ABILE ED ARRUOLATO?
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Prefazione dell'Autrice
Questo racconto è un'opera d'inventiva e di pura finzione letteraria.
Ogni riferimento a fatti storici, luoghi reali o istituzioni dell'epoca serve unicamente a delineare la cornice narrativa e l'atmosfera culturale della commedia all'italiana degli anni Settanta.
Nomi, personaggi, figure militari e vicende personali descritti nel testo sono frutto esclusivo della fantasia dell'autrice. Qualsiasi analogia o somiglianza con persone reali, viventi o defunte, o con situazioni effettivamente accadute è da ritenersi puramente casuale e non intenzionale.
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L’aria all’interno del Distretto Militare di Leva numero 4 era un concentrato denso di umori corporei, disinfettante a buon mercato al sapore di pino artificiale, lucido per stivali "Scopa" e una tensione palpabile che faceva sudare anche i muri dipinti di un grigio direttoriale ormai scrostato dal tempo.
Era una calda mattina di maggio del 1974.
Fuori, il sole della primavera romana scaldava l'asfalto delle strade, facendo risplendere la carrozzeria lucida delle Giulia Super e delle Fiat 124.
Dentro, un’umanità variegata di giovanotti in braghette di cotone bianco si stipava su lunghe panche di legno scricchiolanti, allineate lungo l'infinito corridoio d'accesso.
L’attesa si protraeva da ore. Un'attesa estenuante, scandita dal rumore cadenzato dei tacchi in gomma dei graduati e dalle grida perentorie dei sergenti di giornata che risuonavano lungo il corridoio a volta, alto e rimbombante come una cattedrale sconsacrata. Ogni volta che la pesante porta di quercia in fondo si apriva, un soffio d'aria tiepida portava con sé il profumo pungente dei pini marittimi dal cortile interno, mescolato all'odore acre del tabacco trinciato delle sigarette senza filtro che i piantoni fumavano di nascosto dietro la garitta della guardia.
In mezzo a quel mare di torsi nudi, epidermidi dorate dal sole della riviera e gambe tornite dal lavoro nei campi, Arturo Vianello spicca come un elemento del tutto estraneo al rigore marziale. Ventun anni, una massa ribelle di capelli corvini tagliati alla Lucio Battisti, basette folte che incorniciavano un viso dai tratti affilati e dagli sguardi languidi, Arturo sfoggiava una bellezza sfacciata e una sicurezza quasi provocatoria. Non aveva la minima intenzione di scambiare i suoi pantaloni a zampa d'elefante in velluto e le sue camicie in poliestere a fiori sgargianti con una rigida divisa grigio-verde d'ordinanza. Arturo osservava i compagni di sventura con la curiosità di un regista d'avanguardia alla ricerca del cast perfetto per il suo prossimo film, compiacendosi di come la luce polverosa del mattino mettesse in risalto le forme di quel battaglione imbarazzato.
Al suo fianco sorgeva la figura imponente di Tonino, un ragazzo di Frascati dalla muscolatura scolpita da anni di fatica tra i filari dei vigneti: pettorali ampi e pronunciati, spalle larghe da scaricatore, una scia di peli scuri che scendeva lungo l'addome scolpito e due cosce massicce che facevano scricchiolare la panca di legno a ogni minimo spostamento del peso. Tonino non faceva che aggiustarsi il bordo dell'elastico del mutandone, tentando invano di coprire il più possibile le gambe muscolose che attiravano gli sguardi inevitabili dei passanti.
"Artù, me se sta a stringe il core," mormorò Tonino con voce incrinata, passandosi una mano tra i riccioli scuri e bagnati di sudore freddo.
"Quello dentro è il Colonnello Proietti. Dicono che sia un falco. Guarda ogni dettaglio, non gli sfugge niente. Si dice che l'anno scorso abbia fatto fare le flessioni a un ragazzo solo perché aveva un capezzolo più alto dell'altro!"
Arturo si voltò lentamente, squadrando il compagno di sventura con uno sguardo lento e calcolato, che scivolò dalla spalla marcata fino alla linea sorda delle cosce.
"Tranquillo, Tonino. Con la rigidità militare ci si gioca. Basta trovare il tasto giusto da toccare. L'autorità è solo una facciata che aspetta di essere scossa. Guarda come tremano tutti: sembra che debbano affrontare il giudizio universale, quando invece si tratta solo di mostrare quello che la natura ci ha dato. E nel tuo caso, credimi, la natura è stata decisamente generosa."
Tonino arrossì fin dietro le orecchie, cercando di spostare lo sguardo verso il soffitto affrescato, dove un angioletto sbiadito pareva osservare la scena con la stessa sconcertata sorpresa.
