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SETTE SETTIMANE IN UNA NOTTE


di La-mandria
10.09.2026    |    250    |    6 8.0
"Una mano si sposta lentamente lungo il tappeto di foglie, strisciando millimetricamente finché il dorso delle dita non urta contro un altro palmo, un fianco, un interno coscia..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

Il bosco, a mezzanotte inoltrata, non è un luogo vuoto. È un organismo denso, stratificato, che respira attraverso i pori della terra umida e il lento trasudare della resina dai tronchi secolari. La notte avvolge la montagna in una morsa di velluto nero, cancellando i confini tra la terra e il cielo, tra la materia e il sogno. Il faggeto d’alta quota, in quella notte priva di luna e di stelle, si trasforma in un ventre primordiale, un’architettura naturale fatta di colonne verticali, volte invisibili e un profumo penetrante di humus, foglie marcescenti e legna bagnata.
Qui, i confini della percezione si ridefiniscono radicalmente. Non esiste più il cielo, non esiste più l'orizzonte; esiste soltanto il perimetro ristretto e circolare di una radura nascosta, un quadrato di buio fitto in cui sette persone si sono ritrovate senza che alcuna parola sia stata pronunciata, senza che alcun patto verbale fosse necessario per suggellare l’accordo.
Arrivare lì non è stato un atto casuale, eppure non c'è traccia di premeditazione logica nei gesti che hanno preceduto quel momento. Ciascuno ha seguito una spinta interiore, un richiamo sotterraneo che ha bypassato ogni sovrastruttura razionale, ogni impegno lavorativo, ogni legame della superficie e ogni convenzione sociale. I volti sono rimasti a valle, insieme ai nomi, alle professioni, ai titoli e ai ruoli che il mondo esterno impone come armature quotidiane, pesanti e soffocanti. Sotto i pesanti mantelli di lana scura che si fondono completamente con le tenebre, non ci sono uomini o donne definiti dalle loro anagrafiche, ma pure presenze, cariche di un'aspettativa tagliente, silenziosa e febbrile.
La disposizione geometrica è avvenuta per un istinto quasi animale, una coreografia dettata da una forza invisibile: sette corpi seduti in cerchio sul tappeto soffice del sottobosco, le ginocchia che si sfiorano, i fianchi che premono gli uni contro gli altri, le spalle che quasi si sovrappongono in un abbraccio collettivo involontario ma ineluttabile. La vicinanza è totale, claustrofobica eppure immensamente rassicurante. In quello spazio ristretto, la solitudine cosmica che ciascuno portava dentro di sé come un fardello invisibile inizia a sgretolarsi, corrosa dal calore corporeo, dalla densità dell'aria condivisa e da una tensione magnetica che satura immediatamente l'atmosfera.
All'inizio, il silenzio è assoluto.
È un silenzio pesante, quasi assordante, che pulsa nelle orecchie come il battito di un'onda lontana contro una scogliera.
Ciascun individuo è inizialmente un'isola chiusa in se stessa, un fortino di timori, pudori e desideri inconfessabili, ma il buio totale agisce come un solvente universale. Privati del senso della vista, gli altri sensi insorgono, reclamando il loro spazio con una violenza improvvisa e inarrestabile. I recettori della pelle si destano, diventando antenne sensibilissime capaci di captare ogni minima variazione termica, ogni impercettibile spostamento d'aria, ogni fremito di eccitazione che attraversa il gruppo.
Si impara rapidamente a "vedere" attraverso il corpo.
Il profumo della terra bagnata, del muschio e della corteccia si mescola all'odore caldo della pelle eccitata, al cuoio dei vestiti, alla fragranza sottile di un profumo dimenticato o al semplice odore del sudore febbrile generato dall'attesa. Il confine tra il proprio corpo e quello degli altri comincia a farsi labile, incerto, poroso, come se i pori della pelle respirassero l'identità di chi siede accanto.
Una spalla si muove di un solo millimetro e urta contro un petto nudo: quel contatto accidentale, che nella vita di tutti i giorni provocherebbe un sussulto di ritrosia o un'immediata scusa formale, qui diventa una miccia. Un segnale elettrico che percorre la colonna vertebrale, un'informazione sensoriale che viene registrata e amplificata all'infinito dal sistema nervoso.
Il cerchio non ha un capo, non ha un centro direttivo.
C'è solo una parità assoluta nella vulnerabilità. Ciascuno sa di essere contemporaneamente il destinatario e l'origine dell'attenzione altrui. Questa simmetria perfetta crea una tensione magnetica che satura l'aria, rendendola pesante, rovente, quasi irrespirabile.
