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INTERFERENZE CARNALI


di La-mandria
16.09.2026    |    261    |    3 8.7
"Clara si solleva interamente sui glutei, strappando via quel poco che restava della sua maglia e lasciando i seni scoperti, pesanti, con i capezzoli violacei e turgidi che ondeggiano nel buio..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

La stanza dei tubi termoionici non ha finestre e l’aria vi si addensa come un liquido stagnante, pesante di stagno fuso, di colofonia bruciata e del lezzo ferroso dell’ozono generato dai trasformatori a pieno carico.
Bruno siede al centro esatto di questo perimetro saturo, intrappolato in una morsa di bachelite e legno massello.
Intorno a lui, i mobili radiofonici degli anni cinquanta — enormi sarcofagi di mogano e noce lucidato a cera — non sono semplici oggetti restaurati, ma bocche avide, anfratti scuri che trattengono il calore implacabile dei filamenti di tungsteno.
Il ticchettio dei condensatori elettrolitici che accumulano tensione è un battito cardiaco meccanico, sordo, che scandisce il tempo interiore dello scantinato. Bruno non cerca la musica, né le voci della propaganda o i bollettini meteorologici. Cerca il vuoto magnetico, quel fango invisibile che si deposita tra le stazioni, dove l'etere si fa denso, quasi viscoso, e restituisce il fruscio umido della materia primordiale, il riverbero di un mondo che pulsa sotto una crosta di frequenze morte.
La teoria del ritardo decadeva sempre nello stesso punto geometrico: i mondi non scorrono paralleli in linea retta; si sfiorano come panni madidi stesi in un cortile cieco, sbattuti da un vento freddo e senza nome. E il ritardo è sempre lo stesso: dieci anni esatti.
Chi trasmette laggiù vive nel 1966, ma mastica il futuro con una lingua pesante, intrisa di una saliva che sa già di piombo, di nichel e di fine corsa.
Quel martedì sera la manopola della sintonia in ceramica zigrinata non gratta. Si muove con un lusso oleoso, millimetrico, affondando nel grasso denso dei cuscinetti interni, mentre i polpastrelli di Bruno avvertono ogni minima asperità del metallo tornito.
L'altoparlante a tromba della Saba Meersburg, una bestia sonora con il cono in carta spessa e il magnete alnico rovente, emette un respiro.
Non è il fruscio atmosferico della ionosfera; è un suono corporeo, denso di umidità e calore animale. Ha la consistenza di labbra che si schiudono con uno schiocco molle dopo un lungo sonno pomeridiano in una stanza chiusa, dove l'odore del corpo ristagna tra le lenzuola sgualcite e pesanti.
Bruno stringe i contatti del jack ausiliario.
Ha modificato lo stadio di uscita inserendo triodi sovietici a riscaldamento diretto, valvole militari sovradimensionate che non filtrano nulla, progettate per captare persino il micro-voltaggio generato dallo sfregamento della pelle, l'attrito dei pori quando la distanza si azzera e la condensa si forma sui terminali di rame.
«Settecentocinquantanove metri d'onda media», sussurra Bruno al buio, e la sua voce si perde subito, inghiottita dall'anfratto dei mobili, assorbita dalla lana grezza dei tappeti consumati dagli anni.
La voce arriva prima ancora della portante, un brivido che non passa per l'aria ma attraversa direttamente i terminali di rame.
È una voce femminile, ma sdoppiata, come se due donne stessero premendo la bocca contro lo stesso microfono di bachelite, sovrapponendo i timbri fino a farli collassare in un unico flusso vellutato e sporco di interferenze.
«...la ricezione è satura. C'è troppa lana tra noi e il vostro ferro. Spingi il cursore verso il basso, Bruno. Non aver paura di bruciare lo stadio di demodulazione...»
Il nome esce dall'altoparlante con una precisione chirurgica, fredda e umida al tempo stesso, come un dito tracciato sulla nuca sudata.
Bruno non sussulta. Ruota il potenziometro del guadagno fino a fondo scala.
Le valvole sul banco di lavoro iniziano a emettere un riverbero rossastro, un bagliore cupo e pulsante che tinge i peli delle sue braccia di un ocra malato.