Poco distante, due reclute siciliane parlavano a bassa voce, scambiandosi amuleti e consigli della nonna su come provocare un soffio al cuore istantaneo ingoiando tre chicchi di caffè crudo prima della visita.
Un ragazzo magrissimo di Rieti tentava di trattenere il fiato per sembrare ancora più esile, mentre un gigante veneto con la schiena ricoperta da una peluria dorata ridacchiava nervosamente, facendo tremare tutta la panca.
La porta di formica marrone in fondo al corridoio si spalancò con uno schiocco secco.
Ne uscì un graduato con la divisa sgualcita, seguito dal Maresciallo Capo Severino Capuano, un uomo dal collo taurino, i baffi a spazzola un po' ingialliti dal fumo delle MS e la pancia che metteva a dura prova i bottoni dell'uniforme. Capuano portava un registro pesante sotto il braccio e una penna a sfera incastrata dietro l'orecchio destro.
"Vianello Arturo e De Santis Antonio! Avanti!" ruggì Capuano, consultando una cartellina con fare severo e battendo lo zoccolo di pelle marrone sul pavimento per sollecitare i ritardatari.
I due si alzarono.
Arturo camminava con una grazia felina, facendo oscillare i fianchi in un modo che non passò inosservato tra le reclute sulle panche, le quali scambiarono mormorii e risatine soppresse. Tonino, invece, avanzava con la falcata pesante e imbarazzata di chi si sente troppo esposto in sole mutande, conscio che ogni suo passo faceva ballare i muscoli tonici delle cosce e dei glutei.
L'interno dello studio era un trionfo di estetica ministeriale: una scrivania in metallo verde oliva coperta da un tappetino di gomma verde, un lettino con la tela cerata lucida e fredda, e un paravento di tela verde pisello che tremava a ogni alito di vento proveniente dal corridoio. Su una mensola di legno troneggiavano una serie di boccette di disinfettante, cotone idrofilo e un barattolo di vaselina medica dall'aria sinistramente consumata.
Dietro la scrivania sorgeva la figura del Colonnello Medico Proietti: cinquant'anni portati con rigore, occhiali con la montatura spessa di tartaruga, camice sbottonato sul collo da cui spuntava un folto cespuglio di peli grigiastri, e un paio di mani dalle dita lunghe e affusolate. Proietti stava annotando qualcosa con una penna stilografica che grattava sulla carta con un suono stridulo.
"Spogliarsi completamente dietro il paravento. Senza perdere tempo" ordinò il Colonnello, senza alzare gli occhi dai moduli matricolari.
"Abbiamo ottanta soggetti da esaminare prima del rancio."
Dietro la tela verde, lo spazio era incredibilmente ristretto. Progettato per una persona sola, costringeva i due ragazzi a un contatto fisico inevitabile.
Il calore corporeo di Tonino emanava come da una stufa accesa; le sue spalle larghe sfiorarono il torace liscio di Arturo. Nel silenzio teso, rotto solo dal respiro affannoso del contadino di Frascati, il fruscio del cotone che scivolava lungo le gambe risuonò quasi amplificato.
Tonino sganciò l'elastico con mano tremante, lasciando cadere il tessuto bianco ai piedi. La sua nudità rivelò un corpo imponente, scolpito dalla fatica e dal sole: la pelle delle spalle era brunita, mentre quella dei fianchi era di un bianco latte che creava un contrasto abbagliante. Arturo si prese tutto il tempo necessario, sfilando il proprio indumento con una lentezza studiata.
"Stai fermo, Tonino... mi fai fare i nodi ai capelli" sussurrò Arturo con tono caldo e sensuale, sfiorandogli appena il fianco con la punta delle dita prima di scostare la tenda. Il tocco, per quanto leggero, fece sussultare Tonino, il cui addome si contrasse istintivamente. Arturo gli regalò un ultimo sguardo d'intesa, facendogli un cenno d'incoraggiamento prima di emergere per primo a torso e gambe totalmente scoperte.
Quando Arturo mosse i primi passi verso la scrivania, completamente denudato, la luce polverosa del mattino che filtrava dalle finestre smerigliate ne evidenziò la pelle liscia e priva di imperfezioni, la pancia piatta e la forma affusolata dei fianchi.
Il Colonnello Proietti alzò gli occhi e si bloccò per un istante, la penna stilografica sospesa a un millimetro dal foglio e gli occhiali che scivolarono leggermente sul naso.
"Vianello... accosti al lettino," disse il medico, la voce improvvisamente più profonda del normale, mentre schiariva la gola per darsi un contegno.
