I TRE DELLA RSA
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Premessa di Lettura
Questo racconto è scritto interamente in lingua italiana per permettere a chiunque lo legga di immedesimarsi e immaginare i tre protagonisti — Gianni, Dino e Pino — come i "vecchietti" tipici del proprio paese, quartiere o borgo. Siete liberi di far pronunciare loro le battute facendole risuonare nella mente (o recitandole ad alta voce) con il dialetto della vostra terra, che sia lombardo, veneto, toscano, romano, napoletano, siciliano o qualsiasi parlata del mondo.
Ci teniamo a sottolineare che questa storia non vuole in alcun modo essere una presa in giro verso la terza età o la fragilità degli anziani; al contrario, celebra il loro spirito indomito, la complicità e quell'incrollabile desiderio di bellezza e libertà che dimostra come, finché c'è passione e goliardia, ci si possa e ci si debba sentire ancora pienamente vivi.
*****
Il sole di fine luglio non calava: semplicemente si scioglieva.
Nell’aria calda, densa e impregnata di un’umidità da serra tropicale del tardo pomeriggio, verso le sei e mezza, la sabbia della spiaggia esalava gli ultimi vapori al profumo di crema solare a protezione cinquanta, cocco bruciato, sudore di mezza estate e una sottile, inebriante fragranza di pelli accaldate. Una scia ormonale che nell'aria stagnante pareva quasi visibile, capace di risvegliare istinti sopiti perfino nei pilastri di cemento armato.
A venti metri dalla battigia, ben celata dietro una barriera vegetale di tamerici turgide, rovi secchi e pini marittimi trasudanti resina vischiosa, la pattuglia strategica era già in posizione di combattimento. O meglio, in una posizione di appostamento viscido e scricchiolante per via dell'artrite.
Il cespuglio tremò. Un rametto si spezzò con un crac secco, subito soffocato da un colpo di tosse catarrale a sua volta strozzato da una gomitata.
«Ma insomma, Pino! Stai zitto, che ti fai sentire da tutti!» sussurrò una voce che pareva carta vetrata sfregata a secco sul cemento a vista.
«Ma va' a quel paese, Gianni! Cosa vuoi che sentano col rumore del mare? E poi ho una spina che mi punge nella schiena!»
I tre della RSA "Villa Serena" avevano completato la seconda fase del loro piano di evasione con un successo tattico che avrebbe fatto impallidire i commando dei servizi segreti.
Sfilarsi dal salone ricreativo subito dopo la tombola delle quattro e mezza era stato un gioco da ragazzi. Avevano approfittato del momento in cui l’infermiere Samuele si era distratto per discutere fiduciosamente con la cuoca su quanta ricotta magra mettere negli sformatini della cena iposodica.
Sfruttando l’angolo cieco della telecamera del corridoio ovest, opportunamente oscurata da Dino con una ditata strategica di maionese rubata a pranzo, si erano sfilati verso il giardino laterale. Avevano scavalcato il muretto basso dove la siepe era più rada con scricchiolii articolari degni di un serramento in ferro rugginoso e si erano buttati nei campi, puntando dritti verso la macchia di boschetto che sormontava la spiaggia pubblica.
Erano tre sagome nell'ombra soffocante dei pini. Tre veterani della vita, del lavoro pesante in cantiere e del colesterolo alto, ora uniti da un’unica, titanica e lubrica missione strategica.
L’obiettivo? Godersi lo spettacolo carnale della gioventù e, soprattutto, cogliere quel momento supremo e fugace in cui le bagnanti, stanche della tintarella integrale o intente a cambiarsi prima di rientrare a casa, decidevano di sfilarsi la stoffa bagnata dal petto per infilare una maglietta asciutta.
La dicitura in codice della missione, decisa a tavolino durante la colazione a base di orzo tiepido e biscotti senza zucchero, era schietta ed evocativa: FRESCHE FRASCHE.
«Cosa stai guardando, Dino?» mormorò Gianni, allungando il collo raggrinzito come quello di una tartaruga centenaria che esce dal guscio con gli occhi sgranati dal desiderio voyeuristico.
Dino non rispose subito. Era occupato in una complessa manovra di mira ottica. Dino soffriva di uno strabismo divergente di proporzioni epiche, una condizione anatomica che con gli anni si era accentuata fino a dargli un potere quasi mitologico: con l'occhio sinistro riusciva a controllare con precisione svizzera se l'infermiere Samuele stesse arrivando dal sentiero di costa, mentre con l'occhio destro puntava fisso e senza sosta sulle forme morbide, rotonde e sinuose di un gruppo di ragazze intente a piegare i teli da mare.
«Io vedo tutto... e il contrario di tutto» brontolò Dino, aggiustandosi sul naso un paio di occhiali da vista tenuti insieme sul ponte da tre strati di nastro adesivo da elettricista nero e una graffetta da ufficio. «Un occhio va a mezzogiorno e l'altro a mezzanotte. Ma la bionda là in mezzo la vedo doppia!»
«Doppia?» sibilò Pino, il terzo elemento della spedizione. «Beato te che ne vedi due. Io vedo appena una macchia di luce e delle ombre che si muovono.»
Pino era il secco. Un uomo che pareva fatto interamente di saggina, tendini induriti dal tempo e rancore puro verso il genere umano moderno. Con un’altezza di quasi un metro e novanta e un peso che a fatica toccava i cinquantacinque chili, Pino sembrava un palo della luce arrugginito piantato nel sottobosco. Indossava un paio di pantaloncini di tela grigia che gli arrivavano ben sotto il ginocchio, dai quali spuntavano due stinchi talmente magri, bianchi e privi di peli da sembrare due zampe di tavolo da stiro pieghevole.
Gianni, al contrario, era l'esatto opposto. Era il panzuto. Una sfericità perfetta, costruita in settantaquattro anni di polenta, cotechini unti, salame nostrano e litri di vino rosso. La sua pancia era un pianeta a sé stante, una massa gravitazionale che sormontava i pantaloni della tuta blu, rigorosamente privi di cerniera per evidenti limiti anatomici, e nascondeva completamente alla vista qualsiasi elemento situato sotto il livello della cintura.
«Guarda che calura...» ansimò Gianni, asciugandosi la fronte sudata con un fazzoletto a quadri rossi che puzzava di canfora, tabacco da fiuto e mentolo. «Io mi piscio addosso, ma mi tocca aspettare.»
