SONNAMBULA
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Il condominio al civico 14 di Via dei Ciliegi non era semplicemente un edificio: era un organismo in via di decomposizione lenta, un blocco di cemento armato e ghiaia che aveva assorbito i decenni come una spugna trattiene l'acqua stagnante. Di giorno, la struttura tradiva la sua età attraverso il rantolo metallico dell'ascensore, che si arrampicava a strattoni lungo una gabbia di ferro battuto simile alla costola di una balena fossile, e attraverso l'odore persistente di cavolo bollito, detersivo al cloro e polvere vecchia che stazionava perennemente nel vano delle scale. Ma la notte, quando la città spegneva i suoi clamori di superficie, il condominio cambiava natura.
Si contraeva.
I muri scricchiolavano come le ossa di un vecchio che si gira nel letto, i tubi dell'acqua gemevano nei muri con gorgoglii di stomaco vuoto, e ogni appartamento diventava una cella stagna sigillata dal buio.
Al terzo piano abitava Luca. La sua esistenza era governata da un rigore che sfiorava la nevrosi. Ogni oggetto nella sua casa occupava uno spazio calcolato millimetricamente: i libri sulla libreria di noce erano disposti per altezza e per anno di edizione, la cucina era sgombra da qualsiasi traccia di cibo esposto, e il letto – un vecchio matrimoniale con la struttura in ferro battuto nero – era orientato esattamente secondo l'asse nord-sud, come se quella disposizione potesse proteggerlo dal caos del mondo esterno.
Luca era un uomo di trentaquattro anni che aveva scelto l'isolamento come forma di igiene mentale. Di giorno lavorava da casa, traducendo testi tecnici e manuali di ingegneria meccanica dal tedesco; le sue unghie erano sempre pulite, i suoi capelli tagliati corti con precisione maniacale, i suoi occhi perennemente segnati da un alone grigiastro, figlio di un’insonnia cronica che non era una malattia, ma uno stato d'essere. Per lui, la notte non era il momento del riposo, ma il territorio in cui il mondo finalmente smetteva di urlare pretese insensate.
Al quarto piano, esattamente sopra di lui, abitava Anna.
Le loro traiettorie diurne si erano incrociate pochissime volte, ridotte al minimo sindacale della cortesia condominiale: un cenno del capo rigido sul pianerottolo, lo scatto di una serratura mentre uno usciva e l'altro rincasava, l'ombra di lei riflessa per una frazione di secondo nel vetro specchiato dell'ascensore. Anna aveva ventotto anni, ma portava addosso il peso di una stanchezza ancestrale. Nei rari momenti in cui i loro sguardi si erano sfiorati alla luce al neon del vano scale, Luca aveva notato nei suoi occhi grandi e scuri una voragine di esaurimento, cerchiati da occhiaie così profonde da sembrare lividi dipinti con la terra d'ombra. Camminava con una leggerezza innaturale, quasi planasse sui gradini di graniglia, e il suo profumo – un misto di muschio bianco, pioggia e carta stampata – rimase sospeso nell'aria del pianerottolo per minuti dopo il suo passaggio, come una scia invisibile lasciata da un animale selvatico.
Nessuno dei due sapeva dell'altro, non realmente. Fino a quella notte di fine autunno in cui la fisica del palazzo aveva deciso di piegarsi a nuove regole.
Era esattamente l'una e quarantasette del mattino. La pioggia aveva iniziato a tambureggiare contro i vetri doppi della finestra della camera da letto di Luca, un battito monotono, denso, che faceva sembrare l'appartamento un sottomarino sperduto negli abissi di un oceano cieco. Luca era disteso sulla schiena, perfettamente immobile, con le braccia riposte lungo i fianchi e gli occhi sbarrati nel buio assoluto. Le pesanti tende di velluto bordeaux, acquistate anni prima in un rigattiere del centro, bloccavano ogni singolo fotone proveniente dai lampioni della strada, creando una camera oscura impenetrabile.
Non fu un rumore a svegliarlo, perché non c'era stato alcun rumore udibile dalle orecchie. Fu una variazione barometrica sottile, un micro-risucchio dell'aria all'interno della stanza che gli fece pizzicare i timpani, esattamente la sensazione che si prova quando si entra in una galleria ferroviaria a finestrini abbassati.
I muscoli del collo di Luca si tesero di scatto. Il suo cuore, che batteva a un ritmo regolare e rallentato, subì un'accelerazione violenta, un tonfo sordo contro le costole che gli tolse il fiato per un secondo. Qualcosa nella densità della stanza era cambiato. Qualcosa era entrato.
