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SACRE PROFANAZIONI


di La-mandria
04.08.2026    |    239    |    3 8.7
"Era posseduto, un involucro di carne guidato dalla fame millenaria degli spiriti che non potevano più godere del sesso se non attraverso di lui..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


Il ferro battuto del cancello monumentale era freddo, incrostato da decenni di ruggine che sotto le dita pareva scaglie di pelle secca.
Quando Beatrice incrociò lo sguardo di Matteo, il battito del suo cuore non era dettato soltanto dall’audacia della bravata, ma da un’angoscia che le si era insediata in fondo allo stomaco.
Dietro di loro, la città era scomparsa, affogata in una caligine densa che aveva inghiottito le luci dei lampioni e il rumore distante del traffico.
Davanti a loro si stendeva la città dei morti.
La nebbia, lì dentro, non era semplice vapore condensato.
Era una creatura viva, lattiginosa e pesante, che strisciava a fior di terra avvolgendo le caviglie, risalendo lenta lungo le gambe come una carezza spettrale.
Profumava di terra umida, di muschio secolare profondo e di quel sottile, inebriante lezzo di decomposizione dolciastra che affiorava dalle crepe delle tombe più antiche, un aroma di fiori appassiti e tempo marcito che entrava nei polmoni, accendendo i sensi con una lucidità quasi febbrile.
«Sei sicura?» sussurrò Matteo. La sua voce era una lama sottile nell’oscurità.
Beatrice non rispose con le parole.
Gli afferrò la mano; la sua pelle era calda, in contrasto violento con l’aria gelida che le bagnava il viso.
Insieme a loro c’era Dario, che avanzava poco più indietro, il respiro pesante che trasformava ogni esalazione in brevi nuvole bianche subito riassorbite dalla nebbia.
L’ingresso del viale principale era affiancato da cipressi secolari i cui rami, appesantiti dal vapore, pendevano come braccia protese nell’atto di trattenere i visitatori.
Ogni passo sui ciottoli scuri produceva uno scricchiolio amplificato dal silenzio irreale.
Ai lati del cammino, i monumenti funebri emergevano dall’oscurità come spettatori silenziosi: angeli dalle ali spezzate, volti di gesso ed ebanite erosi dalla pioggia acida, i cui occhi cavi sembravano seguire ogni movimento con una curiosità morbosa.
Il terrore si mescolava a un’elettricità sottile.
La consapevolezza della profanazione, il pericolo di essere scoperti e la vicinanza fisica nell’oscurità stavano trasformando l'apprensione in un’ansia differente, viscerale.
Beatrice avvertì un brivido scenderle lungo la spina dorsale, non per il freddo, ma per il modo in cui le dita di Matteo si erano strette attorno ai suoi fianchi per guidarla oltre un gradino sconnesso.
La pressione di quelle dita attraverso il tessuto leggero del vestito scatenò una scarica di calore improvvisa nel suo basso ventre.
Inoltrandosi verso il cuore del cimitero, la nebbia si fece ancora più fitta, tagliando fuori ogni riferimento visivo.
Le cappelle gentilizie sorgevano come piccoli templi dimenticati.
Attraverso le grate in ferro battuto di una tomba di famiglia, si scorgevano gli interni: drappi di velluto consumati dalle tarme, candelabri ossidati dal verderame e le sagome scure di sarcofagi di granito.
In un punto in cui la terra aveva ceduto sotto il peso dei secoli, una lastra di marmo bianco si era spezzata a metà, rivelando la cavità scura dell’ipogeo sottostante.
Un odore più intenso di terra profonda e tessuti mummificati risalì dalla fessura.
Dario si avvicinò alla spaccatura, spinto da una morbosa attrazione.
Allungò una mano verso il bordo sgretolato, dove la pietra era coperta da uno strato di muffa vellutata.
«Guardate qui…» mormorò Dario.
Sotto la luce fioca della luna filtrata dalla foschia, al fondo della cavità, si intravedeva il profilo di un antico feretro spaccato.
Tra le assi di legno marcio risaltava il candore osseo di un costato, parzialmente avvolto nei resti sfilacciati di un abito da sposa d’epoca vittoriana. I pizzi, ingialliti e mangiati dal tempo, aderivano ancora a ciò che restava della gabbia toracica, mentre filamenti di funghi luminosi parassitavano le ossa, creando una debole luminescenza spettrale.