«Perché aspetti?» chiese Pino senza staccare lo sguardo, per quanto gli era possibile con le sue diottrie mancanti, dalle sagome toniche in costume sulla sabbia. «Corri, vai nel prato là davanti e fai la pipì, no?»
Gianni mise la mano davanti alla bocca e fece una smorfia di profonda amarezza esistenziale e sconforto anatomico.
«Eh, facile a dirsi! Il problema è che per pisciare devo trovarlo! E con questa pancia che mi ritrovo, è dal novantadue che non ho più il piacere di vederlo! Vado a tastoni, Pino! Vado a tentoni come per trovare le chiavi del garage al buio!»
Dino lasciò andare una risatina soffocata che fece vibrare pericolosamente la sua dentiera superiore. Un suono secco, simile a una nacchera di legno, e la protesi scivolò in avanti di mezzo centimetro, incastrandosi a metà palato come un cuneo.
«Ahi... prendila, prendila!» balbettò Dino con la bocca mezza storta, portandosi la mano tremante alle labbra per riassestare l'arcata in resina rosa. «La pasta Polident non tiene più col caldo! Si è sciolta tutta!»
«Silenzio!» sibilò Gianni con un’autorità da generale di brigata, dando una gomitata nel costato magrissimo di Pino che risuonò come un colpo su una gabbia toracica vuota. «Si spoglia! La bionda si toglie il reggiseno!»
Sul bagnasciuga, tre ragazzi e due ragazze intorno ai venticinque anni stavano raccogliendo le loro cose. Erano giovani nel pieno del loro turgore fisico: niente corpi da copertina placcati d'olio, ma forme fresche, sode e pulsanti di gioventù. Un ragazzo con un accenno di pancetta da birra e i pantaloncini da bagno rossi; un altro alto, pallido, con le spalle leggermente curve; una ragazza con i capelli castani raccolti in due trecce disordinate e una biondina con un costume a due pezzi giallo ocra che le fasciava con generosità le natiche sode e un petto abbondante che sfidava la forza di gravità.
La bionda si era messa in piedi. Il tessuto bagnato del costume le aderiva alla pelle dorata dal sole, mettendo in evidenza la curva profonda dei fianchi e l'incavo morbido della schiena. Fece un movimento di assestamento che mandò in estasi i tre guardoni, e si preparò a cambiarsi per la serata.
Dalla macchia di tamerici, tre paia di occhi — cinque per la precisione, dato lo strabismo galleggiante di Dino — si spalancarono fino a sgranarsi, iniettati di una bramosia antica, quasi fossile, ma incredibilmente vorace.
I tre vecchietti trattennero il fiato.
Pino iniziò a respirare attraverso i denti superstiti con un sibilo stridulo, Gianni allargò le gambe per stabilizzare la sfericità della sua stazza e Dino cercò di bloccare l'occhio vagabondo premendosi un dito sulla tempia.
Era il momento culminante della giornata, il climax erotico della loro evasione, il motivo per cui avevano rischiato la punizione severa della direttrice della RSA, la signora Morotti, una donna di novanta chili che governava la struttura con il pugno di ferro, l'obbligo delle calze contenitive e il blocco dei dolci a fine pasto.
«Guarda la mano...» sussurrò Pino, la cui saliva aveva iniziato a condensarsi all'angolo della bocca sotto forma di una goccia densa e filamentosa. «Va da dietro la schiena... sfiora le natiche...»
«Sta sganciando!» confermò Gianni, portandosi le mani sul ventre enorme come per contenere un'improvvisa spinta viscerale di testosterone arrugginito. «Dino, vedi qualcosa?»
«Io vedo due bionde che si muovono!» affannò Dino, cercando disperatamente di mettere a fuoco la carne dorata spingendo gli occhiali verso l'alto con l'indice macchiato di nicotina. «Dio che lavoro... che seno sodo... che spettacolo della natura...»
La bionda compì il tipico movimento fluido, ammiccante e pudico che ogni donna esegue con maestria innata: infilò le braccia sotto le spalline del costume, sganciò il retro con una seducente torsione del busto che fece balzare i seni in avanti, e portò una maglietta ampia di cotone bianco sopra la testa prima di sfilare completamente la stoffa bagnata da sotto.
Fu un'operazione di tre secondi. Un passaggio pulito, perfetto, spietato. Nessun secondo di nudità esposta. Nessun capezzolo al vento. Nulla. Zero assoluto.
Nel boschetto calò un silenzio di tomba, interrotto solo dal rumore risucchiante e viscido della dentiera di Dino che veniva rimescolata con la lingua insalivata e disperata.
«Tutto qui?» domandò Pino, amaramente sconfortato. Le sue spalle già magre si afflosciarono ulteriormente, mentre il debole guizzo epidermico del suo orgoglio senile crollava miseramente. «Tutto qui il gran lavoro? Ma questa giovane qui è una maga! Ha preso il reggiseno ed è sparito come un coniglio dal cappello!»
«Eh, son furbe adesso...» sospirò Gianni, asciugandosi un lungo rivolo di bava che gli era scivolato lungo il doppio mento senza che se ne rendesse conto. «Ai nostri tempi, quando si andava al fiume, le donne non avevano tante storie. Se si cambiavano, vedevi il seno, vedevi il sedere, vedevi qualcosa! Adesso mi sembrano le spie della CIA con queste tecniche militari!»
«Io ho fame» disse improvvisamente Dino, dopo essersi riassestato la dentiera con un rumore secco di aspirazione sgradevole. «Cosa c'è stasera alla RSA?»
«Pastina col formaggio, minestrina fredda» rispose Gianni con tono di cupa imprecazione. «E poi quel dolcetto di mela che sembra di gomma delle scarpe.»
«Che tristezza di vita...» borbottò Pino.
«Restiamo qui ancora un po'. Guarda là, c'è quell'altra coi capelli mori e il bikini rosa che si è piegata per prendere le scarpe.»
I tre ricomposero la postura sgangherata nel folto delle fresche frasche.
Il calore del tardo pomeriggio non accennava a diminuire, caricandosi di una tensione sensuale e animale. Il sole, ormai diventato una palla arancione e gonfia all'orizzonte, proiettava ombre lunghissime sulla sabbia.