Non c'è più ricezione radiofonica. C'è conduzione fisica. Il cavo di rame intrecciato che collega il telaio alla terra battuta sotto le fondamenta della casa inizia a vibrare con una frequenza così bassa e sorda da smuovere i visceri, una vibrazione che sale dai talloni, attraversa il bacino e si scarica dritta alla base della spina dorsale, facendo contrarre i muscoli lombari in un fremito improvviso.
La stanza si restringe. L'aria cessa di appartenere al presente: si carica improvvisamente di un odore pesante di cera d'api rancida, di tabacco bagnato e del profumo dolciastro e pesante di pelle surriscaldata che non ha trovato sfogo per intere decadi.
Non c'è stato un passaggio netto, nessuna vertigine ottica o strappo nella realtà. Solo una mutazione della pressione atmosferica. I timpani di Bruno si spingono verso l'interno, compressi da un peso invisibile che isola lo scantinato dal mondo esterno, sigillando le uscite.
Non è più solo. Le figure emergono dai margini scuri del grande studio, un appartamento dai soffitti altissimi tappezzato di damasco verde scuro fradicio d'umidità.
La prima a uscire dalla penombra è Clara.
I suoi capelli corti, tagliati con una precisione da collegiale ribelle, sono lucidi di sudore sulle tempie e sulla fronte.
Indossa un abito di maglia nera a collo alto, sottile come una seconda pelle, che fascia il torace rigido mostrando il rilievo netto dei capezzoli induriti dal freddo della stanza. Non porta biancheria sotto la trama rada della lana; ogni suo movimento è un attrito costante che strofina la stoffa ruvida direttamente contro i capezzoli e il basso ventre, lasciando intuire il calore della carne sottostante.
«Hai impiegato troppo tempo a trovare la frequenza», dice Clara. La sua voce è pesante, vicina, carica di una fisicità che non ammette repliche. Si ferma a pochi centimetri da lui, emanando un odore forte di pelle, di saliva e di profumo economico mescolato al sudore delle ascelle. «Eravamo calde da ore. Il rame del tuo trasformatore scottava già alle nove.»
Bruno tenta di rispondere, ma la sua lingua è secca, impastata. È sprofondato in una poltrona di velluto consunto che accoglie il suo bacino con una precisione geometrica, come se fosse stata sagomata sui contorni esatti del suo corpo prima ancora che lui nascesse.
Alle sue spalle, due mani sottili e fredde gli afferrano le spalle, piantando le dita nella carne molle del collo. È Giulio. Ha la camicia di seta bianca completamente sbottonata, aperta fino all'ombelico, che lascia scoperta la cassa toracica ossuta e una fitta peluria dorata fradicia di condensa. Giulio si china, premendo il proprio bacino contro lo schienale della poltrona, allineando il proprio ventre rigido e febbrile alla schiena di Bruno, in un contatto che non lascia spazio all'aria.
«Lascia che la corrente circoli», mormora una terza voce dal fondo della stanza, dove un grosso mangianastri Uher a bobine gira a vuoto, registrando il ronzio sordo dell'ambiente.
È Marta. È sdraiata su un divano basso, coperta solo da una vestaglia di raso color lavanda scostata sul ventre piatto e sui peli scuri e arruffati del pube. Tiene le cosce divaricate, la pelle delle ginocchia lucida nella penombra, mentre una mano affonda pigramente tra le sue labbra umide, bagnandosi le dita in un liquido denso che riflette fioco la luce della lampada.
Il tempo, qui, non scorre. È un fluido viscoso che si muove per induzione elettrica, unendo i corpi in un circuito chiuso.
Clara si avvicina alla poltrona, scavalcando le ginocchia di Bruno con un movimento lento, deliberato. La stoffa rada della sua maglia nera struscia contro i pantaloni di Bruno in un attrito continuo che genera una carica statica percepibile sulla pelle come un formicolio di spilli invisibili. Si siede a cavalcioni su di lui, premendo il proprio bacino con tutto il peso direttamente contro il rigonfiamento duro dei suoi genitali imprigionati nella stoffa.