Invece di provocare disgusto, quella visione d’incubo e decadenza operò un cortocircuito nelle loro menti.
La fragilità della carne, la certezza della fine e l’estrema bellezza macabra di quella tomba aperta agirono come un potente catalizzatore.
Beatrice sentì il proprio respiro farsi corto.
Matteo le si avvicinò da dietro, petto contro schiena. Sentì la rigidità del corpo di lui, l’erezione evidente che premeva contro la parte posteriore delle sue cosce attraverso i vestiti.
L’aria intorno a loro sembrò addensarsi.
Il freddo della notte non penetrava più la pelle; un calore ardente aveva preso il sopravvento, spinto dall’adrenalina e dal profumo di decomposizione e muschio che saturava l’atmosfera.
Raggiunsero una piazzetta circolare dominata da un grande mausoleo in stile neogotico.
Al centro sorgeva una statua di grandezza naturale raffigurante un angelo della morte, le cui mani di marmo sostenevano una clessidra spezzata. La pietra della statua era macchiata da chiazze scure di umidità e licheni che parevano ferite aperte sulla pelle scolpita.
Fu allora che la nebbia cominciò a muoversi con logica propria.
Non si trattava più di semplice vapore spinto dal vento.
Dalla base del mausoleo, dalle fenditure del terreno e dalle nicchie che ospitavano i loculi più vecchi, le ombre cominciarono a separarsi dalla materia.
Non erano scheletri né mostri grotteschi.
Erano figure eteree, sagome di luce fioca e sostanza vaporosa, prive di lineamenti definiti ma dotate di una grazia ipnotica.
Sembravano spiriti rimasti incatenati a quel luogo, anime antiche attratte irrimediabilmente dal calore pulsante, dal sangue caldo e dal desiderio bruciante dei tre vivi.
Beatrice tentò di arretrare, ma la schiena andò a impattare contro il marmo gelido della statua dell’angelo.
Sopra di lei, la pietra pioveva gocce di condensa che le bagnarono il decolleté. Prima che potesse gridare, un’entità emersa dalla nebbia comparve di fronte a lei. Era la sagoma spettrale di un uomo alto, dai contorni argentei che oscillavano come rifratti dall’acqua.
La figura allungò una mano.
La sensazione non fu di carne, ma di una corrente d’aria gelida e al contempo elettrica che attraversò il tessuto della sua maglietta.
Dove la mano spettrale sfiorava la pelle di Beatrice, i pori si dilatavano in un brivido acuto, ma al di sotto della superficie la carne rispondeva con un’ondata di calore devastante.
Nel frattempo, due forme femminili, traslucide e flessuose come fumo bianco, avvolsero Matteo e Dario. Le entità si insinuarono tra di loro, le dita di nebbia caldissima e gelida al tempo stesso che sbottonavano le camicie, scivolavano lungo i fianchi, accarezzavano la pelle d’oca dei giovani.
Il confine tra paura ed estasi crollò definitivamente.
Il cimitero divenne il teatro di un’unione carnale e spirituale senza precedenti.
Beatrice, intrappolata piacevolmente tra la rigidità incrollabile del marmo e la fluidità penetrante dello spirito, sentì le mani di Matteo cercarla.
Egli le afferrò le cosce, sollevandole il vestito, mentre l’entità eterea le soffiava sul collo un respiro che sapeva di violette appassite e ozono.
Il contrasto era intollerabile ed esaltante: la mano calda e reale di Matteo che le divaricava le gambe, le sue dita calde che cercavano la sua umidità già abbondante e la presenza intangibile dello spirito che le attraversava il corpo dall’interno, stimolando ogni fibra nervosa.
Matteo sbottonò i pantaloni con mani tremanti.
La figura spettrale femminile che lo avvolgeva gli sfiorava il membro con una carezza di vapore condensato che ne aumentava la turgidità fino quasi al dolore. Con un gemito soffocato nella spalla di Beatrice, egli si spinse dentro di lei.
L’impatto fu violento e sublime.
