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Lui & Lei

IL TASSISTA


di La-mandria
18.09.2026    |    361    |    4 8.0
"Un colpo di vento laterale investì la Croma, scuotendone la carrozzeria e riportando bruscamente Marco alla realtà..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


La pioggia batteva contro il parabrezza della Fiat Croma con una regolarità ipnotica, un ticchettio metallico e fitto che sembrava scandire il conto alla rovescia di una giornata ormai consunta. Erano le tre e un quarto del mattino. Il turno era iniziato alle quattro del pomeriggio precedente, undici ore prima, e il corpo di Marco era diventato un blocco unico di carne dolente, un grumo di stanchezza localizzato soprattutto nella fascia lombare, dove la plastica rigida del sedile ergonomico premeva in modo implacabile contro le vertebre.
Nell'abitacolo ristretto galleggiava una combinazione olfattiva nauseabonda e familiare: l'odore acre del tabacco freddo depositato sui tappetini di gomma, l'alito pesante di caffè bruciato proveniente dal thermos svuotato ore prima, il cuoio sintetico del volante ormai liscio e appiccicoso per il sudore dei palmi, e il residuo chimico di un deodorante per ambienti a forma di alberello che sapeva di pino marcio, da tempo incapace di mascherare l'odore di chiuso e di ascellare ristagnato.
La città fuori dai vetri appannati era un acquerello colato. Le luci dei lampioni al sodio filtravano attraverso il vetro rigato d'acqua, deformandosi in lunghe lame arancioni che strisciavano sul cruscotto scuro. Marco teneva la mano destra poguasi per inerzia sulla testa del cambio, mentre la sinistra stringeva la corona del volante con la presa rigida di chi combatte contro la forza di gravità e contro il sonno. Le palpebre pesavano come lastre di piombo; ogni volta che sbatteva le palpebre, l'intervallo di buio sembrava farsi sempre più lungo, una micro-narcolessia che minacciava di risucchiarlo ogni volta che il traffico rallentava in quel tratto di circonvallazione semideserta.
Guardò lo specchietto retrovisore centrale. Era una superficie leggermente concava, incorniciata da una plastica grigia e sbeccata. Serve a controllare il flusso dei veicoli che seguono, a monitorare i cambi di corsia, a mantenere un perimetro di sicurezza invisibile ma costante. In quel momento, però, il fascio di luce dei fari di un furgone che procedeva a debita distanza proiettava sullo specchietto un chiarore lattiginoso, freddo, che illuminava l'interno dell'abitacolo posteriore come il palcoscenico di un teatro minore.
Tre isolati prima, all'angolo tra Via Morgagni e Viale Regina Elena, una figura era apparsa sotto la pioggia battente, un'ombra informe avvolta in un soprabito nero, pesante, con il cappuccio tirato fin sopra la fronte a nascondere i tratti del viso. Aveva battuto due volte le nocche sul finestrino del passeggero con un gesto secco, autoritario, quasi infreddolito. Marco aveva sbloccato le portiere con il tasto centrale sulla plancia. La portiera posteriore si era aperta con un tonfo sordo, inghiottendo una folata di vento umido e freddo prima di richiudersi con un colpo secco, ammortizzato dalle guarnizioni usurate.
— Dove andiamo? — aveva chiesto Marco senza voltarsi, limitandosi a osservare la nuca della passeggera nello specchietto. — Zona industriale, Via dei Platani. Verso i magazzini generali — aveva risposto una voce bassa, leggermente roca, priva di inflessioni particolari, il tono di chi è abituato a dare disposizioni senza curarsi di chi le esegue.
Da quel momento, la vettura aveva ripreso la sua marcia silenziosa attraverso il ventre umido della periferia milanese. Il motore diesel borbottava cupo sotto il cofano, un rantolo regolare che accompagnava il rollio dell'ammortizzatore destro, leggermente scarico.
Marco non si aspettava nulla di insolito. La notte portava passeggeri stanchi, ubriachi molesti, coppie inacidite da litigi domestici o figure solitarie che tornavano a casa dopo turni impossibili. La norma era il silenzio o le lamentele sul costo della vita e sulle tariffe dei taxi. La norma era l'invisibilità reciproca.
Poi, qualcosa nel campo visivo dello specchietto cambiò.
