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LA MANTIDE


di La-mandria
12.09.2026    |    401    |    7 6.0
"Il punto di contatto fu una vertigine: l'incontro tra la brama contenuta di Giulio e la voragine accogliente di Clara..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria STRONG

Premessa degli Autori
Questo racconto nasce dalla volontà di esplorare l'intersezione intima e concettuale tra la natura primordiale e la psiche umana, utilizzando il rito dell'amplesso della mantide religiosa non soltanto come parallelo biologico, ma come chiave di lettura simbolica del desiderio, del possesso e della resa d'amore.
In molte culture, la figura della mantide evoca un senso di sacralità e al contempo di spietata inevitabilità. Il maschio, attirato dai feromoni della compagna, si avvicina a lei non per cecità, ma spinto da una necessità biologica ed esistenziale che supera l'istinto di autoconservazione.
La femmina, dal canto suo, non agisce per distruttività gratuita, ma per una forma suprema di accoglienza e assimilazione: il compagno viene compreso, contenuto e infine trasformato nella sostanza stessa che genererà nuova vita.
Nel trasporre questo meccanismo all'interno della sfera affettiva ed erotica di una coppia — rappresentata qui dai personaggi di Clara e Giulio —, non si è voluto mettere in scena una violenza fisica, bensì una dinamica di sottile e profonda dominazione psicologica e sensoriale.
Il racconto riflette su come, nei momenti di massima intensità amorosa, i confini tra l'io e l'altro tendano a dissolversi: l'uomo si consegna all'incanto della donna in una totale perdita di controllo, mentre lei ne custodisce l'energia, il respiro e la fragilità.

