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Lui & Lei

KAMASUTRA


di La-mandria
31.07.2026    |    242    |    1 8.0
"Il Sitkara trasformò il finale della penetrazione attiva in una transizione sonora verso la fase meditativa della notte..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

Il tempo, all’interno di quella stanza, aveva perso la sua natura lineare.
Non c’era più l'orologio a misurare il ritmico consumo delle ore, ma soltanto la vibrazione sorda dell’ambra profumata che bruciava nell’angolo, diffondendo un velo di fumo dorato tra le pareti di pietra grigia. Fuori, il mondo proseguiva nella sua meccanica indifferenza; dentro, il silenzio era un tessuto denso, teso fino quasi a spezzarsi.

Sofia osservò Dario. Non c’era l’ansia dei primi tempi tra di loro, né la prevedibilità rassicurante degli anni trascorsi insieme. Avevano spogliato la stanza di ogni orpello superfluo, lasciando solo un pesante tappeto di lana grezza, coperto da drappi di seta cruda dalle tonalità zafferano e melograno. Sul bordo del legno di noce risaltava un volume aperto: incisioni antiche, rigide nei dettagli, ma pulsanti di un'anatomia perfetta.

«Non stiamo cercando una posizione» disse Sofia.
La sua voce spezzò l’aria come una lama affilata nel velluto, priva di esitazioni.
«Stiamo smantellando l’abitudine. Voglio che dimentichi come si tocca un corpo conosciuto.»

Dario non rispose subito. I suoi occhi seguirono la linea scura dei capelli di Sofia che cadevano sulla clavicola. Avvertì il peso di quell’invito: non si trattava di riprodurre passivamente un antico manuale indiano, ma di utilizzare il Kamasutra come una griglia alchemica, un linguaggio dimenticato per disarticolare e ricostruire la sintassi della loro pelle.

Dario mosse il primo passo.
Il contatto non fu immediato né violento.
Rispettando il principio del Sammorgana, la risonanza epidermica prima dell'unione, sfiorò il collo di Sofia non con i polpastrelli, ma con la parte dorsale della mano, fredda, creando un contrasto immediato con il calore che la donna emanava.

Sofia socchiuse gli occhi, un brivido sottile le percorse la colonna vertebrale.
Non era il gesto abitudinario del compagno di sempre; era la mano di un anatomista della sensazione.
Dario le scivolò alle spalle, la bocca a un millimetro dal lobo dell'orecchio, lasciando che il solo respiro caldo tracciasse la rotta del desiderio.
Poi, con una lentezza esasperante, iniziò a sfilare la seta scura che le fasciava il busto.

La stoffa cadde con un fruscio pesante.
Il corpo di Sofia si svelò alla luce morbida delle lampade ad olio: una figura di curve decise, tese dall’attesa.
Dario stese Sofia sui cuscini, ma invece di sovrastarla, le si sedette accanto a gambe incrociate. Iniziò a tracciare con la punta delle dita le mappe dei nodi energetici premendo delicatamente sull’incavo dei piedi, sulle ginocchia, per poi risalire lungo l’interno delle cosce.

