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SOTTO IL PESO DEI BILANCI


di La-mandria
18.09.2026    |    273    |    7 8.0
"Rimasero a lungo immobili sotto la tettoia, avvolti nel buio e nel silenzio del capannone abbandonato..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

Il piazzale del centro commerciale Le Betulle, dopo l'una di notte, cessava di essere uno spazio dedicato al consumo e si trasformava in un territorio di confine, un ring a cielo aperto dove i quarantenni della provincia venivano a scaricare il peso morto dei loro bilanci familiari, delle scadenze fiscali e dei matrimoni consunti dalla consuetudine.
A quell'ora, l'aria della notte sapeva di asfalto rovente che rilasciava lentamente il calore accumulato durante il giorno, mescolato all'odore acre della benzina incombusta e all'umidità stagnante dei campi circostanti. La comitiva si muoveva come un branco disilluso, un insieme informe di esistenze bloccate a metà tra le ambizioni giovanili mai realizzate e la rassegnazione adulta. Ma la vera tensione elettrica, quella capace di polarizzare l'aria e rendere difficile la respirazione, correva tutta tra Giulio e Beatrice.
Beatrice era arrivata dritta da casa, con la cerniera dei jeans leggermente abbassata sotto l'orlo del cappotto per dare un minimo di tregua alla pancia contratta da un'intera giornata passata dietro la scrivania dello studio notarile del centro, a calcolare quote ereditarie e a registrare trascrizioni ipotecarie per conto di sconosciuti. Giulio la puntava da un quarto d'ora, appoggiato con noncuranza al cofano della sua station wagon grigia, con le maniche della camicia rimboccate fino ai gomiti a mostrare gli avambracci tesi e le vene gonfie per la rabbia repressa di una vita trascorsa a inseguire preventivi che non si chiudevano mai.
«Ti sei messa lo smalto nero stasera, Beatrice?» le disse lui sottovoce, staccandosi dall'auto e facendosi avanti con passo deciso, fino a quasi toccarle il mento con le dita callose. La sua voce era un raschio rauco, intriso di fumo di sigaretta e di una frustrazione cronica che sapeva di sesso mancato e di occasioni sprecate.
«Per graffiare meglio il tuo cappotto, Giulio» rispose lei, senza indietreggiare di un solo millimetro, piantando i tacchi sull'asfalto screpolato. Con un movimento rapido, gli afferrò i passanti dei pantaloni con entrambe le mani, tirandolo di colpo contro di sé fino a sentire il corpo di lui duro e reattivo contrapposto al proprio ventre. «Vediamo se hai ancora il coraggio di rompere qualcosa, o se ormai sei buono solo a fare preventivi per i cantieri degli altri.»
Il branco intorno a loro reagì con una risata roca, un misto di eccitazione e voyeurismo malcelato di fronte a quel duello privato che sapeva di provocazione e sfida aperta. Giulio non rispose a parole. Le prese il volto con una mano, afferrandola per i capelli alla base della nuca con una stretta brutale e possessiva, e la baciò affondando la lingua, incurante del fatto che qualcun altro potesse guardarli dalle finestre buie del condominio di fronte.
Le dinamiche di quel gruppo non rispondevano a logiche di amicizia o di solidarietà elettiva, ma a una tacita associazione a delinquere della noia. Si ritrovavano lì perché nessuno di loro aveva il coraggio di cambiare strada, di divorziare, di mollare il posto fisso o di ammettere il proprio fallimento esistenziale. Sapevano tutto l'uno dell'altra: conoscevano le rate residue dei mutui, le visite mediche rimandate per mancanza di fondi, i silenzi lunghi settimane passati a guardare il soffitto della camera da letto fingendo di dormire.
Beatrice sentiva la presa di Giulio farsi più pesante sulla nuca. Quel contatto fisico, così brutale e privo di grazia, era l'unica forma di riconoscimento rimasta in una vita trascorsa a timbrare atti che non la riguardavano. Quando lui le morse leggermente il labbro inferiore, facendole sentire un sapore ferroso di sangue e fumo, lei non indietreggiò; anzi, inarcò la schiena, premendosi ancora più forte contro di lui, desiderosa di cancellare la patina di decoro che l'aveva soffocata per tutto il giorno tra i fascicoli di carta bollata.
Intorno a loro, gli altri membri del gruppo cominciavano a muoversi, ad accendere sigarette con le mani tremanti, a scambiarsi battute allusive che sapevano di resa. Ma per Giulio e Beatrice il resto del mondo si era dissolto nel perimetro ristretto di quel parcheggio periferico. La notte prometteva di non concedere sconti, e loro erano pronti a pagare il prezzo fino all'ultimo centesimo.