La gioventù si muoveva con la disinvoltura, il turgore e l'inconscia sfrontatezza di chi possiede il tempo e la pelle tonica: i ragazzi scherzavano, si tiravano un pallone da pallavolo spelacchiato svelando pettorali lucidi di sudore, bevevano birra da lattine di alluminio che brillavano al sole, sfiorandosi le cosce con risate piene di ammiccamenti.
I tre vecchietti osservavano quella gioventù carnale con un misto di invidia e di desiderio sopito, ma mai del tutto domato e pura, incontaminata curiosità goliardica e un pizzico bavosa.
«Gianni...» sussurrò Pino dopo circa dieci minuti di silenzio di pattuglia.
«Cosa c'è?»
«Stai sbavando sulla mia scarpa.»
Gianni si toccò il mento con il dorso della mano.
Era vero. L'eccitazione visiva, unita alla vista dei seni procaci e del sedere pronunciato di una passante in perizoma e di un ragazzo che sulla spiaggia stava addentando una focaccia unta alla nutella, aveva attivato una salivazione involontaria, densa e torrenziale.
«È il reflusso, Pino. Il dottore parlava di reflusso gastroesofageo. Non di bava di cupidigia.»
«Sì, sì, il reflusso...» sghignazzò Dino. «Guarda che hai la bava come i cavalli dopo la corsa! Pulisciti, via!»
«Pensa per te che hai gli occhi che sembrano due palline da flipper!» ribatté Gianni, piccato.
Poi si bloccò, portandosi improvvisamente le mani sul basso ventre con un'espressione di tragico terrore idraulico. «Madonna...»
«Cosa c'è stato?» chiesero gli altri due all'unisono.
«Mi scappa la pipì. Mi scappa di brutto. È la pillola per la pressione che ho preso alle quattro. Il diuretico!»
«E piscia, no?» disse Pino. «Vai più nel fitto delle piante.»
«Te l'ho già detto!» piagnucolò Gianni con la voce che saliva di un'ottava per lo sforzo disperato dei muscoli pelvici. «Con questa pancia non lo trovo! Se mi piego per cercarlo, mi prende la vertigine e mi ribalto nelle spine! E se piscio a scatola chiusa, mi piscio sui pantaloni! E dopo chi la sente la signora Morotti quando torniamo alla RSA? Mi fa fare il bagno col disinfettante!»
Dino, toccato da una solidarietà generazionale e voyeuristica senza pari, si voltò verso di lui, orientando l'occhio buono verso il viso sudato di Gianni e quello strabico verso una cima di pino marittimo.
«Ti aiuto io, Gianni.»
«Cosa?» Gianni sgranò gli occhi. «Mi aiuti tu?»
«Sì. Io mi piego, ti tengo la pancia verso l'alto, e tu fai quello che devi fare.»
Pino scosse la testa con profondo disgusto anatomico.
«Voi due siete matti scatenati. Siete due dementi. Se qualcuno dalla spiaggia si gira e vede due vecchietti, uno piegato che tiene la pancia dell'altro, chiamano i carabinieri! Altro che guardia medica! Pensano che stiamo facendo le maialate nel bosco!»
«E allora cosa devo fare?» piagnucolò Gianni, muovendosi sul posto con una sorta di danza disperata e oscillante che faceva tremare le sue carni abbondanti come gelatina.
«Mi scappa! Viene fuori come il fiume in piena!»
«Tieni duro, Gianni!» disse Pino cinico.
«Pensa a cose brutte. Pensa alla minestra di porri della RSA. Pensa alla Morotti nuda! Pensa a quando devi pagare le tasse del sessantotto.»
«La Morotti nuda no! Che mi viene il blocco intestinale! Ma la pipì è più forte della burocrazia!»
Mentre Gianni combatteva la sua personale e tragica battaglia idraulica e sfinterica contro la natura, l'età avanzata e il diuretico, Dino tornò di scatto a guardare verso la spiaggia.
La spiaggia si stava lentamente svuotando, regalando scenari via via più intimi e privi di pudore.
Il gruppo di giovani aveva ormai acceso una cassa bluetooth a tutto volume da cui usciva una musica ritmica, bassa e calda, piena di frequenze che facevano vibrare il sottile strato di adipe e la gabbia toracica dei tre fuggitivi.
«Che musica di poca qualità» commentò Pino con cognizione di causa e tono da saggio di cantiere. «Sembra un martello demolitore che picchia su una lamiera. Ai nostri tempi c'era Claudio Villa, c'era la Mina... Questa qui è soltanto un rumore che rompe le scatole.»
«Guarda quel ragazzo coi pantaloncini rossi che sta provando a baciare la bionda» notò Dino, ignorando completamente le critiche musicali.
I tre si sporsero di più, visibilmente travolti da una calura viscerale e da un'aspettativa quasi febbrile. Pino s'incastrò letteralmente tra due rami spinosi di tamerice pur di guadagnare qualche centimetro di visuale, Gianni tenne le gambe divaricate per contenere l'esplosione della vescica, e Dino incollò la lente destra degli occhiali a una foglia secca per stabilizzare la miriade di riflessi.
Il ragazzo nei pantaloncini rossi aveva ormai perso ogni ritegno.
Far scivolare la mano, calda e madida di salsedine, lungo la schiena scoperta della bionda non gli bastava più, quindi scese deciso, superando l'elastico sottile del costume fino a raggiungere il turgore nudo e arroventato delle natiche. La pressione delle sue dita, che affondavano nella pelle dorata lasciando impronte più chiare, fece trasalire la ragazza.
Lei non si ritrasse; schiuse invece le labbra con un sospiro lungo, roco e udibile persino attraverso il fruscio delle foglie, inarcando il bacino verso di lui.
Il ragazzo le azzerò le distanze adagiando la propria virilità tesa contro il fianco morbido e umido di lei, cercandone il contatto con scatti brevi e cadenzati. I loro corpi aderirono con un suono di pelle contro pelle spinto dal sudore e dal mare; la bionda le fece scivolare le dita tra i capelli umidi, afferrandogli la nuca con forza, quasi a voler stampare la propria bocca contro la trachea di lui. Le loro lingue s'intrecciavano con un'avidità carnale e rumorosa, scambiandosi morsi leggeri sulle labbra dolci di cocco e sapori salati di pelle accaldata.
