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Gay & Bisex

UN BRACCIO DI TROPPO


di La-mandria
01.08.2026    |    1.426    |    4 9.7
"Il Dottor Valenti si sporse leggermente sul tavolo, sussurrando a bassa voce: "In quel caso, il medico di guardia fa anche visite a domicilio..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

Il buio del retropalco del Teatro Goldoni non profumava soltanto di polvere antica, lacca per capelli a buon mercato e il velluto rosso pesante che aveva assorbito decenni di ansie da prima serata. Profumava di ormoni fuori controllo.
La compagnia "I Comici Vaganti" era arrivata alla battuta finale dell’ultima prova generale per la messinscena del loro spettacolo di punta.
Dietro le quinte, però, la tensione accumulata in settimane di prove estenuanti non si scioglieva con una semplice tisana: si trasformava in un'atmosfera carica di elettricità, dove le battute a doppio senso, i contatti fisici imprevisti e uno sfacciato esibizionismo erano diventati la vera attrattiva della serata.
Stefano, l'attore protagonista, un trentenne dal corpo scolpito, con addominali definiti nel marmo e la pelle scura costantemente velata da un sottile strato di sudore per via dei potenti riflettori, si stava sfilando il costume di scena proprio accanto al ripostiglio dell'attrezzeria.
Rimasto soltanto con un paio di slip neri decisamente aderenti, offriva senza pudore uno spettacolo privato che la metà della troupe osservava in un silenzio quasi mistico.
Marco, il regista dal fascino ruvido, la barba corta di qualche giorno e l'aria di chi sa sempre come ottenere ciò che vuole, si avvicinò a lui con la scusa del tutto pretestuosa di "sistemargli una cucitura" sul retro del costume.
"Sei stato un po' troppo rigido nel terzo atto, Stefano" sussurrò Marco, facendosi incredibilmente vicino. Le sue mani calde scivolarono senza troppi complimenti sui fianchi dell'attore, scendendo con lentezza calcolata verso la curva piena e tesa dei suoi glutei.
Stefano non fece una piega; anzi, inarcò leggermente la schiena, lasciando uscire un sospiro roco. "Forse è perché la regia non mi dà gli incentivi giusti sul finale, Marco..."
Tra risate soffocate e sfioramenti che di professionale non avevano più nemmeno l'ombra, le dita di Marco trovarono la strada per infilarsi sotto l'elastico degli slip di Stefano, accarezzando la pelle calda con una pressione sfrontata.
A quel punto si unì al gruppo la scenografa, Laura, che osservava la scena dall'ombra dei riflettori spenti: senza dire una parola, si sfilò l'intimo in pizzo nero con un gesto disinvolto, appoggiandosi a una cassa di legno con le gambe leggermente divaricate, godendosi lo spettacolo ed esibendo la propria nudità senza alcuna timidezza.
L'aria nel retropalco si fece rovente.
Stefano era ormai completamente nudo, eretto e senza più alcun freno inibitorio, addossato contro una parete di legno mentre Marco lo baciava con foga sul collo, stringendogli con forza i fianchi e lasciandogli piccoli morsi sulla spalla.
Nel pieno di questo vortice di esibizionismo, seduzione incontrollata e goliardia pura, il limite della decenza decise di andare a farsi benedire.
"Sei così spavaldo stasera, Stefano," provocò Marco, staccandosi un secondo per riprendere fiato, lo sguardo fisso sul corpo completamente nudo dell'attore. "Chissà quanto sei flessibile davvero... chissà quanti 'oggetti di scena' riesci a gestire."
"Scommetto che non hai il coraggio di provarlo" sfidò Stefano con un sorriso sfacciato, il respiro affannato e la pelle d'oca per l'eccitazione.
Tra i vecchi attrezzi accumulati in un angolo, ceste di vimini, spade finte e parrucche barocche, spiccava un manichino sartoriale vintage in legno e plastica dura.
In particolare, il braccio destro del manichino si era staccato dal busto: era un arto di plastica liscia, affusolato, color carne, terminante con una mano dalle dita elegantemente piegate in una posa teatrale.
"Che ne dici di questo?" rise Laura, raccogliendo il braccio di plastica e agitandolo come un trofeo. "Ha una presa molto... espressiva."
