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Lui & Lei

FIABA POST MODERNA


di La-mandria
02.08.2026    |    160    |    1 6.0
"«Il tuo codice mi sta bruciando la rete neurale, » disse lui, e la sua voce non era più un segnale pulito, ma un suono profondo, ruvido, spezzato da scariche statiche e da una sofferenza..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria STRONG

La tuta sim-neurale color ambra non avvolgeva semplicemente il corpo di Ginevra: vi si adoperava sopra come una seconda epidermide, sfacciata e perversa, una membrana organico-sintetica prodotta con tecniche clandestine nei laboratori sotterranei del Livello Zero.
Il tessuto biomimetico si fondeva direttamente con i suoi pori attraverso una matrice di milioni di micro-recettori sintonizzati sulla frequenza precisa del suo sistema nervoso centralizzato.
Non appena la carica elettrica ad alta tensione attraversò il circuito primario dell'abito, Ginevra sussultò con una scossa involontaria: un'ondata di calore sintetico, denso e quasi elettrizzante le partì dalla base del cranio, scivolò lungo le vertebre cervicali e, dopo aver percorso tutta la sua colonna vertebrale, andò a concentrarsi con un'insistenza spasmodica, al limite del dolore, nell'incavo intimo tra le cosce.
La sensazione fu così immediata da costringerla a serrare le labbra e trattenere il respiro in un sospiro lungo e tremante.
Ginevra non si guardò in un comune specchio di vetro, superficie arcaica e ormai estinta nel mondo di Superficie.
Si fissò nello strato riflettente e leggermente opaco della parete fotonica del suo alloggio sgangherato, una cellula di tre metri per tre situata al livello trecentoquaranta della Megastruttura Neocristallina.
Nello schermo holostatico, le sue forme non apparivano soltanto modellate dal vestito, ma scultoreamente riscritte per provocare.
La tuta le risaltava la curvatura profonda dei fianchi e dei glutei con un'aderenza sfrontata, mentre il materiale tecnico pulsava a ritmo lento, emanando un bagliore dorato e caldo che ricordava il plasma sintetico scaldato a bassa frequenza prima dei cicli di raffreddamento nucleare.
La scollatura scendeva vertiginosamente fino all'ombelico, mantenuta insieme solo da un campo magnetico invisibile che faceva vibrare la pelle del petto, lasciando il seno parzialmente scoperto e teso ad ogni minimo movimento.
Ginevra non era una nobildonna dell'alta griglia, il livello orbitale superiore, né una delle tante cortigiane geneticamente modificate che popolavano i saloni sospesi.
Era una Mugnaia di Dati, un'operatrice di ultimo livello condannata a trascorrere turni massacranti di quattordici ore a setacciare tonnellate di farina di codice grezzo, scarti binari e frammenti di algoritmi corrotti nelle forge termiche del sottosuolo.
Le sue mani portavano le cicatrici invisibili di quel lavoro sordo e alienante: i polpastrelli erano del tutto privi di impronte digitali, consumati dal contatto costante con il residuo statico dei server quantistici, e la base della nuca era segnata dal rosso perenne dell'interfaccia neurale di scarto.
Ma la Medusa del Bivio, un'anziana Hacker dei bassifondi che si era fatta sostituire quasi l'intero volto con piastre di rame opaco e pozzi di fibra ottica oscura, le aveva offerto un'opportunità irripetibile.
Un PASS DI PROSPETTIVA, una chiave d'accesso sintetica clonata dalle identità dei defunti della casta alta.
Una singola notte per infiltrarsi al Gala di Neocorte, il livello orbitale dove l'élite modificata dell'umanità fluttuava in un lusso anestetizzato, lontana dal lezzo di ozono e dalla ruggine dei livelli inferiori.
La Medusa le aveva instillato l'avvertimento direttamente nel chip uditivo prima di sigillare la tuta sul suo corpo nudo: «Alle 00:00, la licenza di simulazione della tuta andrà in scadenza forzata. Il codice andrà in sovraccarico termico, la pellicola si liquefarà e la tua vera firma biologica verrà proiettata sui sensori di sicurezza del castello orbitale. Se sarai ancora lì quando il timer toccherà lo zero, i droni non ti arresteranno: ti de-atomizzeranno all'istante come spazzatura sistemica.»