A pochi metri da loro, adagiata sul telo da mare viola, l'altra ragazza dalle trecce castane si era lasciata andare supina, con le cosce aperte in un invito tacito e sfrontato. L'altro ragazzo, a torso nudo, si posizionò a cavalcioni sopra di lei, lasciando scivolare il proprio peso tra le sue gambe. Con lenta e studiata premeditazione, la mano di lui risalì la gamba dorata della ragazza, insinuandosi sotto l'orlo del copricostume trasparente. Le sue dita risalirono l'interno coscia fino a raggiungere la stoffa umida e spostata del perizoma, sfiorando la carne più intima con carezze circolari, calde e ardite che le fecero sfuggire un piccolo gemito acuto. La ragazza gli afferrò il polso senza staccarlo, premendolo con forza contro di sé, mentre gli occhi di entrambi si serrarono in una convulsione di piacere e attesa, del tutto indifferenti al mondo e del tutto esposti agli occhi spalancati dei tre guardoni.
«Guarda se è capace...» mormorò Pino con un filo di voce tremante, scossa da un rigurgito d'invidia e da un'improvvisa vampata di calore all'altezza dell'inguine. «Altro che l'accensione del falò... guarda la mano, guarda dove la fa scivolare quello lì, la fa scivolare proprio nei punti caldi! Ai miei tempi ci volevano tre mesi di corteggiamento prima di toccare una roba simile!»
«Lasciali stare» disse Gianni, con la voce strozzata dall'angoscia della ritenzione urinaria, ma con gli occhi letteralmente incollati a quelle carni avvinghiate. «Sono giovani. Hanno il sangue che bolle. Guarda come la stringe a sé... guarda come si muovono!»
«Parla per te!» scattò Pino, con un sussulto di orgoglio ormonale. «Io non sono mica spento! A me s'è risvegliato tutto, solo che tra la sciatica e l'artrite rimango fermo come un pilastro!»
«Sì, nelle fresche frasche col pilastro arrugginito e i piedi nelle spine!» ribatté Dino, muovendo il collo a scatti per non perdersi neppure un respiro delle due coppie.
In quel momento, la dentiera di Dino subì un tragico cedimento strutturale. La parte inferiore staccata dal Polident liquefatto scivolò di colpo verso la faringe. Dino emesse un verso strozzato, un crepitio improvviso, e cominciò a tossire e soffocare col viso che passava dal rosso fragola al viola melanzana per non inghiottire l'intera arcata in resina.
«Dino!» sibilò Gianni, terrorizzato. «Cosa fai? Ti sei soffocato? Mi muori qui?»
Dino cacciò due dita tremanti dentro la bocca con una manovra da rianimatore di pronto soccorso, pescò l'arcata inferiore al limite del riflesso del vomito, la tirò fuori gocciolante di bava spessa, la strofinò brutalmente sulla manica della sua camicia a quadri a mezze maniche e se la cacciò in tasca imprecando.
«Accidenti!» disse senza denti sotto, la bocca improvvisamente rientrata verso l'interno come un sacchetto di cuoio vuoto. «La pasta Polident è una truffa commerciale! Bisogna fare causa alla farmacia della RSA!»
«Senza denti sembri mia zia Giuseppina quando andava a messa dopo l'ictus» sghignazzò Pino.
«Taci tu, stecco di legno! Che se viene un colpo di vento voli via come un aquilone senza coda!»
La situazione per Gianni aveva varcato la soglia del dramma umano.
Il dolore al basso ventre aveva raggiunto livelli d'allarme rosso, la vescica era tesa come un pallone da calcio gonfiato a dieci atmosfere, mentre i suoi sensi erano ancora totalmente agitati dalle visioni di corpi intrecciati, natiche premute e carezze sfrontate.
«Basta» disse Gianni con tono di solenne martirio. «Io me ne frego. Vado dietro al pino. Quel che succede, succede.»
«Vai, vai» lo incoraggiò Pino. «Basta che non ti pisci sulle scarpe, che dopo nella macchina del rientro si sente puzza di stalla di maiali.»
Gianni si trascinò con passo pesante, circolare e oscillante dietro il fusto rigido di un grande pino marittimo, a circa tre metri dai compagni.
Seguirono tre minuti di silenzio cosmico. Dino e Pino sentivano solo il sospiro sibilante di Gianni, seguito da una serie di brusii, mormorii disperati e imprecazioni sommesse mentre cercava freneticamente di aprirsi un varco tra l'elastico della tuta e le pieghe cicciose del suo basso ventre.
«Trovato?» chiese Dino a voce alta, orientando la bocca smagliata e la mezza lente degli occhiali verso l'albero.
«Non ancora!» rispose la voce angosciata di Gianni da dietro il tronco.
«È svanito! Si è ritirato per la vergogna e per il caldo! Ho tre strati di pancia che fanno da scudo spaziale! Pino, vieni qui a darmi una mano!»
«Ma sei matto?!» urlò Pino a bassa voce, scandalizzato.
«Io non tocco la tua roba! Cerca bene! Sarà lì da qualche parte! Mica si è staccato ed è caduto per terra!»
«Trovato!» gridò improvvisamente Gianni con un sospiro di sollievo che pareva la liberazione di una diga sul fiume. «Dio sia lodato! Era piegato a sinistra sotto la piega del grasso dell'appendicite!»
Un getto potente, caldo e interminabile risuonò scrosciando contro gli aghi di pino secchi e le cortecce. Gianni chiuse gli occhi, appoggiando la fronte rugosa e sudata alla corteccia ruvida dell'albero, provando un'estasi pura, una beatitudine quasi orgasmica che in quel momento superava di gran lunga qualsiasi fantasia carnale con una bagnante ventenne.
Mentre Gianni viveva la sua intima catarsi idraulica, sulla spiaggia accadde il fatto imprevisto.
Due figure si stavano avvicinando al sentiero del boschetto. Non erano i ragazzi leggeri e scattanti, ma una coppia di mezza età, probabilmente sulla cinquantina avanzata.
Lui con una pancia pronunciata e un costume da bagno stretto che gli segnava spietatamente i fianchi e lei una donna matura, maestosa, con un copricostume trasparente che lasciava intravedere le rotondità generose e fiorenti di un corpo ancora pieno, formoso e ricolmo di linfa.
Ma non era questo a catturare l'attenzione di Pino e Dino.
Un poco più in là, proprio sul limite dove la vegetazione del boschetto incontrava i primi ciottoli della spiaggia, una donna da sola, sulla quarantina, sode forme mediterranee, fianchi larghi e seno prosperoso, stava stendendo un asciugamano violetto.