*******

Il sole di fine estate filtrava tra le tapparelle a fessure sottili, tagliando l’oscurità dello studio con lame di luce dorata e polverosa.
Il silenzio della casa era rotto soltanto dal ronzio impercettibile dell’aria condizionata e dal crepitio metallico, quasi invisibile, che proveniva dalla teca di vetro posizionata sul grande tavolo di quercia.
Clara se ne stava seduta con le ginocchia tirate al petto sulla sedia in pelle, il mento appoggiato alle braccia. I suoi occhi, scuri e immobili, seguivano ogni minimo scatto della creatura al di là del vetro.
Una femmina di Mantis religiosa, imponente, verde come una foglia di alloro appena colta, se ne stava appesa a un ramo di ginepro secco.
Le zampe raptatorie erano ripiegate sul petto in una posa di finta devozione, perfettamente immobile, se non per il movimento lento, quasi ipnotico, della testa triangolare che ruotava a scatti leggeri per inseguire la luce.
Dalla porta socchiusa dello studio giunse il rumore dei passi di Giulio.
Calpestava il parquet con quella sua camminata fiduciosa, pesante il giusto, la camminata di un uomo che abita uno spazio sapendo di esserne il centro o, almeno, credendo di esserlo.
Entrò portando due tazzine di caffè. Il vapore saliva lento nell'aria ferma.
«Sei ancora qui chiusa?» chiese lui, la voce bassa, una sfumatura di affettuosa riprovazione nel tono. Poggiò una tazzina sul bordo della scrivania, accanto al taccuino di appunti di Clara.
Lei non rispose subito.
I suoi occhi rimasero incollati alla teca.
«Guarda come lo aspetta.» mormorò. «Non c’è fretta in quello che fa. Sa che lui arriverà. Sa che non ha altra scelta.»
Giulio si sporse leggermente sul vetro.
Nell’angolo opposto del terrario, nascosto tra la vegetazione secca, c’era il maschio.
Molto più minuto, fragile, con un addome snello e un’aria perennemente guardinga.
Ogni suo movimento era un azzardo: un passo avanti, poi una pausa interminabile, le antenne che vibravano frenetiche per decifrare l’aria, satura dei feromoni di lei.
«Sembra quasi che sappia a cosa va incontro.» disse Giulio, sfiorando con l'indice la spalla nuda di Clara.
La sua mano era calda, una presenza solida e familiare che tracciò la linea della clavicola di lei, infilandosi appena sotto la spugna leggera della vestaglia.
«Eppure continua ad avvicinarsi.»
Clara inclinò la testa all'indietro, lasciando che i capelli neri scivolassero lungo le spalle e fissò Giulio dal basso.
Un sorriso impercettibile le increspò gli angoli delle labbra.
«Non è stupidità, Giulio. È necessità. Il desiderio, quando raggiunge una certa soglia, annulla la conservazione di sé. Lui non vuole salvarsi. Vuole solo toccarla.»
Giulio fece scorrere le dita lungo il collo di lei, indugiando sul punto in cui il battito del sangue si faceva più forte e percettibile. La sua pressione era calda, sicura, ma c’era una tensione sottile nei suoi occhi, un’inquietudine antica che la presenza di Clara finiva sempre per risvegliare.
«E lei?» chiese lui, abbassandosi fino a sfiorarle l'orecchio con le labbra. «Lei cosa vuole?»
«Lei vuole tutto.» rispose Clara con la voce che si ridusse a un soffio denso.
«Vuole contenerlo. Vuole che lui smetta di essere un corpo separato per diventare parte della sua sostanza.»
Si alzò lentamente dalla sedia, senza staccare gli occhi da quelli di Giulio.
La vestaglia di seta scivolò leggermente lungo una spalla, rivelando la pelle pallida, segnata dal disegno delle ombre della stanza.
La distanza tra loro si azzerò non con la fretta di chi si cerca per impulso, ma con la lentezza misurata di due corpi che conoscono già la geometria del proprio incastro.
Clara allungò una mano, appoggiando il palmo aperto sul petto di Giulio, proprio sopra il cuore. Sentì il ritmo sordo e ritmico del suo battito.
Con un movimento quasi impercettibile delle dita, lo tirò verso di sé, non con forza, ma con una decisione irremovibile.
La camera da letto era immersa in una penombra profonda. Le tende pesanti trattenevano gli ultimi bagliori del tramonto, lasciando filtrare solo un riverbero rossastro che accarezzava i contorni dei mobili e la superficie liscia del lenzuolo di lino scuro.
Giulio giaceva a pancia in su, il torso nudo segnato dal respiro calmo, ma profondo.
Clara gli era accanto, ma non lo toccava ancora.
Se ne stava china su di lui, poggiata sui gomiti, sospesa a pochi centimetri dal suo viso.
Il suo sguardo ripercorreva la geografia di quel corpo: la linea della mascella, il solco dell'addome, il punto debole in cui il collo si unisce alle spalle.
«Ti osservo da ore.» disse lei a voce bassissima. Il suono era quasi una vibrazione cutanea, un segnale chimico lanciato nell'aria.
«Cosa vedi?» chiese Giulio.
Le sue mani cercarono i fianchi di lei, ma Clara le intercettò a metà strada.
Gli afferrò i polsi con delicatezza implacabile e glieli bloccò sopra la testa, premendoli leggermente contro il materasso.
«Vedo la tua resa.» rispose. «Vedo come ogni tuo muscolo sia teso nell'attesa di quello che farò. Non ti muovi perché non vuoi spezzare questo filo.»
Nella teca dello studio, a pochi metri di distanza oltre la parete, il maschio di mantide aveva finalmente posato una zampa sul dorso della femmina.Un contatto infinitesimale, un brivido elettrico che aveva percorso la spina dorsale dell'insetto. La femmina non si era voltata; era rimasta rigida, consentendo l'accesso, aprendo l'architettura del proprio corpo a quell'invasione necessaria.
