LA PARTE INVISIBILE DI NOI
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT
La montagna era una soglia invisibile, il punto esatto in cui l'asfalto della modernità cedeva il passo a un regno ancestrale, fatto di roccia viva, di silenzi millenari e di un'ombra che sapeva di muschio e di umidità primordiale. Era una mattina di settembre, sospesa tra il residuo calore estivo e il morso tagliente dell'autunno in quota. Gli aghi di pino, sparsi lungo il sentiero come un tappeto soffice e infido, scivolavano impercettibilmente sotto le suole degli scarponi, mentre il gruppo avanzava in un'unica fila indiana, guidato con passo metodico e misurato da Elena.
Eravamo in dodici, un numero casuale di estranei catapultati insieme nel ventre di una geologia indifferente. Io camminavo con la testa china, attenta a non perdere il ritmo, prigioniera volontaria di un'esistenza che da troppo tempo mi sembrava racchiusa in una teca di cristallo.
Ovunque mi voltassi, la mia immagine era già scritta, definita dalle aspettative altrui: la donna affidabile, la professionista misurata, quella che non usciva mai dai margini prestabiliti, che soppesava ogni sillaba e rifuggiva l'imprevisto.
Avevo prenotato quell'escursione — Nel cuore della montagna: esperienza sensoriale in grotta — con una spinta cieca, quasi irriguardosa verso la mia stessa routine. Avevo bisogno di perdere il controllo, di smarrire i punti di riferimento, di non sapere dove mettere i piedi.
Fu dopo circa mezz'ora di marcia che lo notai.
Camminava tre posizioni davanti a me. Non c'era nulla di ostentato nel suo incedere, eppure la sua schiena larga, il modo in cui la giacca antivento era legata strettamente alla vita, e soprattutto quel dettaglio impercettibile — una sottile cicatrice bianca che interrompeva la linea del sopracciglio sinistro, conferendogli un'espressione insieme vulnerabile e tagliente — catturarono la mia attenzione.
Non parlava.
Quando, durante una breve sosta per riprendere fiato, si voltò all'indietro per controllare la progressione del gruppo, i nostri sguardi si scontrarono. Fu un contatto breve, non più lungo di un battito d'ali, ma abbastanza intenso da farmi abbassare gli occhi con un brivido improvviso che nulla aveva a che fare con la temperatura dell'aria.
L'imboccatura della grotta si aprì all'improvviso nella roccia calcarea, una ferita scura e profonda scavata dallo scorrere millenario dell'acqua.
Appena oltrepassammo la soglia, il mondo che conoscevamo svanì di colpo. L'aria calda della valle fu inghiottita da un vento sotterraneo, gelido e denso, che sapeva di pietra bagnata, di limo e di un tempo immobile.
Le nostre torce elettriche fendettero il buio con coni di luce tremolante, riflettendosi su pareti madide di umidità, dove rivoli d'acqua cristallina serpeggiavano tra stalattiti e concrezioni calcaree che sembravano colate di cera pietrificata.
Più scendevamo nei meandri della terra, più i rumori della superficie si attenuavano, fino a spegnersi del tutto: prima il traffico lontano, poi il fruscio del vento tra le fronde, infine il battito stesso della nostra quotidianità.
Elena ci radunò in uno spazio più ampio, la cui volta sfuggiva persino ai fasci di luce più potenti. Le sue parole risuonarono amplificate dall'acustica della pietra. Ci spiegò che la grotta, nei suoi tratti più interni, era rimasta inesplorata per secoli, celata dietro barriere di roccia che soltanto i moderni speleologi avevano saputo violare. Poi, con un sorriso enigmatico, tirò fuori da una sacca una serie di mascherine oscuranti e di cuffie isolanti.
«Adesso comincerà la vera esperienza» disse, scrutandoci uno a uno. «Quindici minuti senza vista e senza udito. Potrete muovervi lungo il perimetro, ma non potrete parlare. Se qualcuno dovesse avvertire un senso di panico, basterà premere due volte il piccolo dispositivo di sicurezza al polso.»
Un mormorio di eccitazione e di apprensione percorse il gruppo. Io strinsi il bracciale di plastica, poi sollevai lo sguardo. Dall'altra parte della sala, immobile nel cono di una torcia, c'era lui. Mi stava guardando. Per un secondo, attraverso la penombra, ebbi la certezza che stesse pensando la mia stessa cosa: che stavamo per compiere un salto nel vuoto, affidandoci totalmente al caso e agli sconosciuti. Poi calai la mascherina sugli occhi e infilai le cuffie.
