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Lui & Lei

URBEX: LA VILLA DEI SETTE PINI


di La-mandria
02.08.2026    |    181    |    1 8.0
"Aura sgranò gli occhi neri nell'oscurità; la sua respirazione affannosa si interruppe a metà..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria STRONG

La nebbia della pianura padana non si limitava a scendere; strillava e si adagiava sulle cose come un sudario umido, soffocante, denso di particelle di terra e vegetazione in decomposizione.
I pioppi a bordo strada, alti e spettrali, venivano inghiottiti uno ad uno dai fari del fuoristrada, scomparendo nello specchietto retrovisore come enormi figure addormentate.
Valerio stringeva il volante in pelle usurata. Le sue nocche erano scure, segnate dal freddo e dal grasso delle tute da lavoro. Ogni tanto gettava uno sguardo di lato, verso il sedile del passeggero. I riflessi bluastri e verdi della strumentazione del cruscotto ritagliavano con precisione il profilo affilato di Aura.
Aura non guardava la strada.
Era china sul tablet, la cui luce bianca le illuminava gli zigomi alti e la pelle pallida, quasi porcellanata. I suoi capelli scuri, folti e selvaggi le ricadevano sulle spalle in onde disordinate, odoranti di shampoo alla vaniglia e fumo stantio. Aveva le labbra tinte di un rossetto prugna così scuro da sembrare quasi nero, leggermente dischiuse mentre leggeva le righe di un vecchio forum di esplorazione urbana archiviato da anni.
«Sei sicura della breccia nel recinto?» chiese Valerio, la voce calda, profonda, raddoppiata dal ronzio monotono del motore diesel.
«L’ultimo report è del 2018, fatto da un gruppo di urbexer francesi,» rispose Aura senza alzare gli occhi. La sua voce era un sussurro roco, vellutato, privo di qualsiasi incertezza.
«Dicevano che il cancello est è stato sradicato da una caduta d'alberi durante una tromba d'aria. La recinzione in muratura è crollata per almeno dieci metri. Nessun sensore, nessuna telecamera. Chi vuoi che spenda soldi per sorvegliare una rovina del genere?»
«I proprietari, magari. O la banca che l’ha pignorata.»
Aura finalmente staccò gli occhi dallo schermo e si voltò verso di lui. Un sorriso sottile, quasi impercettibile, le curvò il bordo della bocca. Sfiorò con la punta dell'indice l'interno della coscia di Valerio, risalendo lentamente lungo il tessuto ruvido dei jeans da lavoro fino a fermarsi poco sotto la cintola. Il contatto, seppur leggero, fece irrigidire i muscoli di Valerio.
«La famiglia Vane è scomparsa nell'ottantaquattro, Valerio. Scomparsa, letteralmente. Il padre, la madre, i due figli. Il tribunale ha dichiarato la morte presunta dieci anni dopo, ma non ci sono eredi diretti. Questa casa non appartiene a nessuno. È un cadavere di pietra che aspetta solo noi.»
Valerio accostò lungo il ciglio della strada sterrata, spegnendo i fari di posizione.
Il buio piombò sull'abitacolo come una colata di fango scuro. L'unico suono rimasto era il crepitio del blocco motore che si raffreddava a poco a poco nel freddo umido della notte.
Si girò verso di lei.
Aura si era già sganciata la cintura di sicurezza e lo fissava nell'oscurità con quegli occhi enormi, scuri, incandescenti di anticipazione.
Indossava un paio di stivali da combattimento in pelle opaca con fibbie metalliche, pantaloni aderenti in ecopelle che le segnavano la forma precisa delle gambe e dei fianchi, e sopra una canotta scura in cotone a maglia sottile che lasciava scoperte le clavicole pronunciate e la curva sporgente del seno.
«Sai cosa mi fa impazzire di questi posti?» mormorò lei, sporgendosi verso di lui finché il suo respiro caldo non gli toccò la pelle del collo.
«La storia?» chiese Valerio, afferrandola d'istinto per i fianchi, sentendo sotto le palme la compattezza soda della sua carne e il calore trattenuto dal materiale sintetico dei pantaloni.
«No,» disse lei, avvicinando le labbra all'orecchio di lui, mordendogli con delicatezza il lobo prima di sussurrare: «Il fatto che dentro la gente c'è morta, ci ha amato, ci ha pianto... e ora non c'è più nessuno. Possiamo fare qualsiasi cosa. Qualsiasi. E le pareti non lo diranno mai a nessuno.»
