AUTOSTOP
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Questo appartiene alla categoria SOFT
L'aria della riviera aveva un sapore diverso dopo mezzanotte. Non c'era più traccia del calore soffocante del giorno; al suo posto, una brezza fresca e salmastra si insinuava dai finestrini abbassati, portando con sé il profumo acre della salsedine mista al bitume riscaldato. Sulla provinciale che tagliava la pineta, i lampioni a vapori di sodio dipingevano cerchi di luce gialla e spettrale sull'asfalto, alternandosi a lunghe macchie di buio fitto.
Matteo strinse la presa sulla cinghia del borsone, spostando il peso da un piede all'altro. Aveva la stoffa della felpa umida di rugiada e i jeans appiccicati alle ginocchia. Al suo fianco, seduto sul guardrail metallico con una nonchalance irritante e bellissima, c'era Davide. La luce intermittente di un’insegna pubblicitaria lontana accendeva riflessi violacei nei suoi capelli scuri, scolpendo i tratti netti del profilo, la curva del collo, il modo in cui la T-shirt nera aderiva al torace a ogni respiro.
«Se non passa nessuno entro dieci minuti, giuro che mi siedo qui e ti costringo a offrirmi un passaggio a dorso di mulo» mormorò Davide, senza distogliere lo sguardo dall'orizzonte buio. La sua voce era roca, quel timbro basso che a Matteo faceva sempre perdere il filo del discorso.
«Un mulo sulla statale Adriatica? Ottima idea, attireremmo sicuramente l'attenzione della polizia stradale» rispose Matteo, facendo un passo avanti e sollevando il braccio con il pollice teso.
Il loro viaggio era iniziato per un capriccio, o forse per un bisogno irrefrenabile di fuga. Lasciarsi alle spalle la città, il cemento arroventato, le routine soffocanti. Volevano il mare. Non quello affollato degli stabilimenti balneari, ma una spiaggia libera, buia, dove l'unico confine fosse la linea schiumosa della battigia e il rumore ritmico delle onde.
Un fascio di fari lontani tagliò la notte. Una luce bianca che avanzava lenta, accompagnata dal rombo basso di un motore diesel. Matteo irrigidì il braccio, raddrizzando la schiena. Sentì la vicinanza di Davide prima ancora di vederlo muoversi: il calore del suo corpo, l'odore di tabacco e muschio che lo seguiva come un'aura. Davide si alzò dal guardrail e gli si piantò alle spalle, così vicino che il petto gli sfiorava la scapola.
«Lascia fare a me» sussurrò Davide all'orecchio di Matteo. Le sue labbra sfiorarono appena il lobo, un contatto leggero come il passaggio di una falena che fece sussurtare Matteo lungo la spina dorsale. «Tu fai solo la faccia da bravo ragazzo abbandonato. Funziona sempre.»
Il fuoristrada rallentò, le gomme ghignarono sull'asfalto e la freccia lampeggiò pigra verso destra.
L'abitacolo di quel vecchio pick-up odorava di cuoio vecchio, benzina e una vaga nota di agrumi del profumo del guidatore, un uomo silenzioso che li aveva fatti salire senza fare troppe domande, limitandosi a un cenno del capo e a un grugnito di saluto.
Erano stipati sul sedile anteriore, tre persone dove ce ne sarebbero state comodamente due. Questo costringeva Matteo e Davide a un contatto fisico continuo, inevitabile. Ogni volta che il pick-up beccava una buca o affrontava una curva stretta, la spalla di Davide premeva contro la sua, e il calore di quel contatto si propagava attraverso i vestiti, pesante e denso.
Matteo teneva le mani intrecciate sulle cosce, le dita rigide. Cercava di guardare fuori dal finestrino, dove le forme scure dei pini marittimi sfrecciavano via come sagome minacciose, ma la periferia della sua attenzione era interamente catturata da Davide. Poteva vederlo con la coda dell'occhio: il modo in cui teneva una gamba leggermente aperta, lo sfregamento del tessuto dei pantaloni contro la coscia di Matteo ogni volta che il cambio marciava, il respiro regolare che si faceva più profondo.