Quando l'ascensore a gravitazione magnetica la proiettò nella Sala delle colonne d'olio dopo una risalita verticale di trecento livelli, la vertigine la colse alla gola.
L'aria di Neocorte non profumava di polvere o metallo cotto. Era una miscela stordente di ozono purificato, feromoni sintetici erogati a frequenze subliminali per stimolare l'euforia sensoriale degli ospiti e liquori d'elio che evaporavano nell'aria lasciando una scia di profumo dolce, speziato e vagamente intossicante.
Ogni singolo passo di Ginevra sul pavimento di vetro polarizzato inviava un segnale elettrico di risposta alla tuta.
Il tessuto intelligente reagiva al suo stato emotivo alterato: si contraeva sulla vita sottile, le sollevava e le premeva il seno con la costanza di una palpatina esperta, e inviava leggere stimolazioni ritmiche lungo l'interno delle cosce, strofinando la fascia inguinale con una sequenza di impulsi che le faceva salire il sangue alla testa.
La sensazione era così devastante che Ginevra dovette fare una pausa, appoggiandosi a una colonna di raffreddamento per non tradire il tremito leggero che le agitava le gambe e la stanchezza elettrica che le faceva schiudere la bocca in cerca d'aria.
Fu accanto al pilastro a fusione che lo vide per la prima volta.
Non era un semplice aristocratico.
Era Aron, l'Erede della Casta Soma: un essere appartenente alla prima generazione di umani potenziati, i cui geni erano stati scritti a tavolino nei laboratori embrionali per incarnare la perfezione estetica, la dominazione assoluta e una capacità sensoriale estesa.
Aron non indossava le divise rigide o le tuniche olografiche degli altri invitati; la sua camicia in fibra di carbonio scura era completamente sbottonata fin quasi al ventre, rivelando una gabbia toracica ampia, una pelle liscia e bronzea priva di difetti biologici e una serie di innesti sottocutanei lungo lo sterno che baluginavano di una luce azzurrina a ogni battito del suo cuore modificato.
I suoi capelli scuri, volutamente non pettinati secondo le regole severe dell'etichetta di corte, gli ricadevano sulla fronte in ciocche disordinate.
Aron non degnava di uno sguardo le cortigiane cibernetiche che gli danzavano intorno, agitando ventagli di luce e offrendo i loro corpi di sintesi.
Il suo sguardo, potenziato da lenti a spettro termico integrate direttamente nelle iridi, trapassò la folla di invitati e si piantò con una precisione millimetrica su Ginevra.
Aron conosceva la mappa termica di tutti i presenti, ma il corpo di Ginevra non emetteva il calore regolato, piatto e freddo dei nobili potenziati.
Ginevra bruciava.
La sua temperatura corporea era il risultato di un sangue non filtrato da sieri chimici, di un cuore che batteva senza regolatori e del desiderio puro, caotico e disperato di chi non ha nulla da perdere.
Quando Aron mosse i primi passi verso di lei, fendendo la massa di cortigiani come una lama calda nel burro sintetico, la musica synth-sinfonica della sala parve perdere frequenza, riducendosi a una vibrazione bassa, sorda e gutturale che faceva tremare il pavimento e il petto di entrambi.
«La tua firma genetica non risulta in alcun database di Neocorte,» disse lui quando le fu a pochi centimetri. La sua voce non si limitò a viaggiare nell'aria: risuonò per induzione ossea nella cartilagine dell'orecchio di Ginevra, profonda, calda, simile a un comando ipnotico a cui il suo corpo desiderava disperatamente obbedire.
«I miei dati non appartengono alla griglia,» rispose Ginevra, alzando il mento con sfrontata sfida. Avvertì una ventata di calore umido e denso espandersi nel proprio ventre mentre la tuta, registrando l'improvviso picco della sua frequenza cardiaca, intensificava le pulsioni elettriche sui suoi capezzoli, facendoli irrigidire in modo evidente sotto la pellicola traslucida e tesa.
Aron sorrise con un sorriso scuro, privo di pietà e carico di una brama antica.