Marta, intanto, si alza dal divano con un movimento felino e si inginocchia ai piedi di Bruno. Senza proferire parola, fa scivolare via i bottoni dei suoi pantaloni e strappa via la stoffa con uno strappo deciso, liberando il membro di Bruno che pulsa violentemente, già madido di liquido preseminale lucido e denso. Marta lo accoglie subito in bocca con un gemito basso, inghiottendolo fino alla base con una voracità bagnata, la lingua calda che ruota avidamente attorno al solco del glande mentre le sue dita affondano con forza nei fianchi di Bruno, tirandolo verso il basso.
«Senti come trema questo pavimento?», sussurra Clara dall'alto, schiacciando le labbra umide contro l'incavo del collo di Bruno, mordicchiando la pelle sottile della clavicola fino a far affiorare minuscole gocce di sangue che lei stessa lecca via con voluttà. Il suo respiro, denso di vermouth e di fumo di sigaretta scura, gli investe l'orecchio. «È la nostra frequenza che tiene in piedi la tua casa. Se spegniamo l'interruttore laggiù, tu scompari. Ridiventi un pezzo di carta da parati ingiallita.»
Le mani di Bruno, impazzite e febbricitanti, affondano nella carne morbida dei fianchi di Clara, stringendo la ciccia tiepida attraverso la trama della maglia, mentre con l'altra mano afferra la nuca di Marta per spingerla più a fondo, dettando un ritmo feroce alla sua bocca.
Giulio, alle sue spalle, fa scivolare le mani lungo il petto di Bruno, slacciandogli i bottoni della camicia uno a uno con gesti rapidi, impazienti. I suoi palmi gelidi premono contro i capezzoli di Bruno, pizzicandoli con forza finché non si induriscono come pietre, mentre la sua bocca umida si posa dietro l'orecchio di Bruno, le labbra che succhiano avidamente il lobo con un rumore di risucchio bagnato e lascivo. Subito dopo, Giulio si sfila i pantaloni, scoprendo il proprio membro turgido e lucido di sudore, e preme il bacino contro i glutei nudi di Bruno, strofinando la punta rovente proprio nell'incavo della sua anse, bagnando la pelle con la sua secrezione densa.
Il confine tra chi tocca e chi viene toccato svanisce nel giro di pochi battiti cardiaci.
Non ci sono ruoli ordinati in questa geometria carnale; ogni gesto è un'interferenza voluta, un cortocircuito che aumenta la temperatura della stanza fino a rendere l'aria irrespirabile, densa di umori corporali.
Clara si solleva interamente sui glutei, strappando via quel poco che restava della sua maglia e lasciando i seni scoperti, pesanti, con i capezzoli violacei e turgidi che ondeggiano nel buio.
Con un movimento rapido si riposiziona sopra Bruno, guidando la lunghezza pulsante del suo membro direttamente dentro il proprio canale, già caldissimo e madido di un liquido viscido che cola lungo le cosce.
L'impatto è violento: le loro carni si scontrano con un tonfo sordo, soffocato, mentre Clara emette un grido strozzato, inarcando la schiena e stringendo le gambe attorno ai fianchi di Bruno con una morsa ferrea.
Bruno affonda dentro di lei con colpi ciechi, bestiali, mentre Marta, rialzandosi dalle ginocchia con le labbra lucide e bagnate di saliva e sperma, si china sul suo volto, offrendogli il proprio seno perché lo morda e premendo la propria vulva gocciolante direttamente sulla bocca di un'altra comparsa nell'ombra, in un intreccio inestricabile di bocche, baci rubati e fluidi che colano ovunque.
Giulio, dietro di lui, non attende: penetra a sua volta nello spazio minimo, sfruttando l'attrito dei corpi, premendo con forza contro i reni di Bruno mentre Clara accelera il movimento del bacino, sbattendo ritmicamente contro il pube di Bruno in un attrito continuo che fa schizzare gocce di sudore e umori tutt'intorno, bagnando il velluto della poltrona fino a renderlo fradicio.
La stanza è un unico, grande amplificatore di umori: odore acre di sperma denso, di latte condensato, di pelle cotta dal calore dei tubi termoionici, di peli bagnati e di fluidi caldi che colano lungo le cosce, gocciolando sul pavimento di legno in un rivolo continuo e denso.
Il rumore di fondo delle vecchie radio, quel fruscio costante che Bruno ha ascoltato per decenni nelle sue notti di solitudine, si trasforma in un fischio acuto, un feedback metallico che satura l'aria e fa vibrare i vetri della credenza.