Valerio affondò la mano nei suoi capelli scuri, tirandole indietro la testa con un gesto deciso, quasi brutale.
Aura emise un piccolo sospiro acuto, dischiudendo le labbra. Il bacio che seguì fu violento, affamato, privo della dolcezza dei preliminari domestici. Fu una collisione di dita che cercavano appigli, di denti che si scontravano leggermente, di lingue che si cercavano con l'urgenza di chi sa che sta per varcare un confine proibito.
La mano di Valerio scivolò sotto il bordo della canotta di Aura, trovando la pelle nuda del ventre: liscia, bollente, contratta dall'eccitazione. Lei appoggiò la schiena contro il volante, gemendo sottovoce mentre le dita di lui risalivano verso il seno, stringendolo con fermezza attraverso il pizzo del reggiseno.
«Aspetta...» ansimò lei, staccandosi a fatica dalle sue labbra, con il rossetto scuro leggermente sbavato al bordo della bocca.
«Non qui. Dentro. Voglio che lo facciamo dove il buio è più denso.»
Uscirono dal fuoristrada.
L’aria della notte li colpì come uno schiaffo gelato. Odorava di terra bagnata, muffa, aghi di pino marciti e quel sottile, metallico aroma di ruggine che caratterizza le proprietà abbandonate da decenni.
Attraversarono la falla nella recinzione in muratura. I mattoni a vista erano sgretolati dal gelo, invasi da una vegetazione infestante di rovi ed edera rampicante che sembrava quasi voler trattenere chiunque tentasse di entrare. Valerio faceva strada, spostando i rami più grossi con un guanto da lavoro e illuminando il terreno con la torcia ad alta intensità.
La Villa dei Sette Pini emerse dalla nebbia come una struttura imponente e mutilata.
Era un edificio imponente di tre piani, costruito alla fine dell'Ottocento con uno stile eclettico tra il severo e il rustico signorile.
La facciata principale era dominata da un grande porticato in pietra d'Istria, supportato da colonne scanalate le cui basi erano ormai coperte di muschio scuro.
Le grandi finestre del primo piano, strombate e ad arco acuto, erano prive di vetri; le cornici in legno giacevano spezzate sui davanzali, simili a costole sporgenti.
Il tetto mostrava ampi cedimenti: la pittura murale era quasi del tutto scrostata, lasciando scoperto un intonaco rossastro e grigio che dava all'intera struttura l'aspetto di un corpo scorticato vivo.
«È bellissima...» mormorò Aura, estraendo la sua reflex professionale dalla custodia e impostando la ghiera sui lunghi tempi di esposizione. Il clic dell'otturatore rimbombò nel silenzio spettrale del giardino, secco come un colpo di frusta.
Salirono i gradini del porticato.
La porta d'ingresso in legno di rovere massiccio, un tempo decorata con borchie di ferro e rilievi floreali, pendeva miseramente da una sola cerniera arrugginita.
Lo spazio tra il battente e lo stipite era sufficiente per far passare una persona per volta.
Valerio puntò il fascio di luce all'interno. La polvere sospesa nell'aria danzava lenta nel cono luminoso, spessa come farina.
«Pronta?» chiese lui, voltandosi.
Aura era dietro di lui. Sotto la luce della torcia, i suoi occhi brillarono di una febbre nera.
Non rispose a parole; si limitò a spingerlo leggermente sulle spalle per farlo passare prima, scivolando poi subito dopo di lui nell'oscurità dell'atrio.
L’interno della Villa dei Sette Pini non era semplicemente buio; era un abisso d’ombra che pareva dotato di una densità fisica, quasi tattile.
Appena oltrepassata la soglia della porta in rovere, la temperatura crollò di diversi gradi, come se la struttura avesse immagazzinato e conservato il gelo di ogni inverno trascorso dalla fine degli anni Ottanta.
Valerio mosse lentamente il fascio luminoso della sua torcia tattica, tracciando un arco azzurrato sopra le loro teste.
Il salone d’ingresso era una maestosa sala di decadimento.
A dominare la scena era una scalinata monumentale a doppia rampa in marmo nero di Carrara, le cui venature bianche e grigie somigliavano a fulmini pietrificati.