L'obiettivo della notte era la vecchia scala antincendio del multisala in disuso, una struttura in ferro battuto che si innalzava lungo la parete cieca dell'edificio come una cicatrice verticale. Salire lì sopra significava abbandonare ogni finzione legale, rompere la superficie della rispettabilità e scivolare in un'area di totale impunità emotiva.
Beatrice precedeva Giulio sui gradini metallici a griglia, che vibravano sordi sotto il peso dei loro passi. Ogni volta che lei sollevava il piede per salire al gradino superiore, la stoffa dei suoi jeans aderiva ai glutei in modo osceno alla luce fioca dei lampioni lontani. Giulio la seguiva a un palmo di distanza, con gli occhi incollati alla linea della schiena, il respiro corto che si infrangeva contro la nuca di lei, attratto da quell'odore di pelle scaldata e profumo economico.
Il ferro della scala era freddo, ma l'aria della notte era satura di un'umidità pesante che faceva appiccicare i vestiti alla pelle. Ogni gradino superato sembrava allontanarli dal piano della realtà ordinaria, sollevandoli sopra la nebbia densa della pianura per portarli in una dimensione fatta solo di attriti corporei e istinti primordiali. Giulio sentiva il proprio cuore battere nelle tempie, un martello pneumatico che scandiva il ritmo di un'ossessione accumulata nel corso di mesi passati a incrociarsi nei corridoi del tribunale o nei bar della stazione senza mai trovare il coraggio di dire la parola giusta.
Arrivati sul pianerottolo cieco, nascosto alla vista e protetto da una lamiera arrugginita che faceva da paravento contro il vento della notte, Giulio non perse tempo con i cacciavite o gli attrezzi che portava nella tasca della giacca. Fece sbattere Beatrice di schiena contro la porta tagliafuoco con un tonfo sordo che fece vibrare il ferro e risuonare l'interno della struttura vuota.
«Qui dentro nessuno ci sente fiatare» le ringhiò nell'orecchio, mentre con una sola mano le strappava i bottoni della camicetta di seta, facendo saltare la madreperla sul pavimento metallico con un tintinnio secco.
Beatrice emise un gemito strozzato, un misto di dolore acuto e sollievo feroce. La stoffa si aprì di colpo, scoprendo il reggiseno di pizzo nero e il seno che si alzava e abbassava frenetico per il battito cardiaco impazzito. Le sue mani scivolarono rapide sotto la camicia di Giulio, piantando le unghie corte e affilate direttamente nella carne nuda dei suoi fianchi, strappandogli un rantolo strozzato in gola che si perse nel buio della notte industriale.
La violenza di quel contatto non aveva nulla di romantico; era uno scontro frontale tra due solitudini esasperate. Beatrice sentiva la lamiera fredda della porta premere contro le sue scapole, mentre il peso del corpo di Giulio la inchiodava alla superficie metallica. Non c'era spazio per le esitazioni. Ogni movimento era dettato da una necessità urgente di riscatto, dalla volontà disperata di lasciare un segno indelebile su una pelle che per troppo tempo era stata trattata come un mero strumento di lavoro.
Giulio le baciò il collo con avidità, affondando i denti nella carne morbida della spalla, mentre le mani di lei scorrevano veloci sotto la sua cintura, cercando il contatto diretto con il corpo di lui. L'attrito dei tessuti, il rumore del respiro spezzato e il ticchettio metallico dei bottoni caduti a terra componevano la colonna sonora di un rito che si ripeteva identico nella sua disperazione, ma ogni volta più feroce, più necessario, più refrattario a qualsiasi forma di redenzione civile.
Si infilarono nel buio pesto della vecchia sala di proiezione come due animali braccati che trovano finalmente una tana sotterranea. L'odore di velluto marcio, polvere accumulata negli anni e urina ristagnante si mescolava all'afrore acre del loro sudore, creando un'atmosfera densa, quasi irrespirabile.
Giulio la sollevò di peso, facendole avvolgere le gambe intorno ai fianchi. Beatrice strinse le cosce con forza micidiale attorno alla sua vita, aggrappandosi alle sue spalle con le unghie conficcate nella carne della schiena mentre lei la spingeva con violenza contro la parete imbottita di pannelli fonoassorbenti.
Non c'erano preliminari gentili, non c'erano carezze di cortesia o attenzioni domestiche. Era un amplesso disperato e carnale, una violenza consensuale e liberatoria contro la mediocrità dei loro matrimoni in bianco, delle rate del mutuo trentennale e delle scadenze commercialistiche che scandivano le loro settimane.