Il buio che mi inghiottì non fu semplicemente assenza di luce; fu una presenza fisica, densa, quasi vellutata, che mi tolse il respiro per un istante. All'inizio il cervello continuò a proiettare l'ultima immagine registrata: le pareti umide, i riflessi metallici delle torce, la figura di Luca lontana pochi metri. Poi, rapidamente, anche quel ricordo si sprofondò nel nulla. Alzai una mano davanti al viso e non vidi altro che una nebbia nera, assoluta. Persi la percezione della distanza, del pavimento, del soffitto. Eravamo atomi sospesi nel nulla.
Il silenzio nelle cuffie era totale, un ronzio sordo che amplificava ogni minima percezione corporea. Sentii il mio cuore battere contro le costole come un uccellino in gabbia. Inspirai profondamente quell'aria gelida e minerale, trattenendola nei polmoni.
Poi, in quel vuoto sensoriale totale, accadde.
Un contatto. Leggerissimo, quasi irreale sul dorso della mano destra. Un sfioramento di polpastrelli che durò lo spazio di un respiro e poi svanì. Rimasi immobile, trattenendo il fiato, con il corpo improvvisamente teso come la corda di un violino. Il tocco tornò, più deciso questa volta. Una mano calda scivolò lentamente lungo il mio polso, tracciando la pelle con una delicatezza che contrastava ferocemente con la durezza della pietra circostante. Le mie dita riconobbero istantaneamente, con una precisione che la vista non avrebbe mai garantito, la ruvidità di un palmo maschile. E poi, salendo, il pollice urtò contro la piccola cicatrice sul sopracciglio che la mia memoria visiva aveva registrato poco prima, ma che ora si traduceva in pura geografia tattile.
Era lui.
Non avevo bisogno di prove logiche; ogni terminologia nervosa del mio corpo gridava la sua identità. La mia mano si mosse d'istinto, debolmente all'inizio, poi cercò le sue dita e le strinse. Fu come trovare un'ancora in mezzo a un oceano in tempesta. Le sue dita risposero serrandosi attorno alle mie, con una presa ferma, calda, rassicurante e al tempo stesso incredibilmente carica di una tensione sotterranea, carnale.
In quel buio assoluto, privato del filtro rassicurante degli occhi, il corpo acquisì una voce nuova, primordiale. Senza la vista, ogni inibizione sociale si dissolse, bruciata dal fuoco di un'intimità improvvisa e violenta. La sua mano lasciò la mia presa per risalire lungo l'avambraccio, tracciando la linea sottile del nervo, il profilo del gomito, per poi fermarsi un istante sulla spalla, quasi a voler misurare la mia taglia, la mia consistenza. Il calore del suo corpo emanava attraverso la giacca leggera, un'onda termica che combatteva il freddo umido della grotta.
Con un movimento lento, quasi timoroso di rompere quell'incantesimo, alzai la mano libera nel buio. Le dita sfiorarono la stoffa ruvida della sua spalla, risalirono lungo il collo robusto, la curva della mandibola, la barba corta e ispida che pungeva piacevolmente i polpastrelli. Lui non si scostò. Al contrario, inclinò leggermente il viso verso il mio palmo, quasi a suggellare quel patto silenzioso. In quel momento, mentre la vista era ridotta al nulla, la mia mente dipinse un ritratto di lui infinitamente più vivido, dettagliato e desiderabile di quanto qualsiasi immagine reale avrebbe mai potuto fare. Potevo sentire il calore della sua pelle, il profumo della sua pelle mista a bosco e pioggia, il ritmo irregolare del suo respiro che si mescolava al mio in quello spazio ristretto e segreto.
Il bracciale al polso vibrò con un ronzio sordo, segnalando il cambio di fase dell'escursione. La guida ci ordinava di riprendere il cammino lungo la corda guida fissata alla parete. Ci staccammo a malincuore, ma le nostre mani, per un istante infinito, si cercarono ancora prima che la corda ci costringesse a procedere in fila.