Era completamente sola. Si guardò intorno: la spiaggia era quasi vuota, i ragazzi erano lontani ad ascoltare la musica, e il sole era ormai quasi del tutto tramontato.
La donna fece il gesto.
Quello vero. Quello definitivo. Quello senza veli né inganni.
Senza fretta.
Sfilò le spalline del costume intero, lo abbassò con calma sensuale fino alla vita, offrendo alla brezza serale e agli occhi sgranati dei guardoni la vista di un seno colmo, sodo, con capezzoli turgidi e una pelle scura ricolma di grazia matura, prima di infilarsi un abito leggero da mare.
Fu un secondo. Forse due. Un'eternità nel tempo elastico e voglioso del guardone d'annata.
Pino sgranò gli occhi fin quasi a farli schizzare contro le tamerici, sentendo una scossa di testosterone giovanile scorrergli nelle vene riarse, un rigurgito di linfa carnale che per un attimo gli fece dimenticare l'artrite.
Dino tentò di mettere a fuoco con l'unico occhio funzionante la carne nuda, ma nella foga della visione la montatura precaria del nastro adesivo si spezzò esattamente al centro con uno snap secco. Una lente cadde tra i rovi spinosi, l'altra rimase incastrata tragicamente sul suo orecchio destro.
«La vedo! La vedo!» sibilò Dino, preso da un panico isterico, razzolando per terra a tentoni senza denti, con la bava al mento e mezza montatura sul naso. «Dov'è la lente?! Pino, dov'è la lente?! Mi sono perso le tettone!»
«Zitto! Zitto!» sussurrò Pino, rigido come uno stecco ed estasiato. «Che mossa... che grazia... che tettone immense! Altro che le bionde moderne che sembrano baccalà! Questa è una donna di classe, una matrona di sostanza!»
In quel preciso istante, Gianni ritornò dal suo lungo pellegrinaggio fisiologico dietro l'albero. Aveva ancora i calzoncini leggermente storti, l'elastico infilato male e il fazzoletto rosso in mano.
«Che roba mi sono perso?» chiese affannato, arrivando a passi pesanti che facevano tremare il terreno.
«Tutto, Gianni. Ti sei perso la gloria della carne» rispose Pino solennemente.
«Cosa?! Si è tolta il reggiseno?!»
«Tutto s'è tolta! Tutto!» esagerò Pino con un gesto drammatico delle braccia magrissime. «Una visione celestiale! Due bombe di prima categoria, sode che sembravano due meloni di Viadana!»
Gianni guardò disperatamente verso la spiaggia, ma la donna aveva già infilato l'abito estivo ed era seduta a leggersi un libro sulla sdraio.
«Accidenti...» imprecò Gianni dolcemente, lasciandosi cadere a sedere su un ceppo tagliato con un sospiro pesante. «Mi sono perso la gloria per via di una pisciata.»
«Che poi» intervenne Dino da terra, toccando per terra tra le foglie secche e gli aghi di pino, «io l'ho vista appena per metà, perché mi si sono spaccati gli occhiali. E la dentiera mi fa male alle gengive.»
I tre si ritrovarono così: Gianni con la vescica finalmente vuota, ma con la frustrazione del desiderio inappagato nel cuore, Dino mezzo cieco, coperto di polvere e totalmente sdentato, e Pino trionfante ma con un rametto di pino piantato nella natica sinistra che cominciava a fare un male cane.
Il cielo sopra la macchia mediterranea stava prendendo le sfumature del viola, del rosa e del blu scuro. Le cicale, che per tutto il pomeriggio avevano fatto da colonna sonora al loro appostamento erotico-goliardico, stanche anche loro della calura, stavano lentamente tacendo.
Dalla distanza, lungo la strada asfaltata che correva dietro la pineta, arrivò un suono ben noto ai tre fuggitivi. Un suono che faceva tremare le vene ai polsi più di un'ispezione fiscale dell'Agenzia delle Entrate.
Tüt-tüt... tüt-tüt...
Era il clacson fastidioso e acuto del furgoncino bianco della RSA "Villa Serena", guidato dall'infermiere Samuele.
«La pattuglia di recupero...» mormorò Pino, raddrizzando la schiena con fatica e facendosi scricchiolare tre vertebre dorsali con un rumore simile a quello di un ramo secco che si spezza in due.
«Cosa facciamo?» chiese Dino, tenendo la metà degli occhiali rimasta sul naso come se fosse un monocolo da nobile decaduto dell'Ottocento. «Scappiamo nel mare?»
«E dove vuoi andare nel mare?» lo stoppò Gianni, alzandosi a fatica e dandosi due manate sui pantaloni della tuta per togliere la terra, la sabbia e gli aghi di pino. «Che non sai nuotare e Pino galleggia come un ceppo di legna secco! E poi stasera c'è la tv in sala comune. C'è la partita.»
«Che partita?» chiese Pino.
«La replica della finale del settanta. Italia-Germania quattro a tre.»
Pino ci pensò un attimo, rispolverando l'orgoglio calcistico. «Ah. Quella sì che era una partita. Mica la roba di adesso coi ragazzi che corrono e hanno i tatuaggi pure sul buco del culo.»
«Allora, andiamo» concluse Gianni.
Uscirono dal folto delle fresche frasche con la lentezza solenne, grottesca e ricurva dei reduci di una grande campagna militare e voyeuristica. Passo incerto, ginocchia che scricchiolavano ad ogni sbalzo del terreno, un po' di bava ormai asciugata sul mento doppio di Gianni, Dino con la tasca dei pantaloni che rantolava di protesi dentarie in resina e Pino che zoppicava leggermente per via del crampo improvviso al polpaccio.
Mentre sfilavano sul sentiero sterrato per farsi trovare casualmente dall'infermiere Samuele, fingendo di essere usciti solo per una passeggiata salutare consigliata dal medico curante, si voltarono un'ultima volta a guardare la spiaggia.
I giovani stavano ridendo intorno al loro piccolo fuoco fumoso. La ragazza bionda stava scherzando col ragazzo in costume rosso, scambiandosi sfioramenti intimi sotto la maglietta. Il mare sciacquava piano sulla sabbia, scuro e infinito.
«Pino?» disse Gianni, mettendosi le mani nelle tasche profonde della tuta blu.
«Cosa c'è?»
