IL BACCANALE DEL BOSCO ANTICO
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Il bosco non dorme mai davvero; si limita a cambiare respiro.
Quando il sole scompare oltre i crinali delle montagne, lasciando dietro di sé solo una scia di brace rossastra, la foresta antica si spoglia della sua quiete diurna per indossare un abito fatto di ombre lunghe, profumi di resina densa e fruscii invisibili.
È in questo preciso istante che le radici nodose dei faggi secolari e i letti di muschio umido cominciano a fremere, scossi da un battito sordo e profondo, simile al rullio di un tamburo nascosto nelle viscere della terra.
Al centro della radura più nascosta, là dove i rami si intrecciano formando una volta così fitta da bloccare persino la luce delle stelle, l'aria si fa improvvisamente pesante, carica di un'elettricità che sa di magia e di attesa.
È il momento in cui i confini tra il sogno e la realtà si dissolvono, lasciando spazio al regno dei folletti e degli spiriti minori della vegetazione.
Senza un segnale convenuto, senza che nessuno pronunci un comando, la terra comincia a schiudersi.
Da sotto i sassi coperti di lichene, dalle cavità dei tronchi cavi e dai petali ancora chiusi delle orchidee notturne, minuscole sagome luminescenti emergono a centinaia. Sono corpi snelli, flessibili, che brillano di una luce propria — ora color ambra, ora verde giada, ora di un azzurro pallido simile alla brina. I loro lineamenti sono affilati, gli occhi grandi e brillanti come braci ardenti, capaci di vedere nel buio più assoluto.
In principio c'è solo un sussurro.
Poi, come un'onda che si frange contro gli scogli, il silenzio della foresta viene spezzato da una risata cristallina, acuta e contagiosa.
Un folletto dai capelli scuri come la terra bagnata balza fuori da un cespuglio di felci, afferrando per un polso una figura esile che indossa una ghirlanda di foglie di edera fresca. Con uno strattone giocoso ma deciso, la attira a sé, facendo scattare la scintilla che dà inizio al caos.
In pochi istanti, la radura si trasforma in un formicaio impazzito. Non ci sono regole, non c'è gerarchia, non c'è moderazione.
La festa esplode in un baccanale sfrenato in cui ogni creatura perde la propria identità individuale per diventare parte di un unico organismo pulsante. I corpi si cercano con foga, si scontrano, si intrecciano in una danza convulsa e senza tregua che calpesta i fiori selvatici e alza nuvole di polvere di terra e polline.
Le mani scorrono avide su fianchi lucidi di sudore e linfa, afferrando stoffe inesistenti e pelli calde. Le bocche si cercano in baci affannati, disordinati, rubati al volo mentre i corpi rotolano sul terreno soffice, calpestando muschio e radici.
Il fruscio delle foglie si mescola ai sospiri pesanti, ai gemiti soffocati e alle risate isteriche di chi ha smarrito ogni briciolo di inibizione.
Al centro del cerchio, la calca si fa più fitta, quasi soffocante.
Nessuno riesce a rimanere solo, nessuno può sottrarsi a quella forza primordiale che spinge gli uni contro gli altri in un abbraccio collettivo senza fine.
I folletti si stringono in gruppi di tre, quattro, sei, un groviglio inestricabile di arti, capelli arruffati e schiene inarcate.
Un giovane spirito dalla chioma color fuoco viene rovesciato a terra da due compagne, le cui risate selvagge rimbombano tra gli alberi; le loro mani scorrono senza sosta sul suo torace, mentre i corpi si premono vicini in un attrito continuo, febbrile, che non lascia spazio al respiro.
Più in là, ai piedi di un vecchio castagno, una catena di corpi si muove all'unisono seguendo il ritmo sincopato del bosco: fianchi che si spingono in avanti, contrazioni convulse, sguardi persi nel vuoto dell'estasi, in un crescendo continuo che satura l'aria di un calore soffocante.