A un semaforo, nel cuore di un paesino fantasma, il guidatore spense la radio e si massaggiò la nuca.
«Voi due dove siete diretti esattamente?» chiese l'uomo con voce roca, guardandoli dallo specchietto retrovisore.
«Alla spiaggia della Volpe, se ci arriva» rispose Davide con quella sua cadenza rilassata, un sorriso furbo stampato in volto.
«Strada stretta. Da lì in poi si va solo a piedi attraverso la pineta» sentenziò l'autista, rimettendo la prima.
In quel momento, mentre l'uomo era distratto a manovrare, la mano di Davide scivolò lentamente lungo la porzione di sedile tra di loro. Le sue dita sfiorarono il dorso della mano di Matteo, indugiando per un istante prima di afferrargli il polso. Non fu un gesto amichevole. Fu una stretta ferma, calda, deliberata. Le dita di Davide risalirono sotto l'orlo della manica della felpa, tracciando cerchi lenti sull'avambraccio di Matteo.
Un brivido improvviso e violento attraversò Matteo. Chiuse gli occhi per un secondo, cercando di controllare il battito cardiaco che aveva improvvisamente accelerato. La vicinanza, l'odore della notte che entrava dai finestrini abbassati, il movimento lento e calcolato delle dita di Davide sulla sua pelle: tutto cospirava per trasformare quel semplice passaggio in una tensione palpabile, elettrica, quasi insostenibile.
Il pick-up si fermò con uno stridore di freni in uno spiazzo sterrato, delimitato da alte dune di sabbia e dall'inizio fitto della pineta. Il mare non si vedeva, ma il suo respiro — quel vento costante carico di salsedine — riempiva l'aria, coprendo ogni altro suono.
«Fine della corsa ragazzi. Da qui in poi i fari non passano» disse l'uomo, indicando un sentiero buio che si perdeva tra i tronchi.
Scesero in fretta. L'impatto con l'aria aperta fu un colpo di freschezza. Matteo inspirò a fondi polmoni, ma l'ossigeno sembrava non bastare. Davide chiuse lo sportello del passeggero con un tonfo sordo che echeggiò nella quiete della notte, poi si voltò lentamente verso di lui.
Intorno a loro, la luna piena filtrava appena tra i rami alti, disegnando trame d'argento e ombra sui loro volti.
«Ci siamo quasi» disse Davide, facendo un passo verso di lui.
Non c'era fretta nei suoi movimenti, ma un'urgenza sotterranea che Matteo riconobbe immediatamente. La distanza tra di loro si annullò in un attimo. Davide sollevò una mano, le dita calde che sfiorarono la mascella di Matteo, risalendo per fermarsi sulla nuca, afferrando i capelli corti con una presa leggera ma decisa.
«Stavi tremando sul furgone» sussurrò Davide, abbassando lo sguardo sulle labbra di Matteo. La sua voce era un soffio che si mescolava al rumore delle onde in lontananza.
«Non era freddo» rispose Matteo con un fil di voce, incapace di distogliere lo sguardo da quegli occhi scuri che lo inchiodavano lì, ai margini del mondo.
La distanza svanì del tutto. Il primo bacio fu cauto, quasi un riconoscimento, ma durò lo spazio di un battito di ciglia prima di trasformarsi in qualcosa di più profondo, affamato. Le labbra di Davide erano calde, esigenti, capaci di cancellare tutto il resto: la strada, la stanchezza, il tempo. Matteo rispose aprendo le labbra, lasciandosi travolgere dal sapore di quella notte di fine estate, mentre le braccia gli si stringevano attorno alla vita di Davide, tirandolo ancora più vicino, fino a sentire il battito del suo cuore contro il proprio petto.
L'umidità della pineta avvolgeva i tronchi come una pellicola invisibile, amplificando ogni fruscio, ogni respiro. Sotto i loro piedi, il tappeto soffice di aghi di pino attutiva i passi, rendendo il cammino un esercizio di equilibrio e di sfioramenti continui.