La pressione esercitata sui centri nevralgici non mirava a provocare un brivido immediato, ma a sintonizzare il sistema nervoso di entrambi sulla medesima frequenza.
Dario utilizzò nuovamente il palmo della mano per scaldare la pelle sopra la rotula di Sofia, facendola ruotare leggermente per sciogliere ogni contrazione muscolare.
Sofia avvertì un rilassamento profondo, paradossale: mentre la sua mente si liberava di ogni controllo logico, la sua percezione fisica si amplificava a dismisura.
Ogni soffio d'aria, ogni impercettibile ruvidezza del tappeto sotto i glutei diventavano dettagli d'importanza vitale.
Dario continuò la sua risalita tattile.
Le sue dita disegnarono spirali invisibili sul basso ventre della donna, sfiorando la cresta iliaca con la delicatezza di chi maneggia un tessuto fragilissimo.
Non sfiorò il centro del desiderio di Sofia; si limitò a cingerlo a distanza, creando una zona d'ombra emotiva, un magnetismo che costrinse Sofia a muovere il bacino verso l'alto per cercare un contatto che lui le negava deliberatamente.
«Non cercare la scorciatoia,» mormorò Dario, bloccandole la vita con la fermezza di un imperativo silenzioso.
«Il Kamasutra stabilisce che la preparazione dell'animo deve precedere la fusione dei corpi. Ogni millimetro trascurato è una coordinata d'estasi perduta.»
Sofia reclinò il capo all'indietro, lasciando che la gola esposta riflettesse la luce dorata delle fiamme.
Sentiva le dita di Dario risalire lungo le costole, una ad una, per poi fermarsi sotto il seno sinistro. Lì, dove il battito cardiaco era più distinto, lui appoggiò l'intero palmo caldissimo, rimanendo immobile per diversi minuti.
Il respiro di Sofia andò sintonizzandosi sul ritmo di quello di Dario, creando una respirazione alternata, la tecnica del Pranayama applicata all'erotismo, in cui l'espirazione di uno diventa l'inspirazione dell'altro.
L'attesa protratta trasformò l'atmosfera in un laboratorio sensoriale.
Dario chinò il capo, posando le labbra sul fianco destro di Sofia, e con la lingua tracciò una sequenza di piccoli cerchi umidi fino all'ombelico, soffiandoci sopra subito dopo.
Il freddo e il caldo si alternarono sulla pelle di lei con l'effetto di una scossa a bassa frequenza.
I muscoli di Sofia rispondevano a quella pressione misurata con un'involontaria contrazione di piacere. La sensazione non era quella di una fretta carnale, ma di un risveglio graduale e profondo, come se ogni millimetro della sua pelle stesse riacquistando una memoria antica.
Prima ancora che i corpi cercassero la compenetrazione anatomica, il testo antico prescriveva il linguaggio dei segni permanenti: il Nakhachhedya, ovvero l'arte di imprimere sulla carne dell'altro la mappa visibile della passione attraverso l'uso delle unghie e dei denti, graduati con precisione alchemica.
Dario sollevò le braccia di Sofia sopra la sua testa, stendendole sulla seta dei cuscini.
Con l'indice e il medio della mano destra, esercitò una pressione a forma di mezzaluna sulla pelle morbida sotto l'ascella di lei, lasciando un'impronta rosea che sfumò lentamente.
Sofia sussultò, non per il dolore, ma per l'intensa carica erotica che quel gesto arcaico portava con sé.
«Il segno della tigre» sussurrò Sofia, citando il testo a memoria, la voce inclinata da una sottile vibrazione di sfida.
«Usi la forza perché temi il mio controllo?»
«Uso il segno perché il tuo corpo deve conservare la traccia di questa notte anche quando la luce del sole cercherà di cancellarla» rispose Dario.
Si chinò su di lei, lasciando che i suoi denti affilassero il contatto sulla linea della spalla.
Non un morso cieco o rabbioso, ma il Gudhakajaka, il morso nascosto, che affonda appena sotto la superficie epidermica per richiamare il sangue in superficie senza spezzare la pelle.
Il contrasto tra la morbidezza delle labbra di Dario e la fermezza della sua presa mandibolare provocò in Sofia una scarica d'adrenalina istantanea.
Le sue gambe si contrassero, i piedi cercarono il contatto con le cosce di lui, arrampicandosi lungo la massa muscolare con una fame ritrovata.
Sofia rispose a sua volta. Liberò le braccia dalla presa e afferrò la schiena nuda di Dario.
Le sue unghie tracciarono due linee parallele lungo i muscoli paravertebrali, partendo dalle scapole fino alla regione lombare.
Era il Lineapatha, la linea di fuoco che il Kamasutra riserva ai momenti di massimo coinvolgimento emotivo.
Dario serrò la mascella, emettendo un respiro profondo e profondo attraverso i denti stretti. Il dolore sfumò immediatamente in una sensazione di calore diffuso che gli espanse la percezione del bacino.
I due corpi, ora segnati da lievi arrossamenti e impronte simmetriche, non appartenevano più alla dimensione borghese della loro quotidianità.
Erano diventati una tela vivente, un rilievo topografico su cui la passione veniva incisa con strumenti primordiali. L'odore della pelle stimolata dal contatto ruvido si mescolò all'aroma persistente del sandalo, creando un'atmosfera ancora più densa, quasi irrespirabile per l'accumulo di tensione accumulata.
«Adesso!» mormorò lei, aprendo gli occhi d'un tratto scuri, magnetici. Si sollevò leggermente, invitandolo senza supplicare, ma esigendo.
La simmetria dei loro corpi cercò l’architettura della Jambheikavandhana.