Arturo si avvicinò non con la rassegnazione del coscritto, ma con la disinvoltura di chi sfila su una passerella. Si appoggiò con un fianco al bordo della scrivania metallica, creando un'inclinazione del bacino che metteva in risalto le linee snelle della sua figura e la curva morbida della natiche.
"Si stenda sul lettino, pancia in su," ordinò Proietti, impugnando lo stetoscopio in metallo e muovendosi attorno alla struttura con passo felpato.
Arturo si adagiò sulla tela cerata, che emise un lungo squelch sotto il suo peso.
Il materiale era gelido, e quando il metallo dello stetoscopio poggiò sul suo petto, proprio vicino al capezzolo che si indurì all'istante per il contrasto termico, Arturo non trasse un semplice respiro, ma lasciò sfuggire un sospiro prolungato, socchiudendo gli occhi e inclinando il capo all'indietro per mostrare la linea lunga e pulita del collo.
"Respiri... profondo. Trattenga il fiato," mormorò il Colonnello, chinandosi su di lui fin quasi a toccargli la spalla con il proprio camice. L'odore di colonia al bergamotto e tabacco da pipa del medico si diffuse denso intorno al lettino, mescolandosi al profumo di sapone al moscato che emanava dalla pelle di Arturo.
"Faccio fatica a respirare, Colonnello..." sussurrò Arturo, riaprendo gli occhi e fissando il medico dritto negli occhiali con una carica di malizia sfacciata. "È la sua vicinanza. Ha una presa così... autorevole. E questo strumento è così freddo contro la mia pelle calda... mi fa venire i brividi dappertutto."
Il Maresciallo Capuano, rimasto accanto al paravento, lasciò cadere la penna a sfera, che rimbalzò sul linoleum con un suono metallico, rotolando fino ai piedi del lettino. "Signor Colonnello! Il coscritto sta tenendo un comportamento insolente e del tutto privo di contegno militare!"
"Zitto, Capuano! Recuperi quella penna e non interrompa l'esame!" lo azzittì Proietti, senza staccare gli occhi dal corpo del ragazzo. Le dita del medico, calde e ferme, iniziarono la palpazione dell'addome. Scivolarono con lentezza calcolata lungo i muscoli retti, scendendo gradualmente verso i fianchi, premendo leggermente per saggiare la consistenza dei tessuti.
Ogni tocco faceva impercettibilmente sussultare il ragazzo, che accompagnava la visita con piccoli movimenti del bacino e sguardi d'intesa che mettevano a dura prova il self-control del medico.
"I muscoli sono contratti, Vianello. Troppa tensione. Bisogna rilassare la fascia addominale" disse Proietti, la cui respirazione si era fatta leggermente più pesante sotto il camice.
"È che non sono abituato a essere toccato con tanta... perizia clinica, Colonnello. Lei ha delle mani da chirurgo, ma un tocco da artista. Sento che sta esplorando ogni centimetro con un'attenzione davvero encomiabile" replicò Arturo, sfiorando "accidentalmente" la manica del camice del medico con la punta delle dita per sottolineare la battuta.
In quel momento, sentendosi chiamato in causa dal protrarsi della visita, dal paravento emerse Tonino. Imponente, completamente svelato nella sua bellezza rustica e vigorosa, il giovane contadino avanzava di due passi. La luce della finestra illuminava la potenza del suo torace, il contrasto tra la pelle abbronzata del collo e quella chiarissima dei fianchi, e la linea marcata delle cosce muscolose. La presenza contemporanea dei due ragazzi nella stanza rese l'atmosfera satura di sguardi, confronti e una tensione sottile e vibrante.
"De Santis... si metta in attesa accanto al paravento" disse il Colonnello, tradendo un lieve colpo di tosse per ricomporsi e pulendosi gli occhiali con il risvolto del camice. Ma lo sguardo del medico scivolò inevitabilmente sul fisico scolpito di Tonino, indugiando sulla larghezza delle sue spalle e sulla potenza del suo bacino prima di tornare su Arturo.
"Veniamo alla verifica inguinale, Vianello" annunciò Proietti, infilandosi un guanto di gomma con uno schiocco secco che rimbombò nella stanza come un segnale d'attacco.
Il Colonnello si posizionò di lato al lettino. Arturo piegò leggermente una gamba, esponendo l'interno della coscia con studiata lentezza. Quando le dita coperte dal lattice toccarono la pelle sensibile dell'inguine per la verifica di rito, Arturo non tossì come prescritto dal regolamento. Invece, accentuò la curvatura della schiena, emettendo un leggero verso gutturale e afferrando con le mani il bordo del lettino con una stretta vigorosa che fece risaltare i tendini dei polsi.