Davide camminava davanti, ma a ogni curva del sentiero si voltava per assicurarsi che Matteo lo stesse seguendo, o forse solo per cercare il pretesto di un contatto.
«Di qui» sussurrò Davide, deviando da una traccia principale per infilarsi in un varco più stretto, dove i rami bassi dei pini sembravano quasi volerli proteggere dal resto del mondo.
L'aria lì dentro era densa, satura di resina e del profumo acre della terra riscaldata dal sole del giorno precedente. Quando Matteo lo raggiunse, lo spazio si fece improvvisamente angusto. Davide lo spinse dolcemente all'indietro, con una pressione ferma e giocosa insieme, finché la schiena di Matteo non incontrò la corteccia ruvida e fresca di un grande pino.
Il contrasto tra il tronco freddo e il calore del corpo di Davide fu un colpo secco. Davide si protese in avanti, intrappolandolo nello spazio ristretto tra le sue braccia tese contro la corteccia. Non c'era luce, se non quella flebile della luna che riusciva a filtrare a fatica attraverso la volta degli alberi, disegnando lame d'argento sui loro volti, sui lineamenti tesi, sulle labbra dischiuse.
«Sei pazzo» mormorò Matteo, con un sorriso che gli tremava sulle labbra, incapace di mantenere un tono di rimprovero. Aveva il fiatone, e non era certo per la camminata.
«Pazzo è chi resta a casa ad aspettare che succeda qualcosa» replicò Davide a un soffio dal suo viso.
Le sue mani scivolarono dai fianchi di Matteo verso l'alto, tracciando linee lente e deliberate lungo i lati del torace, risalendo sotto il tessuto leggero della felpa per trovare la pelle nuda. Il contatto fu immediato, elettrico. Le dita di Davide, ruvide e calde, premevano contro i muscoli tesi della schiena, facendogli inarcare impercettibilmente il busto.
Matteo emise un piccolo sospiro che si perse contro il collo di Davide, nel punto esatto in cui la clavicola incontrava la base della gola. Le sue mani, a loro volta, trovarono rifugio sulle spalle larghe di Davide, stringendo la stoffa della T-shirt prima di scivolare sotto, per afferrare la pelle liscia delle scapole, tirandolo ancora più vicino, annullando ogni millimetro di distanza rimasto tra di loro.
Uscire dalla pineta fu come entrare in un altro pianeta.
All'improvviso, lo spazio si aprì a dismisura sotto una volta di stelle che pareva dipinta a mano. Davanti a loro, l'immensità scura del mare si stendeva fino a confondersi con l'orizzonte, un monolitico specchio d'inchiostro che rifletteva i bagliori lontani delle boe e delle lampare dei pescherecci.
Il rumore della battigia era un battito cardiaco costante, ritmico, ipnotico. La sabbia bagnata sotto le scarpe faceva un rumore sordo a ogni passo.
«Qui» disse Davide, indicando un punto in cui una duna più alta creava una conca riparata dal vento che soffiava dal mare.
Si lasciarono cadere sulla sabbia ancora tiepida di calore accumulato. Il cielo sopra di loro era immenso, ma l'attenzione era tutta concentrata su quello spazio ristretto, sul calore dei loro corpi che si cercavano con una naturalezza disarmante.
Davide si sdraiò di fianco, sostenendosi con un gomito, mentre con l'altra mano gli spostava una ciocca di capelli umidi dalla fronte. I suoi occhi, scuri e brillanti nella penombra, percorsero ogni centimetro del viso di Matteo con una intensità quasi bruciante.
«Hai freddo?» chiese, anche se sapeva benissimo la risposta.
«No» rispose Matteo, la voce un sussurro che si mescolava al fruscio della schiuma marina a pochi metri da loro.