Ogni spinta era scandita dai respiri spezzati e dal rumore sordo dei loro corpi che sbattevano ritmicamente contro il muro, in una danza meccanica e disperata. Il buio intorno a loro era assoluto, rotto solo dai riflessi lontani di qualche luce di servizio che filtrava attraverso le fessure del tetto. Non potevano vedersi in volto, eppure si conoscevano nei dettagli più nascosti attraverso il tatto, attraverso il modo in cui i muscoli si contraevano sotto la pressione, attraverso il sapore salato del sudore che colava lungo le labbra.
«Fammi male, Giulio... fammi sentire che esisto davvero» urlò lei sottovoce, affondando i denti nella spalla di lui attraverso la stoffa lacerata della camicia, mentre il piacere saliva denso e violento, bruciandole la gola come un bicchiere di superalcolico bevuto d'un fiato a stomaco vuoto.
Lui rispose stringendole i fianchi con tale forza da lasciarle i lividi viola impressi sulla pelle chiara per giorni, ansimando il suo nome come una preghiera sacrilega nel buio della sala vuota, mentre il mondo là fuori continuava a girare incurante della loro rovina. La sala di proiezione, un tempo tempio di illusioni patinate e sogni americani in technicolor, era diventata il teatro di una verità nuda e cruda, spogliata di ogni retorica.
L'intensità del momento raggiunse il culmine in un silenzio quasi irreale, rotto solo dal battito accelerato dei loro cuori e dallo sfregamento dei corpi contro la moquette consunta del pavimento. Quando infine si separarono, rimasero per lunghi minuti immobili nel buio, appoggiati l'uno all'altra, cercando di ritrovare il controllo del proprio respiro prima di dover rimettere piede nel mondo reale.
All'alba, la luce grigia delle sette del mattino filtrava implacabile attraverso le persiane socchiuse dello studio notarile, proiettando strisce verticali di chiarore sulle scrivanie coperte di fascicoli.
Beatrice era seduta alla sua postazione, impeccabile nel suo tailleur grigio chiaro, con i capelli raccolti in un chignon severo che non lasciava trasparire nulla. Ma sotto la gonna corta, la pelle dell'interno coscia bruciava ancora per lo sfregamento della notte e le caviglie erano cosparse di una sottile patina di polvere di ferro e catrame rappreso.
La porta dello studio si aprì con un fruscio leggero. Entrò un rappresentante di forniture per ufficio, camicia bianca inamidata, cravatta ordinata e un'aria leggermente annoiata stampata sul viso. Era Giulio.
Si guardarono per un secondo esatto attraverso il bancone della reception, in quel silenzio ovattato che precede l'arrivo dei clienti. Nessun sorriso d'intesa, nessun ammiccamento complice. Solo un lampo fugace, nerissimo e denso negli occhi di entrambi, che conteneva ancora tutto il fumo, il sudore e il sapore ferroso di ciò che era avvenuto nel buio, prima di tornare a fingere di essere estranei perfetti in un mondo che non perdonava le crepe.
La giornata lavorativa riprese con la sua consueta cadenza implacabile. I clienti iniziarono ad affollare la sala d'attesa, portando con sé le solite beghe ereditarie, i litigi sulle proprietà terriere e le preoccupazioni economiche che alimentavano la macchina della giustizia civile. Beatrice rispondeva al telefono con voce ferma, batteva a macchina i rogiti con precisione millimetrica e sorrideva ai notai con la stessa educazione di sempre. Nessuno avrebbe potuto sospettare che dietro quella facciata di irreprensibile professionalità si celasse il ricordo bruciante di una notte passata a calpestare ogni regola del vivere civile.
Giulio, dal canto suo, aveva ripreso la sua valigetta di campionari, girando per i cantieri della zona e i negozi di arredamento in crisi di liquidità, collezionando rifiuti e promesse di pagamento che non sarebbero mai state mantenute. Ma mentre compilava i suoi moduli prestampati, sentiva ancora sotto i polpastrelli la consistenza della pelle di Beatrice, la durezza di quel muro contro cui si erano consumati, la certezza che, nonostante tutto, quella notte sarebbero tornati a cercarsi nel buio del piazzale.
La settimana trascorse come un lento stillicidio di ore identiche, scandite dalla pioggia battente che a metà autunno cominciava a inzuppare la terra della pianura, trasformando i campi intorno al centro commerciale in una distesa fangosa e grigia.
