Il giardino degli istinti
Sotto la cupola di un cielo violaceo, madido di stelle spente e di una luna grassa e madreperlacea, il giardino si trasformava ogni notte in un bordello brulicante, in un palcoscenico di lussuria primordiale dove ogni regola della natura veniva violata con sadico piacere.
L’aria sapeva di polline fermentato, di marciume dolce, di muschio bagnato e del sudore acre di milioni di corpi chitinosi che fremevano nell'ombra.
Non c'era un solo angolo di quel regno vegetale che non fosse percorso da un brivido elettrico.
Le radici stesse sembravano contrarsi sottoterra, imitando i sussulti di un corpo umano in preda al coito, mentre la rugiada scivolava lenta come un lubrificante naturale lungo gli steli dei fiori.
In cima a una foglia di monstera, simile a una matrona decaduta, Zoe, una falena regina dalle ali enormi color cenere e polvere di luna, iniziò a stiracchiarsi con una lentezza esasperante.
I suoi palpi labiali si aprirono, vibrando nell'aria satura per rilasciare una scia di feromoni così densa, così greve e violenta, da far barcollarne i sensi di ogni creatura nel raggio di cento metri.
Quella molecola invisibile agiva come una droga sintetica, un richiamo irresistibile che penetrava attraverso i fori tracheali degli insetti, accendendo nei loro piccoli corpi un fuoco insaziabile.
Poco più in basso, aggrappato a un ramo di edera che pulsava come una vena gonfia, Max, un imponente cervo volante dalla corazza d'ebano lucido e dalle mandibole ramificate come palchi di cervo, avvertì quella fitta direttamente nei tarsi delle zampe.
Il suo esoscheletro di metallo scuro sembrò farsi improvvisamente rovente. Emetteva un ronzio profondo, un basso vibrante e animalesco che faceva tremare la corteccia.
Max non camminava: strisciava con la boriosa arroganza di un gigolò di periferia, muovendo le elitre pesanti con la certezza di chi possiede il mondo.
La notte era un immenso letto sfatto e gli insetti, per una volta, avevano deciso di comportarsi esattamente come molti uomini: ubriachi di desiderio, spogliati di ogni inibizione, pronti a montarsi a vicenda in un caos di membra intrecciate, bave zuccherine e fluidi densi che colavano lungo i fusti dei fio
Non ci volle molto perché il richiamo di Zoe si propagasse come un incendio in una riserva di petrolio.
Dal terreno crepato e umido, colonne interminabili di formiche guerriere e formiche operaie sbucarono fuori dai loro nidi sotterranei, abbandonando ogni disciplina militare per cedere a un vandalismo erotico senza precedenti.
Si muovevano a frotte, urtandosi, scavalcandosi, palpandosi avidamente con le antenne in un frenetico corteggiamento da marciapiede. Le loro corazze color ambra e oro cozzavano l'una contro l'altra con un tintinnio secco e metallico, simile al tintinnio di monete in una bisca clandestina.
"Avanti, spingete! C'è posto per tutti nel fango!" sembrava stridere l'odore acre rilasciato dalle loro ghiandole.
Formiche operaie e soldati si azzuffavano in mucchi convulsi, formando catene viventi di corpi congiunti.
Si sdraiavano supine sul muschio, sollevando le zampe sottili verso il cielo in cerca di un contatto, mentre altre formiche passavano sopra di loro leccando avidamente il sudore zuccherino che imperlava i loro addomi tesi.
Non c'erano più ruoli di classe, non c'erano regine da servire: c'era solo l'impulso cieco di sfregarsi, di penetrarsi reciprocamente in un delirio collettivo di sesso anale e orale improvvisato tra i ciottoli umidi.
Nell'aria, intanto, stormi di mosche carnivore e mosche domestiche volteggiavano descrivendo traiettorie ubriache, imitando i frequentatori più molesti di un club notturno di seconda categoria.
Ronzavano con note acute, fastidiose e stridule, tuffandosi in picchiata sulla vegetazione dove gli accoppiamenti erano già nel vivo.
Si posavano sui corpi madidi degli altri insetti, strofinandosi le zampe anteriori sul capo con un gesto lascivo e lubrico, quasi a volersi pulire dopo aver toccato troppo da vicino i genitali scoperti delle falene.
Le mosche si accoppiavano a mezz'aria, formando piccole eliche ronzanti che cadevano pesantemente tra i petali delle rose selvatiche, sfracellandosi in un brivido di ali spezzate e spasmi incontrollati.
Ogni superficie del giardino era diventata un catalizzatore di lussuria, dove il disgusto e l'attrazione carnale si fondevano in un unico impasto viscido.
Il rumore di fondo del giardino divenne assordante quando le cicale, appollaiate in alto sui rami dei pini, scatenarono il loro concerto d'amore metallico e ossessivo.