Davide si avvicinò, abbassandosi lentamente fino a catturare di nuovo le sue labbra. Questo bacio fu diverso dal precedente: non c'era la frenesia della strada o la sorpresa del primo contatto. Era un bacio lento, profondo, esplorativo, che sapeva di salsedine e di promesse non dette. Le lingue si cercarono con un ritmo che imitava la marea, un flusso e riflusso continuo che toglieva il fiato.
Mentre la mano di Davide scivolava lungo il fianco, tracciando cerchi caldi sui jeans di Matteo, il respiro di entrambi si fece più corto, pesante. La notte intorno a loro si azzerò, riducendosi al solo suono dei battiti cardiaci accelerati e al calore della pelle che cercava l'altra, incurante del mondo che continuava a girare da un'altra parte.
La risacca si avvicinava e si ritirava con una regolarità quasi ipnotica, lasciando una patina lucida sulla sabbia che rifletteva i bagliori delle stelle. L'aria era satura di iodio e di quell'odore inconfondibile di estate che si consuma lentamente, lontano da tutto.
Matteo sentiva la sabbia fresca sotto la schiena, un contrasto netto con il calore intenso del corpo di Davide che si era spostato sopra di lui, coprendolo quasi interamente. Il peso di Davide non era un fardello, ma una presenza solida, rassicurante e allo stesso tempo vertiginosa. Ogni punto di contatto tra di loro sembrava amplificato: il petto che premeva contro il petto, le ginocchia che si cercavano e si incastravano tra le pieghe dei vestiti, il respiro caldo che si mescolava nell'aria fresca della notte.
«Guardami» mormorò Davide, con la voce appena sopra un sussurro, mentre appoggiava la fronte contro quella di Matteo.
Matteo aprì gli occhi, che si erano abituati alla penombra. Poteva vedere la linea netta del profilo di Davide, la ciocca di capelli scuri che gli ricadeva sulla fronte, e soprattutto quell'espressione intensa, priva di difese, che riservava solo a quei momenti. Non c'era fretta in nessuno dei due gesti; ogni movimento era carico di un'intenzione precisa, ponderata, come se volessero imprimere ogni singolo secondo nella memoria.
Le mani di Davide scivolarono lungo i fianchi di Matteo, risalendo lentamente lungo il bordo della felpa fino a toccare la pelle scoperta della vita. Il contatto fu così vivido che Matteo trattenne il fiato per un istante, inarcando leggermente la schiena verso l'alto, cercando un contatto ancora più profondo.
Le dita di Davide tracciarono i muscoli tesi dell'addome, risalendo per fermarsi sul petto, dove il cuore batteva all'impazzata, quasi a voler bucare la cassa toracica.
«Sei bellissimo qui» sussurrò Davide, le labbra che sfioravano l'angolo della bocca di Matteo a ogni parola, prima di premere un bacio lento e profondo che cancellò qualsiasi pensiero razionale.
Il bacio si fece più esigente, profondo, guidato da un ritmo che non aveva bisogno di parole. Le mani di Matteo trovarono la stoffa della maglia di Davide, strattonandola leggermente verso l'alto per poter sentire la pelle calda, liscia, per percorrere con i palmi la schiena larga e muscolosa, tirandolo ancora più a sé, azzerando quell'ultimo millimetro di aria che ancora li separava.
Intorno a loro, il mare continuava il suo eterno movimento, un sottofondo costante che sembrava dettare il tempo di quella notte sospesa tra la terra e l'acqua.
Le prime luci del giorno iniziarono a filtrare molto lentamente all'orizzonte, tingendo il cielo di una sfumatura grigio perla che via via si apriva a tinte rosate e aranciate. La linea del mare si delineò netta, separando l'acqua scura dal cielo che si svegliava.
Erano distesi fianco a fianco sulla sabbia, avvolti nella stessa felpa che avevano usato come coperta, con le braccia intrecciate e il respiro finalmente calmo, regolare. La stanchezza della lunga notte di viaggio e di attesa aveva ceduto il passo a un silenzio pacifico, fatto di sguardi complici e di piccoli tocchi distratti.
Davide aveva un braccio sotto la testa di Matteo, mentre con l'altra mano continuava a giocherellare pigramente con una ciocca di capelli, arrotolandola attorno al dito.