Il marmo, privo della lucidatura originale, era coperto da uno strato di polvere sottile e grigia che attutiva ogni impatto. La balaustra in ferro battuto, ritorta in complessi motivi di foglie d’acanto e piccoli leoni, era intaccata dalla ruggine e rotta in più punti, con le sbarre verticali piegate come se qualcosa di immenso vi si fosse abbattuto contro con forza bruta.
Aura mosse tre passi in avanti. Gli stivali producevano un suono secco sul pavimento in parquet a spina di pesce. Il legno era imbarcato dall'umidità, sollevato in piccole onde spigolose che ad ogni passo scricchiolavano sommessamente.
«Guarda sopra di te, Valerio...» sussurrò lei. La sua voce, roca e bassa, creò un piccolo eco che scivolò lungo le pareti.
Soffitti alti oltre quattro metri ospitavano affreschi di scuola tardo-romantica: figure allegoriche con le vesti drappeggiate.
L'umidità infiltrata dal tetto dissestato aveva distrutto metà del dipinto, creando crepe ramificate e bolle d'intonaco. I volti di alcune figure, sfigurati dalle infiltrazioni di muffa scura, sembravano fissarli dall'alto con cavità facciali svuotate dal degrado.
La carta da parati in seta verde smeraldo che rivestiva le pareti si staccava in strisce verticali lunghe fino a due metri, che oscillavano impercettibilmente a ogni minimo spostamento d'aria, simili a brandelli di pelle morta staccati da un corpo imponente.
Raggiunsero la sala da pranzo padronale, un ambiente rettangolare immenso, separato dal salone da due enormi porte a soffietto con vetri decorati, molti dei quali giacevano frantumati a terra in un tappeto di schegge appuntite.
Al centro preciso della stanza sorgeva l'elemento più imponente dell'arredo: un maestoso tavolo da pranzo in noce scuro, lungo oltre tre metri. Le sue sei gambe massicce, intagliate a forma di zampe di leone con artigli serrati, poggiavano su un grande tappeto persiano sfilacciato e sbiadito dal tempo. La superficie del tavolo, sebbene ricoperta da una patina opaca di sporco e vecchie gocce di cera impietrita, mostrava ancora la qualità straordinaria dell'ebanisteria dell'epoca.
Nell'angolo opposto, tra due alte finestre coperte da tende di velluto rosso rodite dai tarli, giacevano i resti di un pianoforte a coda.
Il mobile in legno di palissandro era spaccato a metà lungo la cassa d'armonia; le corde d'acciaio interne, spezzate e arricciate su se stesse per la tensione, emerse dal legno come un groviglio di nervi scoperti. I tasti d'avorio, ingialliti dal tempo, giacevano sparsi sul pavimento come denti strappati da una mascella.
«È incredibile...» mormorò Aura, avvicinandosi al tavolo di noce. Posò la mano sul bordo di legno gelato, lasciando che le sue dita lasciassero una traccia nitida sulla polvere. «Pensare che in questo esatto punto, quarant'anni fa, cenavano persone che credevano di essere al sicuro.»
Valerio si avvicinò a lei da dietro. Il suo passo era felpato, pesante. Spegnendo la torcia principale, lasciò accesa solo una piccola luce d'ambiente alogena appoggiata per terra su un carrello bar in ottone ossidato, che proiettava ombre lunghe, calde e danzanti lungo tutte le pareti.
L'adrenalina del divieto, il freddo pungente dell'aria e l'isolamento totale di quel luogo azzerarono la distanza tra di loro.
Valerio le posò le mani sui fianchi, affondando le dita nel materiale aderente dei suoi pantaloni di pelle. Aura non si ritrasse; piegò la testa all'indietro, appoggiandola contro la spalla rigida di lui. Il respiro di lei divenne subito più corto, accelerato.
«Sento il tuo cuore che batte come quello di un animale in gabbia,» disse Valerio con voce bassa, incollando le labbra all'incavo tra il collo e la spalla di Aura.
«Non è la paura...» rispose lei con un filo di voce, girandosi lentamente tra le sue braccia per affrontarlo. Gli occhi di lei, neri come la notte fuori, brillarono alla luce flebile del carrello bar. «Oppure sì. Ma è la paura che mi fa sentire viva.»