Non cantavano: urlavano il loro orgasmo al cielo, un trillo vibrante e tagliente che faceva vibrare l'aria come una sirena d'allarme in un quartiere a luci rosse. I loro corpi verdi e oblunghi vibravano a una frequenza tale da sembrare liquefatti dal calore.
Dal vecchio alveare abbandonato, situato nella cavità di un tronco marcio, uscì uno sciame disordinato di api operaie e fuchi ribelli.
Ubriacati dal nettare fermentato del giorno prima e dai vapori chimici della falena Zoe, i fuchi avevano perso la testa. Si comportavano come una masnada di teppisti in preda a un raptus di lussuria.
Si gettarono a capofitto nella mischia del sottobosco, piombando addosso alle coccinelle e alle farfalle minori con violenza cieca.
"Prendila! Tienila stretta!"
Vibravano i loro corpi pelosi mentre circondavano una povera vespa solitaria, intrappolandola tra i petali di un ibisco rosso sangue.
Le api non cercavano più fiori da impollinare; cercavano solo carne da violare.
I loro pungiglioni non servivano più alla difesa, ma guizzavano fuori dagli addomi contratti come pugnali di carne, pronti a pungere, a fondersi, a lasciare un pezzo di sé dentro il corpo caldo delle compagne di sventura in un amplesso doloroso e definitivo.
Intanto, sciami di zanzare fameliche tessevano fitte trame nell'aria umida, esibendosi in un balletto di corteggiamento sadico e vampirico.
Il loro ronzio sottile, acuto e agghiacciante si fondeva con i gemiti impercettibili degli insetti già avvinghiati nei cespugli. Le zanzare non si accontentavano di pungere: si posavano sugli addomi tesi e lucidi degli amanti in preda agli spasmi, succhiando il sangue caldo e il sudore denso rilasciato durante la penetrazione, in un tripudio di cannibalismo sessuale dove il dolore e il piacere coincidevano perfettamente.
Nel bel mezzo di questo calderone brulicante, dove il fango si era trasformato in una melma di umori e polline, Max, il cervo volante, individuò la sua preda. Sopra una foglia di fragola selvatica, Gina, una coccinella dalle elitre lisce, lucide e rotonde come perle di porcellana scarlatta, stava ansimando, con le sottili zampe che tremavano alla ricerca di un appoggio.
Max avanzò con la spavalderia di un bullo da strapazzo, le sue enormi mandibole a tenaglia aperte in un ghigno minaccioso ma incredibilmente sensuale.
Con una mossa fulminea, la afferrò per i bordi del carapace rigido, sollevandola da terra mentre la coccinella emetteva un fruscio acuto, un misto di terrore e folle eccitazione.
"Sei mia, piccolina," sembrava ringhiare il suo corpo pesante mentre premeva la sua corazza d'ebano contro il ventre morbido e vulnerabile di Gina.
Le elitre di lei si schiusero di scatto, rivelando per un istante le ali trasparenti e delicate come veli da sposa strappati, prima di essere schiacciate dal peso soverchiante del maschio.
L'attrito tra i loro esoscheletri produceva un suono metallico, un cigolio erotico che si ripeteva a ogni spinta feroce, mentre i succhi digestivi e la rugiada notturna colavano lungo i loro corpi congiunti, gocciolando pesantemente sul terreno sottostante.
Poco distante, nascoste tra gli steli alti dell'erba medica, le cavallette verdi dai fianchi lunghi e muscolosi si affrontavano in duelli di pura resistenza fisica. Saltavano l'una sopra l'altra con scatti violenti, atterrando di peso sui dorsi dei compagni in un'orgia di salti, calci e contrazioni addominali.
I loro corpi verdi, simili a molle impazzite, sbattevano contro i fiori di malva, scuotendo cascate di polline dorato che cadeva come una pioggia lussuriosa sugli amanti sottostanti, seppellendoli in una polvere lucente che ne evidenziava i contorni sudati.
Le cavallette emettevano un frinire rauco, raspando le zampe posteriori contro le ali in un ritmo ossessivo che dettava i tempi di quel coito selvaggio. Nessuna di esse si curava della terra fangosa o dei predatori nascosti: l'unico obiettivo era saltare, possedere e sfinirsi a vicenda fino allo spasmo muscolare.
La degenerazione della notte toccò vette inimmaginabili quando le cimici variopinte, con i loro gusci a scudo decorati da motivi geometrici psichedelici, decisero di unirsi alla festa.
Emettevano una secrezione oleosa, maleodorante ma incredibilmente afrodisiaca, un muschio pesante che saturava l'aria di un odore di terra e sesso represso.
Si accatastavano l'una sull'altra in una piramide di corpi rigidi, formando una catena di montaggio vivente in cui nessuno sapeva più chi stesse penetrando chi.