Nel piccolo appartamento di Giulio, situato al terzo piano di un condominio popolare con l'intonaco scrostato, il silenzio pesava come un blocco di piombo. Sua moglie, Anna, trascorreva le serate seduta sul divano davanti alla televisione accesa, lo sguardo fisso sullo schermo a fissare i pixel luminosi di un quiz a premi senza mai dire una parola. Cenavano spesso senza parlarsi, divisi da un tavolo di formica marrone su cui si accumulavano le buste della luce, del gas e le sollecitate rate del condominio. Giulio guardava la schiena curva della moglie e provava un senso di colpa sordo, non tanto per il tradimento in sé — che in fondo sembrava quasi una formalità burocratica della loro infelicità —, ma per la totale assenza di emozione che provava nel guardarla. Eravamo due relitti legati alla stessa ancora, pensava mentre rigirava distrattamente la posata nel piatto.
Dall'altra parte della città, nell'ordinatissimo trilocale acquistato con trent'anni di sacrifici e mutuo variabile, Beatrice si muoveva in un ordine claustrofobico. Suo marito, un impiegato tecnico del catasto che passava le serate a montare modellini navali in scala ridotta sul tavolo della cucina, non le rivolgeva la parola se non per chiederle dove avesse riposto gli attrezzi di precisione o la colla epossidica. Per lui, Beatrice era diventata un pezzo d'arredamento particolarmente efficiente, un elettrodomestico silenzioso che provvedeva alla spesa e alla pulizia della casa. Nessuno dei due sapeva dell'altro; vivevano in un regime di apartheid domestico, tollerandosi a vicenda per quieto vivere e per paura di affrontare i costi di un'separazione legale.
Ma quando il venerdì sera tornava a profilarsi all'orizzonte, l'inerzia della settimana cominciava a incrinarsi. Nei cassetti delle scrivanie, nei cruscotti delle utilitarie e nei pensieri nascosti durante le riunioni d'ufficio, la prospettiva del piazzale Le Betulle agiva come una calamita irresistibile. Non era il desiderio d'amore a spingerli verso quel buio, quanto piuttosto la certezza matematica che solo lì dentro la loro esistenza riacquistava un peso specifico reale.
Quella settimana, il punto d'incontro non fu il centro commerciale, ma un vecchio bar sport di periferia, un locale con le pareti ingiallite dal fumo e l'insegna al neon mezzo fulminata che proiettava una luce tremolante sulla strada bagnata. Giulio era seduto a un tavolino in fondo alla sala, davanti a un bicchiere di rosso annacquato, quando Beatrice era entrata spingendo la porta a vetri con decisione. Non si erano dati appuntamento; non ce n'era bisogno. Sapevano dove trovarsi quando l'aria diventava troppo sottile per respirare.
Il bar era semivuoto. Oltre al proprietario, un vecchio stempiato che puliva distrattamente il banco con uno straccio unto, c'erano solo due disoccupati che fissavano una partita di calcio minore trasmessa su un televisore appeso al muro. Beatrice si diresse direttamente verso il fondo della stanza, scivolando sulla panca di similpelle logora di fronte a Giulio.
Non si dissero buonasera. Non c'erano convenevoli tra di loro.
«Ti hanno dato i nuovi fascicoli per l'esproprio della tangenziale?» chiese Giulio, rompendo il silenzio con una voce bassa che raschiava appena la superficie del tavolo.
«Sì» rispose Beatrice, appoggiando la borsa di pelle nera sullo sgabello accanto. Aveva il viso stanco, segnato da occhiaie profonde che il fondotinta riusciva a mascherare solo in parte. «Trentaquattro famiglie che perderanno la casa o il pezzettino orto per far passare il cemento della nuova corsia preferenziale. E io devo timbrare le notifiche, spiegare che la pubblica utilità vale più dei loro pomodori e dei loro ricordi.»
Giulio annuì lentamente, facendo roteare il vino nel bicchiere. «La stessa storia di sempre. Ti danno un pezzo di carta e pensano che basti a giustificare qualsiasi porcheria.» Fece una pausa, poi alzò lo sguardo per fissarla negli occhi. «Stasera non andiamo alle Betulle. C'è un posto migliore.»
Beatrice sollevò un sopracciglio, incuriosita ma diffidente. «Che genere di posto?»
«Un capannone dismesso lungo la provinciale per Bergamo» rispose lui con un mezzo ghigno freddo. «Hanno rubato il rame l'anno scorso e non è rimasto quasi nulla, tranne un pavimento in cemento liscio e un sacco di buio. Nessuno ci disturba, nessuno guarda dalle finestre.»