Aura afferrò il bordo della maglia di cotone di Valerio e la tirò verso l'alto con urgenza selvaggia. Valerio se la sfilò sopra la testa con un unico gesto rapido, lasciando scoperto il torace muscoloso, scolpito e teso dal freddo. La pelle d'oca gli ricoprì immediatamente le braccia e il petto, ma la temperatura del corpo di Aura, quando si strinse a lui, era bollente.
Con un movimento fluido e deciso, Valerio la sollevò di peso, facendola sedere sul bordo del maestoso tavolo di noce. La polvere antica si sollevò attorno a loro in una nuvola impalpabile.
Aura aprì le gambe, accogliendolo tra le sue cosce rivestite di pelle nera.
Le sue mani, con le unghie laccate di scuro, risalirono la schiena nuda di Valerio, scavando solchi leggeri sulla pelle tesa.
Si cercarono con un bacio avido, violento, un incastro di labbra e lingue che profumava di pelle calda, rossetto cupo e il sapore metallico della tensione.
Valerio le infilò le mani sotto la canotta scura, risalendo con le palme ruvide lungo le costole fino a raggiungere il seno sodo, stringendolo con fermezza attraverso il tessuto sottile del reggiseno.
Aura emise un gemito soffocato.
Il contrasto tra la superficie di noce fredda come la pietra e il calore bruciante delle mani e della bocca di Valerio le fece sfuggire un lungo brivido lungo le cosce.
«Togliti questa...» ansimò lei, spingendo le dita sotto la cintura dei jeans di lui.
Valerio le liberò il busto dalla canotta con un gesto rapido, rivelando la pelle pallida e liscia del suo petto, dove i capezzoli, eretti e scuri per il gelo e l’eccitazione, spiccavano come piccoli rilievi incandescenti. La sua bocca scese avida sulla pelle nuda di lei, mordicchiando la linea della clavicola prima di racchiudere un capezzolo tra le labbra, succhiando con forza controllata.
Aura strinse le cosce attorno ai fianchi muscolosi di Valerio con una presa disperata, le dita piantate tra i suoi capelli corti. I suoi respiri rochi e i piccoli gemiti gutturali spezzavano l'oscurità della sala da pranzo, rimbombando contro le vetrate rotte e gli affreschi rovinati.
I loro corpi si cercavano con un'urgenza viscerale, spogliata di ogni dolcezza, alimentata dal pericolo sottile che sembrava trasudare dalle pareti stesse della villa.
Valerio le sfilò la biancheria intima con gesti rapidi, trovandola bagnata, calda, contratta per il desiderio. Le sue dita risalirono l'interno della coscia di lei con lenta crudeltà, facendola sussultare ad ogni millimetro conquistato, finché Aura non gli afferrò il viso con entrambe le mani, fissandolo negli occhi con uno sguardo quasi feroce.
«Ora, Valerio. Dentro, adesso.»
Lui la accontentò con una spinta decisa, penetrandola profondamente, mentre lei lanciava un gemito acuto verso il soffitto.
Il ritmo che seguì fu costante, pesante, cadenzato dallo scricchiolio metallico e sordo delle gambe del tavolo di noce sul tappeto consumato. I loro respiri uniti formavano piccole nuvole di vapore condensato che si dissolvevano rapidamente nell'aria fredda.
Erano nel culmine di quel possesso cieco, avvolti dal calore dei propri fluidi e dalla vertigine dell'atto proibito, quando l'universo intorno a loro cambiò polarità.
CRACK.
Non fu uno scricchiolio del legno della struttura.
Non fu il soffitto da cui cadeva intonaco.
Fu il suono nitido, spaventoso e inconfondibile di un pezzo di legno di quercia spesso almeno cinque centimetri spaccato in due netti con un colpo solo, proveniente dall'angolo più buio della stanza, proprio dietro la porta di servizio che conduceva alle cucine sotterranee.
Valerio si bloccò istantaneamente all'interno di lei, il corpo rigido come un ceppo di legno.
Il suo cuore scattò da un ritmo erotico a un battito impazzito di puro terrore.
Aura sgranò gli occhi neri nell'oscurità; la sua respirazione affannosa si interruppe a metà.
La pelle d'oca le ricoprì ogni singolo centimetro di pelle nuda.
TACK. TACK. TACK.