È un'attesa che non cerca soluzioni immediate, ma si nutre di se stessa, accumulando potenziale elettrico come le nubi cariche di ioni prima di un temporale estivo in alta quota.
Il tempo, all'interno del cerchio, perde la sua metrica convenzionale.
I minuti non si misurano più con il ticchettio di un orologio, ma con l'espansione e la contrazione dei toraci, con il ritmo del sangue che batte nelle tempie.
Nei primi venti o trenta minuti — o forse sono ore, è assolutamente impossibile dirlo — l'obiettivo non è l'azione, ma la sintonizzazione profonda.
C'è una tensione magnetica che cresce lentamente, come la pressione atmosferica prima di un uragano. Ognuno è perfettamente consapevole di essere al centro dell'attenzione collettiva e, allo stesso tempo, di essere un osservatore invisibile.
Questa dualità crea una vertigine psicologica ed erotica profonda: ci si sente completamente nudi, esposti a una pluralità di presenze che non si possono incrociare con gli occhi ma che si avvertono addosso come lame di luce tiepida. È la vulnerabilità portata all'estremo, quella condizione in cui ogni difesa crolla perché non c'è più nulla da proteggere, se non il proprio nucleo di piacere più intimo.
Il respiro diventa il metronomo del gruppo.
All'inizio sono sette ritmi disallineati: c'è chi respira con affanno, tradendo l'ansia e l'iperventilazione dell'attesa; c'è chi trattiene il fiato, cercando di rendersi invisibile; c'è chi ha un battito regolare e profondo. Ma lentamente, attraverso un fenomeno di risonanza inconscia che ha radici nella biologia più profonda dell'essere umano, i respiri iniziano a cercarsi. Le cadenze si avvicinano, si sovrappongono, si correggono a vicenda.
In pochi minuti, un unico flusso d'aria rovente attraversa i sette corpi in modo circolare, come se un unico polmone gigante stesse alimentando l'intera radura.
Questo allineamento respiratorio produce uno stato di alterazione della coscienza. La mente razionale, quella che giudica, cataloga e controlla, si spegne progressivamente, lasciando spazio a una consapevolezza puramente somatica e lussuriosa. Si avverte chiaramente il battito cardiaco di chi siede a fianco, trasmesso attraverso il contatto delle spalle, il fremito dei muscoli o il riverbero del terreno. Si percepisce il calore che sale dai corpi come un campo di forza tangibile, una barriera termica che protegge il cerchio dal freddo della notte montana e accende la pelle di brividi continui.
I gesti si fanno via via meno accidentali e più intenzionali, pur mantenendo una cautela quasi liturgica. Una mano si sposta lentamente lungo il tappeto di foglie, strisciando millimetricamente finché il dorso delle dita non urta contro un altro palmo, un fianco, un interno coscia.
Il contatto non è brusco; è un riconoscimento reciproco, un codice cifrato fatto di pressioni lievi, di sfioramenti che durano lo spazio di un battito di ciglia prima di ritrarsi, lasciando dietro di sé una scia di fuoco sulla pelle.
Chi subisce il contatto non si ritrae; al contrario, offre un micro-movimento di risposta, un cedimento strutturale che invita a insistere. È una danza immobile, un dialogo condotto interamente attraverso la grammatica della pelle, in cui ogni centimetro quadrato di epidermide diventa una bocca che parla e un orecchio che ascolta.
Non c'è gelosia in questo scambio, non c'è la rivendicazione possessiva tipica della relazione a due: c'è un altruismo radicale, un'offerta incondizionata di sé a una pluralità che abbraccia, consuma e moltiplica ogni desiderio.
Man mano che la notte avanza, la struttura psicologica dei partecipanti subisce un mutamento radicale. L'individuo, con le sue categorie mentali, le sue difese sociali e il suo senso di separazione dal resto del mondo, comincia a dissolversi. Non esiste più un "io" isolato che osserva gli "altri"; esiste soltanto il "noi", un organismo collettivo e plurale che vive, respira, geme e reagisce all'unisono.
Le mani non esitano più. Scivolano avidamente lungo le schiene arcuate, premono con forza sui glutei, afferrano i fianchi stringendoli fino a lasciare il segno, esplorano ogni centimetro di epidermide con una bramosia cieca. I palmi si insinuano ovunque, tra le pieghe dei corpi, in un dare e ricevere incessante che non conosce confini tra chi tocca e chi è toccato. I respiri diventano rantoli corti, roventi, interrotti da gemiti soffocati che si perdono nel silenzio della foresta. L'aria è satura di un'eccitazione carnale che toglie il fiato. Le bocche cercano freneticamente altre bocche nel buio, labbra che si schiudono in baci affamati, morsi leggeri dati con voluttà sulle spalle, sui colli madidi di sudore.
