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Lui & Lei

FERRAGOSTO


di La-mandria
15.08.2026    |    186    |    4 6.0
"Si è sdraiato di nuovo accanto a me sul tappeto, ne ha preso uno e, con un sorriso furbo, lo ha fatto scivolare lentamente dalla base del mio collo fino all'ombelico, strappandomi un brivido..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


Prefazione dell'autrice
Ferragosto non è una semplice data sul calendario: è uno stato d'animo, una sorta di infezione collettiva, il momento dell'anno in cui il tasso di umidità supera il livello di guardia e il cervello umano decide ufficialmente di “andare in ferie.”
Ho voluto raccontare di questa festa perché l'eros, quando si scontra con il grande caldo e le gaffe ferragostane, non perde magia, diventa solo tremendamente più divertente.
Mettetevi comodi, aprite un drink ghiacciato e buona lettura!

*******

Se la Divina Commedia fosse stata scritta a metà agosto in una città di pianura, il girone degli lussuriosi sarebbe stato ambientato in un appartamento al terzo piano senza aria condizionata, con il motore del frigorifero che emette un sibilo agonizzante.
Era la mattina del quindici agosto.
L'aria non fluiva: si posava sulle cose, pesante come una coperta di lana bagnata.
Filippo era sul balcone da venti minuti, in mutande di cotone grigio, munito di una paletta da mosche e di una determinazione da condottiero romano.
Il suo obiettivo era una zanzara tigre che da tre ore gli sfrecciava attorno alle orecchie, vanificando ogni suo tentativo di fare la prima mossa della giornata.
«Se la prendo entro le undici» ha annunciato rientrando in soggiorno con il torace che trasudava condensa, «questa giornata prenderà una piega memorabile. Ho grandi piani per noi due.»
«Filippo, l'unica cosa memorabile che vedo è la forma della tua schiena stampata sulla pelle della poltrona» ho risposto senza alzare la testa dal divano, dove cercavo di catturare l'unico spiffero generato da un vecchio ventilatore d'epoca che girava con un sinistro clack-clack-clack.
Filippo ha appoggiato la paletta sul tavolo con fare solenne.
Ha fatto due passi verso di me, cercando di impostare la camminata fiera del seduttore seriale.
Il problema è che i suoi piedi nudi sulla mattonella di ceramica producevano un chiarissimo suono di ventosa ad ogni passo.
Slik-slok, slik-slok.
«Oggi è Ferragosto» ha mormorato, piegandosi su di me con uno sguardo che voleva essere magnetico.
«Tutto il resto del mondo è incolonnato sull'autostrada per andare in una spiaggia sovraffollata a mangiare insalata di riso tiepida. Noi invece abbiamo la casa libera, tutto il giorno davanti e zero impegni.»
«E zero condizionatore» gli ho ricordato, mentre le sue dita iniziavano a sfiorarmi il bordo del vestitino leggero di lino.
«Il calore aumenta la conducibilità elettrica della pelle» ha detto lui con la sicurezza di chi sta inventando una legge della fisica al momento.
«È un dato scientifico. Lasciati guidare.»
La prima fase del piano "Ferragosto di passione" prevedeva di spostarsi in terrazza per prendere il sole, lontano da sguardi indiscreti.
Il terrazzo era munito di una tenda da sole ingiallita dal tempo e di due lettini da giardino che avevano visto tempi migliori.
Filippo si è presentato con una bottiglia di olio solare super-abbronzante all'aroma di noce di cocco. L'odore era così intenso che nel giro di tre minuti abbiamo attirato l'attenzione di tutte le vespe del quartiere.
«Stenditi a pancia in giù» ha ordinato con voce bassa e felpata, versandosi una dose generosa di olio sulle palme delle mani.
«Ti faccio un massaggio che ti farà dimenticare anche come ti chiami.»
Mi sono stesa.
La superficie del lettino di plastica era calda come una piastra per piadine, ma il contatto con le sue mani unte e calde è stato sorprendentemente piacevole.
