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Lui & Lei

VERTIGINE


di La-mandria
08.09.2026    |    120    |    4 8.0
"Viola avvertì il peso del corpo di lui che si stringeva al suo, un'architettura perfetta e disperata in cui ogni gesto era carico di una sensualità severa, priva di grazia convenzionale ma..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

Premessa
Esistono luoghi in cui il tempo non scorre, ma si accumula come polvere preziosa. Rue de la Huchette, con le sue case storte e le ombre che odorano di assenzio e inchiostro antico, è uno di questi confini. Qui la letteratura non è mai un esercizio accademico o un passatempo borghese: è una febbre, un contagio che penetra nella carne prima ancora di raggiungere la mente.
La storia di Viola e Cesare non nasce da una coincidenza, ma dalla comune, disperata convinzione che i poeti maledetti — Baudelaire, Verlaine, Rimbaud — non abbiano scritto per essere letti, ma per essere vissuti fino in fondo alle loro conseguenze più estreme. Nelle loro strofe non c'è rifugio, non c'è la promessa rassicurante di un porto sicuro, bensì l'invito periglioso a varcare la soglia del disordine dei sensi.
Quando la penombra della mansarda inghiotte il mondo esterno, le parole dei libri smettono di essere inchiostro su carta per trasformarsi in gesti, in sguardi, in una tensione fisica e mentale che non ammette mezze misure.
Tra citazioni sussurrate come dogmi e silenzi carichi di elettricità, i due protagonisti compiono un rito laico e profano al tempo stesso: dimostrano che il desiderio più autentico non cerca la quiete, ma la vertigine. E che la poesia, quando viene incarnata fino allo spasimo, diventa l'unico linguaggio capace di dare un nome alla rovina e alla bellezza.

**********
La stanza al terzo piano di Rue de la Huchette odorava di carta antica, assenzio ed erba secca.
Dalle finestre a ghigliottina filtrava una luce fioca, il crepuscolo parigino che tingeva i tetti di ardesia di una sfumatura tra il viola e il grigio cenere.
Viola rimase in piedi vicino al piccolo scrittoio di mogano, le dita che sfioravano la rilegatura in pelle di un volume consumato. Di fronte a lei, seduto nell'ombra proiettata dalla lampada a olio, Cesare osservava ogni suo movimento con un'attenzione quasi scientifica, eppure vibrante di un'attesa trattenuta.
"Sei sicura di volerti addentrare in questo territorio?" chiese lui, la voce calda, appena increspata da una nota d'ironia.
"Non siamo forse qui per questo?" rispose lei, voltando lentamente la pagina.
"I poeti che chiamiamo 'maledetti' non hanno inventato nulla che l'anima non conosca già. Hanno solo avuto il coraggio di dire ciò che la carne suggerisce nel silenzio."
Viola aprì il libro a metà e posò l'indice su una strofa. Con voce ferma, ma abbassata di un tono, quasi stesse confessando una colpa, recitò una traduzione che sembrava fondere il respiro con il ritmo dei versi:
«È l'estasi languida,
è la stanchezza d'amore,
è il brivido dei boschi
tra l'abbraccio delle brezze...»
Un silenzio denso cadde nella stanza.
Cesare si alzò dalla sedia con lentezza misurata. Ogni suo passo sul parquet scricchiolante sembrava scandire il ritmo del respiro di Viola, che rimase immobile, tenendo il libro aperto tra le mani tremanti.
"Parlavano di un'estasi languida," disse Cesare, fermandosi a un soffio da lei. Piegò leggermente il capo, permettendo al proprio sguardo di incrociare quello di lei. "Ma la vera intensità non sta nella brezza, Viola. Sta nel momento esatto che precede il contatto. Quando l'aria tra due persone diventa così densa da sembrare solida."
Sollevò una mano, senza toccarla. La vicinanza delle sue dita alla pelle del collo di lei creò una corrente invisibile, un'elettricità sottile che portò Viola a chiudere gli occhi per un istante.
"I poeti della rivolta cercavano una febbre diversa" continuò Cesare, la cui voce ora si sovrapponeva al suono della pioggia che cominciava a picchiettare contro i vetri. "Una fame più incandescente, che non accetta la quiete."
"Cercavano l'ignoto attraverso lo sregolamento dei sensi" mormorò Viola, riaprendo gli occhi per sostenerne lo sguardo. "Ma l'armonia si trova spesso nel caos."
"O nella devozione assoluta" replicò lui, prendendo delicatamente il volume dalle mani di lei per appoggiarlo sul tavolo, senza mai rompere il contatto visivo. Le sue mani si fermarono poi sui polsi di lei, leggeri come seta, eppure inamovibili. "C'è chi ha scritto di profumi freschi come carni di fanciulli, dolci come oboi, verdi come prati; e di altri, corrotti e ricchi, che possiedono l'espansione delle cose infinite."