«Comunque la prossima volta non mi prendo il diuretico la mattina.»
«La prossima volta, Gianni» disse Pino, guardando verso il furgoncino che strombazzava all'angolo della strada, «ti portiamo un pappagallo di plastica nella borsa. Così pisci sul posto e non ti perdi lo spettacolo delle tette.»
Dino, sistemandosi il monocolo di fortuna sull'occhio sinistro, sorrise a bocca rientrata, mostrando solo le gengive rosa arrossate dal Polident.
«Accidenti» disse Dino. «È stata una bella giornata lo stesso. Ho visto due bionde e metà mora. Per un giovedì di luglio, va bene così.»
Il furgoncino di Villa Serena si fermò a bordo strada con un cigolio stridulo di freni consumati. La portiera si aprì e la testa sconsolata e sudata dell'infermiere Samuele si sporse dal finestrino.
«Ancora voi tre?! Ma lo sapete che la direttrice vi sta cercando da un'ora? Dove eravate finiti?»
Gianni si aggiustò la pancia con un colpo di reni solenne, guardò l'infermiere con l'aria più innocente del mondo e rispose:
«Siamo andati a fare una passeggiata nelle fresche frasche, Samuele. Per respirare l'aria buona del mare. Che a Villa Serena si muore di caldo e di noia.»
I tre salirono sul furgoncino uno alla volta, faticando sui gradini alti con lamenti e affanni, ma con la consapevolezza segreta, incrollabile e invincibile che finché ci sarebbe stata un'estate, una spiaggia, corpi caldi e sode carne da sbirciare e un cespuglio di tamerici, tre vecchietti avrebbero sempre trovato il modo di evadere.
Il tragitto di ritorno verso la RSA "Villa Serena" si svolse in un silenzio carico di complicità, stanchezza fisica e desideri rimasti a mezz'aria. Il furgoncino fiatava lungo la strada provinciale con la sospensione posteriore sinistra che cigolava ad ogni buca, accompagnando il sonno arretrato e l'esaurimento muscolare dei tre fuggitivi.
Samuele guardava dallo specchietto retrovisore. Conosceva i tre soggetti ormai da quattro anni e sapeva perfettamente che ogni volta che sparivano nel tardo pomeriggio, la macchia di vegetazione vicino alla spiaggia pubblica era il loro covo prediletto per le scappatelle sensuali.
«Avete combinato qualcosa?» chiese Samuele senza troppa convinzione, cambiando marcia con un grattata di sgranamento. «Dino, perché hai gli occhiali rotti? E dove hai messo i denti?»
«Ho mangiato un sasso» disse Dino con voce profonda. «Mi è scappato il piede e sono cascato col muso nella sabbia.»
«Sì, un sasso...» borbottò Samuele.
«La direttrice vi aspetta all'ingresso. Vi avverto, è furiosa. Ha detto che stasera niente partita e niente dolcetto.»
«Niente partita?!» scattò Pino dal sedile posteriore, raddrizzandosi come un colpo di fucile arrugginito. «Ma è una dittatura! Questa è la Gestapo! Gianni, dì qualcosa tu che hai la dialettica!»
Gianni, appoggiato al finestrino con la ciccia del collo che straripava dal colletto della tuta blu, emesse un lungo sospiro che appannò completamente il vetro.
«Cosa vuoi che dica, Pino? Io ho ancora la vescica che protesta e i piedi caldi come due zamponi al vapore. La Morotti può fare quel che vuole. Ormai quel che abbiamo visto, abbiamo visto.»
«Giusto!» lo appoggiò Dino, anche se la frase uscì un po' deformata a causa dell'assenza dell'arcata dentale inferiore. «La libertà non ha prezzo!»
Il furgoncino varcò il cancello in ferro battuto di "Villa Serena". Il complesso, un edificio in stile anni settanta riadattato a residenza per anziani, sorgeva su una collinetta poco distante dal mare, circondato da un prato all'inglese curato fin troppo bene e da una serie di panchine in cemento dove i ricoverati trascorrevano le ore a guardare le formiche o a litigare astiosamente sul meteo.
Nell'atrio principale, sotto la luce al neon fredda e disinfettata del corridoio, li attendeva la figura imponente e minacciosa della direttrice, la signora Morotti.
La Morotti era una donna di sessantaquattro anni che vestiva perennemente in completo grigio o blu scuro, con un petto prosperoso e abbondante che faticava a stare chiuso nelle giacche sformate, un paio di occhiali appesi al collo tramite una catenella d'argento e un'espressione facciale severa che non cambiava mai.
«I tre moschettieri...» esordì la Morotti non appena la porta a vetri automatica si aprì.
«O dovrei dire i tre sbandati? Signor Gianni, ha di nuovo la tuta storta e aperta sul davanti. Signor Pino, ha degli aghi di pino nei capelli e la bava sul colletto. E lei, Dino... per l'amor del cielo, dove ha lasciato la protesi inferiore?»
Dino infilò la mano nella tasca profonda dei pantaloni e tirò fuori l'arcata inferiore sporca di lanugine, mettendola sul palmo come se stesse offrendo un bozzolo di baco da seta.
«Qui, signora direttrice. Si è staccata per il calore.»
«Il calore!» replicò la donna, incrociando le braccia enormi sul petto imponente e provocando un sussulto nella stoffa della camicetta. «Voi eravate di nuovo al boschetto a fare i guardoni! Alla vostra età! Non vi vergognate? Ci sono le lamentele delle famiglie dei turisti, Samuele me l'ha detto che vi vedono sempre aggirarvi tra le piante come tre spettri vogliosi e arrapati!»
«Spettri a chi?!» saltò su Pino, puntando un dito magrissimo e tremolante contro la donna. «Noi siamo cittadini che pagano la retta! Noi stiamo facendo attività fisica all'aperto! E il dottore parlava di far muovere le articolazioni! E noi ci muoviamo!»
«Sì, vi muovete verso le bagnanti in costume per guardare le poppe!» tagliò corto la Morotti. «Adesso andate in sala da pranzo. La cena è quasi finita. Stasera niente televisione per voi tre. Andrete dritti nelle stanze dopo il pasto.»
Gianni fece un passo avanti, alzando una mano cicciotta con la maestria di un vecchio sindacalista.
«Signora Morotti... mi scusi... ma la partita di stasera è Italia-Germania del settanta. È storia della patria! Non si può fermare la storia patria per due fresche frasche!»