Il movimento fu dapprima impercettibile, un fruscio sordo di stoffa pesante che scivolava contro la plastica rigida del sedile posteriore. Marco distolse per un attimo lo sguardo dalla strada, attratto da quel sussurro acustico più che visivo. Nello specchietto, l'ombra del cappuccio nero si era mossa.
La donna aveva iniziato a spogliarsi.
Non c'era esitazione nei suoi gesti, nessuna titubanza o imbarazzo che suggerisse la presenza di un testimone. Il soprabito pesante era stato sfilato dalle spalle con un movimento fluido, quasi liquido, e abbandonato in un mucchio informe sul pavimento dell'auto. Sotto, indossava un abito di lana sottile, grigio scuro, che aderiva al corpo come una seconda pelle. Con una rapidità meccanica eppure incredibilmente sensuale, le dita agili della donna avevano iniziato ad armeggiare con la lunga fila di piccoli bottoni di madreperla che correvano lungo la schiena.
Marco sentì il respiro bloccarsi a metà nella trachea.
Il cervello, saturo di stanchezza e di ore trascorse a fissare l'asfalto bagnato, subì un cortocircuito fulmineo. Per un istante pensò che fosse un'allucinazione da stanchezza, una proiezione del suo desiderio represso, un miraggio generato dalla combinazione di sonno e umidità. Ma i dettagli erano troppo nitidi, troppo reali per essere liquidati come un sogno.
La stoffa del vestito si aprì, rivelando una striscia verticale di pelle bianca, diafana, che risplendeva nella penombra dell'abitacolo rischiarata dai riflessi intermittenti dei semafori. Ogni movimento era accompagnato da quel fruscio sottile, un suono che Marco percepiva distintamente nonostante il rombo sordo del motore e il picchiettare della pioggia sul tetto della vettura.
La psicologia del tassista, fino a quel secondo ancorata a un rigoroso codice di anonimato professionale e di distacco emotivo, crollò di schianto. Il muro invisibile che separava il guidatore dal passeggero si sgretolò, dissolvendosi in un vapore caldo e denso. Marco avvertì un'ondata di calore improvvisa che gli partì dalla base della nuca e gli investì le spalle, facendogli contrarre i muscoli del collo.
Dentro di lui si aprì una faglia profonda. Da un lato, la voce residua della coscienza civile e del decoro professionale urlava che quella era un'intrusione intollerabile, una violazione della privacy altrui, un atto scorretto e potenzialmente pericoloso. Dall'altro lato, molto più potente, molto più primordiale, una spinta magnetica e feroce lo inchiodava a quello specchietto. Si sentiva un predatore invisibile, un dio minore nascosto dietro una maschera di indifferenza che poteva osservare impunito l'intimità più segreta di un'altra creatura umana.
La donna non si stava solo spogliando; stava compiendo quel gesto con una sorta di fredda naturalezza, come se l'auto fosse stata la sua stanza privata, un luogo totalmente decontestualizzato dal mondo esterno. Sfilò le maniche del vestito, liberando le spalle spioventi e le scapole affilate. La pelle era liscia, percorsa da un brivido leggero quando l'aria fresca intrappolata nell'abitacolo le sfiorò il dorso.
Marco non riusciva a distogliere gli occhi. Lo specchietto retrovisore era diventato l'unico punto focale dell'universo, l'orizzonte geometrico attorno a cui ruotava tutta la sua realtà. Il traffico, i semafori, la strada bagnata, le strisce bianche sull'asfalto svanirono, ridotti a sfondi sfuocati e irrilevanti.
Il suo corpo reagì con una violenza inaspettata. Un brivido freddo gli attraversò la colonna vertebrale, seguito immediatamente da un afflusso massiccio di sangue verso il basso ventre. Il cuore, che prima batteva lento e stanco, accelerò i battiti, pompando adrenalina nelle tempie con un ronzio sordo che sovrastava il rumore della radio spenta.
La scissione fisica divenne totale, quasi dolorosa. La mano destra continuava a governare il volante con una precisione automatica, correggendo una leggera sterzata causata da una buca nell'asfalto, mentre la mano sinistra — quella libera dalla presa meccanica — tradì ogni residuo di autocontrollo. Con un movimento lento, quasi furtivo, come se temesse di essere scoperto da quella sagoma riflessa, la sua mano scivolò dalla parte inferiore del volante lungo la coscia tesa, scivolando all'interno del tessuto ruvido dei pantaloni da lavoro.