"Tossire, ho detto! Un colpo di tosse secco!" esclamò il Colonnello, benché la sua mano rimanesse ferma nella posizione di controllo qualche secondo di troppo, sentendo la reazione viva e inequivocabile del corpo del giovane sotto le sue dita. La pelle di Arturo era bollente, e il piccolo sussulto del suo corpo trasmise un'onda d'urto elettrica lungo il braccio del medico.
"Non posso tossire quando provo queste... vibrazioni, Dottore" ammiccò Arturo, girando la testa verso di lui e guardando prima il Colonnello e poi Tonino, che assisteva alla scena a bocca aperta, rosso in viso fino alla radice dei capelli e incerto su dove posare le mani.
"Il suo controllo è così approfondito. Dice che sono idoneo... o troppi impulsi rischiano di distrarre la truppa durante le adunate?"
La situazione era al limite dell'esplosione comico-erotica.
Il Maresciallo Capuano era ormai immobile, con la bocca spalancata e la fronte coperta da un velo di sudore freddo.
Il Colonnello Proietti, palesemente nel pallone, cercava di mantenere un'espressione professionale mentre la sua mano continuava a saggiare la consistenza dei muscoli inguinali del ragazzo con una lentezza del tutto priva di giustificazione medica.
Fu esattamente in quel secondo che la maniglia della porta principale ruotò con violenza, e il cardine emise un cigolio sinistro.
La porta si spalancò e sulla soglia apparve il Generale di Brigata Bellomo, scortato da due capitani d'ordinanza in alta uniforme. Il Generale, un uomo anziano con i baffi bianchi a manubrio, il collo insaccato nel colletto rigido e il petto coperto da tre file di nastrini multicolori, si bloccò sulla soglia come se avesse urtato un muro invisibile.
La scena che si parò davanti agli occhi del Generale era memorabile.
Arturo steso sul lettino in una posa plasticamente provocatoria, con la schiena arcata, una gamba piegata e uno sguardo da diva del cinema muto.
Il Colonnello Proietti chinato su di lui, con la mano ancora posizionata per il controllo inguinale, i guanti di lattice lucidi di vaselina e un'espressione colta in pieno fallo.
Tonino, statuario e completamente nudo, fermo accanto al paravento come una statua di Fidia finita per errore negli uffici del catasto.
Il Maresciallo Capuano, stretto contro uno schedario metallico, intento a sudare freddo mentre cercava di nascondere il registro dietro la pancia.
Il Generale Bellomo osservò il quadro d'insieme per diversi lunghi, interminabili secondi.
Il silenzio nella stanza divenne così denso che si poteva sentire chiaramente il ticchettio dell'orologio da tasca che il Generale portava nel panciotto, oltre al solito moscone ronzante imprigionato tra i vetri della finestra.
Bellomo si aggiustò la montatura degli occhiali d'oro, fece due passi avanti facendo scricchiolare gli stivali di pelle lucidata a specchio e fissò il Colonnello Proietti con un occhio che prometteva temporale.
"Proietti" disse il Generale con tono greve, gutturale, che sembrava provenire dal fondo di una caverna.
"Signor Generale!" scattò sull'attenti Proietti, ritirando la mano con una velocità sbalorditiva e inciampando nel pedale di ferro del lettino, cosa che lo fece oscillare pericolosamente prima di ritrovare l'equilibrio. "Stavamo... stavamo eseguendo i controlli di routine previsti dal regolamento di leva per la valutazione della reattività neuromuscolare!"
"Sto interrompendo una visita medica o una seduta di scultura dal vero per un'accademia d'arte moderna?" chiese il Generale, facendo scivolare lo sguardo dal torace di Tonino al volto rilassato di Arturo.
Arturo, per nulla scomposto, si mise a sedere sul lettino con un movimento fluido e studiato, lasciando pendere le gambe di lato e guardando il Generale con un sorriso smagliante che avrebbe fatto invidia a una star della televisione.
"Signor Generale, il Colonnello stava svolgendo un lavoro accuratissimo. Un'indagine approfondita... davvero molto, molto approfondita. Stava proprio valutando la mia idoneità alla vita di caserma. Gli spiegavo che il mio spirito ha un'inclinazione del tutto naturale verso la bellezza e l'armonia."
Il Generale Bellomo squadrò Arturo dal capo ai piedi, indugiando sulle sue basette e sulla completa mancanza di contegno, poi spostò lo sguardo su Tonino, il quale, nel tentativo di mettersi sull'attenti, aveva fatto risaltare ancora di più i pettorali muscolosi, somigliando a un gladiatore romano capitato per sbaglio nel 1974.