Beatrice rimase in silenzio per qualche istante, valutando il rischio. Poi accennò un sorriso sottile, lo stesso che usava in studio quando firmava un atto particolarmente rischioso per i suoi clienti. «Andiamo.»
Uscirono dal bar a pochi minuti di distanza l'uno dall'altra, per non dare nell'occhio a quei pochi avventori rimasti. Salirono sulle rispettive auto e si diressero verso la zona industriale, seguendo la scia dei fari nella notte umida e battuta dalla pioggia battente.
Il capannone si trovava in fondo a una strada sterrata, nascosto dietro una cortina di pioppi fradici d'acqua. L'insegna della ditta, ormai illeggibile a causa della ruggine e della pioggia acida, dondolava lamentosa a ogni folata di vento. Giulio spense i fari della station wagon non appena varcò il cancello sradicato dai cardini, infilandosi sotto la tettoia di lamiera che un tempo riparava i camion per il carico merci.
L'interno era un cavernoso spazio vuoto, immenso e freddo. L'odore di cemento armato bagnato, polvere di gesso e ferro ossidato riempiva i polmoni con una forza quasi violenta. Non c'erano luci; solo il chiarore grigiastro della luna filtrato dai lucernari alti e sporchi del tetto, che disegnava sagome geometriche sul pavimento tirato a lucido.
Appena scesi dalle auto, l'aria fredda della notte sembrò colpirli come una frusta. Beatrice rabbrividì leggermente, stringendosi il cappotto intorno al collo, ma non indietreggiò. Giulio le si avvicinò alle spalle, avvolgendole le braccia intorno alla vita con una possessività che non ammetteva repliche, tirandola contro il proprio petto per trasmetterle un po' del proprio calore corporeo.
«Fredda?» le sussurrò all'orecchio, la voce roca e vicina.
«Non più di quanto lo sia là fuori» rispose lei, voltando la testa per cercargli le labbra nel buio.
Il bacio fu lungo, disperato, privo di qualsiasi dolcezza formale. Le mani di Giulio scivolarono sotto il cappotto di Beatrice, afferrandole i fianchi con una forza tale da farle mancare il respiro. La spingeva contro la fiancata fredda della macchina, mentre la pioggia continuava a battere con un rumore sordo e ritmato sulla lamiera della tettoia sopra le loro teste.
Qui, lontani anche dal voyeurismo periferico del parcheggio del centro commerciale, la trasgressione assumeva i contorni di un esilio volontario. Non c'era un branco a guardarli, non c'erano risate roche o sfide verbali: c'erano solo loro due, due ingranaggi difettosi di una macchina sociale che continuava a macinare esistenze senza sosta.
Giulio le sollevò la gonna con gesti rapidi e brutali, strappando quasi i collant di nylon nella foga di aprirsi un varco. Beatrice non emise un lamento di protesta; anzi, aprì le gambe, cingendogli i fianchi con le cosce con una forza disperata, desiderosa di sentire il dolore fisico di quel contatto come prova provata della propria esistenza al di fuori delle scartoffie notarili.
L'amplesso fu furioso, consumato in piedi contro la lamiera della station wagon, tra respiri spezzati, imprecazioni a mezzo servizio e il rumore della pioggia che cancellava ogni altro suono del mondo. Ogni spinta era un atto d'accusa contro la vita che conducevano, una rivolta silenziosa e carnale contro le scadenze, i mutui, i doveri coniugali e la dignità borghese che li soffocava giorno dopo giorno.
Quando il piacere esplose, fu un lampo accecante e doloroso, un cortocircuito dei sensi che lasciò entrambi privi di forze, appoggiati l'uno all'altra contro la macchina fredda, mentre il sudore si raffreddava rapidamente sulla pelle a contatto con l'aria umida del capannone.
Rimasero a lungo immobili sotto la tettoia, avvolti nel buio e nel silenzio del capannone abbandonato. Giulio teneva Beatrice stretta a sé, con il mento appoggiato sui suoi capelli scuri, mentre la pioggia continuava a cadere incessante all'esterno, creando una cortina d'acqua che li isolava dal resto della provincia.
«Sai cosa ho pensato oggi in tribunale?» mormorò Beatrice all'improvviso, con una voce così fragile che sembrava quasi sul punto di spezzarsi.
Giulio le accarezzò distrattamente la schiena attraverso la stoffa del cappotto. «Che cosa?»
«Che se un camion dovesse venirmi addosso domani mattina mentre attraverso la strada per andare in studio, nessuno si accorgerebbe che sono morta per davvero. Continuerebbero a cercare il timbro sulle pratiche, a telefonare per sapere se la trascrizione è pronta, a lamentarsi perché il rogito è in ritardo di tre giorni. Il mio posto verrebbe occupato nel giro di ventiquattro ore da un'altra neolaureata disposta a lavorare gratis pur di fare curriculum.»