La carne viva di Matteo calda e pulsante si muoveva all'interno di Beatrice, mentre la sostanza dello spirito entrava e usciva dai loro corpi, fondendosi con il loro atto. Ad ogni affondo di Matteo contro il marmo dell’angelo, la pietra sembrava vibrare.
Sopra di loro, le gocce di condensa cadevano sui loro petti nudi, mescolandosi al sudore e ai baci frenetici.
Poco distante, Dario era ginocchioni su un tappeto di edera e terra smossa, proprio accanto alla tomba spaccata.
Un’entità femminile lo sovrastava con la sua forma vaporosa che gli avvolgeva il bacino.
Dario aveva la testa gettata all’indietro, gli occhi spalancati verso il cielo cupo. Le sue mani affondavano nella terra umida, lasciando che le unghie si riempissero di terriccio e frammenti di foglie marcite, mentre una sensazione di penetrazione spettrale e profonda gli strappava urla mute.
La vicinanza con i resti ossei nel sepolcro sotto di lui non faceva che amplificare la sensazione di essere a un passo dall’abisso, un abisso di piacere puro e mortale.
Il climax giunse come un’onda temporalesca.
Matteo aumentò la frequenza delle sue spinte, guidato da una frenesia che travalicava il controllo umano. Le sue dita affondavano nella carne dei glutei di Beatrice, stampandovi segni rossi che contrastavano con la pallidezza della sua pelle sotto la luna.
Beatrice serrò le gambe attorno alla vita di lui, accogliendolo fino in fondo. L’entità spettrale che la avvolgeva sembrò fondersi completamente con il suo sistema nervoso nel momento esatto in cui l’orgasmo la travolse. Fu una scossa elettrica, un’esplosione di luce bianca nella sua mente che le fece inarcare la schiena in un modo quasi innaturale. Sentì il proprio grido perdersi nella nebbia, un suono profondo che pareva risvegliare l’eco di tutte le tombe circostanti.
Sentendo le contrazioni uterine di Beatrice avvolgerlo, Matteo perse ogni freno. Con un ultimo affondo profondo contro la pietra gelida dell’angelo, si svuotò dentro di lei con un gemito lungo e lacerante. In quello stesso istante, la figura eterea passò attraverso di loro con un brivido catartico, portando via con sé la febbre e lasciando una sensazione di vuoto e di pace assoluta.
Anche Dario crollò in avanti sull’edera, anelante, il corpo scosso da spasmi residui mentre la forma vaporosa sopra di lui si dissolveva lentamente nell’aria gelida.
Il ritorno della nebbia fu improvviso, come una marea grigia che rifluiva indietro prima che il sole potesse davvero squarciare l'orizzonte.
La breve illusione dell’alba venne riassorbita in una penombra ancora più fitta, sospesa in un tempo senza orologio.
Nessuno dei tre riuscì a fare un solo passo verso il cancello.
Le gambe di Beatrice cedettero leggermente, piegate da un peso invisibile ma irresistibile.
Il freddo che avrebbe dovuto spingerli alla fuga si era trasformato in un magnetismo vischioso. La pietra intorno a loro non era più soltanto un supporto inerte: sembrava trasudare un calore sotterraneo, come se i corpi sepolti per secoli sotto metri di terra argillosa stessero rilasciando tutta l'energia repressa delle loro vite passate.
Beatrice si appoggiò a una balaustra in ferro battuto che delimitava una balconata sopraelevata. Sotto di essa si apriva un campo comune, un reticolo di piccole croci di legno nero usurate dalle intemperie. La ruggine della balaustra le grattava i palmi, ma il dolore le procurava una lucida chiarezza.
«Non possiamo andarcene, vero?» mormorò Dario. Il suo viso era rigato di terriccio scuro, i vestiti strappati all’altezza delle ginocchia dove l’edera lo aveva imprigionato durante l'estasi. I suoi occhi, cerchiati di viola, non mostravano terrore, ma una brama insaziabile.
Matteo si avvicinò a Beatrice da dietro. Non c’era più la titubanza del loro primo ingresso. Le sue mani, ancora sporche di umidità e sudore, le afferrarono i fianchi con una presa violenta, quasi possessiva.
«Guarda giù», le sussurrò all’orecchio. Il suo respiro non era più caldo: era diventato denso, carico dell'odore di terra bagnata e fogliame marcio che caratterizzava il cimitero.