Le afferrò la mano con lentezza deliberata.
Non c'era alcun guanto a proteggerlo: il contatto diretto tra la pelle calda e modificata di lui e il tessuto biomimetico della tuta scatenò un vero e proprio cortocircuito neurale.
Ginevra emise un debole sospiro soffocato mentre un brivido violento le percorreva la colonna vertebrale, irradiandosi lungo i glutei e facendole piegare leggermente le ginocchia.
Danzarono.
Ma non c'era alcuna grazia convenzionale nella loro danza.
Era una lotta di attrito, di masse, di muscoli e di volumi.
Aron la strinse a sé con una presa biomeccanica che le tolse il respiro: la sua mano destra si piantò sulla schiena nuda di Ginevra, esattamente nel punto in cui la tuta si assottigliava fino a diventare una pellicola trasparente ed elettrizzata. Ogni rotazione del bacino li portava a far collidere l'erezione rigida, imponente e chiaramente visibile di lui contro il ventre di lei.
Il profumo di Aron, una combinazione intossicante di cuoio bio-ingegnerizzato, metallo caldo, ozono e feromoni puri non diluiti, penetrò profondamente nelle vie respiratorie di Ginevra, cancellando ogni residuo di cautela e lasciando spazio solo a una fame incontrollabile.
«Avverti il modo in cui questa tuta tenta di simulare il piacere per te?» mormorò Aron contro la sua tempia, la lingua calda che sfiorò per un secondo tormentoso il lobo del suo orecchio prima di scendere lungo il collo.
«È solo un'imitazione a basso costo. Un codice economico da bassifondi. Vuoi sapere cosa si prova quando è la carne vera a chiedere conto?»
Ginevra non rispose con le parole.
Affondò le dita nei suoi capelli scuri, tirandolo leggermente verso di sé, e premette il proprio bacino contro il suo con una sfrontatezza carnale che strappò ad Aron un basso ringhio di gradimento.
Senza interrompere la continuità di quel contatto soffocante, Aron la guidò lontano dagli sguardi della sala e dai droni di sorveglianza che volteggiavano sul soffitto a caccia di anomalie. Attraversarono una pesante porta a tenuta stagna che si aprì con un sibilo pneumatico su un balcone isolato, sospeso direttamente nel vuoto della stratosfera.
Sotto di loro non c'erano giardini o città antiche: si stendeva la Megastruttura Neocristallina, una ragnatela infinita di cavi ad alta tensione, luci al neon tremolanti e camini industriali che si allungava per migliaia di chilometri nell'oscurità del pianeta.
Sopra di loro, il nero assoluto dello spazio era spezzato solo dalla luce fredda e tagliente della luna artificiale, le cui specchiature amplificate inondavano la balaustra in titanio di una luce spettrale, quasi clinica.
L'aria sottile della stratosfera era gelida, priva di umidità, ma la pelle dei due amanti emanava una temperatura torrida.
La tuta di Ginevra, sollecitata dal freddo esterno e dal calore corporeo interno in continuo aumento, entrò in modalità di termoregolazione critica: il tessuto sintetico iniziò a scaldarsi progressivamente, diventando così morbido, fluido e aderente da sembrare un velo di olio caldo spalmato sulla sua epidermide nuda.
«Dimmi chi sei prima che la mia pazienza finisca,» pretese Aron, spingendola con decisione contro la balaustra di titanio.
Le sue dita risalirono l'interno delle cosce di Ginevra, scostando la gonna della tuta che, a contatto con la temperatura elevata delle sue mani, si trasformò in un gel trasparente, caldo e lubrificante.
«Sono la sporcizia che sta sotto i vostri piedi,» rispose Ginevra con il fiato corto, spalancando le gambe per accogliere la spinta del ginocchio di lui che si era incastrato con forza tra le sue cosce, premendo contro il suo centro infuocato.
«Sono la ragione per cui la tua città può brillare qui in alto mentre noi soffochiamo nel fumo e nella ruggine.»
Aron non mostrò il disgusto tipico dei nobili di Neocorte per le classi inferiori.