Dario si posizionò sopra di lei, ma fu Sofia a sbloccare l'inerzia: sollevò le gambe, avvolgendole saldamente attorno alla vita di lui, incrociando le caviglie dietro la sua schiena. La posizione chiudeva ogni spazio di fuga, costringendo i bacini a una vicinanza assoluta, quasi dolorosa nella sua precisione geometrica.

L’ingresso di Dario fu un atto solenne.
Non una spinta d'impeto, ma un'esplorazione progressiva, millimetro dopo millimetro, avvertendo la resistenza calda e stretta di Sofia che si adattava alla sua forma.
L’angolo creato dalle gambe sollevate modificava completamente la percezione interna: la frizione era profonda, diretta, continua.

L'incastro anatomico della posizione appena provata, annullava la distanza fisica.
Ogni millimetro di scorrimento generava una stimolazione prolungata della parete anteriore di Sofia, un punto di contatto che la costringeva a brevi apnea respiratorie. Dario mantenne il controllo del peso del proprio corpo, appoggiandosi sui gomiti per non schiacciarla, ma lasciando che la gravità facesse il suo lavoro. Il movimento non era dettato dall'impulso, ma da una spinta millimetrica, un va e vieni ristretto che dava la sensazione di un'unione permanente.
Sofia piegò la schiena all'indietro, le mani serrate sulle spalle di Dario, le unghie che affondavano nella carne lasciando solchi rossi. Il ritmo non era veloce, ma possedeva una cadenza pesante, come il battito di un tamburo rituale. A ogni movimento di rientro, le pareti interne di lei sembravano afferrare e trattenere Dario, rifiutando di lasciarlo andare.

Dario cambiò leggermente l'inclinazione del bacino, ruotando di pochi gradi verso sinistra.
Questa variazione d'angolo, suggerita dai capitoli del testo dedicati alle "unioni asimmetriche", modificò istantaneamente la mappa della frizione.
Sofia emise un lamento acuto, un suono che parve strapparle il respiro dal petto. Le sue mani abbandonarono le spalle di Dario per andare a stringere le lenzuola di seta sotto di lei, accartocciandole con forza cieca.
«Guarda cosa stiamo diventando» ansimò Dario, il viso madido di sudore a pochi centimetri dal suo.

Sofia non parlò; rispose aumentando la pressione delle gambe attorno ai suoi fianchi, guidando il ritmo dall'interno, trasformando ogni spinta in un brivido cieco che risaliva dal bacino lungo tutta la spina dorsale fino alla radice dei capelli.
La contrazione involontaria del pavimento pelvico di Sofia creò una morsa ritmica che risucchiava e rilasciava la carne di Dario, portando entrambi sull'orlo di un precipizio sensoriale che riuscirono a schivare solo rallentando d'improvviso la cadenza, congelando il movimento per un minuto intero di pura, tremante stasi fusa.