La fusione è totale, oscena e perfetta.
Non si capisce più a chi appartenga quale mano, quale gamba, quale spasmo. I corpi si inarcano verso il centro, attratti da una gravità sensuale che annulla ogni distanza, uniti in un coito collettivo e caotico dove ogni barriera crolla sotto i colpi di un piacere sfacciato e senza freni. Le spinte si fanno più fitte, i corpi scivolano l'uno sull'altro in un attrito continuo, bagnati di sudore, di brividi e di calore primordiale.
Il culmine di questo percorso non esplode in un evento caotico qualsiasi, ma si manifesta come un'onda lunga, profonda e inarrestabile, simile a un'alta marea che sommerge ogni cosa. È il momento in cui la fusione diventa totale, in cui i confini tra i sette corpi si annullano completamente in un unico abbraccio circolare e convulso che avvolge la radura.
In questo climax, l'aspetto passionale e sensuale si fonde indissolubilmente con quello psicologico ed emozionale. Non si tratta semplicemente di un contatto fisico ravvicinato, ma della condivisione radicale di un'intimità che non ha eguali nella vita ordinaria.
Essere lì, nudi nell'animo e nella carne, circondati da presenze con cui si condivide lo stesso identico anelito di dissoluzione, genera un'esplosione di endorfine e di liberazione erotica che scuote le fondamenta dell'identità personale.
Le mani si muovono ora con una fluidità sicura, guidate da una coreografia spontanea e priva di esitazioni. I corpi si stringono, si cercano, si offrono in un abbandono incondizionato. Ogni barriera è caduta; ogni residuo di pudore o di riserva mentale è stato spazzato via dalla forza di quell'energia accumulata nel corso delle ore. Si sperimenta la sensazione vertiginosa di essere infinitamente grandi e, al tempo stesso, minuscoli granelli di piacere dispersi in un universo senza tempo.
Il tempo, appunto, si ferma.
Gli orologi a valle continuano a scandire i secondi, ma per le sette persone radunate nel cerchio della faggeta il mondo ha smesso di girare. Esiste solo quel battito cardiaco collettivo, quel respiro profondo e corale che fa vibrare la terra sotto di loro, quel calore umano e carnale che sfida il freddo della notte montana.
È un'esperienza di comunione assoluta, in cui la solitudine viene definitivamente redenta attraverso la condivisione totale della propria carne e della propria vulnerabilità.
L'alba, quando finalmente comincia a filtrare attraverso la chioma fitta dei faggi, non arriva come un sollievo, ma come una transizione necessaria e quasi dolorosa. I primi bagliori grigi e lattiginosi fendono la nebbia della radura, disegnando lentamente i contorni dei tronchi, dei rami, delle foglie bagnate, dei corpi ancora stretti in un groviglio di membra pesanti di lussuria e appagamento.
La luce del giorno restituisce la vista, ma la vista, a questo punto, è quasi un fastidio, un elemento superfluo e crudo rispetto a ciò che è stato vissuto nel grembo protettivo del buio. I sette corpi si staccano lentamente, con la stessa cautela con cui si erano avvicinati ore prima. I movimenti sono lenti, rigidi per la stanchezza, per i muscoli indolenziti e per il freddo mattutino, ma pervasi da una quiete profonda, pesante di un piacere consumato fino all'ultima goccia.
Nessuno parla. Non ci sono ringraziamenti da formulare, né promesse da scambiare, né identità da svelare o sguardi imbarazzati da incrociare. La bellezza e la potenza di quell'esperienza risiedono proprio nella sua assoluta transitorietà e nel suo anonimato radicale.
Ciascuno sa che, riattraversando i confini del bosco e tornando a valle, riprenderà la propria vita ordinaria, i propri nomi, i propri ruoli sociali, le proprie maschere quotidiane. Ma quella struttura interiore, quella corazza protettiva che è stata smantellata nel corso della notte, non potrà più essere ricostruita esattamente com'era prima; porta ora il segno indelebile di quella fusione.
A uno a uno, senza voltarsi, i partecipanti si alzano in piedi. Raccolgono i vestiti, si scambiano un ultimo sguardo fugace, carico di una riconoscenza silenziosa, carnale e definitiva, e si immergono nuovamente tra gli alberi, scomparendo nella nebbia densa del mattino. La radura torna a essere deserta, un pezzo di bosco come tanti altri, ma l'aria conserva ancora l'eco invisibile di quel cerchio di respiri, la memoria sotterranea di una notte che ha racchiuso l'equivalente di sette settimane di vita nella durata di un unico, irripetibile spasmo.

Vacca 24
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