La porta della camera da letto – una porta tamburata in legno verniciato di bianco che Luca lasciava sempre socchiusa di un palmo per favorire il ricircolo dell'aria – si era mossa. Nessun cigolio. I cardini, nutriti regolarmente con olio di vaselina medica, avevano ceduto senza fiatare.
Nel buio fitto, dove la vista era inutile, gli altri sensi di Luca si accesero come radar impazziti. Udì il fruscio impercettibile di una suola sottile che premeva contro il parquet. Un passo. Poi un secondo. Leggero, felpato, quasi irreale nella sua assenza di peso.
Il terrore, freddo e tagliente come una lama di rasoio, gli attraversò la spina dorsale. La prima reazione istintiva fu quella di saltare a sedere, di allungare la mano verso la torcia tascabile di alluminio anodizzato posizionata sul comodino, di urlare per cacciare l'intruso. Ma una forza oscura, un misto di paralisi e di curiosità perversa, inchiodò il suo corpo al materasso.
Trattenne il respiro. Sferzate di adrenalina pura gli corsero nelle vene, facendogli fischiare le orecchie.
La sagoma avanzò lungo il perimetro del letto. Non c'era esitazione in quel movimento, nessuna incertezza tipica di chi si muove in un territorio sconosciuto al buio. Era un incedere cieco ma incredibilmente sicuro, guidato da un istinto primitivo, sotterraneo.
Quando la figura fu abbastanza vicina, l'olfatto di Luca intercettò l'odore familiare, inconfondibile: lavanda selvatica e pioggia fredda.
Anna.
Il nome gli esplose nella mente come una fiammata. Non un ladro, non un folle venuto dalle scale esterne, ma la ragazza del quarto piano.
Luca rimase immobile, pietrificato sotto le coperte. La sagoma si fermò ai piedi del letto. Per alcuni interminabili secondi non accadde nulla; si udiva solo il ticchettio della pioggia sul davanzale e il fruscio sordo del respiro di lei, un respiro profondo, regolare, l'esatto contrario di quello affannoso e spezzato di un predatore o di un malintenzionato. Era il respiro di chi si trova altrove, di chi sta camminando dentro i confini di un sogno impenetrabile.
Sonnambula. La parola prese forma nella mente di Luca con la chiarezza di una diagnosi clinica. Anna soffriva di sonnambulismo profondo, uno stato di dissociazione in cui la coscienza vigile era spenta, ma il corpo agiva guidato da una mappa interiore totalmente slegata dalla realtà. E quella mappa, per ragioni che sfidavano la logica e la neurologia, l'aveva spinta a scendere una rampa di scale nel cuore della notte, ad attraversare il pianerottolo, ad aprire la sua porta d'ingresso – lasciata forse socchiusa o aperta per distrazione – e a introdursi nel suo appartamento.
Prima che Luca potesse elaborare una strategia, prima che potesse decidere se svegliarla o fingere di dormire, Anna fece un passo avanti e salì sul materasso.
Il legno del letto scricchiolò appena sotto il peso del suo ginocchio. Luca sentì il materasso affondare leggermente sul lato destro. Il cuore gli batteva così forte in gola che temette che lei potesse udirne il rimbombo attraverso il cuscino.
Anna si mosse carponi sulla coperta di lana, con una lentezza sinuosa e felina. Le sue ginocchia e i suoi palmi scivolavano sulla stoffa con un attrito morbido. Si stava avvicinando alla sua testa, guidata da un magnetismo invisibile che ignorava qualsiasi barriera fisica o sociale.
Luca chiuse parzialmente gli occhi, riducendo la visuale a due fessure sottili, cercando disperatamente di abituare le pupille a quel buio pesto. Le forme cominciarono a liquefarsi in sfumature di grigio scuro: vide la sagoma della testa di Anna chinarsi su di lui. I suoi capelli scuri, lunghi e sciolti, ricaddero in avanti come un velo d'acqua pesante, sfiorandogli il mento e la guancia con la consistenza fredda della seta.
Un brivido convulso scosse il corpo di Luca. Voleva muoversi, voleva indietreggiare, ma i suoi muscoli sembravano colati nel piombo.
Le mani di Anna si allungarono. Sfavillarono nel buio prima di trovare il suo petto. Le sue dita, affusolate e incredibilmente fredde, appoggiarono i polpastrelli contro il cotone della maglia del pigiama di Luca, esattamente all'altezza dello sterno.