La galleria si fece via via più stretta. In alcuni punti la roccia sembrava stringersi intorno a noi come una morsa, costringendoci a procedere di lato, strusciando contro le pareti bagnate. In un tratto particolarmente scivoloso, il mio piede perse aderenza su un sasso mobile. Feci un sobbalzo, un grido strozzato rimase intrappolato in gola. Prima ancora che potessi cadere, una mano forte mi afferrò saldamente per la vita, tirandomi contro un petto duro e insensibile alla roccia. Rimasi immobile per secondi interminabili, schiacciata contro di lui, sentendo il calore del suo corpo penetrare attraverso i vestiti, l'attrito dei nostri respiri che si scontravano nello spazio angusto. Non ci fu bisogno di parole. La sua mano rimase lì, a proteggermi i fianchi, mentre la mia mano cercava la sua spalla per reggersi. Quando il passaggio si allargò leggermente, le sue dita non si staccarono del tutto dalla mia pelle, guidandomi con una dolcezza possessiva che mi fece accelerare il battito cardiaco fino a farlo rimbombare nelle orecchie.
Arrivammo infine in una cavità più interna, una sorta di nicchia naturale riparata dai flussi d'aria della grotta. Qui la temperatura era leggermente più mite. Ci sedemmo vicini sulla pietra fredda, le spalle che si toccavano ininterrottamente, un ponte di carne e calore in mezzo al gelo sotterraneo.
Lui prese la mia mano, aprendo lentamente il palmo e tracciandovi sopra dei segni con la punta dell'indice. Non capivo subito. Poi riconobbi i movimenti: stava disegnando delle lettere. C-H-I? tracciò sulla mia pelle. Sorrisi nel buio. Presi il suo dito, lo guidai sul mio palmo e scrissi lentamente il mio nome: A-N-N-A. Lui ripeté le lettere mentalmente, stringendomi la mano a ogni sillaba, come per imprimere quel nome nella sua memoria epidermica. Poi, con lo stesso indice, tracciò il suo: L-U-C-A. In quel momento, in quel ventre di pietra privo di coordinate temporali, non eravamo più due estranei di un gruppo turistico. Eravamo due entità ridotte all'essenziale, spogliate di ruoli, di difese, di maschere sociali.
Luca prese la mia mano e la guidò direttamente sul proprio petto. Potevo sentire distintamente i colpi sordi e potenti del suo cuore, un martello ritmico che batteva contro le costole. Senza esitare, spinsi la mia fronte contro la sua. I nostri nasi si sfiorarono in un contatto leggero, elettrico. Le sue labbra erano a pochi millimetri dalle mie; ne percepivo l'umidità, il calore, il profumo appena accennato di un respiro trattenuto.
Il desiderio, amplificato dalla privazione sensoriale, divenne una febbre sottile che mi percorreva la spina dorsale. Ogni terminazione nervosa era concentrata lì, in quel punto d'intersezione tra i nostri corpi. Volevo baciarlo con un'urgenza che non provavo da anni, un bisogno viscerale che scavava dentro con la stessa forza con cui l'acqua aveva scavato la roccia. Ma c'era una sorta di tacito accordo in quel silenzio: la consapevolezza che ogni cosa aveva il suo tempo, che l'attesa stava caricando quel momento di una densità erotica insostenibile. La sua mano risalì lentamente dalla mia nuca, afferrando i capelli con una presa ferma ma delicata, inclinandomi appena il viso, mentre il suo pollice accarezzava il labbro inferiore con una lentezza esasperante, quasi crudele nella sua dolcezza.
Rimase lì, in quel bilico perfetto tra il passo successivo e la rinuncia, mentre il mondo fuori continuava a non esistere. Sentivo il peso del suo corpo che premeva contro il mio, l'odore della sua pelle che mi entrava nei polmoni, la promessa non detta di ciò che sarebbe potuto accadere se solo avessimo voluto strappare il velo di quel buio.
Fu allora che la terra sembrò ricordarsi di noi.
Un fremito sordo, profondo, che partì dalle viscere della montagna e risalì attraverso le suole dei nostri scarponi. Un boato sordo, attutito dalla roccia, fece tremare le stalattiti sopra le nostre teste. Un piccolo distacco di pietre e detriti precipitò a pochi metri da noi, ostruendo parzialmente il corridoio da cui eravamo venuti.
Il panico, per un istante, si insinuò tagliente come una lama. Ma in quel caos improvviso, la mano di Luca non mi lasciò. Anzi, la sua stretta si fece ferrea, disperata, protettiva. Non c'era più spazio per la raffinata sensualità di poco prima; c'era la cruda realtà della sopravvivenza, un'urgenza animale che ci legava l'uno all'altra in modo indissolubile. Io strinsi le mie dita attorno alle sue con la stessa forza, aggrappandomi a lui come all'unica certezza in un mondo che sembrava dissolversi.