Giulio rise amaramente, un suono secco che le vibrò nel petto. «È così per tutti, Beatrice. Siamo solo pezzi di ricambio con la data di scadenza stampata sulla nuca. Ti fanno credere di essere indispensabili finché servi a pagare gli interessi sul capitale; il giorno in cui ti fermi, ti buttano nel cassonetto della spazzatura e mettono un cartello con scritto Cercasi personale.»
«E allora perché continuiamo a farlo?» chiese lei, girandosi leggermente per guardarlo in faccia nel buio, sebbene riuscisse a distinguere solo la sagoma scura della sua mascella. «Perché torniamo a casa ogni sera a recitare la parte dei coniugi perfetti, dei cittadini onesti, dei contribuenti modello?»
«Perché non sappiamo fare altro» rispose Giulio con una sincerità disarmante, stringendola un po' più forte, quasi a volerla trattenere dal dissolversi in quell'aria fredda. «Perché la paura di saltare nel vuoto è più grande della sofferenza che proviamo stando fermi. Questo posto... noi qui... siamo l'unico momento in cui ci riprendiamo quello che ci spetta.»
Beatrice rimase in silenzio. Sapeva che aveva ragione. La loro non era una storia d'amore clandestina; non c'erano promesse di fuga, non c'erano progetti per il futuro, non c'erano valigie pronte nell'armadio. Era un patto di mutuo soccorso fisico, una forma di sopravvivenza animale basata sul riconoscimento reciproco del proprio fallimento.
Si sistemarono i vestiti con gesti lenti e impacciati, ricomponendo le giacche, tirando su le cerniere, cercando di cancellare i segni più evidenti di quella notte. Poi risalirono sulle rispettive macchine, riaccendendo i fari che illuminarono per un istante i muri scrostati e i ferri arrugginiti del capannone, prima di separarsi e prendere strade diverse verso le loro case buie e silenziose.
Il lunedì mattina arrivò con la sua consueta brutalità cromatica: un cielo plumbeo, basso e plumbeo che minacciava pioggia fin dalle prime luci dell'alba, e il traffico infernale della tangenziale intasato dai Tir che riprendevano la loro marcia verso i centri di smistamento logistico.
Beatrice varcò la soglia dello studio notarile alle otto e trentacinque in punto. Indossava un tailleur nero rigoroso, con la camicia bianca abbottonata fino all'ultimo bottone e i capelli raccolti nel solito chignon impeccabile. Sul suo viso non c'era traccia della stanchezza o del fango calpestato la notte prima nel capannone lungo la provinciale; ogni muscolo era sotto controllo, ogni espressione calibrata per rispondere agli standard inflessibili del notaio Rossi, un uomo ottantenne che considerava il matrimonio un'istituzione sacra e l'efficienza d'ufficio una questione di fede religiosa.
«Buongiorno, Beatrice» le disse il notaio, sollevando gli occhiali dalla punta del naso mentre passava in rassegna la pila della corrispondenza mattutina. «Si ricordi che alle dieci abbiamo l'atto di compravendita per la villetta dei coniugi Bianchi. Voglio tutti i certificati catastali in ordine, non tollero errori sulle volture.»
«Certamente, notaio. È tutto pronto sulla sua scrivania» rispose lei con voce ferma, accennando un sorriso professionale che non arrivava mai a toccare gli occhi.
Si sedette alla sua scrivania, accese il computer e cominciò a scorrere le schermate del catasto telematico. Ma mentre le sue dita battevano meccanicamente sulla tastiera, la sua mente continuava a vagare altrove, intrappolata tra le lamiere della station wagon e l'odore di cemento bagnato. Sentiva ancora sulla pelle il rossore dei colpi ricevuti, la consistenza ruvida della parete, la disperazione lucida di quella libertà durata lo spazio di un'ora.
Dall'altra parte della città, nel settore logistico della periferia nord, Giulio stava affrontando una riunione altrettanto surreale con il suo capo area, un trentottenne rampante con la passione per il golf e le slide aziendali a barre colorate.
«I dati di vendita del trimestre sono sotto la soglia minima del budget, Giulio» tuonava il manager, tamburellando le dita sulla scrivania in formica lucida. «I clienti si lamentano dei prezzi, ma la verità è che non ci mettete abbastanza grinta. Dobbiamo spingere sui nuovi contratti, fare più visite, stare sul campo. Non possiamo permetterci di perdere quote di mercato a favore dei concorrenti.»