«E adesso?» mormorò Matteo, rompendo quel silenzio fatto di quiete, lo sguardo fisso sul cielo che cambiava colore minuto dopo minuto.
«Adesso aspettiamo che apra quel bar sulla spiaggia laggiù» rispose Davide, accennando un sorriso pigro ma luminoso, inclinandosi per lasciargli un ultimo bacio leggero sulla tempia.
Matteo sorrise a sua volta, stringendogli la mano un po' più forte, mentre il primo raggio di sole tagliava finalmente la linea dell'orizzonte, scaldando la sabbia e inaugurando il nuovo giorno.
Il chiarore dell'alba, inizialmente confinato a una sottile lama color madreperla che tagliava in due l'orizzonte, cominciò a colare lentamente lungo le dune, dissolvendo le ombre bluastre che si erano allungate sulla sabbia durante la notte. Quel tratto di costa, protetto dalla pineta secolare e lontano dai lidi attrezzati, sembrava appartenere a un mondo parallelo, immune al tempo e alle scadenze della civiltà.
Matteo sentiva il peso del corpo di Davide rilassato contro il proprio fianco. La felpa che avevano condiviso come riparo poggiava ora sulle loro ginocchia, intrisa di umidità e del profumo persistente della salsedine. I granelli di sabbia, sottili come borotalco, si erano infilati ovunque: tra le pieghe dei vestiti, nei capelli, sulla pelle ancora tiepida.
«Hai mai pensato a cosa faremo quando i soldi finiranno?» chiese improvvisamente Matteo, rompendo il silenzio ovattato del mattino. La sua voce suonava fragile, quasi timorosa di incrinare la perfezione di quell'istante sospeso.
Davide aprì lentamente gli occhi, socchiudendoli per difendersi dalla luce che si faceva via via più intensa. Rimasero a fissare il cielo per qualche secondo prima che lui si voltasse, appoggiando il mento sul dorso della mano. Il suo sguardo era limpido, privo di quell'ombra di preoccupazione che spesso accompagnava la loro vita quotidiana in città.
«I soldi non finiscono mai se decidi di non spenderli per cose che non ti servono» rispose Davide con un sorriso ironico, passandosi una mano tra i capelli arruffati dal vento. «E poi, chi ha detto che dobbiamo tornare indietro? La statale va avanti per chilometri. Abbiamo ancora un sacco di strada da consumare.»
Matteo scosse la testa, ma non poté fare a meno di sorridere. C'era qualcosa di magnetico nella sicurezza con cui Davide affrontava l'incertezza del futuro, una leggerezza contagiosa che gli alleggeriva il petto ogni volta che rischiava di farsi travolgere dai pensieri.
Si alzarono in piedi con la lentezza imposta dai muscoli indolenziti e dalla stanchezza accumulata. La sabbia, sotto le suole delle scarpe, scricchiolava producendo un suono secco. Camminarono fino alla battigia, dove l'acqua fredda del mare di fine estate lambì loro le caviglie con un brivido improvviso che fece sussultare entrambi. Davide afferrò Matteo per un polso, tirandolo verso di sé in un abbraccio improvviso, incurante del vento teso che soffiava dal largo.
Camminando lungo la costa per circa un miglio, seguendo la linea sinuosa della spiaggia che si restringeva man mano che ci si avvicinava a un promontorio roccioso, scorsero finalmente i primi segni di vita umana. Una piccola struttura in legno chiaro, con le finestre sbarrate da persiane di vimini e un patio coperto da canne di bambù, sorgeva proprio a ridosso degli scogli. Era un chiosco stagionale, di quelli che d'inverno venivano smontati pezzo per pezzo e che in estate diventavano il punto di ritrovo per i pescatori e i pochi frequentatori notturni della caletta.
L'insegna di latta arrugginita dondolava leggermente con un ticchettio metallico, mossa dalla brezza mattutina.