Si fermarono lì. Per un tempo che parve dilatarsi fino all'infinito, nessuno dei due mosse un muscolo. Il respiro di Anna si fece più vicino; la sua bocca era socchiusa, e l'aria calda che esalava dalle sue labbra investiva il mento di Luca, saziando lo spazio angusto tra i loro volti con un profumo dolce e acre al tempo stesso.
Poi, con una lentezza esasperata, quasi dolorosa, le dita di lei iniziarono a muoversi.
Scivolarono verso l'alto, tracciando la linea della clavicola con una precisione millimetrica, come se stessero mappando la geografia di un corpo sconosciuto in un paesaggio onirico. Quando i polpastrelli di Anna toccarono direttamente la pelle scoperta del suo collo, Luca emise un minuscolo, involontario sussurro di sorpresa, un fremito che gli contrasse i muscoli dell'addome.
Le dita della ragazza si immobilizzarono all'istante.
Il silenzio della stanza divenne pesante, denso di una tensione elettrica che sfiorava il dolore. Luca trattenne il fiato, convinto che quel piccolo rumore fosse bastato a spezzare l'incantesimo, a strapparla dal suo sonno profondo per gettarla nel panico di un risveglio traumatico in una casa estranea.
Ma Anna non si svegliò. Invece, la sua mano compì un movimento impercettibile: premette con più decisione contro la sua pelle, come per assicurarsi che quel calore fosse reale, che sotto quel torace ci fosse un'esistenza pulsante. E lentamente, con la grazia innaturale di un'ombra che prende consistenza, il suo corpo scivolò ancora più vicino, finché il suo bacino non premette contro il fianco di Luca, e il suo viso affondò dolcemente nell'incavo tra la sua spalla e il collo.
In quel preciso istante, mentre il ticchettio della pioggia continuava a scandire il tempo fuori dalla finestra, Luca comprese che non l'avrebbe svegliata.
Non per paura, non per cortesia, ma perché in quel contatto disperato e inconsapevole riconobbe la proiezione esatta della sua stessa solitudine. Quella non era un'intrusione da respingere: era il compimento silenzioso di un destino che aveva atteso nel buio per anni.
La seconda notte non ci fu sorpresa, ma un'attesa febbrile che aveva consumato le ore di luce di Luca come un acido corrosivo.
Per l'intera giornata precedente, chiuso tra le pareti del suo appartamento, aveva faticato a concentrarsi sulle sue traduzioni tecniche; le parole tedesche sul monitor si scomponevano, assumendo i contorni di un codice segreto che rimandava a un'unica scadenza: l'ora in cui la città si sarebbe spenta. Aveva pulito la casa con una meticolosità ossessiva, passando l'aspirapolvere sul parquet per rimuovere qualsiasi granello di polvere che potesse infastidire i piedi nudi di lei, e aveva lasciato socchiusa la porta della camera da letto con una precisione geometrica, misurando l'apertura esatta con il palmo della mano.
Alle due del mattino, Luca era già sveglio, seduto sul bordo del materasso, vestito con pantaloni di felpa scuri e una maglietta di cotone nero. Non aveva acceso alcuna luce. Aveva rinunciato persino al caffè, per evitare che la caffeina accelerasse ulteriormente i battiti di un cuore che sembrava voler sfondare la gabbia toracica per conto proprio.
Il tempo, misurato dai rintocchi sordi della pendola della cucina e dal ticchettio della pioggia che era ripresa a cadere con insistenza fin dalle prime ore della sera, assunse una consistenza elastica, quasi viscosa. Ogni scricchiolio del palazzo veniva analizzato, sezionato, scartato o temuto.
Alle tre e dodici minuti, il mondo si contrasse.
Il risucchio d'aria fu identico a quello della notte precedente: un refolo sottile, freddo, che scivolò sotto la porta d'ingresso e percorse il corridoio come un messaggero silenzioso. Luca sentì i peli delle braccia sollevarsi. La sua bocca si seccò all'istante.
I passi sul pianerottolo non c'erano stati, o forse erano stati coperti dal rumore sordo del vento contro le grondaie; ma la porta della camera da letto si mosse. Si aprì lentamente, con un lamento quasi impercettibile del legno stagionato.
Anna entrò.
Questa volta Luca riuscì a scorgerne la sagoma con maggiore chiarezza, grazie a un pallido chiarore lunare che, filtrando attraverso le fessure delle tende, disegnava una lama argentea sul pavimento. Indossava una camicia da notte di cotone bianco, lunga fino alle caviglie, che fluttuava intorno alle sue gambe come un fumo leggero. I capelli scuri erano sciolti, arruffati sul cuscino invisibile del sonno, e il suo volto era una maschera di assoluto abbandono, con gli occhi spalancati e fissi nel vuoto, privi di qualsiasi scintilla di coscienza vigile.