Sotto la balconata, la nebbia si stava aprendo come un sipario. La terra sopra le fosse comuni sussultava leggeri movimenti ondulatori, come le onde di un mare calmo. Da ogni solco, da ogni crepa tra le croci di legno, filamenti spettrali di luce biancastra salivano verso l'alto.
Erano centinaia.
Non più singole entità distinte, ma un'unica massa fluttuante di anime dimenticate, volti abbozzati nel vapore che aprirono le bocche in un coro silenzioso di invocazioni.
La carne di Beatrice rispose prima ancora che la sua mente potesse processare l'orrore.
Un brivido caldo le scorse lungo l'interno delle cosce. Sentì i muscoli del proprio ventre contrarsi in un'anticipazione febbrile. Matteo le sollevò la gonna dietro, esponendo la pelle nuda all'aria umida e frizzante della notte eterna.
Una delle ombre risalì la parete della balconata. La sua forma ricordava quella di una donna dalle mani sproporzionatamente lunghe e sottili.
L'entità non toccò la pelle di Beatrice con la materia, ma con la sua presenza termica: un fascio di gelo assoluto che le penetrò tra le gambe proprio mentre Matteo spingeva di nuovo il suo membro dentro di lei, da dietro.
Il contrasto fu un uragano sensoriale.
Il calore di Matteo, rigido, pulsante, carnale, si scontrava con la penetrazione immateriale e gelida dello spirito che le accarezzava le pareti interne con dita di ghiaccio soffice. Beatrice cacciò un urlo che rimbombò tra le pareti delle cappelle. Le sue dita si strinsero attorno alla balaustra fino a far sbiancare le nocche, mentre i suoi glutei impattavano contro il bacino di Matteo con un ritmo sempre più serrato, disperato, privo di ogni pudore.
Spinti da un istinto cibato di follia e lussuria, si spostarono verso il cuore sotterraneo del cimitero: la grande cripta monumentale della famiglia Altoviti. Una scalinata di marmo rovinata scendeva per una decina di metri sotto il livello del suolo, spalancandosi su una navata sotterranea illuminata solo dalla debole bioluminescenza dei funghi che crescevano sulle pareti di pietra bagnata.
L'aria qui sotto era densa, quasi masticabile.
Profumava di incenso stagnante, candele spezzate da un secolo e quell'inconfondibile nota di decomposizione secca, simile a quella del legno vecchio e della carta pergamena deteriorata.
Ai lati del corridoio, le nicchie ospitavano loculi di marmo bianco.
Alcune lastre erano state rimosse o si erano spezzate durante i crolli del secolo precedente, lasciando scorgere le casse di zinco e legno corroso.
In alcune, la decomposizione aveva fatto il suo corso decenni prima, lasciando solo scheletri puliti riposti su cuscini di seta marcita; in altre, più recenti ma abbandonate, il processo era fermo a metà: pelli mummificate tese su zigomi pronunciati, capelli ancora lunghi che spuntavano dai sudari, mani con unghie annerite ritratte nell'ultimo spasmo della vita.
Dario fu il primo a cedere alla magia nera di quel luogo.
Si lasciò cadere su un altare di marmo grigio al centro della cripta, la cui superficie era incisa con iscrizioni latine oramai illeggibili.
Una forma eterea, mastodontica e priva di volto, emerse direttamente dalla tomba aperta sotto l'altare. L'ombra lo avvolse del tutto, bloccandogli le braccia sopra la testa.
Dario spalancò la bocca in un gemito muto mentre la sostanza dello spirito gli penetrava attraverso la pelle dei vestiti, stimolando ogni suo nervo.
La sensazione era quella di essere divorato ed amato allo stesso tempo da mille labbra invisibili. La sua pelle fremeva, i suoi muscoli addominali si contrassero fino al limite del crampo mentre la presenza spettrale lo cavalcava invisibile ma pesantissima, spremendo da lui ogni goccia di energia vitale.
Matteo trascinò Beatrice verso uno dei sarcofagi monumentali più grandi. Sopra la lastra giaceva la statua scolpita a grandezza naturale di una contessa del XIX secolo, ritratta nel momento della morte, con le mani giunte sul petto e le labbra socchiuse.