«Se non mi danno un caffè triplo e una brioche alla crema, giuro che mi metto a piangere qui davanti a tutti» bofonchiò Davide, stringendosi nelle spalle per il freddo mattutino.
Quando si avvicinarono al bancone esterno, un uomo con una barba incolta e una vecchia canotta bianca stava armeggiando con la macchina del caffè, da cui usciva un vapore denso e profumato. Li guardò con un misto di curiosità e indifferenza, abituato com'era a vedere facce stanche comparire all'alba dopo le notti brave lungo la statale.
«Due caffè e quello che avete di dolce» disse Davide appoggiando i gomiti sul bancone di legno grezzo.
Si sedettero a un tavolino traballante rivolto verso il mare. Il sole ormai aveva superato la linea dell'orizzonte, trasformando l'acqua in una distesa liquida di metallo fuso. Bevvero in silenzio, godendo del calore che scendeva lungo la gola, ritemprando le membra.
«E adesso dove andiamo?» chiese Matteo, rigettando la domanda precedente mentre spezzava un cornetto tra le dita.
Davide si sporse in avanti, gli occhi che brillavano di una nuova scintilla maliziosa. «C'è una vecchia strada panoramica, qualche chilometro più a nord, che sale sulle colline tra gli uliveti. Da lì si vede tutta la costa dall'alto. Nessuno ci troverà mai, e possiamo fermarci quanto vogliamo.»
La vecchia strada panoramica si arrampicava sulle colline con una serie di tornanti stretti, scavati nella roccia e protetti da muretti a secco bassi e coperti di lichene. Il sole del primo mattino aveva ormai bruciato la nebbia marina, lasciando spazio a una luce limpida, quasi abbagliante, che faceva risplendere il verde argentato degli uliveti secolari disposti a terrazzamenti lungo i fianchi del monte.
Dopo aver camminato per un'ora buona, lasciandosi alle spalle il chiosco sulla scogliera e l'ultimo tratto di spiaggia sassosa, Matteo e Davide avevano deviato lungo una mulattiera sterrata che si inoltrava tra i tronchi contorti degli alberi. L'aria lassù profumava di terra asciutta, di timo selvatico e di resina scaldata dal sole.
«Sei sicuro che questa strada porti da qualche parte e non nel giardino di qualcuno?» domandò Matteo, fermandosi un istante a riprendere fiato. Aveva i palmi appoggiati sulle ginocchia, la felpa legata intorno alla vita e la schiena percorsa da un leggero strato di sudore dovuto alla salita.
Davide si fermò qualche metro più avanti, voltandosi con un sorriso sornione. Era incredibile come la fatica sembrasse non toccarlo affatto; aveva i movimenti sciolti, la pelle leggermente arrossata dal vento e quello sguardo che a Matteo faceva sempre perdere ogni capacità di resistenza.
«Ti fidi di me o no?» rispose Davide con una domanda, facendo un passo indietro per ridurre la distanza.
«È questo il problema. So esattamente dove mi porti ogni volta che me lo chiedi» replicò Matteo, sebbene le sue labbra si fossero già incurvate in un sorriso complice.
Davide allungò una mano, afferrandogli il polso con una presa calda e decisa, e lo tirò verso di sé, facendolo deviare da una curva nascosta da un fitto cespuglio di ginestre. Lì, protetto da sguardi indiscreti e completamente nascosto alla vista della strada principale, c'era un vecchio casolare in pietra abbandonato, circondato da un terrazzamento naturale che si affacciava direttamente sul golfo. Il tetto era parzialmente crollato, ma le mura perimetrali facevano ancora da scudo contro il vento, creando un cortile intimo, pavimentato di erba selvatica e ciottoli.
Entrarono nel cortile protetto dalle rovine con una sorta di riverenza silenziosa. Il tempo sembrava essersi fermato lì dentro decenni prima. L'ombra proiettata dai muri in pietra offriva un riparo fresco dalla calura che cominciava a farsi sentire, mentre il panorama sul mare, visibile attraverso una grande apertura dove un tempo c'era il portone d'ingresso, era semplicemente mozzafiato.