Un calpestìo pesante, lento, cadenzato. Scarponi antinfortunistici rinforzati in ferro che impattavano sulle piastrelle sbeccate del corridoio adiacente, avvicinandosi con una regolarità disumana.
Dall'oscurità della porta delle cucine emerse una figura spaventosa, alta quasi due metri, la cui ombra venne proiettata sulla parete affrescata dalla piccola luce alogena al suolo.
Non era un fantasma.
Era un incubo fatto di carne, ossa e grasso denso.
Indossava un enorme grembiule da macellaio in cuoio rigido e scurito dal tempo, incrostato da strati sovrapposti di sangue rappreso, grasso animale e terra nera.
Il volto era interamente celato da una vecchia e arrugginita maschera da saldatore in ferro, la cui visiera quadrata lasciava intravedere soltanto due occhi piccoli, iniettati di sangue e del tutto privi di umanità.
Nella mano destra, protetta da un guanto di cuoio lordo e rigido, lo sconosciuto stringeva l'arma: una mannaia da spacco industriale con una lama in acciaio pesante di oltre quaranta centimetri, intaccata da tacche, macchiata di umori biologici recenti e dal cui filo gocciolava un liquido scuro che toccava il pavimento con un suono regolare e spaventoso.
L'aggressore si fermò a tre metri dal tavolo.
Dalle fessure della sua maschera uscì un respiro profondo, roco, gutturale, simile al soffio di un mantice arrugginito.
«Il calore della carne dura sempre troppo poco in questa casa,» disse l'uomo.
La sua voce non era una voce: era il suono stridente di due macine in pietra che tritavano ossa e ghiaia.
Valerio, spinto da un istinto di protezione brutale, si sfilò da Aura con un gesto rapido e cercò di rialzarsi per mettere il proprio corpo nudo e vulnerabile tra l'assassino e la ragazza, ma era troppo tardi.
Senza emettere un grido, l'uomo scattò in avanti con una velocità impensabile per la sua stazza. Sollevò la pesante mannaia sopra la testa con una sola mano e la calò con rabbia cieca.
Valerio tentò di schivare il colpo tuffandosi di lato, ma la lama di ferro non cercava il suo corpo: cercava il tavolo.
La mannaia impattò sul legno di noce con un SCLACK assordante.
La forza del colpo fu tale da spaccare il piano massiccio in due tronconi, sollevando un'esplosione di schegge affilate come pugnali.
Una di queste colpì Valerio alla tempia, aprendogli uno squarcio profondo da cui iniziò a fioccare sangue caldo e denso.
Aura urlò a squarciagola, scivolando sul pavimento coperto di vetro e detriti nel disperato tentativo di arrampicarsi verso la scalinata di marmo nero.
L'aggressore strappò la mannaia dal legno con un unico braccio, voltandosi lentamente verso di lei. Il ferro della lama brillò sinistramente sotto la luce alogena, ricoperto ora di segatura, polvere secolare e del sangue fresco di Valerio, pronto a reclamare la sua prossima preda nel buio della villa.
Il sangue caldo che colava dalla tempia di Valerio gli annebbiava la vista da un occhio, tingendo il mondo di un rosso denso e sfuocato.
Il dolore alla testa era una frustata elettrica, ma l'adrenalina spazzò via ogni cedimento strutturale del suo corpo.
«Aura, sali! Sali subito!» ruggì lui con la gola squarciata dal terrore, gettandosi a capofitto verso la sedia di legno più vicina. La afferrò per la spalliera e la scagliò con quanta forza aveva in corpo contro l'assassino.
La sedia impattò contro il torace dell'uomo con uno schianto sordo, frantumandosi in mille schegge, ma la figura brutale non fece nemmeno un passo indietro.
La sua stazza immensa assorbì l'impatto come se fosse stato un ramoscello.
Con un ringhio gutturale che vibrava direttamente nel pavimento, l'uomo sollevò la mannaia di piatto e la spazzò di traverso.
Valerio si chinò d'istinto; la lama di ferro tagliò l'aria a pochi millimetri dalla sua nuca con un sibilo metallico e spaventoso, andando a conficcarsi nel montante della porta a soffietto.
Il legno di quercia si spaccò in due con un boato, liberando una pioggia di vetri che volarono ovunque come rasoi volanti.