Da vecchio uomo di mondo, veterano di tre guerre e mille campagne burocratiche nei ministeri romani, il Generale Bellomo capì al volo la situazione.
Comprese con assoluta chiarezza che la presenza di quei due giovani all'interno di una caserma di leva avrebbe scatenato il caos primordiale.
Immaginò Arturo che faceva i complimenti per il taglio dei capelli al Sergente d'ispezione, e Tonino che faceva svenire i fanti durante le adunate al sole nel piazzale.
"Maresciallo Capuano" ordinò il Generale con voce irrevocabile, senza degnare Proietti di un ulteriore sguardo.
"Comandi, Signor Generale!" rispose Capuano, facendo un salto sul posto.
"Prenda i moduli matricolari di questi due soggetti."
"Subito, Generale! Ho le cartelle qui pronte!"
"Scriva sul foglio del recluta Vianello Arturo: Riformato per ipersensibilità costituzionale ai tessuti regolamentari, marcata tendenza al disordine estetico e totale incompatibilità con la disciplina di battaglione."
"Signor Generale... ma quale articolo del codice di leva sarebbe?" azzardò il Colonnello Proietti, visibilmente amareggiato all'idea di dover lasciar andare un soggetto così interessante per le sue ricerche cliniche.
"È l'articolo che decido io in questo momento, Colonnello!" tuonò Bellomo, piantando il bastone da passeggio sul pavimento. "E sul foglio del recluta De Santis Antonio scriva: Riformato per sproporzione delle masse muscolari riscontrate, non compatibili con le dimensioni standard delle brandette d'ordinanza e del vestiario di truppa!"
"Signor Generale, ma il ragazzo è sanissimo! È una roccia!" protestò ancora Proietti.
"Colonnello, non intendo avere reclute che trasformano le esercitazioni di tiro in un saggio di danza o in un'esibizione da fiera! Firmate quei congedi e rimandateli ai loro paesi prima che il pranzo si raffreddi!"
Venti minuti dopo, le porte di bronzo del Distretto Militare di Leva numero 4 si spalancavano verso l'esterno, lasciando uscire una ventata di aria fresca e il suono del traffico cittadino.
Arturo Vianello e Antonio De Santis varcarono la soglia come due eroi che avevano appena conquistato una fortezza senza sparare un solo colpo.
Arturo indossava nuovamente i suoi pantaloni a zampa d'elefante in velluto blu, la camicia a fiori in poliestere sbottonata fin quasi all'ombelico e gli stivaletti in pelle con il tacco alto.
Tonino si era infilato una maglietta di cotone stretta che faticava a contenere l'esplosione delle sue spalle, abbinata a un paio di jeans scoloriti.
Nelle mani di entrambi risplendeva il foglio di congedo illimitato, con sopra impresso il timbro a secco del Ministero della Difesa.
"Artù... io ancora non ci credo" disse Tonino, fermandosi sul marciapiede e respirando a pieni polmoni l'aria che profumava di benzina super e platani in fiore.
"Io già mi vedevo a fare la guardia a un deposito di munizioni a Cuneo con venti gradi sotto zero! Sei stato... sei stato incredibile. Io stavo a morì di vergogna dentro a quella stanza e tu ti divertivi col Colonnello!"
Arturo si infilò un paio di occhiali da sole a goccia con le lenti specchiate dorate, si sistemò le folte basette con due dita e sorrise con una malizia trionfante che illuminò il suo volto.
"Mio caro Tonino, la vita è una commedia, e noi abbiamo appena recitato nella scena madre" disse Arturo, allungando un braccio per cingergli le spalle muscolose e attirarlo leggermente a sé mentre camminavano verso la fermata dell'autobus.
"I colonnelli pensano di avere il potere perché portano le stelle sulle spalline, ma bastano un po' di audacia, lo sguardo giusto e la totale assenza di vergogna per ribaltare qualsiasi situazione. E adesso andiamo a festeggiare: la primavera è appena iniziata, abbiamo tutta la giovinezza davanti e, soprattutto, nessuna patria da servire se non il nostro personale piacere."
Tonino scoppiò in una risata liberatoria, sincera, che fece voltare un paio di passanti sulla via. I due si incamminarono lungo il viale alberato, lasciandosi alle spalle il grigio edificio del distretto militare, pronti a perdersi nella luce calda e travolgente di un pomeriggio romano del 1974.
…
Nel tardo pomeriggio di un caldo giovedì di metà giugno, il sole calante tingeva di un arancio caliginoso i tetti e i cornicioni di via Frattina.