In un crescendo di follia collettiva, alimentata dalla brama e da una sfida d'orgoglio recitativo, la situazione sfuggì completamente di mano.
Marco andò a recuperare una bomboletta di spray lubrificante per gli ingranaggi del sipario, un prodotto ad alta viscosità, chiaramente non indicato per uso umano, ma in quel momento giudicato perfetto per la missione.
"Abbondiamo, per la sicurezza dell'arte," rise il regista, irrorando generosamente sia l'arto di plastica che la zona d'attacco di Stefano.
Stefano, completamente sopraffatto dall'eccitazione erotica di essere guardato e manipolato in quel modo assurdo, si piegò in avanti, appoggiando i palmi sul retro di una quinta scenica.
La vista del suo fondoschiena aperto ed esposto accese ancora di più Marco, che posizionò la mano del manichino, con le dita affusolate rivolte verso l'alto, proprio all'ingresso dell'attore.
"Pronto per l'applauso?" sussurrò Marco.
Con una lentezza calcolata e sensuale, le prime dita di plastica entrarono.
Il contrasto tra la plastica liscia e fredda e il calore rovente dell'interno di Stefano e un dolore sordo, strapparono all'attore un gemito profondo, una miscela esplosiva di shock e piacere perverso.
Marco spinse ancora, guidando il braccio del manichino con mestiere: il polso di plastica scivolò dentro per diversi centimetri, fino a quando l'avambraccio non fu penetrato per buona parte.
"Oddio... è... è incredibilmente pieno..." ansimò Stefano, stringendo i pugni contro il legno della quinta, la pelle percorsa da brividi violentissimi mentre Laura si toccava con foga osservando l'assurda penetrazione.
Ma la fisica e la sfortuna stavano per coordinare un colpo di teatro memorabile.
Nel tentativo di muovere il braccio per creare un ritmo più incalzante, Marco fece una pressione leggermente storta.
CLACK.
Un vecchio meccanismo a molla ed ingranaggi interno al gomito di plastica, arrugginito da trent'anni di inattività, si attivò improvvisamente.
Il braccio si piegò di scatto a 90 gradi.
Contemporaneamente, l'innesto sferico della spalla, rimasto all'esterno, fece un micidiale scatto di blocco.
"Ah! Aspetta... fermi tutti," disse Stefano, bloccandosi all'istante con gli occhi sgranati. "Cosa è stato?"
"Ehm..." Marco tirò leggermente.
"AHIA! No, no, no! Non tirare! Mi fa malissimo!" urlò Stefano, passando dall'eccitazione erotica al panico puro nel giro di un secondo.
TENTATIVO UNO: tirare diritti. Il gomito piegato all'interno faceva da ancora perfetta contro le pareti muscolari. Stefano lanciò un acuto che fece vibrare le luci di scena.
TENTATIVO DUE: ruotare. L'effetto fu un gemito a metà strada tra un orgasmo mancato e un dolore lacerante. "Se ruoti quella roba mi smonti la prostata, cazzo!"
"Si è incastrato il perno sferico!" spiegò la scenografa, esaminando la base del braccio che spuntava orgogliosamente dai glutei di Stefano. "Il gomito è andato in blocco di sicurezza e la spalla fa da fermo all'esterno!"
La situazione era grottesca. Stefano era incastrato a 90 gradi, completamente nudo, con un braccio di manichino color carne che gli spuntava da dietro come un'insolita e rigida coda robotica.
"Dobbiamo andare all'ospedale," decretò il regista, cercando di trattenere una risata isterica.
"All'ospedale?! In queste condizioni?!" gridò Stefano. "Se mi vede qualcuno finisco sui giornali locali!"
Per mascherare l'incidente, la troupe ideò un travestimento d'emergenza.
Presero una maestosa mantella da Re Lear, un mantello di velluto rosso porpora lungo fino a terra, dotato di un'impalcatura posteriore per sorreggere i vestiti d'epoca.
Gliela misero sulle spalle: il mantello copriva il davanti e il retro, ma la rigidità del braccio di plastica creava un'incredibile sporgenza sotto il velluto, come se Stefano avesse una coda di cavallo perennemente eretta sotto la stoffa.
Per completare l'opera e giustificare l'andatura, gli misero in mano uno scettro di legno.
Il tragitto dal teatro all'auto di Marco fu un capolavoro di mimica e goffaggine.