La Morotti li squadrò uno per uno.
Guardò la pancia immensa di Gianni che sussultava per l'affanno, le gambe a stecchino di Pino che tremavano leggermente per la fatica della camminata sul bagnasciuga, e l'occhio strabico di Dino che puntava simultaneamente all'orologio a muro e alla sua generosa scollatura.
Fece un piccolo, quasi impercettibile respiro, addolcendo la severità dello sguardo.
«La partita la vedete, ma domani mattina niente colazione al bar del giardino. Solo orzo senza zucchero e fette biscottate integrali. Chiaro?»
«Chiaro!» risposero i tre in coro.
La sala da pranzo di Villa Serena a quell'ora era semi-vuota. Rimanevano solo pochi ospiti che masticavano lentamente il pane morbido o sorseggiavano camomilla tiepida.
I tre della RSA si sedettero al loro solito tavolo nell'angolo vicino alla finestra che dava sul cortile interno.
L'inserviente mise davanti a loro tre scodelle di plastica dura contenenti una minestrina di verdure passate di un colore verde indeterminato, accompagnata da una fettina di formaggino spalmabile iposodico e due fette di tacchino lesso che parevano scagliette di pergamena antica e asciutta.
«Guarda qui...» mormorò Pino, spingendo la scodella con l'indice disgustato. «Questa sembra la melma del lago.»
«Mangia e taci» disse Gianni, che nonostante la stanchezza e le traversie vescicali aveva già affondato il cucchiaio nella crema verde. «La pancia ha bisogno di materiale. Che dopo si sgonfia e mi vanno giù i pantaloni.»
Dino, intanto, si era riassestato la dentiera. Aveva usato una dose tripla di Polident prendendola da un tubetto nuovo che teneva nascosto nella calza destra. Il sapore di menta forte gli disinfettava la bocca mentre masticava con fatica il tacchino bollito.
«Gianni?» disse Dino tra un boccone e l'altro.
«Eh?»
«Ma secondo te... la bionda di oggi, quella con il costume verde...»
«Cosa cos'ha la bionda?»
«Si è tolta il costume d'astuzia perché sapeva che noi eravamo qui a guardare?»
Pino lasciò cadere il cucchiaio nella minestra con un plop metallico.
«Ma sei matto, Dino?! Ma secondo te una ragazza sta a pensare a tre vecchi bacucchi incastrati nelle tamerici col Polident sciolto e la pancia che straborda?! Ma quella lì nemmeno s'è accorta che esistiamo!»
«Eh, mica detto...» protestò Dino con l'occhio destro che cercava l'approvazione di Gianni. «Le donne hanno un sesto senso. Sentono quando c'è l'apprezzamento dell'uomo.»
«L'apprezzamento!» sghignazzò Pino. «Sembri un pavone che fa la ruota col collo di fuori! Gianni sbadigliava bava, tu tossivi la protesi e io avevo i crampi ai polpacci! Che apprezzamento vuoi che sentano?!»
Gianni finì la minestra, ripulì la scodella con un pezzo di pane morbido e si appoggiò allo schienale della sedia di plastica, che emise un lamento di protesta sotto il suo peso.
«Pino ha ragione» disse Gianni, guardando fuori dalla finestra dove le luci del giardino si stavano accendendo una ad una.
«I giovani vivono in un altro mondo. Per loro noi siamo come gli alberi del boschetto. Facciamo parte del paesaggio. Siamo roba vecchia.»
Un momento di malinconia fluttuò sul tavolo quattro della sala ricreativa, condensandosi sopra le fette di tacchino.
Ma durò pochissimo.
Dino si sporse in avanti, facendo traballare leggermente la sedia. «Sì, ma noi siamo qui. E domani è venerdì.»
«E allora?» chiese Pino.
«Di venerdì alla spiaggia pubblica c'è il corso di ginnastica in acqua per le signore del posto.»
Gianni sgranò gli occhi. La pancia parve avere un sussulto di vitalità elettrica, spinta da un improvviso richiamo ormonale d'annata. «Il corso di acquagym?!»
«Esatto» sghignazzò Dino, mostrando orgoglioso tutti i denti finti perfetti grazie alla nuova dose di colla.
«Loro si mettono tutte insieme nel mare con i costumi che segnano le curve e la maestra gli fa fare i saltini! Tettate e chiappe che saltano dappertutto!»
Pino rimase in silenzio per tre secondi. Poi si toccò il mento magro, fece scrocchiare le dita della mano destra e guardò Gianni con uno sguardo nuovamente arso dalla brama.
«A che ora è il corso?» chiese Pino.
«Alle tre del pomeriggio» rispose Dino.
«Alle tre la Morotti fa il riposino» osservò Gianni con mente analitica da stratega. «E Samuele va a portare le carte in farmacia.»
«Fresche frasche due: la vendetta!» mormorò Pino con un sorriso malefico che gli distese le rughe sulle guance scavate.
La prospettiva del corso di acquagym aveva riacceso nei tre anziani guerrieri dell'eros senile un'energia inaspettata.
Dopo cena, invece di andare subito a letto come ordinato dalla direttrice, i tre si ritrovarono nel corridoio est, nascosti dietro il distributore automatico delle bevande calde per rifinire i dettagli del nuovo assalto alle fresche frasche.
«Allora,» cominciò Gianni, abbassando la voce e controllando che non ci fossero inservienti nei paraggi, «bisogna correggere gli errori di oggi. Primo: gli occhiali di Dino.»
Dino tirò fuori di tasca il pezzo di cerotto con cui aveva riattaccato provvisoriamente la stanghetta spezzata. «Ho il cerotto medico. Tiene bene. Stasera ci metto anche due punti di colla Attack che ho rubato nel laboratorio del falegname.»
«Bravo» disse Pino. «E per la dentiera? Se cominci a tossire come un motore ingolfato mentre le signore fanno i saltini in acqua, quelle si spaventano e chiamano il bagnino!»
«Per la dentiera ho un piano speciale» rispose Dino orgoglioso. «Metto un pezzo di gomma da masticare ben masticata sotto l'arcata. Tiene meglio del Polident. Me l'ha detto un vecchio muratore.»
«Dio mio... che schifo» mormorò Pino, ma dovette ammettere che la soluzione aveva una sua logica pratica. «E per la pancia di Gianni? Se devi pisciare ogni venti minuti, ci perdiamo il momento in cui la maestra fa fare le flessioni in avanti!»