Il profumo della terra bagnata si fonde con l'odore acre del sudore e della resina scaldata dai corpi in movimento. Non esistono gelosie né rifiuti; ogni sfioramento è un invito accettato, ogni spinta è una richiesta di maggiore vicinanza. I corpi si uniscono e si separano in continuazione, scivolando l'uno sull'altro come gocce di mercurio, in un vortice di carnalità sfrenata che sembra non dover finire mai.
Il delirio nella radura aveva raggiunto una temperatura tale che persino le cortecce degli alberi circostanti sembravano trasudare un calore febbrile.
Non esisteva più il concetto di spazio individuale; la calca si era fatta così densa e serrata che ogni respiro era condiviso, ogni fremito rimbalzava da un corpo all'altro come una scarica elettrica ininterrotta.
Al centro del cerchio, il groviglio di membra e capelli si muoveva con una sincronia quasi animalesca. I corpi scivolavano sul terreno umido, bagnati dalla rugiada e dal sudore, uniti in un abbraccio multiplo che stritolava ogni resistenza. Le mani afferravano con forza i fianchi, le spalle, le natiche, imprimendo spinte convulse e ritmate che facevano risuonare i gemiti come un coro straziato e gioioso al tempo stesso.
Un gruppo di folletti, sopraffatto dall'intensità del contatto, si rovesciò all'indietro sopra un tappeto di radici e muschio fradicio, trascinando con sé chiunque si trovasse a portata di mano.
Si formarono catene umane ininterrotte: bocche che cercavano avidamente altre labbra in baci lunghi e feroci, denti che mordevano con dolcezza i lobi delle orecchie o la curva del collo, e schiene che si inarcavano disperate verso l'alto a ogni ondata di piacere.
La foresta intera sembrava partecipare a quel parossismo. I rami alti dei faggi tremavano, non per il vento, ma per la vibrazione che saliva dal basso, da quel suolo calpestato e violato dalla passione. I fluidi si mescolavano alla terra, creando un impasto denso e viscido che imbrattava le gambe, i torsi e i volti di ogni partecipante.
Nessuno cercava di pulirsi, nessuno distoglieva lo sguardo; gli occhi sbarrati, lucidi e selvaggi brillavano nel buio di una frenesia cieca e totalizzante.
Il tempo, nella radura, aveva smesso di scorrere ore prima.
Ma la natura ha i suoi cicli inflessibili.
Mentre il baccanale toccava il suo apice — con grida che graffiano il cielo e un'ondata di fremiti che scuote l'intero sottobosco — un chiarore freddo e spettrale cominciò a insinuarsi tra le cime più alte dei faggi.
È il pallore dell'alba che bussa ai confini del regno fatato.
I primi raggi di luce grigia tagliano la nebbia, illuminando lo scenario del delirio notturno: il terreno è un tappeto di felci schiacciate, muschio strappato e petali calpestati. I folletti, esausti, ansimanti, con i corpi ancora madidi e lucidi di linfa, rallentano progressivamente i loro movimenti. Gli abbracci si fanno più lenti, le prese si allentano, le risate si spengono in lunghi sospiri di puro appagamento.
Senza fretta, come gocce d'acqua che rientrano nella terra dopo la pioggia, le creature della notte cominciano a ritirarsi.
Si separano a fatica, scambiandosi un ultimo sguardo complice e rovente prima di scivolare nuovamente sotto le rocce, dentro i tronchi e tra le pieghe del muschio.
Ma quando il sole sorge del tutto, spazzando via le ultime brume con la sua luce chiara e ordinata, accade qualcosa di inatteso.
Sotto la superficie della terra, nel buio tiepido delle tane scavate tra le radici, i folletti non tornano a dormire separati.
Si stringono in un unico bozzolo di corpi intrecciati, un groviglio di membra che continua a respirare all'unisono, a pulsare lentamente in un abbraccio eterno che custodisce il calore della notte. E mentre la foresta diurna finge la sua pace, il bosco intero sa che quel fuoco non si spegnerà mai davvero, ma cova sotto la terra, pronto a divampare di nuovo alla prima ombra della sera.
Vacca 24
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