Stefano camminava a piccoli passi rigidi, tenendo le gambe larghe per evitare che il gomito interno di plastica si muovesse anche solo di un millimetro. Ogni buca nell'asfalto era un'esperienza mistica che gli strappava gemiti soffocati.
"Se qualcuno mi chiede qualcosa, diciamo che sono rimasto paralizzato durante un monologo di Amleto," ringhiò Stefano dal sedile posteriore dell'auto, dove era costretto a stare sdraiato di pancia con il sedile reclinato e la "coda di plastica" che puntava verso il tettuccio.
Ore 02:15 del mattino.
Il Pronto Soccorso dell'ospedale cittadino era immerso nel classico silenzio spettrale della notte, rotto solo dal ronzio delle luci a neon.
Dietro il bancone del triage c'era un infermiere anziano e palesemente annoiato, che sfogliava una rivista di enigmistica.
Stefano entrò nell'atrio scortato da Marco.
Il movimento era surreale: l'attore avanzava a scatti, col mantello da Re Lear che ondeggiava paurosamente e uno spuntone rigido che sollevava la stoffa sul retro ad ogni passo.
"Buonasera... abbiamo un'emergenza medica," esordì Marco, cercando di assumere un tono solenne.
L'infermiere alzò gli occhi, squadrò Stefano, il mantello di velluto, lo scettro e la protuberanza posteriore. "I travestimenti di Carnevale sono in febbraio. Qui facciamo emergenze."
"È un incidente di scena... molto complesso," spiegò Stefano con la voce tremante, stringendo lo scettro come se fosse la sua unica ancora di salvezza. "Ho un corpo estraneo... inserito."
"Che tipo di corpo estraneo? Un termometro? Una supposta incastrata?" chiedeva l'infermiere impugnando la penna per la scheda d'ingresso.
"Un... un arto," sussurrò Stefano.
"Un arto? Un dito?"
"Un braccio," precisò Marco.
L'infermiere fermò la penna a mezz'aria. "Un braccio umano?"
"Di plastica! Di plastica!" si affrettò a chiarire Stefano, sudando freddo. "Di un manichino sartoriale!"
L'infermiere fissò i due per cinque secondi consecutivi in perfetto silenzio. Poi, senza dire una parola, alzò la cornetta del telefono interno. "Dottor Valenti? Si liberi. Abbiamo un Re Lear con un arto protesico nell'ampolla rettale. Sì, ho detto proprio così. No, non ho bevuto."
La porta dell'ambulatorio 3 si aprì, rivelando il medico di guardia.
Il Dottor Valenti era un uomo sui trentacinque anni, decisamente affascinante: alto, spalle larghe che riempivano il camice bianco, capelli castani leggermente scompigliati e un paio di occhiali da vista dalla montatura nera che gli davano un'aria al contempo intellettuale e maliziosa.
"Prego, accomodatevi," disse il Dottore con una voce profonda, calda e sorprendentemente calma.
Stefano avanzò verso il lettino con la grazia di un pinguino ferito. Una volta accanto al lettino metallico, il Dottor Valenti si incrociò le braccia sul petto. "Allora, mi hanno parlato di un manichino con velleità teatrali."
"Dottore, la prego, non mi giudichi," implorò Stefano. "Era una scommessa... un gioco di ruolo andato male durante le prove..."
"Oh, io non giudico mai l'arte," sorrise il medico, con un'espressione maliziosa che fece saltare un battito al cuore di Stefano.
"Mostratemi il paziente."
Con un gesto drammatico, Marco sfilò la spilla dal collo di Stefano e lasciò cadere il pesante mantello di velluto sul pavimento.
La scena che si parò davanti al medico era degna di un museo d'arte contemporanea sconsacrato: Stefano era completamente nudo dalla vita in giù, con le gambe tornite e sode, e da dietro spuntava questo braccio di plastica color carne, perfettamente lucido, piegato ad angolo retto con le dita della mano aperte come se stessero salutando qualcuno.
Il Dottor Valenti abbassò lentamente gli occhiali sul naso. Fece un giro completo attorno a Stefano, osservando l'opera da ogni angolazione.
"Notevole. Una composizione audace. L'uso della plastica rigida dona un contrasto affascinante con la morbidezza dei tessuti."
"Dottore... la prego, me lo tolga," piagnucolò Stefano, arrossendo fino alla punta delle orecchie.
