A CARTE SCOPERTE
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT
C’era un accordo non scritto nella casa, una grammatica sottile che si attivava solo dopo le dieci di sera.
Il tavolo da pranzo in noce scuro cessava di essere un mobile per diventare una plancia. Sopra, la lampada d’ottone a braccio calava una corona di luce gialla e calda, tagliando fuori dal mondo il resto del soggiorno.
Svetlana sistemava i pezzi con una lentezza calcolata.
Ogni volta che appoggiava una tessera sul legno, il polpastrello indugiava un secondo di troppo sulla superficie liscia prima di staccarsi.
Indossava un abito di seta nera, privo di maniche, che scivolava morbido lungo i fianchi ad ogni respiro.
Il profumo di ambra e legni dolci che si portava dietro batteva contro l’aroma amaro del caffè espresso rimasto nei bicchierini sul vassoio.
Thomas la osservava dall’altro lato del rettangolo di noce. Con i gomiti puntati sul bordo, la camicia di lino scuro sbottonata sul collo, faceva girare una fiche d’avorio tra le nocche.
Il tintinnio ritmico della ceramica contro il legno era l’unico suono a rompere il silenzio della stanza.
«I tuoi preparativi hanno sempre la precisione di un rituale» disse lui, senza alzare lo sguardo dalla fiche. La sua voce era una frequenza bassa, scura, che sembrava viaggiare lungo le venature del tavolo.
«Costruisci la trappola con una cura quasi crudele.»
Svetlana alzò gli occhi.
Aveva iridi scure, d’un marrone denso che assorbiva la luce della lampada senza rifletterla. Fece scivolare l’indice lungo lo spigolo di un blocco di legno rigido, tenendolo fermo al centro del tabellone.
«Perché una struttura regga» rispose lei, sfiorando appena il bordo del blocco, «bisogna conoscere il punto esatto in cui applicare la pressione. Se spingi troppo presto, crolla tutto. Se esiti, l’avversario ti prende il tempo.»
Thomas allungò la mano destra verso il centro.
Non prese una sua tessera; andò a posare le dita direttamente su quelle di lei, coprendo il legno e la pelle con un unico gesto.
Il contatto non fu leggero: fu solido, caldo, improvviso. Un brivido invisibile corse lungo la spalla di Svetlana, tradito solo dal piccolo sussulto della vena sul suo collo.
«Allora dimmi da dove vogliamo cominciare a spingere» mormorò Thomas, stringendo leggermente la presa fino a sentire le nocche di lei cedere sotto le sue.
Nessuno dei due tolse la mano.
La tessera di legno rimase schiacciata tra le loro palme come un perno immobile attorno a cui ruotava l’aria della stanza, ormai diventata pesante, vischiosa di tensione.
Svetlana piegò le dita verso l’alto, facendo scorrere i polpastrelli ruvidi di Thomas lungo la parete interna del proprio palmo.
Una carezza al contrario, lenta, che gli strappò un respiro più profondo dal torace.
«La prima regola» disse lei, abbassando la voce fino a renderla un raschio leggero, «è che qui non si gioca in difesa. Se fai una mossa, devi accettare le conseguenze di dove ti porta.»
Thomas accennò un sorriso asimmetrico.
Con la mano sinistra si sporse leggermente, facendo scivolare le dita sul feltro verde fino a raggiungere il bordo del tavolo.
Contemporaneamente, sotto la plancia, la sua gamba cercò quella di lei. La stoffa dei pantaloni guidò una pressione costante contro la seta dell’abito della donna, incuneandosi tra le sue ginocchia.
Lei non si ritrasse. Anzi, divaricò leggermente le cosce per fare spazio al contatto, agganciando la caviglia di lui con la propria. Un punto d’ancoraggio cieco, nascosto dall’ombra del tavolo.
«Stai barando» mormorò Thomas.
«Sto prendendo campo» replicò lei.
Thomas lasciò andare la tessera al centro e fece risalire la mano lungo l'avambraccio di Svetlana.
La sua pelle era calda, reattiva; al passaggio dei polpastrelli di lui si sollevava in una trama fitta di brividi.
Thomas arrivò al gomito, poi risalì fino alla spalla sciolta, dove la spallina del vestito era scivolata di un millimetro. La sua mano si fermò sulla curva del collo, la morsa del pollice e dell'indice a serrare delicatamente la giugulare per sentirne il battito accelerato.
Svetlana si sporse in avanti sopra il tabellone.
Il profumo di ambra azzerò ogni altra percezione. Allungò il braccio libero e infilò le dita nel colletto della camicia di Thomas, tirandolo a sé finché le loro bocche non arrivarono a un millimetro di distanza.
Il calore dei loro fiati si mescolò nell'intercapedine d'aria prima del bacio.
«Questa non è una partita.» sussurrò lei contro le sue labbra.
«È un'occupazione.»
Il bacio non ebbe nulla di graduale.
Fu un urto.
Le labbra di Thomas cercarono quelle di Svetlana con un'avidità trattenuta troppo a lungo, guidati dal sapore amaro del caffè e da quello caldo, salato, della pelle di lei.
Lui non guardò nemmeno cosa c'era sul tavolo: fece scorrere l'avambraccio con violenza cieca sul feltro verde.
Il tabellone, le tessere d'incastro, le carte e le centinaia di fiches volarono via in un unico, secco crepitio di legno e ceramica che rimbalzò sulle mattonelle del pavimento, per poi spegnersi nel buio ai margini della stanza.
Il tavolo di noce scuro rimase denudato, lucido sotto il cono di luce.
Senza interrompere il contatto delle bocche, Thomas piantò le mani sui fianchi di Svetlana, stringendo la stoffa dell'abito finché non sentì l'osso dell'anca.