Matteo si lasciò sfuggire un sospiro di meraviglia, appoggiandosi con le spalle contro la parete fresca. «Sembra la fine del mondo.»
«O l'inizio» mormorò Davide, avvicinandosi con passo felpato, senza mai distogliere gli occhi dai suoi.
La distanza tra di loro si annullò con una naturalezza disarmante. Davide sollevò una mano, le dita che sfiorarono con infinita delicatezza la linea della mascella di Matteo, risalendo per fermarsi dietro l'orecchio, afferrando i capelli umidi. Il contatto fu una scossa elettrica che percorse istantaneamente tutto il corpo di Matteo, azzerando ogni residuo di stanchezza.
«Non abbiamo dormito quasi per niente» sussurrò Matteo, sebbene le sue mani avessero già trovato la strada per scivolare sotto il bordo della T-shirt di Davide, esplorando la pelle liscia e calda del dorso.
«Abbiamo fatto di meglio» replicò Davide a un soffio dalle sue labbra, prima di chiudere la distanza e baciarlo con un'intensità improvvisa, profonda, che tolse il respiro a entrambi.
Il bacio non fu cauto come quelli della notte precedente sulla spiaggia; c'era una nuova urgenza, una fame accumulata chilometro dopo chilometro, curva dopo curva. Le labbra di Davide si mossero con sicurezza, esigenti e calde, mentre la sua mano scendeva lungo il fianco di Matteo, stringendogli la vita con una presa ferma che lo costrinse a premere completamente il corpo contro il suo.
Il calore del sole che filtrava attraverso le crepe delle pietre riscaldava l'aria immobile del casolare, mentre il frinire delle cicale in lontananza faceva da colonna sonora a quel momento sospeso.
Davide fece scivolare la felpa che Matteo aveva legata in vita, lasciandola cadere a terra con un fruscio sordo. Le sue mani percorsero ogni centimetro della schiena di Matteo, tracciando i muscoli tesi con una precisione quasi dolorosa nella sua intensità. Ogni tocco sembrava lasciare una scia di fuoco sulla pelle, amplificando ogni sensazione fino a renderla quasi insostenibile.
Matteo chiuse gli occhi, lasciandosi travolgere da quel vortice di sensazioni. Le sue dita afferrarono la stoffa della maglia di Davide, tirandola via di dosso con un movimento secco, impaziente di sentire il contatto diretto pelle contro pelle. Quando i loro toraci si scontrarono, un brivido violento scosse entrambi. Il battito accelerato del cuore di Davide risuonava contro il petto di Matteo come un tamburo sordo, un ritmo forsennato che dettava il tempo di ogni respiro.
«Guardami, Matteo» mormorò Davide con voce roca, quasi spezzata, mentre si chinava a baciargli il collo, le labbra che premevano con forza nel punto esatto in cui la spalla incontrava la gola, facendogli emettere un gemito soffocato che si perse tra le pietre antiche.
Le mani di Matteo risalirono lungo le spalle larghe di Davide, affondando le dita nei capelli scuri, tirandolo ancora più vicino, annullando ogni singolo millimetro d'aria rimasto. Il mondo esterno — la strada, il mare laggiù in fondo, le regole della vita che si erano lasciati alle spalle — cessò completamente di esistere, ridotto unicamente al calore di quel corpo, al sapore della salsedine sulle labbra e al ritmo incalzante di un desiderio che non chiedeva altro se non di essere consumato fino in fondo.
Il sole aveva raggiunto lo Zenit, proiettando lame di luce verticale direttamente sul pavimento in pietra del casolare. Il silenzio del primo pomeriggio era rotto solo dal respiro pesante e regolare dei due ragazzi, sdraiati sull'erba secca all'ombra delle mura perimetrali.
Erano distesi vicini, avvolti l'uno nelle braccia dell'altro, con la pelle ancora umida di sudore e i vestiti sparsi disordinatamente intorno a loro. Davide aveva un braccio sotto la testa di Matteo, mentre con l'altra mano tracciava distrattamente cerchi lenti sul suo petto, seguendo il profilo dei muscoli rilassati.