Senza estrarre il proprio corpo da quello di lei, Dario fece scivolare un braccio sotto la schiena di Sofia, sollevandola lentamente. Sfruttando la forza dei propri muscoli lombari, si spostò verso una posizione seduta, portando Sofia ad abbracciarlo con il bacino mentre le sue gambe si riorganizzavano nella forma della Padmasana modifica, la posizione del loto unito.
La transizione da sdraiati a seduti alterò completamente la distribuzione della gravità. Sofia si trovò a sovrastare parzialmente il petto di Dario, i loro volti perfettamente allineati, i nasi che si sfioravano a ogni respiro. In questa geometria, la profondità della compenetrazione era totale, condizionata unicamente dal peso di Sofia che scivolava verso il basso.
«Questa è la forma dell'equilibrio» mormorò Sofia, portando le mani dietro la nuca di Dario e intrecciando le dita alle sue, il Karkata, il nodo del granchio, dove la presa delle mani riflette la stretta degli organi genitali.
Iniziarono a oscillare avanti e indietro, non con spinte rettilinee, ma con un movimento ondulatorio che coinvolgeva l'intera spina dorsale.
Era l'imitazione dell'albero scosso dal vento, una delle figurazioni stilistiche più complesse del codice sensuale indiano. Ogni oscillazione produceva uno sfregamento interno di un'intensità inusitata: le pareti vaginali venivano sollecitate lungo tutta la loro lunghezza, mentre la base del pene di Dario entrava in contatto con la zona clitoridea in una sequenza ininterrotta di pressioni e rilasci.
La stanchezza fisica non trovava spazio per insinuarsi.
Il calore generato dallo sforzo muscolare ricopriva le loro pelli di una pellicola lucida che trasformava ogni contatto epidermico in uno scivolamento privo di attrito ruvido.
Dario sentiva il battito cardiaco di Sofia pulsare direttamente contro il proprio sterno, come se i due apparati circolatori si fossero incanalati in un unico circuito.
Sofia iniziò a inclinare il busto all'indietro, appoggiando i palmi delle mani sulle ginocchia di Dario per bilanciarsi.
In quell'arco teso, il suo collo si allungava verso il soffitto, esponendo la gola a una vulnerabilità estatica.
Dario le sorresse la parte bassa della schiena con una mano, mentre con l'altra continuava a tracciare piccoli cerchi sulla sua coscia.
Il movimento si fece più rapido, una vibrazione concentrata che faceva oscillare i pendenti d'ambra nella stanza e proiettava le loro ombre, ingigantite, sulle pareti di pietra grigia.
Le sensazioni non erano più scindibili: il dolore sottile della tensione muscolare, il calore profondo dell'interno, il profumo speziato dell'aria e la percezione visiva dell'altro sfocavano in un unico stato di coscienza alterata, in cui il piacere cessava di essere un picco temporale e diventava un paesaggio geografico da attraversare.
Quando l'onda di quella variazione complessa svanì, lasciandoli entrambi senza fiato ma ancora elettrizzati sul tappeto profumato, non vi fu spazio per la stasi. Il calore accumulato non si era disperso; si era condensato.

Sofia spinse Dario sulle spalle, costringendolo a stendersi sulla schiena.
I suoi movimenti non avevano più nulla di timido: c'era la consapevolezza fiera del Purushayita, la pratica in cui la donna rivendica il dominio del movimento e la direzione del piacere.

Si mise a cavalconi su di lui, i capelli cupi che le ricadevano sul petto come una tenda d'ombra. Guardò Dario dall'alto: l'uomo che conosceva da anni ora la fissava con uno sguardo incantato e quasi sottomesso, rapito dalla sua figura maestosa sotto la luce dorata.
Sofia si sollevò e si riabbassò con lentezza tormentosa, accogliendolo di nuovo dentro di sé, ma anziché cedere a una spinta verticale frenetica, iniziò a muovere il bacino tracciando cerchi concentrici impercettibili ma devastanti: la tecnica del Samamara.

I cerchi disegnati da Sofia non erano semplici rotazioni meccaniche. Seguivano un disegno ben preciso: tre rotazioni in senso orario, strette e rapide, seguite da un'inversione antioraria più ampia, che andava a stirare i tessuti muscolari profondi.
Questo cambio di direzione continuo costringeva Dario a una contrazione costante dei muscoli glutei e addominali nel tentativo di assecondare la traiettoria invisibile tracciata dal corpo della donna.
Dario serrò i denti, le mani che cercavano d'istinto i fianchi di lei per fermare o accelerare quell'angoscia deliziosa, ma Sofia le prese le mani e le bloccò contro il pavimento, sopra la testa di lui.

«Rimani fermo» gli ordinò con voce bassa, quasi rauca. «Stasera il tempo lo dettano i miei fianchi.»

Sofia piegò il busto in avanti, portando i propri capezzoli turgidi a sfiorare le labbra di Dario, senza concedergli di afferrarli stabilmente. Gli offriva e gli sottraeva il contatto con una precisione sadica e raffinata. Ogni volta che lui tentava di sollevare il capo per catturare la carne soffice, lei si sollevava leggermente sui ginocchi, sfilandosi quasi del tutto, per poi lasciarsi ricadere con tutto il proprio peso corporeo, provocando un impatto profondo che strappava a Dario un sospiro soffocato.
I movimenti circolari di Sofia strofinavano l'anatomia più intima di entrambi con una precisione spietata.
Dario avvertì una tensione elettrica accumularsi alla base del ventre, un fuoco liquido che minacciava di spezzare ogni suo autocontrollo.
Sofia incrementò la velocità, abbandonando i cerchi per una discesa e una salita ritmica, selvaggia, la fronte imperlata di gocce lucenti, la bocca socchiusa in un lamento d'estasi che riempiva la stanza pietra su pietra.