Giulio ascoltava in silenzio, fissando un punto imprecisato sulla cravatta firmata del suo superiore. Non rispondeva. Sapeva che qualsiasi giustificazione sarebbe stata interpretata come debolezza, come un alibi da impiegato mediocre. Pensava al capannone, al buio, alla pioggia che batteva sul tetto, e sentiva un sorriso freddo e sardonico formargli sulle labbra, nascosto dietro un'espressione di finta attenzione professionale.
«Hai capito, Giulio?» insistette il capo area, irritato da quel silenzio prolungato.
«Sì, ho capito perfettamente» rispose Giulio con voce piatta, alzandosi in piedi con la valigetta in mano. «Faremo il possibile per recuperare il terreno perduto.»
Uscì dall'ufficio senza voltarsi. Sapeva che quel pomeriggio avrebbe fatto il giro dei soliti clienti insolventi, che avrebbe incassato altri rifiuti e che, a fine mese, lo stipendio sarebbe rimasto esattamente lo stesso, divorato dall'inflazione e dalle rate della banca. Ma non gli importava più di tanto. Aveva imparato che c'era una vita parallela, sotterranea e invisibile, che scorreva al di sotto delle griglie della respetability borghese, pronta a riprendersi tutto non appena le luci della città si fossero spente.
Il mese di novembre scivolò via tra giornate sempre più corte e nebbie fitte che, calando dalla montagna, avvolgevano la periferia industriale in un sudario bianco e freddo. In quel paesaggio di capannoni dismessi, centri commerciali illuminati a giorno e svincoli autostradali, la vita di Giulio e Beatrice continuava a seguire il suo doppio binario: di giorno la perfetta recita della normalità piccolo-borghese, fatta di pratiche, bollette, salti mortali finanziari e silenzi coniugali; di notte la discesa sistematica nei territori dell'irresponsabilità e del consumo fisico.
Non avevano più bisogno di darsi appuntamento nei bar di periferia o di scambiarsi messaggi compromettenti sui telefoni cellulari — strumenti troppo rischiosi, che lasciavano tracce documentabili nei tabulati telefonici. Avevano stabilito un codice non detto, una sincronia quasi animale: ogni volta che la pressione della settimana superava il limite di guardia, la destinazione del venerdì notte diventava automaticamente il perimetro abbandonato della provincia.
A volte ritornavano al piazzale del centro commerciale Le Betulle, mimetizzandosi tra i pochi ragazzini in cerca di guai che frequentavano il retro dei negozi chiusi; altre volte si spingevano più in là, verso i cantieri edili bloccati dalla crisi o le corti rurali diroccate dell'entroterra agricolo, dove le vecchie stalle abbandonate offrivano lo stesso riparo anonimo e polveroso.
In una di queste notti di fine autunno, mentre una pioggerellina sottile e gelida trasformava il terreno in una poltiglia scivolosa, si trovavano all'interno di una vecchia pesa pubblica dismessa, situata lungo la strada arginale che costeggiava il fiume. Il gabbiotto di legno e vetro, un tempo utilizzato per pesare i camion carichi di barbabietole o ghiaia, era ormai privo di infissi, ma offriva un riparo parziale dal vento.
Giulio teneva Beatrice premuta contro il banco di ferro arrugginito dove un tempo troneggiava la bilancia meccanica. La luce dei fari della station wagon, lasciata accesa con il motore al minimo, proiettava le loro ombre giganti e distorte contro le pareti scrostate del gabbiotto.
«Se ci vedessero adesso» ansimò Beatrice, con la voce rotta dal freddo e dall'eccitazione, mentre le mani di Giulio le sollevavano il cappotto per penetrarla con una violenza ormai priva di ogni esitazione. «I miei clienti, i giudici del tribunale, il notaio Rossi... penserebbero che siamo usciti di testa.»
«Non siamo usciti di testa, Beatrice» rispose lui, stringendole i fianchi con tanta forza da conficcarle le dita nella carne attraverso la stoffa. «Siamo gli unici ad aver capito come funziona il gioco. Tutti gli altri fingono di essere felici; noi almeno sappiamo di essere in caduta libera.»
La brutalità di quel rapporto non aveva più nulla del peccato o della trasgressione occasionale; era diventata un'istituzione parallela, un sacramento laico e disperato celebrato sulle rovine dell'economia provinciale. Ogni livido, ogni graffio, ogni goccia di sudore rappreso rappresentava una tassa pagata per mantenere il contatto con la propria parte più vera, quella che la luce del sole e i moduli catastali cercavano di annientare ogni giorno.