Al contrario, nei suoi occhi si accese una luce feroce, la voglia incontrollabile di un uomo sazio di finzioni cibernetiche, di realtà virtuali e di partner modificate che trova finalmente la carne pura, vulnerabile, reattiva e calda di una donna vera.
«Allora usami per vendicarti,» mormorò lui con voce rauca, i muscoli della mascella contratti.
Con un gesto rapido e sprezzante, Aron strappò dal proprio collo l'interfaccia di comunicazione dorata che lo legava alla rete di corte e la lanciò nel vuoto sottostante. Poi si chinò sul collo di Ginevra.
Le sue labbra non si limitarono a sfiorare la pelle: i suoi denti si serrarono sulla vena giugulare di lei con una pressione calcolata e dominante, strappandole un grido soffocato che si trasformò immediatamente in un gemito profondo quando le dita di lui trovarono la fessura centrale della tuta. Il tessuto biomimetico si aprì da solo, cedendo sotto la forza della loro pulsione corporea.
Non ci furono gentilezza o attese.
Nel mondo futuro, dove ogni emozione era filtrata dagli schermi e sterilizzata dai protocolli, l'atto carnale riacquistava una violenza e un'urgenza primordiali.
Aron la sollevò di peso, facendo adagiare le natiche di lei sulla balaustra fredda.
L'ingresso della sua anatomia, calda, tesa, imponente e potenziata da micro-pulsioni sottocutanee, fu profondo, inesorabile e privo di esitazioni.
Ginevra inarcò la schiena all'indietro, le braccia spalancate verso il vuoto dello spazio, mentre un'ondata di piacere puro, travolgente e non simulato le travolgeva il cervello.
Non era la sensazione controllata o artificiale della tuta; era l'impatto violento della carne contro la carne, il peso reale di un corpo maschile che si muoveva dentro di lei con un ritmo spietato e possessivo.
L'unione sul balcone sospeso divenne una danza frenetica di spinta, penetrazione e resistenza.
La tuta sciolta di Ginevra agiva ora come un fluido conduttore che amplificava ogni minimo attrito, facendo vibrare i recettori nervosi delle sue zone più intime ad ogni affondo di Aron.
Lui la possedeva mantenendo gli occhi fissi nei suoi, le mani strette sui suoi fianchi per segnarne la pelle con la forza delle sue dita scultoree.
Ginevra affondò le unghie corte e consumate dal lavoro nella schiena di lui, lacerando la fibra di carbonio della sua camicia e lasciando solchi rossi e sanguinanti sulla sua pelle perfetta.
Ogni spinta portava entrambi più vicino al limite del controllo.
Il rumore dei loro corpi che collidevano si mescolava al sibilo del vento stratosferico e al battito accelerato dei loro cuori.
Ginevra sentiva il calore denso e liquido di lui penetrare sempre più in profondità, mentre le sue pareti vaginali si contraevano con scosse involontarie e devastanti che strappavano ad Aron ruggiti bassi e gutturali, lontani da qualsiasi compostezza aristocratica.
Fu proprio nel momento in cui il piacere stava per raggiungere il suo culmine assoluto, spingendoli entrambi verso un orgasmo accecante, che il sistema di notifica visiva di Ginevra iniziò a lampeggiare con frenesia.
Un impulso rosso e pulsante nell'angolo del campo visivo.
AVVISO CRITICO: TEMPO DI LICENZA SCADUTO. INIZIO DESTRUTTURAZIONE COSTRUTTO AMBRA.
Due impulsi. Tre impulsi.
La tuta ambrata di Ginevra non si limitò a sfilarsi: iniziò a de-polimerizzarsi sul suo corpo con una reazione esotermica violenta.
Il tessuto sintetico si trasformò in una sostanza vischiosa, bollente e corrosiva che bruciava i recettori cutanei di Ginevra, rivelando progressivamente e senza pietà ciò che la simulazione aveva nascosto per tutta la sera.
«Aron... staccati! La tuta si sta distruggendo! Ti brucerai!» gridò Ginevra, cercando di spingerlo via per le spalle mentre il panico cominciava a mescolarsi con l'estasi travolgente dell'orgasmo imminente.
Cinque impulsi. Sei impulsi.
Ma Aron non si ritrasse affatto.