Il ritmo divenne estenuante, una cavalcata priva di freni in cui Sofia utilizzava la spinta delle cosce con una potenza inaspettata. Il corpo di Dario si inarcò dal pavimento; le sue spalle toccavano appena la seta, mentre il suo bacino andava incontro a ogni discesa di Sofia con spinte riflesse, automatiche, sorde a qualsiasi comando razionale.
L'orgasmo la travolse dall'alto come una scarica di corrente: il suo corpo si bloccò per diversi secondi in un arco teso di piacere puro, prima che le contrazioni interne innestassero l'esplosione di Dario, che si svuotò dentro di lei con un ruggito soffocato.
Le pareti vaginali di Sofia pulsavano a intervalli regolari, stringendo lo stelo di Dario in una sequenza di spasmi che prolungarono l'eiaculazione ben oltre il limite abituale, dissipando ogni residuo di energia in una scarica definitiva.

Nel momento del collasso orgasmico e nella fase immediatamente successiva, il Kamasutra codifica il valore del Sitkara, la gamma dei suoni vocali non verbali che accompagnano la liberazione dell'energia vitale. Non si tratta di grida generiche, ma di modulazioni uditive che agiscono come cassa di risonanza per il sistema nervoso.
Sofia rimase accasciata sul petto di Dario, la guancia adagiata sulla sua clavicola umida.
Dal fondo della sua gola continuavano a uscire piccoli suoni sibilanti, il Hingkara, un flusso di aria inspirata a denti stretti che produceva una vibrazione acuta, simile al soffio del vento tra le canne. Quel suono, ripetuto ritmicamente, impediva al piacere di spegnersi bruscamente, mantenevo attivo un canale di stimolazione acustica.
Dario rispose con un brontolio sordo, un suono gutturale profondo che risuonò all'interno della sua gabbia toracica, trasferendo la vibrazione direttamente alle braccia di Sofia che lo cingevano.
La stanza, priva di altri rumori, amplificava quella sinfonia primordiale.
I due umani non usavano più il linguaggio dei concetti; comunicavano attraverso una frequenza sonora pura, fatta di sospiri interrotti, scricchiolii di denti, lamenti acuti e respiri polmonari profondi.
Questa dimensione acustica creò un nuovo livello di complicità.
Riconoscere il suono dell'estasi dell'altro, decifrarne l'intensità attraverso l'intonazione del respiro, permise loro di comprendere lo stato di sfinimento e di appagamento reciproco senza bisogno di alcuna verifica verbale. Il Sitkara trasformò il finale della penetrazione attiva in una transizione sonora verso la fase meditativa della notte.
Nelle prime ore della notte, quando la luce delle lampade iniziò a cedere il passo a un'ombra densa e riposante, i due si ritrovarono fianco a fianco, adagiati sul lato nella posizione del Tiryak.

Dario era dietro di lei, adeso come una seconda pelle.
La sua mano avvolgeva il petto di Sofia, mentre scivolava dentro di lei con una dolcezza nuova, quasi meditativa. In questa posizione, senza la gravità a imporre uno sforzo frenetico, il contatto tornava a essere un sussurro prolungato.

Questa variante laterale permetteva un'esplorazione tattile lenta, priva dell'ansia della prestazione atletica. Le gambe di Sofia erano leggermente piegate verso il petto, creando una cavità protetta in cui il bacino di Dario si inseriva senza sforzo muscolare. L'ingresso, lubrificato dagli umori precedenti, fu impercettibile e profondo al tempo stesso.
Ogni spinta da dietro era accompagnata dalle labbra di Dario che sfioravano la nuca di Sofia, sussurrandole parole prive di punteggiatura, concetti puri sulla forma del suo corpo e sul profumo della sua pelle.
Sofia rispondeva spingendo indietro il bacino ad ogni tocco, unendosi a lui in un'oscillazione che non cercava un traguardo, ma la pura permanenza nello stato di grazia.