Zampe sottili, antenne spezzate, addomi gonfi di liquidi si contorcevano in un unico groviglio informe che rotolava lentamente lungo la pendenza del terreno.
Accanto a loro, i ragni saltatori e le piccole vedove nere non restavano a guardare.
Eccitati da quel brulicare di carne e chitina, i ragni abbandonavano i loro angoli bui per trasformarsi nei clienti più perversi di quel night club all'aperto.
Si aggiravano tra i corpi con passo felpato, otto zampe vellutate che tastavano ogni centimetro di pelle altrui, pronti a saltare addosso alle zanzare e alle mosche nel bel mezzo del loro amplesso.
Un ragno lupo particolarmente aggressivo piombò su una falena minore che stava disperatamente cercando di accoppiarsi con un coleottero.
Con una mossa fulminea, le sue chele affondarono nel torace della falena, paralizzandola all'istante, ma invece di divorarla subito, il ragno si piazzò sopra di essa, sfruttando il corpo ancora caldo e agonizzante della vittima per consumare la propria sfrenata lussuria, in un connubio macabro dove la morte e l'orgasmo si fondevano in un unico spasmo convulso.
Le ragnatele tese tra i rami non catturavano più cibo per la sopravvivenza, ma erano diventate amache lussuriose dove coppie di insetti sballati dai feromoni si dondolavano gemendo, intrappolati volontariamente in fili di seta appiccicosa che stringevano i loro corpi in un abbraccio soffocante e delizioso.
Il culmine di quella notte di follia assoluta si consumò sul ramo più alto di un cespuglio di rosmarino, illuminato da un fascio di luce lunare che tagliava l'oscurità come una lama di coltello.
Lia, la mantide religiosa dal corpo di un verde smeraldo cangiante e dallo sguardo glaciale e magnetico, attendeva immobile come una regina sul suo trono di spine. Le sue lunghe zampe anteriori, finemente seghettate e ripiegate sul petto in una finta posa di preghiera, erano in realtà trappole mortali pronte a scattare.
Un incauto fuco d'ape, reso folle dai feromoni e ubriaco di stanchezza, si precipitò su di lei scambiandola per la compagna ideale.
Senza esitazione, il fuco si arrampicò sul dorso di Lia, iniziando a spingere con furia cieca, aggrappandosi con tutte le sue forze alle elitre della femmina in un amplesso disperato.
Lia chiuse gli occhi per un secondo, lasciandosi pervadere dal calore di quella frizione, godendosi ogni singolo fremito del compagno che si svuotava dentro di lei, ma nel preciso istante in cui il fuco raggiunse l'apice del piacere, emettendo un sussulto finale che fece tremare le foglie di rosmarino, la mantide scattò.
Con una velocità sovrumana, le sue lame anteriori si chiusero a ghigliottina attorno al collo del partner.
Il taglio fu netto, preciso, chirurgico.
La testa del fuco rotolò via tra gli aghi profumati del rosmarino, mentre il corpo senza vita continuava a muoversi in spasmi automatici di pura lussuria, completando l'atto d'amore mentre la mantide iniziava lentamente a masticare il torace del compagno, bagnandosi le mandibole di emolinfa e piacere.
Tutt'intorno, il giardino rispondeva a quel sacrificio con un boato di ronzii, fruscii e stridii sempre più forti.
Formiche, cicale, coleotteri, api e zanzare continuavano a montarsi, a mordersi, a consumarsi reciprocamente in un baccanale senza fine che non conosceva pietà né tregua.
All'orizzonte, le prime lame di luce fredda, cinerea e spietata dell'alba iniziarono a farsi largo tra i rami dei pini, dissolvendo lentamente le ombre della notte e spegnendo i corpi luminescenti delle lucciole che avevano fatto da lampadari a quel festino clandestino.
Il baccanale non si spense per morale o per pudore, ma per totale sfinimento fisico.
Uno ad uno, gli insetti sopravvissuti, formiche sfinite con le corazze sporche di fango e umori, api barcollanti con le ali strappate, cicale mute e coleotteri madidi di rugiada, iniziarono a staccarsi dalla massa brulicante.
Si trascinavano pesantemente tra i fili d'erba, rotolandosi nella terra fresca per ripulirsi dai residui di quella notte di dissolutezza.
Sul muschio rimasero solo i resti di una carne massacrata: ali strappate, carapaci vuoti, teste mozzate e gocce di linfa rappresa che brillavano sotto la luce del nuovo giorno come diamanti sporchi di peccato.
Il giardino tornò apparentemente a dormire, ma la terra continuava a respirare pesante, custodendo gelosamente sotto le sue radici i segreti inconfessabili di un'orgia immortale che, alla prossima luna piena, sarebbe ricominciata da capo.
Vacca 24
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per Il giardino degli istinti:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