Filippo sa dove mettere le mani quando vuole: ha iniziato dalla base del collo, scendendo lentamente lungo le spalle, disegnando piccoli cerchi concentrici con i pollici lungo la spina dorsale. Il brivido che mi ha attraversato non aveva nulla a che fare con la temperatura esterna.
«Vedi?» ha sussurrato, chinandosi fino a toccare con le labbra il mio orecchio, lasciando che il suo respiro caldo mi solleticasse la pelle.
«Sta già funzionando.»
Le sue mani sono scese più giù, sfiorando i fianchi e insinuandosi con deliberata lentezza sotto il bordo del costume.
Ogni movimento era un misto di provocazione e carezza, una pressione dosata al millimetro che mi faceva inarcare leggermente la schiena per cercarlo.
Poi, la tragedia.
Nel tentativo di fare una transizione scenografica per spostarsi sopra di me, la mano destra di Filippo, completamente ricoperta di olio al cocco, ha perso la presa sul bordo del lettino di plastica. Il risultato è stato un repentino e poco dignitoso scivolamento in avanti.
Filippo è ruzzolato sopra di me come un sacco di patate, la sua pancia si è incollata alla mia schiena con un rumore di ventosa acusticamente perfetto, e il suo mento ha impattato direttamente contro la mia scapola.
«Ahi! La mia mandibola!» ha lagnato, soffocando il grido nella mia spalla.
«Molto sensuale, davvero» ho detto soffocando la risata, mentre cercavo di voltarmi per guardarlo. «Questo era il punto in cui dovevo svenire per il piacere o per l'impatto?»
«È stato un assestamento tattico» ha brontolato lui, rialzandosi a fatica, scivoloso come un'anguilla fresca di pesca.
«La plastica è un materiale infido. Ma non mi arrendo.»
Determinati a recuperare il controllo della situazione, siamo rientrati in casa.
L'atmosfera era diventata quella giusta: l'incidente del lettino si era trasformato in complicità puramente goliardica, la pelle era ancora calda, profumata di cocco e lucida.
Filippo mi ha spinta dolcemente contro la parete del corridoio, il punto più ombroso della casa.
Ha bloccato le mie mani sopra la testa, appoggiando tutto il peso del suo corpo contro il mio.
La sensazione di quell'adesione pelle contro pelle, senza più difese, era un mix esplosivo.
«Adesso» ha mormorato, iniziando a baciarmi sul collo con morsi leggeri che si alternavano a leccate lente, «niente plastica, niente olio. Solo noi.»
Le sue dita hanno sganciato il laccetto del costume con una rapidità inaspettata.
Ho sentito la stoffa scivolare giù.
Risalendo con la mano lungo la mia coscia, Filippo ha cercato il punto in cui la pelle si faceva più calda, facendo salire la tensione ad ogni millimetro.
Il mio respiro si è fatto corto, ho chiuso gli occhi mentre la sua bocca scendeva verso il petto…
RING! RING! RING!
Il citofono ha squillato con la violenza di una bomba a mano esplosa in un cristallo.
Ci siamo bloccati.
Filippo ha appoggiato la fronte contro la parete, emettendo un ruggito di frustrazione soffocata. «Non rispondere» ha pregato, la voce incrinata dal desiderio e dalla disperazione.
«Fingiamoci morti. Fai finta che siamo partiti per le Seychelles.»
RING! RING! RING!
«Filippo! Apri! Sappiamo che sei dentro, c'è la tua macchina sotto!» è echeggiata dalla strada la voce inconfondibile di zio Tonino, il parente che ogni famiglia teme durante le festività.
«Abbiamo portato un’anguria da sedici chili e le teglie di lasagne! Buon Ferragosto!»
Filippo si è girato verso di me con gli occhi spalancati, il costume a metà coscia e un'espressione di puro terrore.
«Le lasagne» ha ripetuto incredulo.
«A quaranta gradi. Con l'anguria da sedici chili.»
«Benvenuto al Ferragosto italiano» ho ridacchiato io, raccogliendo al volo il mio laccetto da terra. «Forse è il caso che ti metta un paio di pantaloni, prima che tuo zio decida di sfondare la porta.»