Le sue mani si strinsero con ancora più forza sui fianchi nudi di lei, ignorando la sostanza ambrata che si liquefaceva anche sulle sue dita e sulla sua pancia.
Guardò la pelle reale di Ginevra emergere sotto la luce bianca della luna: vide le cicatrici da lavoro industriale sui suoi fianchi, la rugosità della sua pelle non trattata con sieri rigenerativi, e il marchio identificativo del livello trecentoquaranta impresso a fuoco sulla sua coscia sinistra.
«Pensi che mi importi della tua tuta di scarto?» ruggì lui contro le sue labbra, aumentando la velocità dei suoi affondi con una ferocia rinnovata che le strappò un grido d'estasi pura.
«Sei reale. Sei l'unica cosa vera, viva e desiderabile in questo nido di fantasmi!»
Otto impulsi. Nove impulsi.
Il rivestimento ambrato finì di liquefarsi del tutto, colando sul marmo e sul titanio della balaustra come gocce di cera spenta.
Ginevra rimase del tutto nuda tra le sue braccia, completamente scoperta nell'aria gelida e sotto la luce cruda dei proiettori di sicurezza che avevano iniziato a ruotare verso il balcone, attivati dall'allarme di anomalia biometrica della rete.
I droni di pattuglia di Neocorte emisero un sibilo acuto e minaccioso, puntando i loro rami laser rossi direttamente sul petto scoperto e sul volto di Ginevra.
La voce metallica dell'intelligenza artificiale della città risuonò dagli altoparlanti della terrazza: «Rilevata presenza non autorizzata di classe sotto-proletaria. Protocollo di eliminazione immediata attivato.»
Dieci impulsi. Undici impulsi.
Ginevra fissò gli occhi scuri di Aron, aspettandosi di vedere il tradimento finale, la solita indifferenza dei potenti che abbandonano i miserabili al loro destino non appena il gioco finisce.
Si preparò al freddo raggio laser che l'avrebbe dissolta in cenere nel giro di un secondo.
Invece, Aron fece qualcosa che sfidava ogni logica della sua casta e ogni protocollo di sopravvivenza.
Con un movimento rapido e preciso, allungò la mano verso l'unico residuo solido della simulazione: il chip di memoria primario, un piccolo prisma trasparente scivolato dalla base del collo di Ginevra durante la fuga.
Era la "scarpetta" di quel secolo decadente, il contenitore dei suoi dati biometrici, delle sue cicatrici digitali e della sua identità clandestina.
Aron non usò il chip per consegnarla alla sicurezza o per identificare i suoi complici.
Portò il prisma alla bocca e lo inghiottì.
Sotto lo sguardo sconvolto di Ginevra, l'Erede della Casta Soma usò i propri succhi gastrici modificati e la propria matrice nanotecnologica interna per sciogliere il chip all'interno del proprio corpo.
Il codice di Ginevra, con la sua storia, il suo livello di appartenenza, la sua firma genetica e perfino i suoi ricordi di lavoratrice, venne assorbito dal sistema sanguigno di Aron, infettando la sua rete neurale e fondendo la sua identità con quella di lei per sempre.
«Ora la tua firma è la mia,» disse Aron, mentre i suoi occhi brillavano di un rosso instabile, sovraccaricati dai dati grezzi che stavano risalendo lungo la sua spina dorsale come una scarica di veleno elettrico.
«Se eliminano te, devono distruggere anche me.»
Dodici impulsi.
Prima che i laser dei droni potessero scaricare la loro energia mortale, Aron afferrò Ginevra per la vita con braccia d'acciaio e attivò con un pugno il portellone manuale d'emergenza situato sul pavimento del balcone.
Senza esitare un istante, si lanciò nel vuoto del condotto di evacuazione dei rifiuti insieme a lei, sparendo nell'oscurità del precipizio.
Non ci fu alcuna celebrazione.
Nessuna carrozza reale venne a prendere la ragazza del mulino per riportarla in un palazzo di luce, e nessun miracolo trasformò la sua casa in un regno.
Ginevra si risvegliò ore dopo nel fango sintetico del Livello Zero, il punto più basso, umido e recondito dell'intera Megastruttura Neocristallina.
