Plug di mia moglie nel mio culo- storia vera
storia vera
Domenica 11 ottobre. Una di quelle giornate che sembrano rubate all'estate, con il sole che picchia sui vetri del soggiorno e l'aria ferma che sa ancora di caldo.
Invece noi due, io e mia moglie, siamo chiusi in casa.
Lei ha la sua scrivania piena di fogli, io il pc acceso nella stanza accanto. Ogni tanto sento il rumore della stampante, il ticchettio della sua tastiera, il fruscio delle carte. Lavora da trent'anni all'università, corregge test, prepara esami. Io, a più di cinquant'anni, ho ancora la schiena larga e le mani grosse, ma sotto la cintura la natura è stata tirchia. Un cazzetto, piccolo, che tengo nascosto come una vergogna che non ho mai confessato a nessuno tranne che a lei.
E lei non se n'è mai lamentata. Mai una volta.
Sto sistemando dei file quando sento i suoi passi sul parquet. Si ferma sulla soglia. Non alzo lo sguardo subito.
«Marco.»
C'è qualcosa nella voce. Una vibrazione che conosco, una nota bassa che mi fa girare la testa di scatto.
È in piedi contro lo stipite, con la gonna grigia da lavoro ancora addosso. La sta alzando, lenta, con entrambe le mani, fino a scoprire le cosce. Niente mutande. E lì, tra le natiche, incastrato nel suo culetto, c'è un plug anale viola.
Acciaio lucido. La base brillante cattura la luce della finestra e la rimanda contro il mio viso come un piccolo specchio.
Il mio cazzo si irrigidisce contro la zip. In un secondo. Immediato, stupido, come se avesse aspettato solo questo.
«Ti piace?» chiede lei, e la gonna ricade piano mentre lei si avvicina.
Non rispondo. La guardo. Ha una piega divertita agli angoli della bocca, quella piega che mi fa sempre sentire un ragazzo di vent'anni con le guance calde.
«Ne ho preso uno anche per te» dice.
Si abbassa. Fruga nella borsa che ha lasciato sulla poltrona e ne tira fuori un altro. Stessa forma, stesso viola, forse un numero più piccolo. Me lo mette davanti agli occhi, facendolo ruotare tra pollice e indice.
«Lo voglio infilare dentro il tuo culo, Marco.»
La frase mi arriva dritta allo stomaco. Il cazzetto mi pulsa contro la stoffa, e io sento il calore salire dalle orecchie al collo. Trent'anni insieme e ancora mi spiazza.
«Adesso?»
«Adesso» conferma. «Il lavoro può aspettare.»
Si toglie la gonna con un gesto secco. Poi la camicetta. Resta con il reggiseno nero e i fianchi larghi, e il plug che le spunta tra le natiche come un occhio che mi guarda.
Ci spostiamo sul tappeto, quello grande del soggiorno che abbiamo comprato in Turchia vent'anni fa. Il pelo è ruvido sotto le ginocchia.
Ci mettiamo a sessantanove senza parlare, come se avessimo concordato ogni gesto in silenzio.
Lei sopra di me. La sua figa a un palmo dalla mia bocca, calda, con quell'odore di sapone e di carne che mi fa chiudere gli occhi. Il plug viola è lì, davanti al mio naso, e la base brilla sotto il lampadario.
Infilo la lingua tra le sue labbra. Lei geme, un suono corto, e intanto la sua mano mi cerca dietro, tra le natiche.
Il primo dito mi preme il buco. Poi sento il freddo dell'acciaio.
«Rilassati» sussurra lei, con la voce impastata perché la mia bocca è ancora sulla sua figa.
La punta del plug entra. Un piccolo bruciore, poi una pienezza che mi toglie il fiato. Spingo la lingua più dentro di lei per non pensare. Lei risponde spingendo il giocattolo dentro di me, piano, un centimetro alla volta, e ogni centimetro mi strappa un gemito che non riesco a trattenere.
Adesso ce l'ho dentro tutto. Il viola. Il suo.
E lei lo muove. Lo tira fuori di poco e lo ricaccia dentro, e la sensazione mi corre su per la schiena come una scossa.
Intanto la sua bocca mi ha trovato il cazzetto. Lo prende tra le labbra, lo succhia con quella perizia che conosce da anni, mentre la mano continua a lavorarmi il culo con il plug.
Due cose insieme. La sua lingua sul mio cazzo e il giocattolo che mi scava dentro.
Le mie gambe tremano. Le stringo intorno alla sua testa. La lingua le affonda nella figa e io la sento contrarsi intorno a me, sento il sapore salato che sale. Le mie dita spingono il suo plug più a fondo, e lei mugola con la bocca piena.
«Marco» ansima, staccandosi un secondo. «Mettiti a pecorina.»
Mi lascia. Il plug mio resta dentro, peso viola che mi ricorda ogni volta che mi muovo chi comanda adesso. Mi giro, mi appoggio sui gomiti e sulle ginocchia, con il culo in aria verso di lei.
La sento inginocchiarsi dietro. La sua mano mi palpita una natica.
«Tienilo dentro» ordina. «Il tuo plug. Non spingerlo fuori.»
Poi sento il calore del suo ingresso contro la mia schiena. La punta del mio cazzetto cerca il suo buco, scivola, trova.
Entra.
Un'onda mi attraversa. La sua figa è stretta e calda, e ogni volta che affondo sento il plug dentro di me muoversi, spingere, riempirmi da dentro mentre lei mi riempie fuori. Doppia pienezza. Il mio cazzo piccolo affonda nel suo culo e il viola mi risponde da dentro come un secondo battito.
«Così» geme lei, con le mani sui miei fianchi. «Tutto dentro, Marco.»
La spingo. Il tappeto mi brucia le ginocchia. Il sudore mi cola dalla fronte sul pavimento. Ogni colpo è un piccolo miracolo, perché con quello che ho non dovrei farcela, e invece lei geme, si inarca, spinge il culo contro di me per prendermi più a fondo.
«Dammelo» sussurra. «Dammelo tutto.»
Il plug mi preme dentro a ogni spinta. Sento il calore salire, la pancia contrarsi, le palle tese come pietre. Non resisto.
Affondo un'ultima volta, tutto dentro, e sborro.
Sento il mio sperma riempirle il culo, caldo, e lei lo sente, perché si blocca, mi stringe con i muscoli interni, trattiene tutto come se volesse conservarlo.
Restiamo così. Inginocchiati. Io con il cazzetto ancora dentro di lei, il plug viola ancora dentro di me, il respiro rotto in gola.
Poi lei si gira, piano, e mi guarda da sopra la spalla con gli occhi lucidi.
«Adesso tocca a me» dice, e allunga la mano verso il suo plug. «Ma il tuo non lo togliamo.».........
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