Allo stesso modo, Clara iniziò la sua discesa su Giulio.
Non c'era violenza, ma un'autorità assoluta.
Sfiorò con le labbra l'incavo del suo collo, poi scese lentamente lungo il petto, seguendo la linea della cassa toracica.
Ogni bacio era un'impronta, una presa di possesso.
Giulio avvertiva la freschezza della pelle di lei contro il proprio calore interno, un contrasto che gli faceva risalire il fiato in gola.
«Clara...» mormorò lui, tentando di sollevare il bacino per cercare un contatto più pieno, per spezzare quella tortura deliberata.
«Stai fermo.» sussurrò lei contro la sua pelle, il tono dolce e al contempo perentorio. «Lascia che sia io a misurare il tempo.»
La mano di Clara scese lungo il ventre di Giulio, con la lentezza calcolata di una caccia in cui la preda si è già consegnata al cacciatore.
Le sue dita lunghe e affilate tracciavano solchi invisibili sulla carne calda, provocando piccoli sussulti involontari negli addominali di lui.
C'era un magnetismo primordiale in quel rito: l'uomo, pur nella sua forza fisica, si sottometteva volontariamente all'incanto della donna, accettando di essere guidato nei territori più oscuri e profondi del desiderio.
Con un movimento fluido, Clara si spostò sopra di lui.
I suoi capelli neri caddero a tendina ai lati del viso di Giulio, isolandoli dal resto del mondo. In quella penombra densa, gli occhi di Clara brillarono di una luce liquida e insaziabile.
Quando i corpi infine si unirono, non vi fu alcuna fretta, ma una lenta e inesorabile penetrazione di calore, respiro e presenza. Il punto di contatto fu una vertigine: l'incontro tra la brama contenuta di Giulio e la voragine accogliente di Clara.
Ogni movimento rispondeva a un'architettura antica, spogliata di ogni sovrastruttura o pudore, ridotta alla sua essenza più pura e carnale.
Clara era sopra di lui, le mani piantate sul petto di Giulio, i muscoli delle sue braccia tesi nel reggere quel dominio sottile. I suoi occhi rimasero spalancati e fissi in quelli di lui, rifiutando la cecità del piacere, volendo guardare con lucida accuratezza il momento esatto in cui l'uomo perdeva il controllo di sé.
Sotto di lei, Giulio inarcava la schiena, le dita affondate nelle lenzuola, travolto da un'onda di sensazioni che gli toglieva la parola.
Non era più una semplice unione fisica, ma la dissoluzione dei confini individuali.
Nel terrario, l'altro amplesso raggiungeva il suo vertice biologico.
Il maschio della mantide, agganciato saldamente al dorso della femmina, eseguiva il suo compito riproduttivo con disperata precisione.
In quel preciso istante, la testa della femmina ruotò con uno scatto secco.
Le zampe raptatorie della mantide si aprirono e si chiusero fulminee, avvolgendo il capo del compagno.
Non vi fu lotta; il maschio non oppose resistenza, continuando a trasferire la vita mentre le ganasce di lei iniziavano il consumo, trasformando l'amante in nutrimento, la sostanza maschile nell'energia necessaria a generare il futuro.
Nella stanza da letto, il ritmo si fece più serrato, viscerale, travolgente.
Giulio sentiva la presa di Clara farsi quasi dolorosa sui suoi polsi, un vincolo serrato che gli impediva qualsiasi fuga.
Nel culmine dell'orgasmo, mentre un brivido profondo scuoteva il corpo dell'uomo lasciandolo esausto, smarrito e svuotato di ogni difesa, Clara chinò il viso su di lui. Le sue labbra cercarono la gola di Giulio, mordendo leggermente la pelle calda, trattenendo il suo respiro all'interno della propria bocca, come a voler bere l'anima stessa dell'uomo nel momento della sua massima vulnerabilità.
L'oscurità della notte si era ormai stabilizzata nella stanza, densa e accogliente.
Il silenzio ritornò a regnare, interrotto solo dal respiro pesante e regolare di Giulio, addormentato in una resa totale, il corpo disteso e inerte sul talamo, come svuotato di ogni residuo di volontà.
Clara rimase sveglia, seduta sul letto con la schiena appoggiata alla testiera.
Guardava l'uomo accanto a sé con una dolcezza cupa e solenne.
Gli accarezzò i capelli umidi di sudore, facendo scorrere le dita sulla sua fronte, sul torace immobile.
L'atto era compiuto.
L'energia di lui, la sua forza, la sua passione sfrenata erano state trasferite dentro di lei. Si sentiva pervasa da una pienezza profonda, una forza antica e rigenerata.
Si alzò in silenzio, lasciando il letto con passi leggeri che non fecero alcun rumore sul legno del pavimento. Camminò verso lo studio, lasciando che la vestaglia di seta strisciasse dietro di sé. Rientrò nella stanza dove la teca riposava nella luce della luna.
Guardò all'interno del vetro.
La femmina di mantide se ne stava al centro del ramo principale, immobile, l'addome visibilmente rigonfio e teso. Del maschio non restavano che piccoli frammenti impercettibili sul fondo del terrario, il suo compito assolto, la sua sostanza interamente assimilata.
La femmina ruotò lentamente la testa triangolare verso Clara, i due grandi occhi composti che riflettevano l'oscurità.
Clara appoggiò la mano sul vetro freddo, sentendo il calore del proprio palmo.
Sorrise lievemente, consapevole di quella continuità sacra e spietata.
Riconobbe nel proprio ventre la stessa pienezza, la stessa immutabile e custode sovranità.
Tornò nella camera da letto, si coricò accanto a Giulio e lo avvolse nelle sue braccia, custode eterna del suo spirito e della sua resa.

Vacca 24
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