Matteo teneva gli occhi chiusi, godendosi quel senso di pace assoluta che seguiva la tempesta di poco prima. Non c'erano rimpianti, non c'erano domande sul domani. C'era solo il profumo della terra, il calore della pietra e la certezza silenziosa di quel viaggio improvvisato che aveva cambiato ogni cosa.
«E adesso?» chiese sottovoce Matteo, ripetendo la domanda della mattina, ma con un tono completamente diverso, intriso di una quieta consapevolezza.
Davide sorrise, appoggiando il mento sulla sua spalla e lasciandogli un bacio leggero e persistente sulla clavicola.
«Adesso riposiamo un'ora, raccogliamo le nostre cose e vediamo dove andare.»
Il sole del primo pomeriggio batteva a picco sull'asfalto della panoramica quando Matteo e Davide uscirono dal sentiero tra gli uliveti, raccogliendo i pochi averi e rimettendosi in marcia. La stanchezza della notte in bianco e le emozioni intense delle ore precedenti sembravano svanite, spazzate via da un'energia nuova, sottile e vibrante.
Camminavano leggeri, affiancati, sfiorandosi le spalle a ogni passo. La strada in discesa offriva una vista spettacolare sul tratto di costa successivo, dove le scogliere lasciavano spazio a lunghe distese di sabbia bianca che riflettevano la luce abbagliante del giorno.
«Se troviamo un altro passaggio come quello del vecchio pick-up che ci ha caricato all'inizio della notte, giuro che arriviamo fino al confine» disse Davide, fermandosi un attimo a bordo strada per sollevare il braccio con il pollice teso, imitando la posa classica del perfetto autostoppista, anche se i suoi occhi cercavano subito quelli di Matteo con un lampo di divertimento.
«Il problema è che qui non passa un'auto da mezz'ora» rispose Matteo, appoggiandosi al muretto a secco, godendosi la brezza che rinfrescava la pelle ancora calda. «A meno che tu non consideri quel trattore che è salito mezz'ora fa come un mezzo di trasporto accettabile.»
«Perché no? Sarei salito anche sul cassone di quel pick-up pur di non farmi tutta questa discesa a piedi con i muscoli a pezzi» replicò Davide, ridendo.
Bastò quel ricordo condiviso della prima folle tratta a bordo del furgone guidato dallo sconosciuto muto — quando le loro mani si erano sfiorate per la prima volta sul sedile anteriore — per riaccendere la complicità della fuga. L'autostop non era più soltanto un modo economico per spostarsi da un punto all'altro della costa; era diventato il simbolo della loro libertà, un rituale fatto di attese cariche di tensione, di sguardi rubati sul ciglio della strada e della sorpresa eccitante di non sapere mai chi si sarebbe fermato a raccoglierli lungo il cammino.
Un rombo sordo, basso e potente, ruppe il silenzio della collina. Dalla curva cieca più sopra spuntò una vecchia station wagon polverosa, carica di tavole da surf sul portapacchi e adesivi sbiaditi di festival musicali sparsi su tutto il paraurti posteriore.
Davide non perse un secondo. Raddrizzò la schiena, fece un passo deciso verso la corsia e alzò il pollice con sicurezza, sfoderando un sorriso che non lasciava spazio a nessun rifiuto.
La macchina rallentò con uno stridore di freni, accostando proprio accanto a loro in una nube di polvere dorata. Il finestrino si abbassò lentamente, rivelando il viso sorridente di un ragazzo con i capelli biondi schiariti dal sale e una collana di conchiglie al collo.
«Direzione sud o vi fermate prima delle dune?» gridò il conducente superando la musica a basso volume che usciva dall'autoradio.
Matteo lanciò un'occhiata a Davide, che gli restituì un'intesa fulminea. Aprirono lo sportello posteriore tra borsoni e mute da surf, pronti a lasciarsi trascinare ancora una volta dal flusso imprevedibile della strada.
Vacca 24
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