Non esitò un solo secondo. Attraversò la stanza con un incedere fluido, privo di attrito, e salì sul letto con la stessa grazia silenziosa di un gatto che guadagna il suo giaciglio.
Questa volta, però, la coreografia non si fermò all'esplorazione incerta del petto.
Quando Anna fu vicina, Luca sollevò lentamente le braccia, con una lentezza esasperata, millimetrica, per evitare qualsiasi movimento brusco che potesse spezzare l'incantesimo del suo sonno profondo. Le sue mani cercarono i fianchi di lei, stringendoli attraverso la stoffa sottile della camicia da notte.
Il corpo di Anna sussultò leggermente al contatto, un fremito breve che le attraversò la schiena; ma non si ritrasse. Al contrario, sembrò trovare in quel perimetro di mani umane la risposta definitiva alla tensione che la muoveva. Si lasciò cadere in avanti, appoggiando interamente il suo peso contro il petto di Luca, e le sue braccia – fredde e rigide come rami invernali – trovarono istintivamente la strada dietro il suo collo, stringendolo in un abbraccio disperato.
Luca avvertì un nodo alla gola che bruciava come acido. L'odore di lavanda e pioggia lo avvolse completamente, saturando i suoi polmoni fino a fargli girare la testa.
— Anna... — sussurrò labbra contro labbra, infrangendo deliberatamente la regola del silenzio assoluto che si era imposto.
Il corpo della ragazza si irrigidì di colpo. Un brivido violento le scosse le spalle. La sua bocca si aprì in un rantolo strozzato, un suono gutturale che sembrava emergere da un incubo profondo, e la sua testa si mosse freneticamente a destra e a sinistra sul cuscino, come per respingere una voce estranea che minacciava di distruggere il fragile guscio del suo sonno.
Temette di averla persa, di aver rotto il meccanismo invisibile che la teneva legata a lui. Ma in quell'istante di panico, le mani di Anna scivolarono via dal suo collo per afferrare con forza i risvolti della sua maglietta, tirandolo a sé con una violenza inaspettata, quasi animale.
Non c'erano parole nel regno in cui si erano rifugiati. C'erano solo gli attriti della carne, il calore febbrile che saliva dai loro corpi in contrasto con il gelo della notte, e il ritmo ossessivo di due respiri che cercavano disperatamente di sincronizzarsi.
Le mani di Luca scesero lungo la schiena di Anna, tracciando ogni singola vertebra con una pressione ferma, insistente, mentre il respiro di lei si faceva corto, spezzato da piccoli gemiti soffocati che si perdevano nel buio della stanza. Si muovevano con la precisione di due naufraghi che non hanno più nulla da perdere, aggrappati a un relitto alla deriva nel mezzo di un oceano nero. Ogni carezza era una confessione muta; ogni pressione delle dita cancellava gli anni di sguardi sfuggenti sulle scale, di solitudini parallele, di silenzi condominiali che ora trovavano finalmente una forma fisica, carnale, inconfessabile.
Il tempo perse qualsiasi unità di misura. Le ore scivolarono via in un vortice di sudore, di contatti disperati e di un'intimità così estrema da risultare quasi dolorosa.
Quando la tempesta della notte cominciò a placarsi, esausta, e le prime luci grigie e spietate dell'alba iniziarono a filtrare attraverso i bordi delle tende di velluto bordeaux, Anna si ritrasse lentamente. I suoi movimenti ripresero quella rigidità automatica, meccanica, che l'aveva condotta fin lì. Si staccò dal corpo di Luca, si mise a sedere sul bordo del letto, e con lo sguardo ancora sbarrato e vitreo, scivolò giù dal materasso.
Camminando come un fantasma, attraversò la stanza senza voltarsi mai, uscì nel corridoio e richiuse la porta alle sue spalle con la stessa, silenziosa precisione con cui l'aveva aperta.
Luca rimase disteso sul letto, con gli occhi spalancati sul soffitto bianco, mentre il corpo indolenzito e la pelle in fiamme gli ricordavano che ciò che era accaduto non era stato un sogno.
Il martedì successivo, la realtà diurna pretese il suo tributo.
Luca uscì di casa alle otto e trenta del mattino, con l'intento di recarsi alla vicina casella postale per spedire una busta con dei documenti tradotti. Aveva gli occhi cerchiati di nero, la barba incolta e una sensazione di vertigine costante che gli rendeva instabile il pavimento sotto i piedi. Ogni rumore del condominio – lo sbattere di una porta al piano terra, i passi pesanti del proprietario dell'appartamento del primo piano, il ronzio metallico del frigorifero – sembrava amplificato a un volume insopportabile.