La sollevò di peso, staccandola dalla sedia, e la fece sedere con decisione sul bordo del tavolo.
L'impatto della superficie rigida e fresca contro la parte posteriore delle cosce strappò alla donna un sospiro gelato. Aprì le gambe d'istinto, allacciandogliele attorno alla vita per serrarlo a sé.
L'abito di seta si arricciò attorno ai fianchi, lasciando la pelle del bacino completamente scoperta, esposta al contrasto bruciante delle mani di lui.
«Niente fiches, niente turni» mormorò Thomas ruvidamente contro la pancia di lei, mentre le sue mani risalivano decise lungo l'interno delle cosce.
I polpastrelli tracciavano linee di fuoco che facevano tremare la muscolatura tesa di Svetlana.
«Spingi» gli ordinò lei con un filo di voce, affondando le unghie nelle spalle della camicia di Thomas, strappando quasi la stoffa sulle cuciture.
Lui si incuneò tra le sue gambe, azzerando qualsiasi spazio rimasto.
Quando la prima spinta la trovò, il tavolo di noce emise un lungo scricchiolio di assestamento. Svetlana piegò la schiena all'indietro, abbandonando la nuca al legno scuro, offrendo la gola alla luce gialla della lampada.
Il ritmo s'impose da solo, pesante, cadenzato sul respiro corto di entrambi.
Ad ogni affondo di Thomas, il tavolo vibrava; ad ogni risposta di Svetlana, le unghie di lei cercavano un punto di presa più profondo sulla schiena di lui.
L'aria della stanza era diventata incandescente, priva di ossigeno, saturata dal rumore sordo dei corpi che sbattevano contro il legno duro e dai sospiri spezzati che morivano contro il soffitto.
Svetlana chiuse gli occhi quando la tensione raggiunse il punto di rottura: un'ondata improvvisa, verticale, che le fece contrarre ogni muscolo addominale in un grido muto.
Thomas sentì la stretta serrarsi attorno a sé, perse l'ultimo residuo di calcolo e si lasciò andare del tutto, spingendo a fondo finché il tempo nella stanza non sembrò fermarsi del tutto.
Rimasero così per minuti interi. L'unico movimento era il sollevarsi asincrono dei loro petti che cercavano d'incamerare aria.
Thomas tenne il viso affondato nell'incavo tra il collo e la spalla di Svetlana, sentendo il sudore freddo evaporare lentamente dalla pelle di entrambi.
Il noce scuro del tavolo aveva assorbito il calore dei loro corpi, restituendo una sensazione di tepore stabile.
Fuori, il silenzio della notte urbana era totale.
L'odore dell'ambra era ora mescolato a quello più denso, acido e intimo dell'atto appena compiuto.
Lentamente, Thomas sciolse la presa sui fianchi di lei. I suoi pollici tracciarono un ultimo cerchio svogliato sulle creste iliache prima di staccarsi.
Svetlana riaprì gli occhi velati, e lasciò scivolare le gambe lungo la vita di lui finché le piante dei piedi non toccarono di nuovo il pavimento.
L'abito di seta ricadde scuro, sgualcito, lungo le sue forme.
Insieme, guardarono il pavimento attorno al tavolo.
Il soggiorno era un campo devastato: fiches rosse e bianche erano rotolate fin sotto la credenza, le carte giacevano a faccia in giù sul tappeto, e una tessera di legno si era spaccata in due contro lo spigolo del battiscopa.
Svetlana si passò una mano tra i capelli arruffati, accennando un piccolo sorriso stanco che le ammorbidì i tratti del viso.
«Abbiamo distrutto il gioco» mormorò.
Thomas le prese il mento tra due dita, baciandole l'angolo della bocca.
«L'abbiamo solo finito prima del tempo.»
Alle sette del mattino la luce non era più gialla e calda, ma una lama dorata e fredda che tagliava a metà il soggiorno attraverso le fessure delle persiane.
Thomas camminò a piedi nudi lungo il corridoio, attirato dal borbottio della moka sul fuoco e dal profumo tostante del caffè nuovo.
In cucina, Svetlana era arrampicata sul piano di marmo scuro accanto ai fornelli, aveva le gambe incrociate, le mani attorno a una tazza di ceramica fumante. Indossava la camicia di lino di Thomas — la stessa della sera prima — lasciata completamente sbottonata sul davanti, aperta a rivelare il petto e la pancia segnati ancora dai segni della notte.
Dalla porta della cucina, il soggiorno sembrava la scena di un delitto d'altri tempi: il tavolo di noce scuro troneggiava vuoto e immobile al centro della luce del mattino, circondato dalle fiches che brillavano sul pavimento come piccoli elementi estranei.
Thomas si avvicinò senza fare rumore. Si piantò davanti al piano di marmo e appoggiò le mani ai lati delle cosce di Svetlana, chiudendola di nuovo in quel recinto invisibile che entrambi ormai conoscevano.
Lei sollevò la tazza, guardandolo da sopra il bordo con gli occhi scuri illuminati dalla luce del sole. Non c'era traccia di sonno nel suo sguardo.
«C'è un disordine spaventoso di là» disse Svetlana, prima di bere un sorso. «E qualcuno deve raccogliere i pezzi.»
Thomas fece scorrere la mano aperta lungo la coscia di lei, risalendo sotto la stoffa della camicia fino a sentire la pelle nuda, di nuovo calda, di nuovo pronta.
«Lasciali dove sono» mormorò lui, togliendole la tazza dalle dita per appoggiarla sul lavello.
«La partita non è ancora finita.»
Vacca 24
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