L’aria romana della prima estate era densa, impregnata del profumo acre dell’asfalto riscaldato, dei gas di scarico delle Lambrette e delle rose sfiorite nei vasi di terracotta dei balconi del centro. Arturo Vianello era seduto a un tavolino in ferro battuto all’esterno del bar-pasticceria all’angolo con via della Croce, riparato dalla tenda parasole a strisce gialle e bianche.
Indossava una camicia di seta bordeaux sbottonata fin quasi all'ombelico, un paio di pantaloni a zampa d'elefante bianchi e gli inseparabili occhiali da sole a goccia con le lenti specchiate.
Con una mano teneva in equilibrio un bicchiere di vermouth rosso guarnito con una fetta d'arancia e abbondante ghiaccio; con l'altra sfogliava con accattivante indolenza un catalogo d'arte concettuale. Per Arturo, il centro di Roma non era semplicemente una città, ma una gigantesca scenografia teatrale all'interno della quale lui si muoveva con la consapevolezza della prima attrice.
Improvvisamente, l'armonia indolente di quel pomeriggio fu spezzata dallo squillo metallico, perentorio e prolungato del telefono a parete del locale.
Era l'apparecchio di bachelite nera posizionato accanto alla cassa, riservato solitamente alle chiamate dei fornitori di liquori o alle comunicazioni d'emergenza delle famiglie del quartiere.
Il proprietario del bar, il signor Aristide, un uomo tarchiato con i baffi ingialliti dal fumo e una pezzuola bianca perennemente posata sulla spalla, si sporse dal banco.
Squadrò Arturo sopra la montatura degli occhiali da lettura e gridò, attirando l'attenzione di un paio di clienti intenti a gustare un granita al caffè: "Vianello! Oh, Vianello! C'è una chiamata per te... dice che è un colonnello medico del Distretto Militare. Dice che si tratta di una questione di natura clinica urgente e non differibile!"
Un brusio curioso percorse i tavolini vicini. Arturo rimase immobile per un secondo, il bicchiere sospeso a mezz'aria. Poi, un sorriso malizioso e trionfante gli increspò gli angoli delle labbra. Aggiustò gli occhiali da sole sulla testa, facendoli scivolare tra i riccioli corvini, e si alzò con la solita grazia felina, incamminandosi verso l'interno del locale con passi cadenzati e sicuri.
Dietro quella telefonata si celava un'operazione di ricerca burocratica degna di un agente dei servizi segreti.
Il Colonnello Medico Aurelio Proietti, consumato dal ricordo di quel corpo atletico e sfacciato che aveva messo a soqquadro l'aula medica del distretto tre settimane prima, non si era limitato a consultare l'indirizzo di residenza di Arturo riportato sul foglio matricolare. Sapendo bene che una lettera inviata a casa del ragazzo o una visita formale avrebbero potuto scatenare chiacchiere pericolose nei corridoi del Distretto Militare, Proietti aveva fatto un'indagine sottile.
Analizzando la scheda di leva, aveva notato la nota scritta a matita alla voce occupazione: "collaboratore ed espositore presso la galleria d'arte Il Gabbiano". Da uomo colto e profondo conoscitore delle dinamiche della capitale, il medico conosceva a memoria i punti di ritrovo degli artisti, dei grafici e dei giovani bohémien del centro.
Aveva così incrociato la posizione della galleria con il bar più vicino, telefonando direttamente a colpo sicuro ed esibendo l'autorità del suo grado per farsi passare l'eccentrico coscritto senza sollevare sospetti nel gestore.
Arturo afferrò la pesante cornetta nera. "Pronto... parlo con l'autorità medica?" disse con tono provocatorio, quasi sussurrato.
Dall'altro capo del filo si udì un breve colpo di tosse, il rumore di un accendino a benzina che si chiudeva e poi una voce. Non era più il tono imperioso, metallico e distorto dal rimbombo dell'aula d'ispezione, ma un timbro caldo, profondo, cauto e venato da un'inedita esitazione virile.
"Vianello... o dovrei dire Arturo?" esordì il medico.
"Sono il Dottor Proietti. Anzi... Aurelio. Mi ci sono voluti quattro giorni di ricerche non del tutto ortodosse tra le note d'archivio e le schede dei coscritti per trovare questo numero. Ma la sua... prestazione al distretto ha lasciato una traccia che il regolamento militare non è riuscito a refertare."
"Dottore... o devo chiamarla Aurelio?" stuzzicò Arturo, avvolgendo il filo a spirale del telefono attorno al dito indice. "Pensavo che la mia 'attitudine teatrale' avesse chiuso per sempre i nostri rapporti clinici."