Mentre infilava la chiave nella serratura per chiudere la porta dall'esterno, il rumore di un gradino che scricchiolava al piano di sopra attirò la sua attenzione.
Si bloccò di colpo, con la mano ancora fredda sul metallo della chiave.
Dal vano delle scale scese una figura esile, avvolta in un cappotto color cammello troppo grande per le sue spalle.
Anna.
Si incontrarono esattamente a metà rampa, nel punto in cui la luce livida e polverosa del finestrone del pianerottolo filtrava attraverso i vetri sporchi di smog.
Anna si fermò di colpo. I suoi piedi rimasero inchiodati sul gradino di graniglia. Aveva i capelli raccolti in modo disordinato dietro la nuca, e sul suo viso non c'era traccia del trucco che solitamente cercava di attenuare la sua stanchezza cronica. Ma la cosa più impressionante erano i suoi occhi: non erano più vitrei o spenti come nelle sue peregrinazioni notturne, né rigidi e distaccati come nei loro rari incontri diurni. Erano sbarrati, lucidi, attraversati da un terrore sottile, denso, inequivocabile.
Lo stava fissando con un'intensità feroce, come se stesse cercando di riconoscere su di lui i segni di un incubo che non riusciva a collocare nella veglia.
Il cuore di Luca perse un battito. Per la prima volta in tre giorni, si trovò a dover gestire la spaventosa discrepanza tra il mostro che lei abbracciava nel buio e la donna fragile che camminava alla luce del sole.
— Buongiorno... Anna — mormorò Luca, con la voce roca, spezzata, incapace di trovare un tono neutro.
La ragazza sussultò violentemente a quel nome pronunciato ad alta voce alla luce del sole. Le sue labbra si tesero in una linea bianca, quasi sanguinolenta per la pressione dei denti. Fece un passo indietro, aggrappandosi con entrambe le mani alla ringhiera di ferro battuto della scala, come se la terra le stesse franando sotto i piedi.
— Io... — balbettò lei, con un fil di voce che tremava in modo incontrollabile. — Io non... non so...
— Stai bene? — le chiese Luca, facendo un passo istintivo verso di lei, spinto da un impulso protettivo che non riusciva a frenare.
— Non mi avvicinare! — esclamò Anna, con un sussulto di panico puro che rimbombò nel vano scale con la forza di uno sparo.
Il suo petto si sollevava e abbassava rapidamente, l'aria che le mancava nei polmoni. Negli occhi scuri si leggeva chiaramente la tempesta della sua mente: frammenti di ricordi confusi, sensazioni corporee residue che non trovavano alcuna spiegazione logica, la consapevolezza agghiacciante che il suo corpo, durante il sonno, stesse agendo secondo pulsioni che la sua coscienza diurna rifiutava o ignorava totalmente. Sapeva, con la disperazione di chi intuisce di aver perso il controllo della propria vita, che c'era qualcosa di rotto nel confine tra ciò che sognava e ciò che accadeva.
— Anna, ascoltami... — iniziò Luca, facendo un altro passo.
Ma lei non gli diede il tempo di finire. Con un movimento repentino, quasi animalesco, si voltò di scatto, ignorando la borsa che teneva a tracolla e che le scivolò pesantemente lungo il fianco, e salì di corsa i restanti gradini che conducevano al quarto piano, svanendo dietro la sua porta blindata con uno sbattere secco e definitivo che fece tremare i vetri del finestrone.
Luca rimase immobile a metà della scala, con la chiave ancora stretta in pugno e il cuore in gola.
Sapeva di aver corso un rischio immenso. Sapeva che quel frammento di realtà diurna aveva appena incrinato il loro fragile patto segreto. Ma sapeva anche, con una certezza assoluta che non ammetteva repliche, che la fuga di Anna non era un rifiuto: era solo il terrore di chi, avendo toccato il fondo di un abisso bellissimo e spaventoso, cercava disperatamente di aggrapparsi alle ultime briciole della propria sanità mentale prima che il sole tramontasse di nuovo.
E mentre risaliva lentamente verso il suo appartamento, con la mente già proiettata alle tre del mattino, Luca sorrise nel buio del corridoio, stringendo i pugni in tasca: sapeva che il sole, prima o poi, avrebbe dovuto cedere il passo alla notte.