La presenza di zio Tonino, accompagnato da zia Rosetta e da un contenitore termico che pareva un reattore nucleare di lasagne al forno, trasformò il nostro bilocale in un campo di concentramento culinario.
L'ingresso fu un uragano di baci sudati sulle guance, pacche sulle spalle di Filippo che lo fecero quasi volare contro il guardaroba e commenti ad alta voce sul fatto che "in questa casa ci si soffoca, ma come fate a vivere senza le tapparelle abbassate?"
Zio Tonino si presentò in canottiera a coste e bermuda a fiori, esibendo un'addominale a botte che sfidava ogni legge di gravità.
Zia Rosetta, dal canto suo, prese subito possesso della cucina, cominciando a riorganizzare il frigorifero con la ferocia di un generale prussiano.
«Ma come? Nemmeno un panetto di burro? Solo yogurt magro e olio al cocco?» ha gridato la zia dalla cucina.
«Filippo, questa ragazza ti sta facendo deperire! Guarda che braccia molli che hai!»
Filippo, che dieci minuti prima si considerava un dio greco pronto alla conquista, si coprì il torace con le braccia, visibilmente ferito nell'orgoglio.
Mi guardò al di sopra della testa di suo zio con uno sguardo che gridava aiuto, mentre lo zio lo bloccava in un'ipnosi dialettica sulla resa chilometrica della sua nuova autovettura diesel.
Io cercai di mantenere un contegno, indossando un copricostume ampio che copriva le tracce ancora evidenti del nostro tentativo di passione, ma ogni volta che gli occhi di Filippo incrociavano i miei, l'immagine di lui scivoloso d'olio che ruzzolava sul lettino da giardino mi tornava in mente, costringendomi a mordermi le labbra per non esplodere in una risata isterica.
Verso le due del pomeriggio, dopo aver ingurgitato per pura educazione tre strati di lasagna con besciamella ad alto tenore di colesterolo a una temperatura ambientale di trentotto gradi, il miracolo della fisiologia umana ebbe luogo: la pennichella post-prandiale da carboidrato complesso.
Zio Tonino si accasciò sulla poltrona in pelle del soggiorno, emettendo dopo soli due minuti un ronzio profondo e ritmico che faceva tremare i vetri della vetrinetta.
Zia Rosetta si sistemò sul divano, coprendosi la testa con un canovaccio da cucina per proteggersi dalla luce.
«È il nostro momento» ha sussurrato Filippo, apparendo alle mie spalle in cucina con la furtività di un ninja in ciabatte.
«Filippo, ci sono i tuoi zii a tre metri di distanza!» ho protestato a bassa voce, mentre lui mi bloccava contro il lavello.
«Proprio per questo è da brivido» ha mormorato.
La sua mano, ancora leggermente profumata di noce di cocco e origano, si è insinuata sotto il bordo del mio copricostume, trovando rapidamente la pelle nuda del fianco.
L'audacia della situazione — il rischio concreto che zio Tonino si svegliasse chiedendo un bicchiere d'acqua — trasformò quel tocco in una scarica elettrica pura.
Filippo mi ha tirata leggermente verso di sé, facendomi sedere sul bordo del paraschizzi in marmo della cucina, che fortunatamente era l'unica superficie fresca di tutta la casa.
L'effetto del marmo freddo sotto le cosce e del suo corpo caldo incastrato tra le mie gambe fu un contrasto delizioso.
«Se facciamo un solo rumore» ha sussurrato lui, avvicinando le labbra al mio collo e lasciando una scia di baci caldi che mi fece salire un brivido lungo la spina dorsale, «zia Rosetta ci costringe a mangiare anche il fritto di mare.»
«Allora vedi di essere cauto» gli ho risposto, infilando le dita nei suoi capelli e tirandolo più vicino a me. Filippo non se lo è fatto ripetere due volte.
Con una lentezza esasperante e deliberata, ha aperto i tre bottoni sul petto del mio copricostume.
Le sue mani, calde e decise, hanno avvolto i miei fianchi, sollevandomi leggermente per annullare ogni distanza.
Il contatto con il suo torace nudo era quasi incandescente.