Aura non perse tempo. Arrampicandosi a stento sul marmo gelato, seminuda e tremante, con le mani sbucciate e il cuore che le batteva in gola fino a soffocarla, guadagnò i primi gradini della scalinata in marmo nero di Carrara.
I suoi stivali da combattimento e i piedi nudi di Valerio producevano un calpestio disperato e disordinato sulla polvere antica.
Alle loro spalle, il suono era spaventosamente diverso: un Tack... Tack... Tack... lento, cadenzato, pesante, accompagnato dallo struscio metallico della mannaia che l'omone si trascinava dietro, lasciando sul marmo scuro una scia di scintille luminose e un solco indelebile.
«Nel corridoio est! C'è una porta di ferro!» urlò Aura, la voce spezzata dall'affanno.
Raggiunsero il secondo piano.
L'aria lassù era ancora più fredda, stagnante, satura dell'odore di guano di pipistrello, legna fradicia e una sottile nota chimica di acido essiccato.
Le gallerie superiori affacciavano sul vuoto del salone d'ingresso come i palchi di un teatro maledetto.
Aura si lanciò verso la prima porta a destra, spingendola con tutto il peso del corpo.
La porta cedette, rivelando uno studio privato ricoperto di scaffalature crollate, vecchi faldoni marciti e un enorme scrittoio in ciliegio bloccato contro la parete opposta.
Una via senza uscita.
«Merda! Non c'è uscita!» pianse lei, voltandosi con gli occhi sgranati dal panico.
La canotta strappata le ricadeva su una spalla, rivelando la pelle pallida ricoperta di lividi e sudore freddo.
Valerio la raggiunse, afferrandole le braccia con fermezza.
«Ascoltami. Resta dietro di me. Quando si avvicina, tu corri verso la rampa di servizio delle cucine. Io lo distraggo.»
«No! Non ti lascio qui a farti macellare!» gridò lei, posandogli le mani sul petto nudo e insanguinato.
In quel momento di puro terrore, la vicinanza dei loro corpi manteneva ancora quel cortocircuito di carne e vita che cercava disperatamente di non farsi spegnere dal ferro.
Un CRACK assordante infranse l'uscio dello studio.
La mannaia aveva attraversato il pannello centrale della porta di rovere, spaccando il legno in due verticalmente. Attraverso la breccia emerse la visiera della maschera da saldatore. Due occhi rossi e piccoli fissarono i loro corpi tremanti.
«Siete così belli quando scappate,» mugghiò l'uomo, spingendo con la spalla il resto della porta finché i cardini non cedettero del tutto con uno stridore metallico.
«Avete riempito la mia casa con il vostro calore... Ora mi prendo tutto il resto.»
L'aggressore entrò nello studio, riempiendo lo spazio con la sua stazza enorme.
La mannaia era imbrattata di un nuovo strato di sangue nero e denso.
Con la mano sinistra si strappò la maschera da saldatore dal volto, rivelando una testa priva di capelli, coperta da cicatrici profonde e bruciature da acido che gli avevano sfigurato le labbra in una perenne, mostruosa smorfia.
Valerio non aspettò che attaccasse.
Vedendo un pesante candelabro a tre bracci in ottone ossidato sopra lo scrittoio, lo impugnò come una clava e si scagliò contro di lui con tutta la rabbia del disperato.
Colpì l'uomo in pieno volto. L'ottone impattò contro lo zigomo sfigurato con un THUD pesante. L'assassino piegò la testa di lato, emettendo uno sputo di sangue e denti spezzati, ma la sua risposta fu immediata e devastante.
Con una gomitata in corsa colpì Valerio al torace, spezzandogli due costole con un suono simile a ramoscelli secchi calpestati.
Valerio volò all'indietro, impattando contro la libreria crollata e rimanendo a terra senza fiato, mentre il sangue gli sgorgava dalla bocca.
«Valerio!» urlò Aura.
L'uomo non guardò nemmeno il ragazzo svenuto.
Si voltò lentamente verso Aura, muovendo un passo alla volta.
La ragazza indietreggiò finché la schiena non toccò la muratura fredda sotto la finestra senza vetri. La nebbia di fuori penetrava nello studio, avvolgendo le sue gambe nude in un abbraccio di gelo.
L'assassino allungò la mano libera, afferrando Aura per la gola e sollevandola da terra di trenta centimetri come se fosse una bambola di pezza.