La mano libera di Dario scivolò lungo il fianco di Sofia, raggiungendo la zona pubica.
Con il pollice e l'indice Iniziò a stimolare il punto d'unione superiore con un movimento circolare e leggerissimo, sfiorando appena la pelle sensibile. Sofia fece un respiro lunghissimo, abbandonando la testa all'indietro sul braccio di lui. Non c'era fretta, non c'era accumulo di tensione muscolare; il piacere era diventato uno stato liquido, una marea costante che saliva e scendeva senza spezzarsi mai.
«Siamo oltre il testo» mormorò Sofia nel buio, la voce ridotta a una traccia d'aria.
«Il testo era solo la mappa» rispose Dario, muovendo i fianchi con una lentezza ipnotica che faceva coincidere l'impatto interno con il ritmo del respiro di lei.
«Ora siamo la terra.»
I movimenti proseguirono per un tempo indefinito.
Ogni spinta non faceva che confermare la fusione dei due corpi, annullando la percezione dei confini individuali. Il calore della pelle di Dario si confondeva con quello della schiena di Sofia, creando la sensazione di un unico organismo a quattro braccia e due cuori che respirava all'unisono al centro della stanza di pietra.
Quando l'ultimo fremito li attraversò insieme, non ci furono grida, ma solo un lungo, profondo respiro allineato che guidò entrambi verso il sonno. Un'onda d'estasi silenziosa, priva di contrazioni dolorose, che si sciolse lentamente nei loro muscoli esausti, lasciandoli ancorati l'uno all'altra nella penombra.

Il primo chiarore del mattino filtrò attraverso la feritoia della parete ad arco, tagliando la penombra con una lama di luce grigia e fredda. Il fumo dell'ambra si era ormai dissolto, lasciando nell'aria un profumo denso di legno bruciato, pelle e seta umida.
Dario riaprì gli occhi per primo. Il suo corpo era ancora parzialmente unito a quello di Sofia nella posizione laterale. Sotto la luce del giorno, la pelle di entrambi mostrava i segni del Nakhachhedya: lievi tracce rosate sulle spalle, piccole impronte sfumate sui fianchi, la testimonianza tangibile della notte appena trascorsa. Non c'era vergogna in quei segni, ma una sensazione di nobiltà arcaica, come se fossero stati insigniti di un ordine cavalleresco della carne.
Sofia si mosse lentamente, stirando le membra con la grazia indolente di un felino. Si voltò verso Dario, affrontando la sua vista senza schermo alcuno. I suoi occhi, sgombri dalla febbre della passione notturna, possedevano una limpidezza nuova, profonda, priva di qualsiasi incrostazione abitudinaria.
«Mi senti?» chiese lei, appoggiando le dita sulla guancia ruvida di lui.
«Ti sento in ogni punto» rispose Dario.
Si sollevarono a sedere sul tappeto, tra i cuscini sgualciti e le pieghe della seta stropicciata.
Il volume del Kamasutra giaceva sul pavimento di legno, aperto sulle medesime illustrazioni di partenza, ma quelle figure disegnate secoli prima non apparivano più come codici complessi o astrazioni orientali: erano diventate istruzioni semplici, logiche, l'alfabeto naturale di due anatomie che avevano avuto il coraggio di spogliarsi della routine per tornare all'essenziale.
Sofia prese la mano di Dario, intrecciando nuovamente le dita nelle sue. Il contatto, privo ora di qualsiasi tensione erotica immediata, era carico di una tenerezza antica, fondata sulla consapevolezza di aver condiviso un viaggio all'interno dei propri limiti fisici e mentali.
All'alba, la stanza odorava ancora di sandalo, cera spenta e pelle felice.
Il libro sul tavolino era rimasto aperto, ma le sue pagine non servivano più: il vero testo era stato scritto e consumato sui loro corpi, impresso nella memoria indelebile della carne.
Fuori, la città si risvegliava con i suoi rumori metallici e le sue fretta quotidiane, ma all'interno di quella stanza di pietra, l'architettura del desiderio aveva costruito un tempio inattaccabile, destinato a durare molto oltre la fine della notte.

Vacca 24
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