Con forza brutale, ma colma di una passione malata, Matteo stese Beatrice direttamente sopra la statua di pietra.
Il marmo scolpito con i rilievi del vestito della defunta le si piantò nella schiena, ma Beatrice non sentì dolore. Sentiva solo il bisogno di essere posseduta.
Matteo le divaricò le gambe sopra le spalle della statua scolpita.
Si chinò su di lei, affondando la faccia tra i suoi seni scoperti, mordendole i capezzoli turgidi con una ferocia che le strappò piccoli gridolini di piacere.
«Guardala», le mormorò Matteo con voce rauca, indicando la statua sotto di lei.
Dalla bocca di marmo della scultura cominciò a uscire una sostanza densa e verdastra.
La pietra stessa parve ammorbidirsi, trasformandosi in una sorta di gelatina tiepida che cominciava ad aderire alla schiena e alle natiche di Beatrice.
La statua mortuaria stava prendendo parte all'atto. Braccia di pietra flessibile risalirono lungo i fianchi di Beatrice, dita scolpite ma calde le afferrarono la vita, tenendola bloccata contro il sarcofago mentre Matteo continuava a spingere dentro di lei con colpi secchi, profondi, ritmici.
«Sì... sì!» gridava Beatrice, lasciando che la testa rimbalzasse contro il cuscino di marmo della tomba.
Intorno a loro, le bare nei loculi vicini cominciarono a vibrare.
Il legno scricchiolava sotto la spinta di forze invisibili.
Coperchi di zinco si piegavano verso l'alto con stridori metallici, rilasciando nell'aria della cripta effluvi ancora più intensi di decomposizione antica e spezie mummificanti.
Non era disgusto ciò che provavano, ma un'inebriante droga sensoriale: la certezza della morte rendeva la percezione della carne viva un'esperienza pazzesca.
Il ritmo nella cripta divenne parossistico.
L'aria era saturata dai suoni bagnati dei corpi che si scontravano, dal respiro affannoso dei tre ragazzi e dal mormorio di fondo che proveniva da oltre le pareti di pietra. Era come se l'intero cimitero stesse respirando all'unisono con loro, usando i loro polmoni e i loro organi genitali per riassaporare l'estasi della vita carnale.
Matteo non si fermava. Il suo corpo era coperto da uno strato di sudore misto alla condensa della cripta.
Le sue mani avevano lasciato impronte rosse e violacee sulle cosce di Beatrice. Ogni volta che si spingeva interamente dentro di lei, il corpo spettrale della contessa morta, la cui forma vaporosa era oramai completamente uscita dal marmo, passava attraverso il bacino di Matteo, potenziando la sensazione organica con scosse elettriche di piacere puro.
Beatrice sentiva il proprio punto di rottura avvicinarsi.
La combinazione della spinta fisica di Matteo, della stretta elastica della statua sotto di lei e dell'invasione immateriale dello spirito la stava portando oltre i limiti della ragione.
«Guardami, Matteo! Guardami!» gli ordinò lei con voce spezzata, afferrandogli i capelli e tirandogli la testa verso il basso.
I loro sguardi si incrociarono. Negli occhi di Matteo non c'era più la pupilla umana: le sue iridi erano diventate vitree, riflettendo la bioluminescenza spettrale dei funghi della cripta.
Era posseduto, un involucro di carne guidato dalla fame millenaria degli spiriti che non potevano più godere del sesso se non attraverso di lui.
Con un ultimo, tremendo affondo che fece scricchiolare la struttura del sarcofago, Matteo si bloccò dentro di lei. Un grido disumano gli uscì dalla gola mentre si svuotava con colpi ritmici e prolungati.
Beatrice rispose contemporaneamente con un orgasmo che le fece perdere la vista per diversi secondi. Il suo corpo fu scosso da spasmi continui, un'onda di piacere così violenta da farle inarcare il torace verso il soffitto della cripta, mentre la sostanza spettrale attorno a loro implodeva, rilasciando una scarica di calore che bruciò la pelle di entrambi.
Poco distante, anche Dario raggiunse il limite. L'entità che lo sovrastava sembrò succhiare da lui l'ultimo respiro mentre il suo corpo si contraeva su se stesso in un orgasmo solitario ed estatico.