Aura annaspò, le mani che cercavano disperatamente di liberarsi dalla morsa di cuoio e carne dura dell'uomo, mentre le sue gambe scalciavano a vuoto nell'aria.
«Il tuo sangue sarà ancora più caldo del suo,» mormorò lo sconosciuto, avvicinando la lama piatta della mannaia al collo di lei, facendole sentire il ferro gelato e umido sul punto esatto dove la vena giugulare pulsava all'impazzata.
Aura sentì il contatto del metallo sulla pelle.
Era una sensazione surreale: il contrasto tra il gelo della lama e il calore bruciante del suo terrore le fece chiudere gli occhi per un secondo, ma nel buio della sua mente non trovò la resa.
Trovò l'adrenalina pura, primordiale, la stessa che l'aveva spinta in quella villa dimenticata.
Con la mano destra allungata all'indietro sul davanzale della finestra, le sue dita toccarono qualcosa di rigido, pesante e appuntito: un enorme frammento di vetro spesso da finestrone, caduto durante le intemperie di anni prima e rimasto incastrato nella pietra.
Senza un secondo di esitazione, Aura serrò le dita attorno alla base del vetro, ignorando il bordo affilato che le tagliò immediatamente il palmo.
Mentre l'aggressore sollevava leggermente il braccio per darle il colpo di grazia, Aura spaccò la lama di vetro direttamente nella gola dell'uomo, conficcando il cristallo nella carne molle con una forza dettata dalla pura sopravvivenza.
Un fiotto spaventoso di sangue arterioso, nero e caldissimo, schizzò dalla ferita, inondando il viso e la canotta di Aura.
L'uomo emise un gorgoglio atroce, disumano.
La morsa sulla sua gola si allentò istantaneamente e Aura crollò a terra sul pavimento ricoperto di polvere e carte.
L'assassino portò le mani alla gola nel vano tentativo di fermare l'emorragia, facendo oscillare la pesante mannaia.
I suoi occhi piccoli e folli si spalancarono per la sorpresa mentre la vita scivolava via dal suo corpo a spruzzi ritmici.
Muovendo tre passi instabili all'indietro, perse l'equilibrio, inciampando sul corpo svenuto di Valerio.
L'uomo volò all'indietro oltre la balaustra spezzata dello studio, precipitando nel vuoto del salone sottostante.
Il boato dell'impatto sul pavimento di marmo del piano terra rimbombò per tutta la villa come un colpo di cannone, seguito da un silenzio improvviso, totale, innaturale.
Aura rimase accucciata a terra per lunghi secondi, ansimando ferocemente, il petto ricoperto dal sangue del suo carnefice.
Si pulì la bocca con il dorso della mano tremante, poi strisciò disperatamente verso Valerio.
Lui muoveva debolmente la testa, emettendo un lamento soffocato.
Era vivo.
«Valerio... Valerio, guardami,» sussurrò lei con le lacrime che le lavavano il sangue dalle guance. Gli sollevò la testa, appoggiandosela sulle cosce nude e facendogli sentire il calore del suo corpo che tremava ancora per lo shock.
Valerio aprì lentamente l'occhio sano, fissandola attraverso la maschera di rosso e polvere.
«L'hai... l'hai fatto?»
«È finito. È giù,» ansimò lei, baciandogli la fronte insanguinata con un'avidità disperata, una comunione di carne, terrore e salvezza che cancellava ogni traccia dell'incubo appena vissuto.
Facendosi forza a vicenda, si rialzarono.
Valerio si appoggiò pesante sulle spalle di Aura, che lo sorresse con una tenacia d'acciaio.
Scesero la scalinata monumentale un gradino alla volta, senza mai guardare il corpo dell'uomo disarticolato sul marmo nero del Salone d'Ingresso, attorno al quale si stendeva una macchia scura che andava lentamente allargandosi.
Uscirono dal porticato e varcarono la breccia nella recinzione.
La nebbia fuori li accolse come una benedizione gelida.
Salirono sul fuoristrada.
Valerio girò la chiave e il motore diesel ruggì, restituendo loro il suono della realtà.
Mentre i fari sferzavano l'oscurità della stradina sterrata, la Villa dei Sette Pini rimase alle loro spalle, inghiottita per sempre dal buio, dalla polvere e dai suoi segreti di ferro e carne.

Vacca 24
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