"Al contrario, Vianello. Ha aperto una pratica che richiede una verifica dal vivo. Senza divise, senza marescialli tra i piedi e senza paraventi di tela verde. Sabato sera, alle nove. Al ristorante Da Enzo, a Trastevere. La mia vettura sarà parcheggiata all'angolo con la piazza."
"Sarò puntualissimo, Dottore," rispose Arturo prima di riagganciare con lentezza, lasciando che il proprietario del bar lo fissasse con uno sguardo a metà tra il perplesso e l'ammirato.
Il sabato sera il quartiere di Trastevere accoglieva i visitatori con una sinfonia di suoni, profumi di stornelli romani, carne alla brace e stese di panni bianchi illuminate dai lampioni a gas.
Quando Arturo arrivò all'angolo di piazza de' Renzi, notò subito la lucida carrozzeria blu ammiraglio di una Lancia Fulvia Coupé.
Al posto di guida sedeva Aurelio, intento a fumare una sigaretta.
Quando il medico scese dall'auto per aprirgli lo sportello, Arturo rimase per un istante sorpreso. Spogliato del camice bianco arricchito da taschini e bottoni di plastica e privo dell'uniforme con le stellette dorate sulle spalline, Aurelio mostrava tutta la sostanza di un uomo elegante e dalla virilità imponente. Indossava una giacca sartoriale in lino scuro, una camicia azzurro polvere sbottonata sul collo da cui affiorava la consueta peluria brizzolata e i medesimi occhiali con la montatura spessa in tartaruga, che ora incorniciavano due occhi scuri, penetranti, carichi di una velata vulnerabilità.
Il ristorante era un ambiente riservato, ricavato in un'antica cantina con soffitti a volta in mattoni a vista, illuminato principalmente dalla luce soffusa delle candele conficcate in fiaschi d'impagliato di Chianti.
I due uomini furono fatti accomodare in un tavolo d'angolo, al riparo da sguardi indiscreti.
Aurelio ordinò immediatamente un antipasto di salumi della Sabina e due bottiglie di vino rosso corposo.
"In caserma avevo un ruolo da difendere, Arturo" esordì Aurelio dopo aver versato il vino nei calici e aver fissato il ragazzo con uno sguardo che non nascondeva l'intensità del suo desiderio.
"Lì dentro sono il Colonnello Proietti, il medico inflessibile che decide chi manda in fanteria e chi a casa, ma la tua sfacciataggine... quella tua capacità di dissacrare l'autorità con una grazia così provocatoria mi ha letteralmente stregato. È da settimane che non riesco a togliermi dalla testa l'immagine di te su quel lettino, con la schiena inarcata e quell'aria da diva sfrontata."
Arturo sorseggiò il vino, lasciando che il sapore fruttato gli scaldasse il palato. Allungò la mano sinistra sul tavolo di legno grezzo, facendo scivolare le dita affusolate sul tessuto ruvido della manica della giacca di Aurelio fino a sfiorare con la punta del dito il polso del medico.
"E io che pensavo stesse soltanto cercandomi l'ernia inguinale con professionale distacco, Dottore," stuzzicò Arturo con un sorriso sornione. "La sua mano con quel guanto di gomma non sembrava del tutto disinteressata alla mia anatomia."
Aurelio lasciò andare una risata bassa, vibrante, che gli fece distendere i tratti del volto solitamente severi. "Touché, Arturo. Il tuo corpo ha una reattività che farebbe perdere la testa anche al medico più stoico della Sanità Militare."
La conversazione fluì per ore con una fluidità sorprendente.
Sotto la scorza dell'ufficiale rigido e formale emersero l'anima di un uomo colto, amante dell'opera lirica, della buona letteratura e segretamente affaticato dal grigiume delle gerarchie di regime. Arturo raccontò dei suoi sogni artistici, dei suoi quadri astratti dedicati alle forme umane e della sua visione della vita come un'opera teatrale continua in cui rifiutare le regole imposte dalla società. La differenza d'età—la maturità cinquantenne di Aurelio e la giovinezza ventunenne di Arturo—non creava una distanza, ma agiva come una molla magnetica, carica di un'attrazione irresistibile.
Quando il ristorante chiuse i battenti, la notte romana era avvolta in un caldo tepore estivo. Camminarono l'uno accanto all'altro lungo i vicoli deserti, con i passi che echeggiavano sulle pietre del sampietrino. Aurelio guido Arturo fino al portone in legno massiccio di un palazzetto del Cinquecento situato in un vicolo a pochi passi da Piazza Navona, dove il medico possedeva un pied-à-terre riservato.
Salirono le antiche scale in marmo in perfetto silenzio.
Il cuore di Arturo batteva con un ritmo accelerato, non per paura, ma per la consapevolezza di quello che stava per accadere.