Dario crollò sull'altare, la faccia immersa nella polvere di marmo, il respiro ridotto a un rantolo soddisfatto.
Quando l'eco dei loro orgasmi si spense, il silenzio che avvolse la cripta fu ancora più profondo e minaccioso di prima, ma la tregua durò solo pochi istanti.
Dall'esterno della tomba, lungo la scalinata di marmo, si udì il suono di passi pesanti. Non passi di carne, ma il rumore sordo, tremendo, della pietra che impatta sulla pietra.
Thump. Thump. Thump.
Matteo si staccò lentamente da Beatrice, entrambi ansanti, i corpi ancora tremanti per lo sforzo e per l'estasi appena conclusa. Si ricomposero a fatica, mentre la foschia sotterranea ricominciava a raggrupparsi, muovendosi verso le rampe di scale.
Dall'oscurità del corridoio emersero le statue del cimitero.
Non erano più monumenti immobili sopra le tombe. Gli angeli piangenti, le raffigurazioni in bronzo dei defunti, i busti di marmo dei senatori e dei nobili dell'Ottocento si muovevano.
La pietra si piegava come cuoio rigido; le giunture scolpite stridevano scagliando a terra schegge e polvere. I volti di gesso ed ebanite, privi di pupille, erano tutti rivolti verso i tre intrusi.
L'angelo della morte che dominava la piazza superiore scese i gradini per primo. Le sue immense ali di marmo battuto sfioravano le pareti della cripta, staccando pezzi di intonaco e iscrizioni. Il suo volto, eroso dai decenni di pioggia e licheni, mostrava una fessura scura al posto della bocca.
Le statue non volevano ucciderli. La loro avanzata non era mossa da rabbia, ma da una spaventosa, incontrollabile avidità sensoriale.
Avevano assaggiato, attraverso gli spiriti della nebbia, il sapore della vita, del sudore, dell'umidità organica e del seme umano.
Ora volevano toccarlo direttamente con la loro sostanza minerale.
L'angelo allungò un braccio di pietra grigia verso Beatrice.
Le sue dita di marmo, spesse e fredde come ghiaccio secolare, le sfiorarono il seno scoperto. Il contatto non fu doloroso: la pietra sembrava assorbire il calore della pelle di Beatrice, lasciandole una traccia di polvere bianca sul seno e scatenando di nuovo, perversamente, una scossa di piacere che le fece tremare le ginocchia.
Un'altra statua, una figura femminile in bronzo ossidato dal verde rame che rappresentava la Dolente, si accovacciò accanto a Dario. Le sue mani metalliche, ruvide e fredde, gli aprirono la camicia, strofinandosi sul suo torace. Dario non cercò di scappare. Era ipnotizzato dalla bellezza terrificante di quei mostri di materia inerte che prendevano vita per baciare la sua pelle.
La cripta divenne la scena di una baccanale macabra e magnifica. I tre vivi si ritrovarono circondati e sollevati dalle figure di pietra e bronzo.
Matteo fu spinto contro una parete di loculi da due busti di marmo le cui braccia scolpite lo tenevano fermo per i polsi. Una statua di ninfa, i cui capelli di pietra parevano muoversi come serpenti nell'aria densa, gli si avvicinò. La bocca della statua si posò sulla sua con una pressione dura, priva di morbidezza carnale, ma il contatto scatenò in Matteo un'erezione ancora più potente della precedente. La sensazione del metallo e del marmo che si strofinavano contro le sue zone intime era un tormento delizioso, una violenza sensoriale che gli strappava gemiti di puro godimento.
Beatrice, sospesa a mezzo metro da terra dalle ali dell'angelo di marmo che la avvolgevano come un nido di pietra, guardava il soffitto della cripta.
La freddezza della pietra le avvolgeva la schiena, le natiche e le cosce, mentre le forme spettrali degli spiriti continuavano ad entrare ed uscire dal suo corpo, usandola come ponte tra il mondo dei vivi e quello dei morti.
Non c'era più distinzione tra il dolore del freddo e la febbre del piacere. Non c'era più differenza tra la vita che pulsa e la decomposizione che riduce tutto a polvere.
Beatrice sentì il proprio corpo diventare leggero, come se la sua anima stesse cominciando a staccarsi dalla carne per fondersi con la nebbia e il marmo.