"Si metta a carponi sul lettino, Stefano," ordinò il Dottor Valenti con un tono che non ammetteva repliche, ma che vibrava di una malizia calcolata.
"Poggi i gomiti sulla carta medica e inarchi bene la schiena. Ho bisogno del massimo accesso visivo e d'angolo."
Stefano ubbidì, sentendosi istantaneamente scoperto e vulnerabile. Nel silenzio sterile della stanza, l'effetto visivo era devastante: le natiche sode dell'attore erano completamente divaricate dal diametro dell'arto di plastica, offrendo al medico una vista sfrontata, mentre la "mano" del manichino svettava verso l'alto con un'involontaria eleganza barocca.
Il medico si infilò il primo paio di guanti in lattice con uno schiocco secco. Poi, invece di usare il classico tubetto da visita, afferrò un flacone dispenser di gel lubrificante ad alta densità. Senza fretta, si versò un'abbondante dose tiepida direttamente sul palmo.
"Sentirà un po' di freddo iniziale... poi faremo a modo mio," sussurrò Valenti.
Invece di limitarsi a toccare la plastica, le dita ricoperte di lattice del medico si posarono direttamente sui glutei di Stefano, spalmando il gel con grandi movimenti circolari.
La presa era calda, decisa, erotica.
Le dita del Dottore si spingevano volutamente verso l'interno coscia, sfiorando la pelle ipersensibile e scendendo fino a cullare con lentezza lo scroto dell'attore, strappandogli un primo, incontrollabile gemito roco.
"D-Dottore..." ansimò Stefano, affondando il viso nel cuscino del lettino, mentre avvertiva il proprio membro, stuzzicato da quella stimolazione inaspettata, riprendere vigore contro la carta del lettino.
"Faccia respiri profondi, Stefano. Devo preparare i tessuti," disse il medico, facendosi ancora più vicino.
Valenti si sporse sopra di lui: il calore del petto del medico sfiorava quasi la schiena nuda dell'attore.
Iniziò l'esplorazione: con un'abilità impressionante, Valenti fece scivolare l'indice e il medio lubrificati nello stretto spazio rimasto libero tra la parete interna dell'ano e la superficie liscia del braccio di plastica.
L'ingresso era teso al limite. Stefano spalancò gli occhi e inarcò la schiena, sopraffatto da un'invasione di sensazioni opposte: la pressione piena e dura del manichino e la carezza fluida, ritmica e scandalosamente calda delle dita del medico.
"Dio santo..." sussurrò Stefano, mentre il Dottore iniziava a massaggiare la parete interna con un movimento a "vieni qui", cercando il punto d'incastro del gomito.
"Guardi che se si contrae così mi rende il lavoro ancora più piacevole... ma molto più lungo," mormorò il Dottor Valenti al suo orecchio, spingendo le dita ancora più a fondo.
A ogni millimetro guadagnato, le dita del medico andavano a stimolare deliberatamente e con precisione chirurgica la prostata di Stefano, già ipersensibilizzata dall'angolazione dell'arto rigido.
Un brivido violento scosse l'attore.
Un secondo gemito, stavolta apertamente di piacere e del tutto privo di pudore, echeggiò nell'ambulatorio.
Marco, rimasto sulla porta, si voltò dall'altra parte cercando di tossire per coprire quei suoni inequivocabili.
"Ecco... ho trovato lo snodo," disse Valenti, la voce un po' più profonda, mentre il suo pollice all'esterno accarezzava con fermezza il perineo di Stefano per aiutarlo a rilassarsi.
"Il gomito di plastica è puntato proprio contro la parete anteriore. Per questo ogni volta che provavate a tirare vi faceva male: stimolavate l'angolo sbagliato."
Il medico si posizionò ancora meglio, piantando le gambe a terra e premendo leggermente il proprio bacino contro le cosce divaricate di Stefano per tenerlo fermo. L'impatto fisico era totale, viscerale. Valenti inserì un terzo dito, allargando con forza ma con estrema perizia la zona, inondandola di altro lubrificante caldo.
L'interno di Stefano era rovente, teso, e stringeva le dita del medico e la plastica in una morsa quasi disperata.