Viola sentì il calore della mano di Cesare risalire lentamente lungo l'avambraccio, una carezza misurata che non infrangeva alcuna barriera ma ne ridisegnava ogni confine. Il confine tra la parola scritta e l'impulso taciuto si faceva sempre più sottile, fino a svanire del tutto nella penombra della stanza.
La pioggia batteva con insistenza crescente contro i vetri sottili della mansarda, trasformando il profilo della città in una macchia indistinta. All'interno, il perimetro della stanza sembrava essersi contratto, ridotto allo spazio minimo che separava i loro respiri.
Cesare non aveva ritirato le mani.
I suoi polpastrelli, appena tiepidi, tracciavano un cerchio invisibile sui polsi di Viola, un contatto che non gravava sulla pelle ma la obbligava a registrare ogni minima variazione di pressione.
"I poeti maledetti non conoscevano le mezze misure" riprese Cesare, la voce ridotta a un sussurro che sembrava raccogliere l'eco della pioggia fuori. "Per loro, amare significava consumare. Trasformare il verso in una ferita aperta."
Viola inclinò impercettibilmente il mento, sfidandolo con lo sguardo, sebbene il battito accelerato sotto i polsini tradisse una tensione ben diversa dalla fredda erudizione con cui avevano iniziato.
"E tu credi che la poesia serva a ferire o a suturare?" domandò, le labbra a pochi centimetri dalle sue.
"A volte le due cose coincidono" rispose lui. "Ascolta questo."
Cesare non prese il libro; recitò a memoria, scandendo le parole con una lentezza quasi dolorosa, come se ogni termine pesasse quanto il piombo:
«Nel fondo dell'abisso o del cielo
sapremo trovare il nuovo,
noi che cerchiamo il fondo dello spazio
per trovare, nel fondo, il fuoco.»
Il senso delle parole aleggiava tra loro come un invito inespresso.
La distanza tra i loro corpi si ridusse ulteriormente quando Cesare fece un passo avanti, costringendo Viola a indietreggiare di un soffio, finché la schiena non incontrò il legno freddo dello scrittoio. Non c'era violenza in quel movimento, soltanto l'inevitabile gravità di due forze che si attraggono senza poter opporre resistenza.
"Il fuoco di cui parlavano non riscalda" mormorò Viola, le sue dita che finalmente ruppero la geometria della distanza, salendo a sfiorare il risvolto della giacca di lui, sentendo il torace muoversi al ritmo di un respiro irregolare. "Brucia ciò che tocca."
"E allora lasciamo che bruci," rispose Cesare, abbassando lo sguardo sulle labbra di lei prima di riportarlo nei suoi occhi, in un'adesione totale e silenziosa al verso che aveva appena evocato.
La pressione del legno dello scrittoio contro la schiena di Viola era l'unico punto di contatto con la realtà materiale, mentre il resto del mondo sembrava essersi dissolto nel perimetro ristretto di quella mansarda. Cesare non aveva fretta. Per i poeti che avevano consacrato la loro esistenza al disordine dei sensi, il tempo non era una linea retta da percorrere in fretta, ma una sostanza densa da dilatare, un intervallo in cui far convivere la lucidità e la vertigine.
"Tu credi che la poesia sia un rifugio" mormorò Cesare, la mano destra che abbandonò il polso di lei per risalire lungo l'avambraccio, tracciando una linea invisibile ma rovente che faceva vibrare ogni singola fibra del corpo di Viola. "Un luogo sicuro dove rifugiarsi quando la realtà diventa troppo aspra."
"E non è così?" rispose lei, con un filo di voce che tradiva l'intenso sforzo di mantenere il controllo. Le sue dita, ancora aggrappate al risvolto della giacca di lui, strinsero leggermente la stoffa, cercando un appoggio in quella sospensione.
"Affatto" replicò lui, inclinando il viso fino a quando i loro respiri non si confusero in un unico flusso. "Per Verlaine, per Baudelaire, la poesia non è mai stata un riparo. È l'incendio che appicchi alla casa perché non puoi sopportare l'idea di continuare a viverci dentro nello stesso modo."
Cesare sollevò l'altra mano, quella libera, e con un gesto misurato e solenne le sfiorò la linea della mascella. Il pollice si fermò appena sotto l'angolo delle labbra di Viola, un contatto leggero come la polvere d'ali di una falena, eppure capace di scatenare un terremoto interiore.
"Ricordi cosa scriveva il poeta delle Feste galanti?" sussurrò Cesare, fissandola con un'intensità quasi dolorosa, i suoi occhi scuri che riflettevano la luce tremolante della lampada a olio. "Lui sapeva che la malinconia più profonda nasce proprio quando la bellezza si fa così vicina da poterla toccare, eppure si avverte l'impossibilità di trattenerla per sempre."