«Ancora...» sussurrò lei, con le labbra spaccate dal freddo e bagnate dal sudore. «Prendetemi... prendeteci tutti...»
L'angelo di marmo la strinse più forte. La pietra del suo bacino scolpito premette contro quello di Beatrice in una parodia sublime dell'atto sessuale. Nel frattempo, le mani metalliche della statua di bronzo esploravano il corpo di Dario, mentre Matteo veniva sopraffatto dalle carezze minerali della ninfa.
La nebbia nella cripta divenne così densa da oscurare la vista.
I suoni di baci di marmo, di sospiri soffocati, di metallo che stride sulla pelle e di carne che si abbandona del tutto saturarono lo spazio sotterraneo.
Era un'orgia sacrilega, un patto di sangue, sperma e polvere stretto nel cuore della città dei morti.
Quando la prima vera luce del sole riuscì finalmente a penetrare la spessa coltre di nubi e nebbia, tagliando l'aria della cripta con un raggio dorato e polveroso, il silenzio tornò all'improvviso.
Tutto si bloccò nel giro di un secondo.
Le statue riassunsero la loro rigidità minerale.
L'angelo della morte era di nuovo immobile al centro della navata sotterranea, la sua mano di marmo tesa in avanti, spolverata di condensa.
La statua della ninfa era tornata al suo basamento, il bronzo freddo e inerte sotto la luce del mattino.
Sul pavimento di pietra della cripta, tra macerie, edera e polvere di secoli, giacevano Beatrice, Matteo e Dario.
I loro corpi erano segnati in modo indelebile.
Sulla pelle di Beatrice rimanevano le impronte grigie della pietra e i segni rossi delle dita di Matteo.
Il torace di Dario era graffiato da sottili linee verdi lasciate dal bronzo ossidato. Matteo giaceva a pancia in giù, il respiro lento, la schiena coperta dallo strato di terra e muffa che aveva raccolto durante la notte.
Erano vivi, ma qualcosa in loro si era spezzato per sempre.
O forse, si era ricomposto in una forma nuova.
Beatrice fu la prima a riaprire gli occhi. La luce del sole le dava fastidio, bruciandole le pupille abituate all'oscurità e alle luminescenze spettrali. Si mise seduta a fatica; ogni muscolo del suo corpo le doleva per lo sforzo immane della notte, ma all'interno, nel profondo del suo ventre, avvertiva una calma piatta, un senso di pienezza e di appagamento che non aveva mai sperimentato prima.
Si guardò le mani: tra le unghie aveva ancora la terra della tomba. Si portò le dita alle labbra e le leccò lentamente, assaporando di nuovo quel gusto di muschio, polvere e ricordo.
Matteo si alzò a fatica, aiutando Dario a rimettersi in piedi.
I tre si guardarono senza dire una sola parola. Non c'era bisogno di parlare.
Ciò che era accaduto tra quelle tombe, tra le labbra di marmo e i sospiri della nebbia, era un segreto che non avrebbe mai potuto essere tradotto in linguaggio umano.
Risalirono la scalinata della cripta lentamente, come reduci da una battaglia divina. Camminarono lungo il viale dei cipressi sotto la luce grigia del mattino che cominciava a svelare i reali contorni del cimitero.
Le tombe erano di nuovo solo tombe; le statue solo fredda pietra lavorata.
Raggiunsero il cancello di ferro battuto. Quando Beatrice pose la mano sulla grata per spingerla ed uscire nel mondo dei vivi, si voltò un'ultima volta indietro.
La nebbia si era quasi del tutto dissolta, ma ai piedi della statua dell’angelo, nella piazza centrale, un piccolo velo di vapore bianco rimase sospeso nell'aria. E per un brevissimo istante, Beatrice vide l'ombra dell'angelo muovere lentamente una mano, in un gesto che non era di addio, ma un invito a ritornare.
Un brivido finale, freddo e caldissimo insieme, le attraversò la colonna vertebrale. Beatrice sorrise nel buio del suo pensiero, varcò la soglia del cimitero e si lasciò il cancello alle spalle, sapendo che una parte di lei non avrebbe mai più lasciato quel giardino di pietra e di desideri immortali.

Vacca 24

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