Nello specchietto, la metamorfosi dell'abitacolo era completa. La donna aveva fatto scivolare il vestito lungo i fianchi, liberando le gambe e rimanendo completamente nuda sui sedili posteriori rivestiti di skai nero. La sua figura si drappeggiava in modo scomposto ma plastico contro la superficie fredda del divanetto. Una gamba era sollevata, piegata in un angolo acuto, mentre la pelle chiara rifletteva la luce rossastra di uno stop che si accendeva e spegneva oltre il lunotto posteriore.
Marco sentì la gola farsi arida. Inghiottì la saliva con difficoltà, avvertendo un sapore metallico in bocca. Ogni singolo dettaglio anatomico riflesso in quello specchio convesso agiva su di lui come una scarica elettrica continua. Vide la curva morbida dei fianchi, il chiarore dei glutei premuti contro il rivestimento sintetico, il modo in cui il torace si sollevava e si abbassava seguendo un ritmo regolare, incurante del mondo che scorreva fuori.
Il solipsismo di quel momento raggiunse vette parossistiche. L'automobile non era più un mezzo di trasporto pubblico; era diventata una capsula sottomarina, un utero artificiale e oscuro che fluttuava nel bel mezzo di una metropoli indifferente. All'interno di quella bolla, i ruoli erano definiti da una crudeltà geometrica: lei era l'ignara divinità inconsapevole del proprio potere, la fonte cieca e generatrice di quell'eccitazione febbrile; lui era il guardiano muto, lo spettatore voyeur che consumava il suo pasto visivo attraverso il buco della serratura di uno specchietto retrovisore.
La mano sinistra, nascosta nel grembo, iniziò a muoversi con un ritmo sempre più serrato, guidata da un'urgenza cieca. Le dita stringevano e premevano, cercando di placare un bruciore interno che sembrava alimentarsi proprio di quella visione proibita. Ogni sussulto della donna nello specchietto, ogni cambio di posizione delle sue braccia, ogni volta che la sua testa rovesciata all'indietro lasciava intravedere il profilo del mento e la gola tesa, corrispondeva a un'accelerazione del suo respiro, a un sussulto dei suoi muscoli facciali.
Marco stringeva i denti fino a sentire doloroso il contatto tra le mascelle. Sapeva di rischiare: un controllo della polizia stradale, una frenata improvvisa, un movimento imprevisto della passeggera avrebbero potuto distruggere quell'illusione e precipitarlo in una realtà fatta di vergogna, di denunce, di rovina professionale. Ma quel rischio non faceva che moltiplicare il piacere, aggiungendo alla componente visiva il brivido vertiginoso del pericolo imminente.
La pioggia continuava a frustare il tetto della Croma. I tergicristalli si muovevano con un tonfo sordo, un clac-clac ciclico che segnava il tempo di quell'estasi disperata.
Nello specchietto, la donna fece un movimento improvviso. Si rannicchiò parzialmente su se stessa, raccogliendo le ginocchia al petto in una posa quasi fetale, mentre le sue mani iniziavano a muoversi sul proprio corpo con gesti lenti, ipnotici, autonomi. Non stava cercando Marco; non sapeva nemmeno — o forse non le importava — di essere osservata. Era immersa in un proprio soliloquio carnale, chiusa in una bolla di isolamento altrettanto profonda e disperata di quella del tassista.
Questa scoperta raddoppiò l'eccitazione di Marco. Il fatto che lei fosse così assorta nel proprio piacere, così incurante della sua presenza se non come mero supporto meccanico, rendeva la situazione ancora più perversa e assoluta. Era un incontro tra due solitudini estreme, due universi paralleli che si sfioravano nello spazio ristretto di due metri quadrati di lamiera e plastica, senza che nessuna parola venisse pronunciata, senza che nessuno sguardo diretto si incrociasse mai.
Il battito cardiaco di Marco era ormai un tamburo impazzito nelle orecchie. Il paesaggio esterno si era fatto irriconoscibile: avevano imboccato i viali periferici della zona industriale, dove enormi capannoni grigi si alternavano a piazzali recintati da reti metalliche arrugginite, immersi in un buio denso, rotto solo dalla luce livida dei lampioni industriali a scarica di gas.