Gianni trasse un sospiro profondo, portandosi la mano sulla solenne rotondità del suo addome. «Ho deciso. Domani la pillola per la pressione la prendo dopo. Verso le sei. Così la vescica sta tranquilla e io posso rimanere in posizione senza dover fare la ricerca archeologica dietro il pino.»
«Ottimo» approvò Pino. «Io mi porto dietro anche il binocolo piccolo. Quello che usavo per andare a caccia sul monte.»
«Il binocolo?!» sgranò gli occhi Gianni. «Ma sei matto, Pino?! Se ci vedono col binocolo ci arrestano per spionaggio industriale!»
«Ma va'!» protestò Pino. «Dico che sto guardando i gabbiani! Se una signora con la quinta misura fa un salto e io guardo col binocolo, dico che stavo puntando un gabbiano reale che volava basso!»
«Pino, sei un genio del male» ammise Dino, sorridendo con le sue gengive provvisoriamente incollate.
Alle nove e mezza della sera, la sala comune di Villa Serena era buia, illuminata soltanto dal bagliore azzurrognolo di un vecchio televisore a tubo catodico da trentadue pollici appeso a una staffa metallica nell'angolo.
Sul divano in finta pelle marrone, tre sagome erano affiancate.
Al centro Gianni, che occupava due posti abbondanti e teneva le mani giunte sopra la cupola della pancia come se stesse proteggendo un bene prezioso. A sinistra Pino, le cui gambe magre erano distese sul tavolino basso tra le riviste di giardinaggio arricciate dal tempo. A destra Dino, con gli occhiali riparati temporaneamente da un pezzo di cerotto medico bianco che gli dava l'aspetto di un pirata ferito in combattimento.
Sullo schermo, in un bianco e nero sgranato, Gianni Rivera staccava di testa per battere il portiere tedesco Maier per il quattro a tre finale nel caldo messicano del 1970.
«Che gol...» sussurrò Gianni, battendo debolmente le mani sulle sue cosce monumentali. «Che gol di piatto... Rivera sì che era un giocatore. Mica le mezzette di adesso.»
«Gira la testa, Riva...» mormorò Dino, ormai a metà strada tra il sonno e la veglia, con la testa che ciondolava leggermente verso destra.
Pino guardava lo schermo, ma i suoi pensieri erano rimasti incastrati tra le tamerici del boschetto, dove il profumo della salsedine si mescolava a quello della macchia mediterranea e alle sagome scoperte della sabbia.
«Gianni?» disse Pino senza voltarsi.
«Eh?»
«Dici che domani il tempo tiene?»
Gianni guardò verso il balcone della sala comune. Le tende di cotone bianco si muovevano appena per la brezza di mare che saliva dalla costa. Il caldo si stava finalmente ammorbidendo, lasciando spazio a una notte estiva limpida e piena di stelle che nessuno a Villa Serena avrebbe guardato, tranne loro tre.
«Il tempo tiene, Pino. Il tempo tiene sempre quando si ha qualcosa da guardare.»
«Bene» disse Pino. «Allora domani mi prendo le scarpe da ginnastica, quelle rosse. Che sui sassi non si scivola.»
«E tu Dino?» chiese Gianni, girandosi verso l'amico.
Dino non rispose. La testa gli era caduta definitivamente sulla spalla destra, le labbra si erano socchiuse ed emettevano un leggero, ritmico fischiettio: la protesi superiore, cedendo di nuovo all'attrazione di gravità, vibrava ad ogni espirazione come la valvola di uno sfiato a vapore.
Fiiii-ronc... fiiii-ronc…
Gianni sorrise. Si tirò su i pantaloni della tuta, si aggiustò sul divano e chiuse gli occhi anche lui, lasciando che le voci storiche della telecronaca del 1970 facessero da sottofondo ai suoi sogni di polenta, di spiagge dorate, di cosce al vento e di reggiseni sfilati con maestria nel tardo pomeriggio dell'estate italiana.
Il boschetto era là che li aspettava.
Le fresche frasche non se ne sarebbero andate.
E finché la pancia di Gianni avesse retto, gli occhiali di Dino avessero tenuto col nastro adesivo e le gambe di Pino avessero resistito ai rovi, l'esercito dei tre della RSA avrebbe continuato a presidiare il confine tra la vecchiaia e la meraviglia carnale.
Il mattino seguente a Villa Serena si aprì con il solito profumo di disinfettante al pino e orzo tiepido che permeava i corridoi.
Gianni, Pino e Dino si ritrovarono al tavolo della colazione puntuali come tre orologi svizzeri. Rispettando la punizione inflitta dalla signora Morotti, davanti a loro non c'erano le solite brioche morbide del bar del giardino, ma tre tazze di orzo grigio senza zucchero e due pacchetti di fette biscottate integrali che sembravano pezzi di compensato stagionato.
«Guarda che punizione...» borbottò Pino, provando ad affondare la fetta biscottata nell'orzo per ammorbidirla. «Questa sembra cartone pressato.»
«Mangia e taci, Pino» disse Gianni sottovoce, tenendo d'occhio la postazione degli infermieri. «L'importante è che stasera ci sia il formaggio buono a cena. E soprattutto che la Morotti vada a fare il suo riposino alle due e mezza.»
Dino, che aveva passato la notte a incollare gli occhiali con l'Attack e a testare la tenuta della gomma da masticare sotto la dentiera, fece un cenno d'intesa. I suoi occhiali ora avevano un aspetto tragicamente rigido, tenuti insieme da un grumo di colla trasparente e cerotto medico, ma l'occhio destro puntava già con decisione verso la porta della cucina.
«Tutto pronto» sibilò Dino. «Ho controllato il sentiero dietro il campo da bocce. La siepe è aperta. Si passa senza fare rumore.»
«Bravi i miei soldati» mormorò Gianni con un sorriso che gli distese le guance cicciotte.
«Oggi alle tre le fresche frasche vedranno la grande manovra.»
L'estate continuava a bruciare sopra il tetto della RSA, ma dentro i cuori dei tre vecchietti bruciava qualcosa di ancora più forte: la certezza imperturbabile che finché ci fosse stato un briciolo di vista, un cespuglio dove nascondersi e una bagnante da ammirare, la vita valeva ancora la pena di essere vissuta fino all'ultimo scricchiolio.
Vacca 24
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