La tentazione di lasciarsi andare a un sospiro profondo era fortissima, ma il russare cadenzato di zio Tonino dall'altra stanza funzionava come un bizzarro metronomo che ci imponeva un autocontrollo assoluto.
Filippo ha iniziato a scendere con la bocca lungo il mio petto, usando la lingua e piccoli morsi calcolati al millimetro.
Ogni volta che tentavo di emettere un suono, lui mi copriva la bocca con la sua, trasformando i miei respiri corti in baci profondi, umidi e soffocati.
Ho fatto scivolare le mani dietro la sua schiena, scendendo fino al bordo dei suoi pantaloni corti, spingendoli giù quanto bastava per sentire la sua reazione immediata.
Filippo ha trattenuto il fiato, chiudendo gli occhi per un istante mentre il suo corpo si irrigidiva per il piacere e per la concentrazione.
Il contrasto tra la situazione grottesca nel soggiorno e la sensualità clandestina in cucina creava una tensione erotica quasi insopportabile. Eravamo due complici in una missione segreta, dove il premio era il puro piacere e la punizione sarebbe stata l'imbarazzo eterno.
Le sue dita hanno trovato la stoffa leggera degli slip, spostandola con una grazia che non gli avrei mai accreditato un'ora prima.
Ogni sua carezza era mirata, lenta, calibrata per farmi perdere il controllo rimanendo in perfetto silenzio. Ho cinto i suoi fianchi con le gambe, tirandolo ancora più dentro il mio spazio, sentendo il battito accelerato del suo cuore contro il mio.
Ma proprio quando il ritmo stava diventando irresistibile e la cautela rischiava di cedere il passo alla passione pura... CRACK.
Il ripiano del paraschizzi in marmo — probabilmente non progettato per sostenere due adulti in preda all'ormone ferragostano — ha emesso uno scricchiolio sinistro.
Ci siamo congelati sul posto come due statue di gesso.
Nel soggiorno, il russare di zio Tonino si è interrotto bruscamente.
«...Eh? Chi è? Che succede? C'è il terremoto?» ha gorgogliato la voce impastata dello zio dal divano.
Con un'agilità degna di un gatto spaventato, Filippo si è tirato indietro, si è tirato su i bermuda con un unico gesto fluido e ha afferrato la prima cosa a portata di mano sul ripiano della cucina: un barattolo di maionese.
Io mi sono riallacciata il copricostume alla velocità della luce, saltando giù dal ripiano con un'espressione da angioletto innocente.
Zio Tonino ha fatto capolino in cucina, con gli occhi gonfi di sonno, la canottiera stropicciata e un'aria smarrita.
«Che cos'era quel rumore?» ha chiesto, grattandosi la pancia.
«La... la maionese!» ha esclamato Filippo, mostrando il barattolo con un sorriso tiratissimo che gli paralizzava metà viso.
«Mi è... scivolata la maionese sul marmo. Volevo fare uno spuntino. Sai, la digestione.»
Zio Tonino lo ha guardato, ha guardato me, poi ha guardato di nuovo il barattolo di maionese chiusa.
«A metà pomeriggio? Con la lasagna ancora nello stomaco? Voi giovani di oggi avete un fegato d'acciaio» ha decretato lo zio, scuotendo la testa.
«Comunque, zia si è svegliata. Dice che è ora di tagliare l'anguria.»
Il resto del pomeriggio è scivolato via in una lunga, estenuante maratona di fette d'anguria rosse, semi sputati nei piatti di plastica e racconti di zio Tonino sulle sue ferie a Rimini nel 1984.
Verso le sette di sera, finalmente, i parenti hanno deciso di togliere il disturbo, non prima di averci lasciato tre teglie unte da lavare e la promessa di ritornare per il Natale.
Quando la porta blindata si è chiusa dietro di loro, Filippo ed io ci siamo accasciati contro l'ingresso, lasciandoci scivolare sul pavimento fino a sederci per terra.
Ci siamo guardati per dieci lunghi secondi in perfetto silenzio.
Poi Filippo si è voltato verso di me.
Ha allungato una mano, mi ha preso il mento tra le dita e mi ha guardata con un'intensità che non aveva più nulla di comico.