Clara si muove sopra di lui con furia crescente, le unghie conficcate nelle spalle di Bruno fino a far uscire minuscole gocce di sangue scuro che si mescolano al sudore. I suoi occhi sono sbarrati, iniettati di sangue, fissi nei suoi in un'ansia feroce. Il suo bacino batte contro quello di Bruno con colpi secchi, violenti, ansimando ininterrottamente con la bocca spalancata, la lingua fuori, incapace di contenere il flusso di quel piacere che sale come un'alta marea elettrica.
«Ancora, Bruno, fallo saltare», urla Marta dal basso, la sua voce roca che si perde nel coro dei respiri spezzati, mentre mastica ritmicamente l'aria e guida la mano di Giulio tra le proprie gambe spalancate, in un crescendo di movimenti disperati e animaleschi.
Il ritmo perde ogni misura ordinata per farsi caos puro, un crescendo di carni che si sfregano con una violenza quasi meccanica. I muscoli delle cosce di Bruno sono contratti fino allo spasmo; sente il sangue pulsare violentemente nelle tempie, un rumore di cascata che copre persino il ronzio delle valvole e il crepitio della bachelite.
Il picco arriva come una scarica catodica che attraversa il tubo da parte a parte. Un orgasmo collettivo, sordo e violento, che parte dai genitali di Bruno per irradiarsi, attraverso il contatto delle pelli, nei corpi di Clara, Giulio e Marta in un unico spasmo simultaneo e devastante.
Bruno spinge a fondo dentro Clara, svuotandosi con un flusso caldissimo, copioso e convulso che fa traboccare il basso ventre di entrambi, mentre Giulio spinge a sua volta scaricando il proprio seme bollente contro i reni di Bruno e Marta urla mordendo con ferocia la spalla di Bruno, in un dialetto incomprensibile, arcaico.
Per un istante infinitesimale, i corpi cessano di essere materia separata: diventano un unico circuito stampato bruciato dalla corrente, un groviglio di membra madide di sudore e sperma che tremano all'unisono nel buio della frequenza morta.
Il ritorno è un collasso lento, simile allo sgonfiarsi di un pallone quando la valvola di sicurezza viene aperta di scatto.
La luce gialla della lampada a terra perde intensità, facendosi opaca, grigia. I corpi intorno a Bruno non svaniscono di colpo; si dissolvono con la stessa lentezza con cui l'immagine di un vecchio televisore a tubo catodico si ritrae in un puntino bianco prima di spegnersi del tutto.
Clara si stacca con uno schiocco umido, lasciando sulla pelle di Bruno una scia di sudore freddo e un bruciore leggero dove le unghie avevano inciso la carne. Sorride nella penombra che si fa sempre più fitta, prima che il suo volto si confonda con le ombre della tappezzeria di damasco fradicia.
Giulio e Marta scivolano via verso i margini della stanza, dissolvendosi nel silenzio profondo che torna a occupare ogni angolo dello studio, lasciando un odore persistente di muschio, di sperma seccato e di stagno fuso.
Bruno è di nuovo solo.
La sua schiena è premuta contro il velluto freddo e appiccicoso della poltrona nel suo scantinato. I pantaloni sono strappati, il petto è un mosaico di graffi rossi e segni di morsi umidi. Sulla scrivania, la Saba Meersburg emette un ultimo, debole ticchettio metallico mentre il trasformatore di alimentazione si raffredda, rilasciando piccoli scricchiolii nell'aria fredda.
Il quadrante della sintonia è tornato esattamente sulla frequenza morta: centosei megahertz. Solo fruscio. Solo il respiro sordo del cosmo che scorre indifferente, separato da dieci anni di silenzio.
Bruno si passa una mano sul petto, rabbrividendo al contatto con la propria pelle appiccicosa di umidità estranea. Allunga lentamente un dito e spegne l'interruttore generale. Il ronzio rosso delle valvole si affievolisce, morendo lentamente in un punto di luce bluastra che svanisce nel buio assoluto.
Ma prima che il silenzio diventi totale, nell'orifizio dell'altoparlante, un sussulto impercettibile: un click meccanico, come un interruttore che dall'altra parte dell'etere è stato appena riarmato, in attesa della prossima notte.

Vacca 24
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