Viola chiuse gli occhi per una frazione di secondo, abbandonandosi a quel tocco che sapeva di promessa e di condanna insieme.
"La bellezza non è fatta per essere posseduta," rispose, citando d'istinto il nucleo segreto di quell'estetica decadente. "È fatta per essere subita. Per lasciarsi attraversare."
"Allora lasciati attraversare" replicò Cesare.
Non vi fu alcuna mossa brusca. Il bacio che seguì non fu un'esplosione incontrollata, ma la naturale conseguenza di un sillogismo poetico a cui non si poteva più sfuggire.
Le labbra di Cesare si posarono sulle sue con una lentezza disarmante, un contatto caldo e definitivo che cancellò ogni distanza residua. Viola avvertì il sapore dell'assenzio e del tabacco, un retrogusto antico che si mescolava al battito frenetico del proprio cuore. Le sue mani scivolarono dalla giacca alla nuca di lui, affondando tra i capelli scuri e morbidi, mentre il corpo di Cesare premeva contro il suo, un peso rassicurante e febbrile che azzerava ogni esitazione.
In quel bacio c'era l'eco di tutte le notti in bianco trascorse sui libri, la solitudine delle stanze polverose, il bisogno disperato e viscerale di trovare nell'altro non una salvezza borghese, ma una complicità nella rovina.
Quando le loro labbra si separarono, il respiro di entrambi era corto, irregolare. Cesare non si allontanò; mantenne la fronte appoggiata a quella di lei, le mani che ora cingevano i fianchi di Viola con una stretta ferma, protettiva e possessiva al tempo stesso.
"Questo non è amore nel senso comune" mormorò Cesare, la voce roca, quasi un soffio contro la pelle del viso di lei. "Questo è un patto."
"Un patto scellerato" rispose Viola, accennando a un sorriso che sapeva di resa totale, mentre le sue dita continuavano a tracciare cerchi lenti sulla nuca di lui.
La pioggia continuava a flagellare i vetri di Rue de la Huchette, ma là dentro, tra quelle pagine consumate e l'odore acre dell'inchiostro, il tempo aveva smesso di esistere.
Il silenzio che seguì non fu di quelli che rilassano, bensì un vuoto denso, gravido di tutto ciò che le parole non avevano ancora avuto il coraggio di formulare. La mansarda sembrava essersi rimpicciolita ulteriormente, ridotta alle coordinate esatte dei loro corpi congiunti nel chiarore incerto della lampada a olio.
Cesare tracciò con il pollice il profilo dello zigomo di Viola, un gesto di una delicatezza quasi irrisoria che contrastava con la tensione ferina celata in ogni suo muscolo.
"I poeti maledetti conoscevano il prezzo di questa lucidità" mormorò Cesare, la voce ridotta a un raschio basso, appena udibile sopra il ticchettio incessante della pioggia.
"Sapevano che ogni vertigine si paga con la discesa. E tuttavia, nessuno di loro ha mai cercato la salvezza."
Viola aprì gli occhi, fissandoli in quelli di lui con una trasparenza disarmante. Il contatto con il legno dello scrittoio non le dava più freddo; la schiena assorbiva il calore che trapelava attraverso i vestiti, annullando il confine tra la propria pelle e la materia inanimata della stanza.
"La salvezza è una categoria estranea a chi sceglie di bruciare," rispose lei, con un tono che non ammetteva repliche. Le sue dita, scivolate dalla nuca di Cesare, si mossero a esplorare la linea tesa delle sue spalle, misurandone la forza e la fragilità insieme. "Ciò che cerchiamo non è la pace, Cesare. È la precisione del dolore quando si fa bellezza."
Lui sorrise appena, un lampo fugace negli occhi scuri che rifletteva la gravità di quel credo condiviso. Non c'erano promesse di eternità in quello scambio, né la rassicurante banalità di un futuro preconfezionato. C'era soltanto l'urgenza di quel frammento di tempo, strappato alla mediocrità del mondo esterno.
Cesare chinò di nuovo il capo, le sue labbra che sfiorarono la curva del collo di Viola, indugiando nel punto esatto in cui il polso incontrava il sangue. Non fu un morso, né una carezza ordinaria; fu un'affermazione di possesso temporaneo, un sigillo impresso sulla carne con la stessa solennità con cui un verso definitivo viene inchiodato alla pagina bianca.
Viola trattenne il fiato, un brivido sottile che le percorse la spina dorsale mentre le mani si stringevano con più forza attorno alle spalle di lui, tirandolo ancora più vicino, fino a cancellare ogni spazio d'aria tra i loro petti. Il battito di Cesare era un tamburo sordo e accelerato, specchio fedele del tumulto che agitava anche il suo petto.
