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Gay & Bisex

Generazioni 5


di MASQUARATE
03.11.2026    |    1.370    |    2 8.7
"Tu mi hai segato tutto il giorno senza niente, e mo' vuoi venire dopo due minuti come un ragazzino..."

Simone si alzò con la sedia che strisciò sul pavimento e fece un rumore che nella cucina silenziosa parve enorme. Si mise di fianco al nonno, tra il tavolo e la sua sedia, e per un momento non fece niente: restò lì con le mani sulla zip, come se slacciarsi i jeans davanti a un uomo seduto fosse una cosa da imparare.
«Dai» disse Ettore, senza impazienza. «Che ti guardo.»
La zip scese. Simone si sbottonò, e si tirò giù jeans e boxer insieme, quanto bastava perché il cazzo uscisse fuori, e nel tirarli giù l'elastico gli passò sopra la punta e lui sibilò.
Ettore lo guardò dal basso. Non rise. Lo guardò e basta, con quella calma che gli veniva dal fatto di avere sessant'anni e di non dover dimostrare niente a nessuno, e Simone sentì di essere rosso fino al petto.
«Girati un po'» disse il nonno. «Verso di me. Che così ti vedo in faccia, e la faccia è la parte migliore.»
Simone si voltò di un quarto, la coscia contro il bordo del tavolo, e Ettore allungò la mano sana e lo prese.
Fu subito diverso da come era stato in bagno. Lì c'era stata la correzione, il tono didattico, il «il polso, non il braccio». Adesso era un uomo che sapeva cosa stava facendo e non aveva nessuna fretta di finirlo: lo chiuse in pugno e cominciò a salire lento, e quando arrivò in cima si fermò, con il pollice appoggiato appena sotto il glande, e non si mosse più.
Simone aspettò. Contò fino a tre. «Nonno...»
«Mm?»
«Continua.»
«Ah, adesso comando io» disse Ettore. «Tu stai zitto e stai fermo. Se ti muovi, mi fermo.»
Simone si aggrappò al bordo del tavolo con tutte e due le mani.
Ettore riprese, e fu una cosa da far male. Andava su piano, strettissimo, e in cima si fermava sempre, e ogni volta che Simone cercava di spingere il bacino incontro alla mano il nonno si bloccava del tutto, e lui doveva aspettare. La terza volta gli scappò un lamento.
«Fermo, ho detto.»
«Non ce la faccio.»
«Sì che ce la fai.» Il pollice riprese a girare, piano, pigro, e Simone sentì le gambe che gli si smollavano. «Guarda che roba. Sei tutto bagnato. Da quanto è che non lo fai, si può sapere?»
«Nonno, che c'entra.»
«C'entra che si vede. » E giù di nuovo, e su, e fermo. «Rispondi.»
«Da... da un mese? Più o meno.»
«Un mese.» Ettore fece un verso, quasi di compatimento. «Povero ragazzo. E stamattina te la sei cavata con quella roba lì.» Strinse appena, e Simone si morse l'interno della guancia. «Mo' stai fermo e ti prendi quello che ti do.»
E si mosse. Non fu più lento: fu regolare e fitto e forte, e Simone cominciò a perdere colpi, la testa che gli ciondolava in avanti, le dita che si sbiancavano sul tavolo. Il rumore era quello umido e ritmico della mano, e sotto, il respiro che gli usciva rotto dalla gola.
«Nonno, sto per...»
«No.»
E smise. Del tutto. La mano restò lì, chiusa, senza muoversi, e Simone emise un suono che era quasi un pianto.
«Nonno!»
«Te l'ho detto che comando io.» Ettore lo guardò, e c'era il divertimento negli occhi, ma anche qualcosa di più teso. «Quante volte sei venuto stamattina?»
«Non... non io.»
«Appunto. Tu mi hai segato tutto il giorno senza niente, e mo' vuoi venire dopo due minuti come un ragazzino.» Gli diede un colpetto leggero sulla coscia. «Conta. Se arrivi a venti senza venire, ti faccio venire.»
Simone rise, mezzo isterico. «Venti cosa?»
«Movimenti. Conta a voce alta.»
«Sei serio?»
«Sono serissimo.»
Simone chiuse gli occhi. La mano ricominciò, e lui disse, con la voce che gli tremava: «Uno.»
«Più forte.»
«Due. Tre.» La mano del nonno saliva e scendeva con un ritmo da orologio, e contare era una tortura perché contare voleva dire ascoltarsi. «Quattro. Cinque.»
Al sette la voce gli si incrinò. All'undici gli si appannò la vista. Al quattordici piegò la testa in avanti e si trovò la fronte contro la spalla del nonno, e la maglietta di Ettore sapeva di cotone e di pelle, e fu quella vicinanza a finirlo.
«Quindici» disse, soffocato. «Sedici. Non ce la faccio. Non ce la faccio, nonno.»
«Diciassette» disse Ettore, e strinse di più.
«Diciotto — diciannove —»
«Venti.»
Simone venne al venti con un grido che si perse nella maglietta del nonno, e si tenne alla sua spalla con una mano, e le gambe gli cedettero di netto: si sarebbe seduto per terra se Ettore non gli avesse cinto il fianco con il braccio ingessato, tirandolo contro la propria spalla. La mano gli lavorò tutto il tempo, piano, finché Simone non si staccò da solo con un sussulto e un «basta, basta» senza voce.
Restarono così. Simone piegato su di lui, il fiato caldo sulla sua spalla, le gambe molli, i jeans alle caviglie. Ettore gli lasciò la mano sul fianco e non disse niente per un po', e l'unico rumore in cucina fu il respiro di entrambi.
Poi, tranquillo: «Bravo. Venti secchi.»
Simone si raddrizzò a fatica e si tirò su i boxer. «Sei un sadico.»
«Sono un uomo che ha tempo.» Ettore si passò la mano sul ventre, guardandosi le dita. «E mo' hai fatto un bel disastro. Guarda che roba sul pavimento.»
Simone abbassò gli occhi, e in effetti c'era. Rise, e si sentì ridicolo e felice.
«I piatti» disse il nonno, e si alzò dalla sedia. «Che te l'avevo detto. E poi mi accompagni a letto, che oggi mi hai sfiancato.»
Si fermò sulla porta della cucina e si voltò, e per la prima volta in tutta la giornata la voce gli uscì un filo meno sicura.
«Simone.»
«Sì?»
«Domani mattina non aspettare che ti chiami. »

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