Passarono minuti interminabili, scanditi dal ticchettio di gocce d'acqua e dal respiro affannoso della guida che, poco lontano, richiamava tutti alla calma attraverso i dispositivi di emergenza. La frana si era assestata. Il passaggio per il ritorno, sebbene disagevolato, era agibile.
Quando la guida diede l'ordine di riaccendere le torce e di togliere le mascherine, la luce mi ferì gli occhi come una frustata. Socchiusi le palpebre, barcollando leggermente per il ritorno improvviso della vista. Il mondo riprese colore, forma, contorni fin troppo definiti.
E lui era lì, a pochi centimetri da me.
Alla luce cruda della torcia, Luca apparve diverso eppure incredibilmente familiare. Aveva i capelli scuri arruffati dalla mascherina, la pelle leggermente pallida per l'emozione, e quegli occhi scuri, intensi, che mi fissavano con una voracità nuova. La cicatrice sul sopracciglio spiccava nettamente sulla pelle abbronzata.
«Anna,» mormorò. La sua voce era più roca, più profonda di quanto avessi immaginato nel buio, un suono che mi accarezzò la pelle con la stessa intensità di un tocco.
«Luca,» riuscii a dire, deglutendo a fatica.
Lui abbozzò un sorriso lento, sghembo, che illuminò tutto il suo viso. «Quindi ero davvero io.»
«E come facevi a esserne così sicuro?» gli chiesi, cercando di ricomporre i frammenti della mia consueta compostezza, sebbene sentissi le guance in fiamme.
«Non lo sapevo,» rispose lui, senza distogliere lo sguardo dal mio, con una sincerità disarmante. «Ma ti speravo.»
Non risposi. Non c'erano parole adeguate per descrivere il tumulto che mi agitava dentro.
La discesa verso la valle fu un lungo, silenzioso esame di coscienza collettivo. Il gruppo camminava compatto, ma tra me e Luca si era creata una distanza fisica che era, paradossalmente, molto più intima di qualsiasi vicinanza. Camminavamo a un passo di distanza, le nostre spalle che quasi si sfioravano a ogni falcata, mentre il tramonto incendiava le cime dei monti con sfumature di rosso e d'oro.
Arrivati al parcheggio, mentre gli altri si dispersero tra risate e commenti eccitati sull'avventura vissuta, io rimasi ferma vicino alla mia auto, stringendomi nelle spalle per il freddo della sera che calava rapido.
Luca mi raggiunse con un passo deciso. Si sfilò la giacca antivento e me la posò sulle spalle senza chiedere permesso. Il tessuto era ancora intriso del suo calore e di quel profumo inconfondibile di pino, pietra e sapone pulito.
«Hai freddo?» mi chiese, con la voce bassa.
«Un po'» ammisi, tirando la zip fino al mento e affondando il viso nel collo alto della giacca.
Rimanemmo in silenzio per qualche istante, immersi nei rumori lontani del bosco e nel fruscio delle foglie mosse dal vento della sera.
«Posso chiederti una cosa, Anna?» ruppe finalmente il silenzio.
«Dimmi.»
«Se ci fossimo incontrati alla luce, in un bar qualunque, mi avresti guardato?»
Lo guardai a lungo, misurando il peso di quella domanda, la sincerità spudorata di quegli occhi scuri che non cercavano più rifugio nel buio.
«Non lo so,» risposi onestamente. «Forse no. Forse sarei rimasta chiusa nei miei schemi, nella mia solita armatura.»
«E adesso?» domandò lui, facendo un passo più vicino, così vicino che potevo sentire di nuovo il calore del suo corpo emanare attraverso la giacca.
Io allungai la mano, superando quel breve spazio che ci separava, e gli presi le dita, intrecciandole saldamente alle mie, esattamente come avevo fatto nella grotta, quando non sapevo chi fosse ma sapevo già chi desideravo.
«Adesso sì.»
Non ci fu bisogno di aggiungere altro. Il resto del mondo, con le sue regole, le sue definizioni e le sue etichette, rimase confinato laggiù, dietro le spalle, chiuso nel ventre buio della montagna.
La mattina seguente, esattamente alle otto e dodici, il mio telefono vibrò sul comodino.
Buongiorno, Anna. Qui Luca. Quello della grotta.
Un sorriso involontario mi stirò le labbra. Sbloccai lo schermo e lessi la seconda riga:
Questa volta posso offrirti un caffè in un posto dove c'è luce.