Appena Aurelio infilò la chiave nella toppa, la girò e richiuse il pesante portone alle loro spalle, l'etichetta, i freni inibitori e le cautele sociali crollarono istantaneamente.
Nella penombra dell'ingresso, illuminato solo dai riflessi delle luci della strada che filtravano dalle alte finestre, Aurelio si tolse gli occhiali con un gesto deciso, posandoli sulla consolle in noce.
Senza dire una parola, il medico fece un passo avanti e afferrò Arturo per i fianchi. Non c'era più la delicatezza formale della visita clinica: la sua presa era salda, possente, carica di una carnalità trattenuta per troppo tempo. Travolto da quell'impeto, Arturo gettò la testa all'indietro con un sospiro profondo quando le labbra di Aurelio cercarono e trovarono le sue con un bacio travolgente, caldo, venato dal sapore di vino rosso e tabacco.
Il contrasto tra la forza imponente del corpo del medico e la flessuosità snella di Arturo diede vita a una passione primordiale. Aurelio guidò il ragazzo verso il salone principale, un ambiente elegante dove pavimenti in graniglia veneziana si alternavano a grandi librerie piene di testi di medicina, dischi in vinile e poltrone in cuoio marrone.
L'abito in lino di Aurelio e la camicia di seta di Arturo finirono a terra nel giro di pochi istanti.
La nudità che tre settimane prima era stata esposta sotto la luce polverosa del distretto militare tornò a rivelarsi, ma questa volta al riparo da sguardi estranei, avvolta dal calore della notte romana.
La pelle liscia di Arturo rispondeva a ogni tocco delle dita esperte di Aurelio con sussulti continui.
Il medico esplorò ogni centimetro del corpo del giovane artista con la dedizione di chi scopre un tesoro nascosto, abbandonando del tutto la compostezza dell'ufficiale per rivelare una sensualità travolgente e vigorosa. Arturo avvolse le sue braccia attorno alle spalle larghe e brizzolate di Aurelio, lasciandosi guidare dalla forza e dalla protezione che la maturità del medico gli trasmetteva.
Nei grandi spazi del salone, mentre un lettore vinile suonato a basso volume faceva scorrere le note sinuose delle canzoni di Patty Pravo e la brezza estiva faceva oscillare le tende di lino, i due si abbandonarono a un incontro di corpi e passioni che si protrasse fino alle prime luci dell'alba.
Quella prima notte segnò l'inizio di una relazione intensa e clandestina che avrebbe trasformato l'estate del 1974 per entrambi.
La Roma di quei mesi era un palcoscenico vibrante: mentre i giornali parlavano della crisi energetica e delle tensioni politiche, il mondo privato di Arturo e Aurelio divenne un'oasi irripetibile.
Aurelio trovò nel legame con Arturo una vera e propria rinascita spirituale e sensoriale.
Il medico cominciava a frequentare, sempre in gran segreto, la galleria Il Gabbiano.
Amava osservare nascostamente Arturo mentre lavorava attorno alle tele disposte sul pavimento, incantato dalla naturalezza con cui il giovane muoveva il proprio corpo ed esprimeva la sua arte. Per la prima volta dopo anni di rigidezza militare, Aurelio imparò a ridere della burocrazia, a godere della bellezza senza scopi e a lasciarsi travolgere dall'imprevedibilità della vita.
Dal canto suo, Arturo trovava in Aurelio il perfetto contrappeso alla sua stravaganza. La figura imponente del medico, la sua voce calda e rassicurante e la sua passione carnale gli offrivano un senso di stabilità e appagamento che non aveva mai sperimentato prima.
Durante i fine settimana di luglio e agosto, la Lancia Fulvia del medico scivolava fuori dal traffico della capitale, imboccando la statale Aurelia in direzione del mare.
Raggiungevano le calette più isolate e selvagge nei pressi di Palo Laziale o Capalbio.
Lì, lontani dagli sguardi di colleghi e conoscenti, passeggiavano a piedi nudi sulla sabbia calda al tramonto. Spogliati delle convenzioni sociali e degli abiti di città, si tuffavano tra le onde di un mare caldo, vivendo il loro amore con una complicità totale.
Nel buio dell'abitacolo della vettura o sulle terrazze dell'appartamento di Piazza Navona che guardavano sui tetti della città eterna, Arturo e Aurelio continuarono a esplorarsi giorno dopo giorno.
La rigidità del Colonnello e la ribellione dell'artista si erano fuse in un equilibrio perfetto, dimostrando come una semplice visita di leva basata sull'equivoco potesse trasformarsi nella storia d'amore più intensa, scandalosa e indimenticabile della loro vita.
Vacca 24
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