«Ora» ha detto con voce bassa, profonda e priva di qualsiasi incertezza, «non c'è più zio Tonino. Non c'è più la maionese. E la casa è completamente nostra.»
Senza darmi il tempo di rispondere, mi ha tirata a sé.
Senza darmi il tempo di rispondere, mi ha tirata a sé con forza, azzerando ogni distanza. Il bacio che è seguito non aveva nulla del gioco di prima: era affamato, urgente, travolgente. Le sue labbra cercavano le mie con una foga trattenuta troppo a lungo, mentre la sua lingua scivolava calda nella mia bocca, strappandomi un primo sospiro roco.
Le sue mani calde hanno trovato la strada della mia schiena, sfilandomi il vestito in un unico movimento deciso e lasciandolo cadere a terra.
Io gli ho afferrato il bordo della maglietta, strappandogliela di dosso per sentire finalmente il contatto diretto del suo torace nudo contro il mio petto. Il calore della sua pelle era quasi incandescente.
Siamo finiti sul tappeto del soggiorno, lontano da superfici in marmo cedevoli e da lettini infidi.
Filippo si è sistemato sopra di me, bloccando le mie cosce tra le sue.
Ogni carezza era un incendio controllato: le sue dita scendevano veloci lungo i miei fianchi, scavando nella carne, mentre la sua bocca abbandonava le mie labbra per scendere lungo la linea del collo, soffermandosi sulla clavicola con morsi leggeri e leccate calde che mi facevano inarcare la schiena d'istinto.
Ho fatto scivolare le mani lungo le sue spalle bagnate di sudore, ho piantato le unghie nella pelle, spingendolo ancora più giù per sentire tutto il suo peso.
Quando la sua mano è scesa decisa tra le mie gambe, facendosi spazio con lentezza esasperante e una pressione mirata, un brivido violentissimo mi ha attraversato l'addome. Il contatto diretto, bagnato e profondo ha fatto schizzare la tensione alle stelle.
Filippo ha guidato il gioco con un mix irresistibile di determinazione e brama, cercando il mio sguardo mentre si univa a me con una spinta decisa e profonda.
Il ritmo si è fatto subito incalzante, un'alternanza di affondi decisi e frizioni lente che mi toglievano il fiato. Il suono dei nostri corpi che si scontravano nel silenzio della stanza, unito ai respiri affannati e ai sussurri rochi, ha cancellato del tutto l'afa e la fatica della giornata.
Ogni movimento era calibrato per portare la sensazione sempre più in alto, un crescendo di piacere fisico puro e viscerale. Ho stretto le gambe attorno ai suoi fianchi, assecondando ogni sua spinta, finché la tensione accumulatasi durante tutta la giornata si è spezzata.
Il climax è stato un'esplosione liberatoria, violenta e travolgente, un'onda di piacere che ci ha travolti entrambi in contemporanea, lasciandoci avvinghiati, senza fiato e felicemente esausti sul pavimento.
Dieci minuti dopo, la situazione è tornata alla sua naturale vocazione comica.
Filippo, ancora completamente nudo, si è alzato da terra con la lentezza e la solennità di un veterano di guerra, si è incamminato verso la cucina, ha aperto il freezer e ne è riemerso trionfante con una vaschetta di cubetti di ghiaccio.
Si è sdraiato di nuovo accanto a me sul tappeto, ne ha preso uno e, con un sorriso furbo, lo ha fatto scivolare lentamente dalla base del mio collo fino all'ombelico, strappandomi un brivido improvviso e una risata sonora.
«Comunque» ha concluso lui, infilandosi un cubetto di ghiaccio in bocca e guardando il soffitto con l'aria appagata di chi ha appena vinto una battaglia decisiva, «zio Tonino non saprà mai che le sue lasagne hanno dato carica al Ferragosto più infuocato del secolo.»
«E non glielo diremo mai» ho risposto io, sporgendomi verso di lui e rubandogli il ghiaccio direttamente dalle labbra con un bacio fresco e saporito.
«Buon Ferragosto, Latin Lover.»

Vacca 24
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