La porta si richiuse alle spalle di Luca con un tonfo sordo, ma l'eco di quel portone sbattuto al quarto piano rimase a vibrare nel cemento armato del condominio per minuti interi. Luca restò immobile al centro del suo soggiorno, con la chiave ancora stretta tra le dita della mano destra e il respiro corto, alterato da un'ansia che non era più soltanto trepidazione, ma un'inquietudine densa, quasi tossica.
Si diresse verso la cucina con movimenti meccanici, riempì un bicchiere d'acqua dal rubinetto e lo bevve d'un fiato, cercando di placare il bruciore alla gola che lo accompagnava da quando aveva incrociato lo sguardo disperato di Anna sulle scale. Quel breve scambio di battute alla luce del sole aveva squarciato il velo di protezione che si erano cuciti addosso nel buio. Per la prima volta, la donna che di giorno camminava con le spalle curve e il passo felpato sul pianerottolo e la creatura che la notte si abbandonava tra le sue braccia con la furia cieca di un'affamata si erano scontrate nello stesso corpo, generando un corto circuito incolmabile.
Luca si passò una mano sul viso, sfiorandosi la barba incolta e le palpebre pesanti. Si rese conto che la sua vita aveva smesso di esistere al di fuori di quelle quattro mura. Il lavoro di traduzione, un tempo rifugio sicuro e ordinario, era diventato un rumore di fondo privo di senso; le frasi tedesche che scorrevano sullo schermo del computer sembravano geroglifici illeggibili, pixel sbiaditi di un'esistenza precedente alla quale non apparteneva più.
Decise di non uscire per il resto della giornata. Si chiuse dentro, abbassò le tapparelle quel tanto che bastava per spezzare la luce violenta del pomeriggio e si sedette alla scrivania, non per lavorare, ma per osservare l'orologio. Le ore trascorsero con una lentezza esasperata, scandite solo dal ronzio sordo del frigorifero e dal ticchettio della pendola. Ogni scricchiolio proveniente dal soffitto – il tonfo leggero di un oggetto che cadeva, lo scivolare di una sedia sul pavimento del quarto piano – veniva registrato dal suo sistema nervoso come un segnale acustico di altissima intensità, un bollettino meteorologico che annunciava il mutare delle condizioni nel regno di Anna.
Pensava al terrore che aveva visto negli occhi di lei quella mattina. Non era rabbia, non era indignazione morale per un'intrusione che la sua coscienza diurna avrebbe potuto definire inaccettabile. Era lo smarrimento puro di chi scopre che il proprio corpo possiede una volontà autonoma, segreta, parallela, capace di eludere la sorveglianza della mente razionale per andare a cercare ciò di cui ha disperatamente bisogno. Anna stava lottando contro se stessa. Stava cercando di convincersi che i lividi leggeri sulla pelle, il senso di indolenzimento muscolare al risveglio e la persistente, inspiegabile sensazione di calore fossero soltanto i sintomi di un esaurimento nervoso, i fantasmi di un'insonnia cronica che le distorceva la percezione della realtà.
Ma Luca sapeva che la verità era un'altra. La verità pesava come piombo e profumava di lavanda selvatica.
Con l'approssimarsi della sera, il cielo sopra i tetti di zinco del condominio si tinse di un viola cupo, plumbeo, minacciando un nuovo temporale. La pioggia ricominciò a cadere intorno alle nove, prima con gocce rade e pesanti che battevano ritmicamente sui vetri, poi trasformandosi in un flusso continuo, uno scroscio fitto che isolò completamente il palazzo dal resto della città, trasformandolo in un'isola di cemento e buio sospesa nel tempo.
Luca non accese le luci. Si lasciò avvolgere dall'oscurità che avanzava, seduto sul bordo del letto, con le braccia appoggiate sulle ginocchia e gli occhi fissi sulla porta socchiusa della camera. Sapeva che quella notte sarebbe stata diversa. Non ci sarebbe stata l'ingenuità silenziosa delle prime volte, né l'abbandono febbrile della notte precedente. La luce del giorno aveva introdotto il dubbio, e il dubbio, una volta piantato nella mente, agiva come un acido corrosivo capace di trasformare il desiderio in un'ossessione ancora più feroce.
Le ore scorrevano pesanti. L'una. L'una e trenta. Le due.
A quell'ora la città era un deserto di asfalto bagnato e lampioni tremolanti. Nel condominio regnava un silenzio così profondo da sembrare quasi irreale, rotto solo dal respiro regolare e profondo di Luca e dal ticchettio incessante della pioggia contro le grondaie.
Alle due e cinquantacinque, l'aria della stanza mutò consistenza.