"Ascolta" sussurrò lui, con le labbra che quasi accarezzavano la pelle sensibile sotto l'orecchio di lei.
Recitò sottovoce, come una preghiera laica e profana al tempo stesso:
«Nel turbine del tempo e della carne,
noi non cerchiamo porti o quiete:
siamo la fiamma che divora il legno,
e la cenere che il vento ripete.»
La poesia non era più un oggetto di studio o una citazione da libro scolastico; era diventata il loro stesso linguaggio, la sola sintassi possibile per descrivere l'attrito dei corpi che si cercavano e si riconoscevano nella rovina.
Cesare scivolò con le mani lungo i fianchi di Viola, sollevandola appena per farla sedere sul bordo dello scrittoio, in mezzo alle pagine aperte e ai volumi sparsi.
Il fruscio della carta sotto i loro movimenti sembrò il battito d'ali di un uccello intrappolato. Viola avvertì il peso del corpo di lui che si stringeva al suo, un'architettura perfetta e disperata in cui ogni gesto era carico di una sensualità severa, priva di grazia convenzionale ma colma di una verità bruciante.
"E adesso?" mormorò Viola, lo sguardo perso in quello di Cesare, mentre le mani di lui riprendevano a tracciare percorsi lenti e implacabili lungo le sue braccia.
"Adesso non resta che esaurire il verso" rispose lui, prima di cercarne nuovamente le labbra in un bacio che sapeva di definitivo.
Il legno scuro dello scrittoio sosteneva il peso dei loro corpi uniti in una tensione che non cercava più alcuna mediazione con il mondo esterno.
La pioggia continuava a percuotere i vetri della mansarda di Rue de la Huchette, ma il suono esterno era ormai soltanto un fondale sbiadito, un rumore di fondo che non apparteneva più alla loro realtà.
Cesare teneva le mani saldamente appoggiate ai fianchi di Viola, il suo respiro caldo che si infrangeva contro la curva del collo di lei in un ritmo ininterrotto. Ogni movimento era misurato, scandito da una gravità quasi solenne, come se la passione che li legava stesse seguendo la metrica rigorosa di una composizione poetica.
"Vedi?" sussurrò Cesare, la voce appena un soffio che vibrava sulla pelle.
"I poeti maledetti non cercavano il conforto. Sapevano che la felicità è una forma di sonno, mentre la veglia appartiene a chi accetta di consumarsi."
Viola socchiuse gli occhi, abbandonando ogni residuo controllo. Le sue dita, intrecciate tra i capelli scuri di lui, premevano con una forza dolce, quasi a voler trattenere quel frammento di eternità che rischiava di dissolversi da un momento all'altro.
"E noi ci stiamo consumando fino all'ultima sillaba" rispose lei, con un filo di voce che tradiva un'intensità vibrante.
La vicinanza si fece totale, un azzeramento di ogni confine in cui i corpi parlavano la stessa lingua della poesia che li aveva fatti incontrare. Non c'era fretta, né l'ansia di una conclusione frettolosa; c'era soltanto l'esigenza implacabile di esaurire ogni risorsa di quel linguaggio segreto. I loro respiri si fusero in un unico battito, un crescendo silenzioso che trovò la sua forma perfetta nel contatto definitivo delle labbra e dei corpi, suggellando il patto di quella notte parigina.
Il chiarore livido dell'alba cominciava a infiltrarsi attraverso i vetri appannati, dissolvendo le ombre dense della mansarda e restituendo agli oggetti la loro fisionomia quotidiana. Sul piccolo scrittoio di mogano, i volumi dei poeti maledetti giacevano aperti, le pagine consumate e stese come ali immobili dopo il volo.
Cesare era seduto sul bordo della sedia, lo sguardo fisso nel vuoto con una lucidità fredda e ritrovata. Le dita sfioravano distrattamente la rilegatura in pelle di un libro, mentre il silenzio della stanza era rotto soltanto dal gocciolare isolato della grondaia all'esterno.
Viola si ricompose con gesti lenti, sistemando la stoffa della camicetta con un distacco che sembrava smentire la tempesta vissuta poche ore prima. Si avvicinò alla finestra, socchiudendola per far entrare l'aria fredda e tagliente del mattino parigino.
"È finita" mormorò lei, senza voltarsi, osservando i tetti d'ardesia bagnati di pioggia.
"La poesia non finisce mai" replicò Cesare, alzandosi in piedi con un movimento rigido.
"Si deposita. Diventa cenere, ma una cenere che conserva il calore del fuoco."
Non si dissero altro. Sapevano che quel patto stretto tra i versi e la carne non richiedeva addii né promesse. Ciascuno riprese la propria strada verso il rispettivo destino, portando con sé la consapevolezza che certe altezze, una volta toccate, lasciano un segno indelebile sulla pagina della vita.

Vacca 24
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