La mano destra governava la leva del cambio per affrontare una rotonda deserta. Seconda marcia. Scalata rapida. Il motore muggì cupo, protestando contro la compressione improvvisa. In quel preciso istante, nello specchietto, la donna emise un sussulto sordo, un gemito strozzato che, sebbene attutito dal sedile e dalla distanza, raggiunse le orecchie di Marco come una frustata invisibile.
Il corpo della donna si inarcò leggermente, irrigidendosi per un secondo prima di rilasciare un lungo sospiro che sembrò riempire l'intero abitacolo di una tensione elettrica irrespirabile.
Quel suono fu la miccia finale. Marco avvertì un'esplosione sorda e calda che partì dal basso ventre e si irradiò fulminea lungo tutto il corpo, lasciandolo per un istante privo di forza, con le ginocchia molli e la vista temporaneamente annebbiata da una patina bianca. Per due o tre secondi interminabili, mentre l'auto proseguiva la sua corsa inerziale lungo il rettilineo deserto, Marco perse ogni contatto con la guida, le dita della mano destra allentatesi pericolosamente sulla corona del volante.
Un colpo di vento laterale investì la Croma, scuotendone la carrozzeria e riportando bruscamente Marco alla realtà.
Scosse la testa con un sussulto violento, inspirando avidamente l'aria viziata dell'abitacolo. Il sudore gli bagnava la fronte, colando lungo le tempie e bruciandogli gli occhi. Con un movimento rapido, quasi maldestro, sistemò i vestiti, ritraendo la mano sinistra e rimettendola saldamente sul volante accanto all'altra. Le sue mani tremavano leggermente, un tic nervoso che faticava a controllare.
Guardò di nuovo lo specchietto retrovisore.
La trasformazione era già avvenuta, rapida e silenziosa come era iniziata. La donna nel sedile posteriore stava ricomponendo i suoi abiti. Con gesti fluidi ma privi della precedente frenesia, aveva infilato nuovamente il vestito grigio scuro, abbottonandolo con cura metodica fin sotto il collo, e stava raccogliendo il soprabito nero da terra. Il cappuccio era tornato a coprirle parzialmente il viso, cancellando ogni traccia di quella nudità che aveva appena infiammato lo spazio ristretto dell'auto.
Il motore continuava il suo borbottio regolare. La pioggia aveva leggermente rallentato, trasformandosi in una foschia sottile che impastava le luci della periferia.
— Siamo arrivati? — chiese la voce roca della donna dai sedili posteriori, priva di qualsiasi inflessione emotiva, piatta e neutra come al momento della salita.
Marco impiegò un paio di secondi prima di ritrovare la voce. Deglutì a fatica, schiarendosi la gola con un colpo di tosse secco.
— Sì — mormora secco, lo sguardo fisso sulla strada davanti a sé, rifiutandosi categoricamente di guardare nello specchietto. — Via dei Platani. I magazzini sono qui di fronte.
L'auto rallentò dolcemente, accostando il marciapiede bagnato di fronte a un cancello di ferro arrugginito sormontato da un cartello sbiadito.
Il tassametro emise un piccolo ronzio elettronico, segnalando la fine della corsa.
La portiera posteriore si aprì con il solito tonfo. Un refolo di aria fredda e bagnata invase l'abitacolo, portando con sé l'odore acre della terra bagnata e del catrame. La figura incappucciata scese dall'auto con movimenti rapidi, chiudendo la portiera dietro di sé senza sbatterla.
Marco rimase immobile al posto di guida. Non si voltò. Attese che i passi sordi degli stivali sull'asfalto bagnato si allontanassero, rimpicciolendosi nel silenzio della notte industriale.
Osservò il display del tassametro: la cifra lampeggiava, immobile.
Poi, lentamente, sollevò lo sguardo verso lo specchietto retrovisore. Era di nuovo vuoto. Solo una superficie di plastica grigia e vetro concavo che rifletteva la luce fioca del cruscotto e la stanchezza infinita di un volto scavato, con gli occhi cerchiati di nero e le labbra serrate in una smorfia di amaro e irrimediabile isolamento.

Vacca 24
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