Non fu un rumore a preannunciare l'arrivo. Fu il consueto, impercettibile risucchio barometrico, un abbassamento della pressione che fece vibrare leggermente i timpani di Luca e sollevò i peli sulle sue braccia. I suoi muscoli si tesero all'istante, ma questa volta non provò paura; provò una sorta di fredda, lucida eccitazione, l'attesa di un predatore che vede la sua preda muoversi esattamente lungo il sentiero stabilito.
La porta della camera si aprì. L'angolo di apertura fu lo stesso, calcolato al millimetro.
Anna varcò la soglia. Nel buio pesto, la sua sagoma appariva più rigida, meno fluida rispetto alle notti precedenti. Indossava la stessa camicia da notte bianca, ma i suoi movimenti tradivano una tensione latente, una resistenza interiore che cercava di opporsi all'impulso magnetico che l'aveva trascinata giù per le scale. I suoi piedi nudi procedevano sul parquet con un passo leggermente più pesante, quasi esitante.
Luca rimase immobile sul letto, con la schiena appoggiata alla testiera, ad aspettarla.
Anna avanzò fino a raggiungere il bordo del materasso. Si fermò. Rimase a lungo immobile nella penombra, con il capo chino e i capelli scuri che le coprivano parzialmente il viso, come se stesse lottando contro una forza invisibile. Il suo respiro era affannoso, irregolare, spezzato da piccoli sospiri che tradivano un'agitazione profonda.
Poi, lentamente, sollevò la testa. Anche se i suoi occhi erano sbarrati, vitrei e privi della luce della coscienza, sembrò puntarli direttamente nella direzione in cui Luca la stava osservando nel buio.
— Tu... — mormorò una voce, un suono basso, distorto, che non apparteneva al repertorio silenzioso delle notti passate.
Luca trattenne il fiato. Non si era mai spinta a parlare durante le sue crisi di sonnambulismo. Quella sillaba spezzata fu come una scarica elettrica che gli attraversò il sistema nervoso.
Anna fece un passo avanti, salendo sul letto con un movimento scoordinato, quasi disperato. Si inginocchiò sul materasso, coprendo la distanza che li separava con un'urgenza improvvisa, e le sue mani tesero le braccia in avanti, afferrando con una forza inaspettata i risvolti della maglia di Luca.
— Smetti... smetti di chiamarmi... — sussurrò ancora, con un tono che oscillava tra il lamento e la preghiera, la voce roca e strozzata da un pianto trattenuto nel profondo dell'inconscio.
Luca sentì un brivido freddo corrergli lungo la schiena. Anche nel sonno più profondo, la barriera che aveva cercato di erigere durante il giorno sulla scala stava filtrando nella sua mente, trasformandosi in un'eco spettrale, in un incubo da cui il suo corpo cercava di difendersi attraverso di lui.
Le sue mani si alzarono, avvolgendo i polsi sottili di Anna per frenare quel movimento convulso. — Io non sto facendo nulla, Anna — le rispose a voce bassa, vicinissimo alle sue labbra, infrangendo ancora una volta ogni regola di sicurezza.
Al suono della sua voce pronunciata nella stanza buia, il corpo della ragazza sussultò violentemente. Un gemito acuto, strozzato, le uscì dalla gola. La resistenza interiore che aveva manifestato all'inizio si dissolse di colpo, spazzata via da un'ondata di abbandono totale e disperato. Anna si lasciò cadere in avanti, seppellendo il viso contro il collo di Luca, e le sue braccia gli cinsero le spalle con una presa così forte da fargli male alle ossa.
In quel contatto serrato, disperato, privo di qualsiasi inibizione, la tensione accumulata durante le ore di luce svanì all'istante. Non c'erano più confini tra il sonno e la veglia, tra la donna terrorizzata del quarto piano e l'ombra silenziosa della notte; c'erano solo i loro corpi che bruciavano nello stesso spazio ristretto, consumando in un unico abbraccio tutto il dolore, la solitudine e la fame repressa che avevano accumulato negli anni.
I giorni successivi persero qualsiasi parvenza di normalità. Il tempo cronologico, quello scandito dagli orologi della cucina e dai turni di lavoro della vita diurna, si dissolse, sostituito da un tempo circolare, ossessivo, misurato unicamente sull'asse che univa le tre del mattino alla luce livida dell'alba.
La tregua precaria che avevano cercato di stabilire sul pianerottolo era ormai morta e sepolta. Non si incrociavano più sulle scale; evitavano deliberatamente qualsiasi contatto diurno, come se entrambi sapessero che ogni parola scambiata alla luce del sole avrebbe pesato come un macigno sulla fragile alchimia delle loro notti. Bastava uno sguardo sfuggito di fretta attraverso il vetro dell'ascensore o il rumore sordo di una porta che si chiudeva al piano di sopra per riaccendere l'attesa.