Lì non arrivava mai la luce della luna artificiale né la brezza purificata della stratosfera: era un mondo d'ombra perenne, saturo dell'odore acre di grasso industriale, vapore di scarico, ozono bruciato e rifiuti organici che colavano dalle condutture superiori.
Il suo corpo era dolorante, nudo, coperto di graffi e macchiato di fuliggine.
Il freddo della pietra umida le penetrava nelle ossa, ma il ricordo del calore di Aron bruciava ancora sotto la sua pelle.
A pochi metri da lei, seduto su un cumulo di vecchi server dismessi, tubi arrugginiti e cavi spezzati, c'era Aron.
L'Erede non assomigliava più in alcun modo al principe di Neocorte.
Per evitare di essere tracciato dai localizzatori biometrici della sua famiglia, si era strappato gli innesti dorati dal petto con le sue stesse mani: la sua pelle bronzea era lacerata da ferite fresche e sanguinanti e la sua camicia di fibra di carbonio era ridotta a uno straccio lordo di sangue scuro e fango.
I suoi occhi modificati, infettati dal codice indigesto di Ginevra che gli scorreva nelle vene, emettevano un bagliore azzurrino e irregolare, simile a una lampada sul punto di esaurirsi definitivamente.
«Il tuo codice mi sta bruciando la rete neurale,» disse lui, e la sua voce non era più un segnale pulito, ma un suono profondo, ruvido, spezzato da scariche statiche e da una sofferenza fisica reale.
Scese dal cumulo di rottami con una camminata pesante, instabile, priva della grazia artificiale di Neocorte, muovendosi verso di lei come un predatore ferito, ma tutt'altro che domato.
Ginevra non cercò di coprirsi con i rottami o di nascondere la propria nudità.
Si alzò in piedi nel fango con lentezza, mostrando con orgoglio la sua pelle nuda, le sue mani segnate dal lavoro e i suoi capelli neri impregnati di polvere e sudore.
Fissò l'uomo che aveva rinunciato al proprio paradiso orbitale per cadere nel suo stesso inferno.
«Non troverai nessuna seta qui sotto, Aron,» disse lei, afferrando un pesante tubo di ferro arrugginito dal suolo e stringendolo con forza nella mano destra.
«Qui non ci sono servi, non ci sono cibi sintetici e non ci sono balletti. Ci sono solo la ruggine, la fame e il lavoro duro per sopravvivere giorno dopo giorno.»
Aron si fermò a pochi centimetri da lei.
Guardò la sporcizia che le segnava il viso e il seno, aspirò l'odore vero di sudore, ferro, farina di codice e pelle non trattata che emanava da lei, e avvertì la propria carne rispondere con un'erezione immediata, violenta, del tutto priva del controllo cerebrale o dei sieri chimici a cui era abituato.
«È esattamente quello che cercavo,» mormorò lui con un sorriso tirato e famelico.
Senza farle del male, le strappò il tubo di ferro di mano con una presa rapida e lo scagliò lontano, tra i rottami di metallo.
Poi la afferrò per le spalle e la spinse con decisione contro la parete di metallo caldo di un reattore di scarico ancora attivo.
Non ci furono simulazioni, inganni o illusioni di seta ambrata.
Si unirono di nuovo lì, nel buio del Livello Zero, circondati dal rombo assordante delle macchine industriali e dal gocciolio continuo delle acque di scolo.
L'atto fu lungo, profondo, selvaggio e privo di qualunque artificio: una lotta di resistenza, di possesso e di piacere in cui la pelle ruvida di Ginevra e la carne ferita di Aron si cercarono fino a fondersi del tutto in un unico corpo.
Mentre lui la possedeva con affondi decisi e ininterrotti e Ginevra gli stringeva i fianchi con le gambe macchiate di fango e sangue, la ragazza del mulino capì che la favola non si era conclusa con una fiaba di corte o con una corona dorata.
La vera vittoria non era stata l'essere accettata per una singola notte tra i potenti, ma l'aver trascinato il più forte di loro nel proprio mondo di carne, dolore e sangue, dimostrando che nessun algoritmo potrà mai sostituire il peso reale del desiderio e della libertà.

Vacca 24
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