Quando finirono, rimasero a guardarsi attraverso il parabrezza appannato dell'auto, mentre il motore continuava a girare al minimo, consumando gli ultimi litri di benzina di un serbatoio quasi vuoto. Non c'erano promesse da fare, né futuri da inventare. C'era solo l'attesa del prossimo venerdì, l'ennesima scadenza da onorare nel calendario dei corpi perduti.
L'inverno arrivò all'improvviso, con una gelata che cristallizzò il fango dei cantieri e rese i vetri delle macchine spessi strati di ghiaccio da raschiare all'alba prima di partire per il lavoro.
In quel dicembre rigido, le scadenze fiscali di fine anno imposero ritmi infernali sia allo studio notarile che agli uffici commerciali della logistica. Le ore di straordinario si moltiplicarono; le scrivanie si seppellirono sotto pile di bilanci preventivi, denunce dei redditi integrative e solleciti di pagamento che arrivavano da banche e fornitori sull'orlo del fallimento. La pressione sociale raggiunse il suo apice: la città si riempì di luminarie natalizie che stridevano violentemente con la miseria silenziosa delle famiglie strozzate dai mutui e dalla cassa integrazione.
Giulio e Beatrice si erano visti meno del solito, rallentati dai rispettivi coniugi che esigevano la presenza obbligatoria nelle cene di famiglia e nei preparativi delle feste comandate. Ma la tensione accumulata in quei giorni di forzata astinenza aveva reso l'attesa ancora più febbrile, carica di un'impazienza quasi insostenibile.
Era la vigilia delle vacanze di Natale quando, finalmente, riuscirono a sganciarsi dai rispettivi impegni domestici con la scusa di un inventario straordinario d'ufficio e di una riunione commerciale di fine anno. Il termometro segnava tre gradi sotto zero, e una nebbia densa e lattiginosa aveva cancellato i contorni della città, riducendo la visibilità a pochi metri.
Non scelsero un capannone abbandonato o un piazzale periferico. Quella notte tornarono dove tutto era cominciato: il parcheggio deserto del centro commerciale Le Betulle. Ma a quell'ora, l'atmosfera era completamente diversa rispetto alle serate estive. Le luci al sodio dei lampioni filtravano attraverso la coltre di nebbia come globi spettrali di un arancione malato; l'asfalto era coperto da un velo di brina scintillante che scricchiolava sotto le suole delle scarpe.
La station wagon di Giulio era l'unica macchina parcheggiata nell'immenso piazzale vuoto, proprio sotto l'insegna spenta del supermercato.
Beatrice arrivò poco dopo, camminando a passi lenti nel freddo pungente, avvolta in un pesante cappotto di lana scura. Salì direttamente sul sedile del passeggero della macchina di Giulio, sbattendo la portiera con un tonfo secco che ruppe il silenzio della notte.
Non si bussarono, non si salutarono. Giulio si voltò verso di lei, le prese il viso tra le mani fredde e la baciò con una disperazione nuova, un'urgenza che non somigliava a nessun'altra volta precedente.
«Non ce la faccio più, Giulio» sussurrò lei contro le sue labbra, mentre una lacrima calda le rigava la guancia, subito raffreddata dal gelo dell'abitacolo. «Ho fatto il bilancio di quest'anno. Ho guadagnato abbastanza per pagare la metà del mutuo e comprare un cappotto nuovo a mia madre. Per il resto, non è rimasto niente di me. Solo carta, firme e timbri.»
Giulio la strinse a sé, facendole appoggiare la testa sulla sua spalla, mentre il riscaldamento della macchina cominciava a soffiare aria tiepida contro il parabrezza ghiacciato.
«Lo so» rispose lui con voce ferma, guardando fuori dal finestrino verso il bianco lattiginoso della nebbia che inghiottiva tutto il mondo circostante. «Ma guarda fuori. Per quanto provino a recintarci, a metterci le etichette, a farci timbrare i cartellini o a farci pagare le tasse su ogni respiro... là fuori, in questo preciso momento, non c'è nessuno che possa impedirci di essere esattamente quello che siamo.»
Beatrice chiuse gli occhi, respirando l'odore di fumo, colonia economica e lana bagnata di Giulio. Sapeva che l'indomani mattina la sveglia avrebbe suonato alle sette in punto, che il notaio Rossi avrebbe preteso i soliti certificati catastali e che la vita avrebbe ripreso a girare sui suoi binari d'acciaio prestampati. Ma in quel momento, racchiusi nel guscio di metallo di un'utilitaria parcheggiata nel nulla, il bilancio era perfettamente in pareggio.

Vacca 24
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