Luca non dormiva quasi più durante il giorno. Il suo corpo, sostenuto da una sorta di energia febbrile e innaturale, sembrava essersi adattato a quel ritmo estenuante. Ogni notte Anna scendeva. E ogni notte il loro copione mutava, facendosi sempre più intenso, carnale, privo di quella timidezza iniziale che aveva caratterizzato i primi incontri.
C'erano notti in cui lei entrava nella stanza già spogliata di ogni difesa, guidata da un'urgenza cieca che azzerava qualsiasi preliminare; notti in cui i loro corpi si scontravano con la violenza sorda di due elementi primordiali, in un silenzio rotto solo dai respiri affannosi e dallo scricchiolio disperato delle vecchie molle del letto. E c'erano notti, invece, in cui Anna rimaneva immobile tra le sue braccia per ore, con il viso nascosto contro il suo petto, tremando leggermente in un sonno agitato, mentre Luca la accarezzava con una dolcezza quasi dolorosa, come se temesse che potesse svanire da un momento all'alltro.
Ma la corda, tirata oltre ogni limite di resistenza fisica e psicologica, era destinata a spezzarsi.
Accadde nella quinta notte della settimana, una di quelle notti in cui la pioggia aveva lasciato spazio a un'umidità soffocante, densa, che ristagnava immobile tra le pareti del condominio.
Luca era sveglio, come sempre, seduto sul bordo del letto. Erano passate le tre e mezza. La porta della camera si aprì con il consueto lamento impercettibile. Anna entrò. Ma c'era qualcosa di diverso nell'incedere della sua sagoma: i suoi movimenti non erano fluidi come al solito; barcollava leggermente, e il suo respiro aveva un timbro rauco, affaticato, come se stesse lottando contro una febbre altissima.
Raggiunse il letto, vi salì sopra e si lasciò cadere contro di lui, ma questa volta il suo corpo era bollente, febbricitante, madido di un sudore freddo che impregnava la stoffa della sua camicia da notte.
— Luca... — mormorò di nuovo, questa volta con una chiarezza spaventosa, innaturale per il suo stato di sonnambulismo.
Lui la strinse subito a sé, preoccupato da quel calore anomalo. — Sono qui, Anna. Ti porto via di qui, ti tengo io.
In quel preciso istante, mentre la stringeva con tutta la forza possibile, accadde ciò che nessuno dei due avrebbe mai potuto prevedere.
Gli occhi di Anna, rimasti finora sbarrati e vitrei nel buio, si chiusero di colpo. Un brivido violentissimo le scosse la schiena da cima a fondo, un sussulto che irrigidì ogni singolo muscolo del suo corpo. E quando li riaprì, un secondo dopo, la loro espressione era completamente cambiata.
Non c'era più il vuoto lattiginoso del sonnambulismo, né lo smarrimento della veglia diurna. C'era una lucidità cristallina, spietata, terrificante.
Anna si rese conto di dove si trovava. Si rese conto di essere nel letto di Luca, nuda tra le sue braccia, in un appartamento che non era il suo, nel cuore della notte.
Un urlo strozzato, un grido di puro e irrazionale terrore, le scoppiò in gola.
Si divincolò con una forza disumana, inaspettata, tirando pugni alla cieca, spingendo il petto di Luca con entrambe le mani per allontanarlo da sé. La sua voce ruppe la quiete sacra del condominio, lacerando il silenzio della notte come una lama affilata.
— No! Che cosa... che cosa ci faccio qui?! Lasciami! Aiuto! — urlò, preda di un attacco di panico totale, mentre indietreggiava precipitosamente verso la testiera del letto, tirandosi addosso le coperte per coprire la propria nudità, con gli occhi grandi sbarrati dal terrore e il petto che sobbalzava in modo convulso.
Luca rimase paralizzato, seduto sul bordo del materasso, con le braccia protese a metà nel vuoto e il cuore che gli era sprofondato nello stomaco. La realtà, fredda, brutale e inappellabile, aveva appena fatto irruzione nella loro fortezza segreta, polverizzando in un solo secondo mesi di silenzi, di complicità e di notti senza nome.
L'incantesimo era rotto per sempre. E nel buio di quella stanza, mentre le urla soffocate di Anna continuavano a tremare contro i muri, Luca comprese che il prezzo di quel sogno era arrivato a riscuotere il suo credito per intero.
Vacca 24
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