Rimasi a fissare le parole per lunghi secondi, sentendo il cuore accelerare con lo stesso identico ritmo con cui aveva battuto nel buio della grotta. Pensai alla mia vita ordinata, ai miei confini prudenti, agli specchi in cui mi riflettevo ogni mattina. Poi digitai la risposta, rapida e incurante di qualsiasi conseguenza:
Va bene. Ma niente mascherine.
La risposta arrivò quasi all'istante, come se fosse stato lì ad aspettare con il telefono in mano:
Promesso.
E poi, dopo pochi secondi, un altro messaggio:
Però vorrei riprendermi la pietra che mi hai lasciato.
Corrugai la fronte, sorpresa. Mi voltai verso il comodino. Lì, poggiato sulla superficie di legno chiaro, c'era il piccolo sasso liscio e grigio che avevo raccolto nella cavità sotterranea e portato via con me. Lo presi in mano. Era freddo, perfettamente insignificante agli occhi di chiunque altro. Eppure, stringendolo nel palmo, sentii di nuovo il sapore di quel buio, la tensione di quel contatto, la vertigine di un desiderio finalmente liberato dalle catene della vista.
Scrissi di getto:
No. Quella è mia.
E la sua risposta, fulminea, chiuse il cerchio:
Allora dovrò rivederti per riprendermela.
Scoppiai a ridere da sola, nella stanza silenziosa, mentre fuori la luce del nuovo giorno inondava i vetri. Non c'era più la montagna. Non c'era più la grotta. C'era soltanto un appuntamento segnato sul calendario e la certezza, limpida e travolgente, che alcune parti di noi non hanno bisogno della luce per essere viste, ma soltanto di qualcuno che sappia cercarle nel buio con le mani giuste.
La penombra della stanza non era quella della grotta, ma possedeva la stessa densità, lo stesso potere di sospendere le regole del mondo esterno. L'aria era satura del profumo della sua pelle, di quel misto di pioggia, pino e calore che avevo imparato a riconoscere nel buio prima ancora di vederne il volto.
Luca mi spinse dolcemente contro la parete del corridoio, il cui intonaco freddo faceva da contraltare alla febbre che ci bruciava addosso. Non c'era fretta, eppure ogni movimento era scandito da un'urgenza sotterranea, viscerale. Le sue mani, grandi e calde, scivolarono lungo i miei fianchi con una possessività silenziosa, tracciando linee precise attraverso la stoffa leggera prima di insinuarsi sotto i margini della blusa. Il contatto della sua pelle nuda contro la mia provocò un brivido acuto che mi percorse la schiena, costringendomi a inarcare leggermente il corpo verso di lui.
I nostri sguardi si incrociarono a distanza di pochi centimetri. Nei suoi occhi scuri c'era la stessa promessa che avevamo fatto a mezz'aria nel ventre della terra: la decisione consapevole di abbandonare ogni schermo, ogni pudore, ogni versione di noi stessi che gli altri avevano imparato ad aspettarsi.
Le sue labbra trovarono le mie in un bacio profondo, avido, che azzerò ogni esitazione. La sua lingua cercò la mia in un ritmo che si fece via via più serrato, mentre le mie dita affondavano nella stoffa della sua camicia, strappando quasi i bottoni per poter stringere i muscoli duri e contratti del suo petto. Sentivo il peso del suo corpo premere contro il mio, l'attrito dei respiri che si spezzavano, la consapevolezza carnale di uno spazio condiviso che diventava ogni istante più ristretto e inevitabile.
«Ti ricordi?» sussurrò lui contro la mia bocca, la voce roca, mentre la sua mano risaliva lenta lungo la coscia, sollevando il bordo della gonna con una calma esasperante e crudele.
«Sì,» riuscii a mormorare, perdendo il controllo di ogni battito.
Ogni carezza era un confine superato, un invito a spingersi oltre quel limite che per troppo tempo avevo protetto con cura. Le sue dita tesero la pelle con precisione millimetrica, esplorando il calore nascosto del mio corpo mentre il mondo fuori, con le sue regole e i suoi specchi, svaniva del tutto. Eravamo di nuovo lì, bendati eppure perfettamente visibili, ridotti all'essenziale: carne, respiro e un desiderio che non chiedeva più il permesso di esistere.
Vacca 24
Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
Commenti per LA PARTE INVISIBILE DI NOI:

Discussioni sul pianeta Swinger e non solo...
