un cesto di vimini con dentro un pacchetto di carta velina. Poi è uscita, chiudendo la porta con delicatezza.
Mi sono spogliato. Camicia, pantaloni, mutande. E lì è iniziato il primo problema. Il tanga monouso era una striscia di carta sottile, elastico ai lati, pensato per un corpo esile. Io peso oltre novantacinque chili. Ho infilato le gambe nei due buchi e ho tirato su la fascia anteriore. La carta mi stringeva i fianchi come una fascetta. Il cazzetto, flaccido, è stato inghiottito dalla striscia di carta. Il culo, beh, il culo era già mezzo scoperto prima ancora di sdraiarmi.
Mi sono sdraiato, pancia in giù, e ho aspettato con il cuore che batteva un po' troppo forte.
Alessia è rientrata. Ha chiuso la porta. "Tutto bene? Iniziamo."
Ha versato dell'olio sulle mani e ha cominciato dalla schiena. Pressione decisa, sicura, professionale. Le sue dita hanno lavorato i muscoli delle spalle, poi giù lungo la colonna, con movimenti lenti e circolari.
"Ha molta tensione qui", ha detto. "Fa un lavoro pesante?"
"Si,ma ultimamente sono molto stressato."
"Si vede."
Le sue mani sono scese sui fianchi e io ho sentito l'elastico del tanga che cedeva. La carta si è arrotolata su se stessa, scoprendo completamente le natiche. Non ha detto nulla. Ha continuato a massaggiare, passando sopra il gluteo con il palmo aperto, come se fosse la cosa più normale del mondo.
Il mio cazzetto, intanto, aveva iniziato a dare segni di vita. Schiacciato contro il lettino, la punta premeva contro il lenzuolo. Sentivo il sangue affluire, la pelle che si tendeva. Maledizione.
Poi è successo quello che temevo.
"Adesso si giri, per favore."
Mi sono girato. E il tanga di carta, già compromesso, si è arrotolato su un lato, lasciando scoperto tutto. Il mio cazzetto era lì, mezzo duro, la cappella già lucida e scoperta perché la pelle non lo copriva abbastanza. E la striscia di carta, tirata al massimo, formava un piccolo fagottino ridicolo attorno all'asta.
Alessia ha guardato. Un secondo, forse due. Poi ha sorriso. Un sorriso piccolo, innocente, che mi ha fatto diventare rosso come un peperone.
"Mi scusi", ho balbettato. "Il tanga... non è della mia taglia."
"Non si preoccupi, succede spesso."
Ha preso un asciugamano bianco, piccolo, piegato, e me l'ha adagiato sopra il cazzetto. con delicatezza, come si copre un bambino.
"Ecco. Meglio così."
Ha ricominciato a massaggiarmi. Le gambe, poi le braccia, poi il petto. Le sue mani sfioravano i capezzoli, la pancia, i fianchi. E ogni volta che passava vicino all'asciugamano, lo spostava di un millimetro. Il mio cazzetto era ormai completamente eretto, e la cappella spingeva contro il tessuto bianco, cercando spazio.
Lei lo sapeva. Lo vedevo dai suoi occhi che scendevano, di tanto in tanto, verso quel piccolo rilievo sotto il telo. Ma continuava a massaggiare con calma, senza fretta.
"Adesso massaggio la zona addominale", ha detto.
Ha preso l'asciugamano e l'ha tolto.
Il mio cazzetto è rimasto lì, scoperto, duro, la cappella rossa e pulsante. Il tanga di carta era ormai un ricordo, arrotolato ai lati del mio pube come una coroncina ridicola.
"Mi scusi", ho detto di nuovo, la voce che mi tremava. "Non riesco a..."
"Marco." Il suo tono era calmo, quasi materno. "Le ho detto di non preoccuparsi. È una reazione normale. Il corpo fa quello che vuole."
Le sue mani hanno ripreso a muoversi sulla pancia, lente, circolari. Le dita sfioravano l'attaccatura dei peli pubici. Ogni tanto, un dito passava vicino all'asta, e io sentivo un brivido salirmi su per la schiena.
"Cinquanta minuti sono quasi finiti", ha detto alla fine. "La lascio solo per la doccia. L'accappatoio è appeso lì."
È uscita. Ho sentito la porta chiudersi.
Ero solo. Il cazzo duro come il marmo, la cappella che pulsava. Mi sono alzato, sono andato in bagno, ho aperto l'acqua calda. Sotto il getto, mi sono preso il cazzetto in mano. Due dita, e già sentivo che stavo per venire. Mi sono appoggiato alla piastrella e ho cominciato a muovere la mano, veloce, senza pensare. La testa vuota, le gambe che tremavano.
Cazzo, se quella donna mi ha fatto eccitare.
Non ci ho messo niente. Trenta secondi, forse meno. Un'onda mi ha attraversato i lombi, e ho sborrato contro la piastrella, con un gemito che ho soffocato nella spalla. Lo sperma bianco e denso è scivolato giù per la ceramica, mescolandosi all'acqua.
Mi sono sciacquato. Ho preso l'accappatoio. Sono uscito.
Alessia era alla reception, seduta dietro un bancone di legno. Quando mi ha visto, ha alzato lo sguardo. E ha sorriso. Di nuovo quel sorriso piccolo, innocente, che mi ha fatto sentire nudo.
"Tutto bene, Marco?"
"Sì, grazie."
"Alla prossima, allora."
Ho pagato. Cinquanta euro. Le ho messo i soldi sul bancone, evitando il suo sguardo. Ma lei ha allungato la mano e ha sfiorato la mia.
"La prossima volta", ha detto piano, "porti un costume da bagno. Così non si rompe niente."
Sono uscito. Ero ancora eccitato. E imbarazzato. E con una voglia matta di tornare.
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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