"Adesso, Stefano... io spingo il braccio un millimetro più in fondo per sganciare la molla, e contemporaneamente con le mie dita le apro la strada. Sulla spinta... tu mi dai un bel sospiro profondo, inteso?"
"S-sì... la prego, Dottore... faccia in fretta o io... io vengo solo con le sue dita..." confessò Stefano senza più filtri, del tutto travolto dall'estasi perversa della visita.
Il Dottor Valenti sorrise oscenamente vicino al suo collo. "Nessuno glielo vieta, attore."
Con un gesto fluido, il medico afferrò con la mano destra la spalla di plastica esterna e sporse le tre dita della mano sinistra ancora più dentro, facendo leva verso l'alto per liberare la prostata.
Il massaggio profondo fu così intenso e preciso che Stefano cacciò un urlo soffocato, mentre le sue cosce iniziavano a tremare vistosamente.
CLICK-CLACK.
Il meccanismo interno cedette. La tensione accumulata si sciolse in un istante.
Sfruttando l'abbondante lubrificazione e il movimento delle sue dita che aprivano il passaggio, il Dottor Valenti sfilò l'arto di plastica con un'unica, lenta e controllata trazione.
Il suono umido dell'estrazione fu accompagnato da un lungo, estatico sospiro di Stefano, che rimase per un attimo sospeso sull'orlo del letto, svuotato, pulsante e completamente senza fiato.
Il medico adagiò il braccio di plastica sul vassoio d'acciaio, ma non staccò subito le dita da Stefano. Con incredibile malizia, le lasciò scivolare fuori con un'ultima, lentissima carezza riabilitativa, passando un batuffolo di garza calda sulla pelle ancora tremante dell'attore.
"Ecco fatto. Meccanismo disinnestato e corpo estraneo rimosso con successo," disse il Dottor Valenti, sfiorando con un dito il fondoschiena rosato di Stefano prima di tirarsi su. "Anche se devo ammettere... la risposta muscolare di un attore è davvero affascinante."
Il medico si sfilò i guanti di lattice, gettandoli nel cestino dei rifiuti speciali e si lavò le mani con cura.
Stefano si lasciò cadere di fianco sul lettino, il petto che saliva e scendeva ritmicamente, gli occhi lucidi e un sorriso incredibilmente appagato stampato sul volto.
"Anatomicamente perfetto. Nessuna lesione mucosa, nessun trauma tessutale," dichiarò il medico, squadrando il corpo di Stefano mentre questi cercava con calma di ricomporsi. "L'unico danno mi sembra sia stato recato alla reputazione dell'attrezzeria del teatro."
Marco, rimasto in un angolo per tutto il tempo, tirò un sospiro di sollievo.
"Dottore, non sappiamo come ringraziarla…" disse con profonda gratitudine.
"Oh, il pagamento del ticket si fa al CUP," lo interruppe il Dottor Valenti con un sorriso malizioso. "Ma per quanto riguarda il paziente... ci sono delle prescrizioni speciali da seguire."
Il medico si sedette alla scrivania, prese il ricettario e iniziò a scrivere con la sua calligrafia elegante.
Stefano, finalmente ricoperto dal mantello, si avvicinò al tavolo con le guance ancora rosse per l'eccitazione e l'imbarazzo.
"Ecco qui," disse Valenti, staccando il foglio di carta e porgendolo direttamente nelle mani di Stefano. Le loro dita si sfiorarono per qualche secondo di troppo.
Stefano lesse la ricetta ad alta voce:
Terapia di recupero post-operatoria: riposo assoluto da oggetti rigidi per 48 ore, applicazione di pomata lenitiva e una cena a lume di candela domani sera alle 20:30 con il sottoscritto al ristorante 'Il Veliero'.
Nota: Il paziente è pregato di presentarsi senza accessori di scena.
Stefano alzò lo sguardo verso il medico, incontrando gli occhi scuri di Valenti che lo fissavano con una carica erotica senza mezzi termini. Un sorriso sfacciato e felice spuntò sulle labbra dell'attore.
"Dottore... e se dovessi avere una ricaduta prima di domani sera?" provocò Stefano, riacquistando tutta la sua verve.
Il Dottor Valenti si sporse leggermente sul tavolo, sussurrando a bassa voce: "In quel caso, il medico di guardia fa anche visite a domicilio. Ma questa volta, Stefano, le mani ce le metto io. Quelle vere."

Vacca 24
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