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Lui & Lei

GIORNI SFASATI


di La-mandria
16.09.2026    |    126    |    7 8.0
"Quando le labbra di lei si posarono finalmente sulle sue, fu come un cortocircuito elettrico che mandò in tilt ogni resistenza logica..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

La pioggia sottile di Milano non bagnava soltanto i cappotti; sembrava che penetrasse direttamente sotto la pelle, lubrificando i pori, rendendo i corpi incredibilmente sensibili al minimo attrito dell'aria, quasi fossero antenne tese a captare un segnale elettrico disperso nell'atmosfera plumbea.
Lorenzo camminava senza fretta lungo i margini di Brera, con le mani affondate nelle tasche profonde del trench e il colletto alzato a proteggere la nuca dal freddo umido che sapeva di asfalto lavato e smog contemporaneo. Non cercava nulla di preciso, o forse sì: cercava quella fessura geografica di cui parlavano i vecchi tomi dimenticati nelle biblioteche polverose, un vicolo cieco in cui i mattoni rossi sembravano sudare umidità densa, quasi oleosa, come se la materia stessa della città conservasse la memoria fisica dei secoli trascorsi.
Lo trovò per caso, o per un istinto magnetico che gli faceva prudere la pianta dei piedi ad ogni isolato percorso.
Vicolo dei Tintori, o almeno così recitava una targa di ferro arrugginito, semi-occultata dall'edera selvatica che rampicava tenace lungo i muri scrostati.
L’aria, lì dentro, era inspiegabilmente diversa. Sapeva di calce viva, di cuoio bagnato, di polvere di cipria antica e di muschio caldo, un odore carnale che faceva pensare a corpi stretti in un abbraccio prolungato, nascosti alla luce indiscreta del giorno e protetti dal silenzio delle corti interne.
Si fermò sulla soglia dell'ombra.
Il vicolo era stretto, angusto, lungo non più di una trentina di metri, chiuso in fondo da un muro cieco sormontato da rampicanti scuri.
La regola la conosceva, l'aveva letta tra le righe di quei diari illeggibili: cento passi. All'indietro.
Fece un primo respiro profondo, inspirando quell'atmosfera così densa da sembrare quasi pesante sulle labbra e in fondo alla gola. Poi sollevò il tacco della scarpa e iniziò a muoversi in senso contrario al tempo, sfidando la logica lineare delle sue giornate.
Un passo.
Il tallone affondò nell'acciottolato bagnato con una precisione quasi sensuale.
Due.
La nuca urtò leggermente contro una corrente d'aria più tiepida, un refolo inatteso che sapeva di pelle scaldata dal sole e di profumo floreale dimenticato.
Tre, quattro, cinque...
Il ritmo divenne un mantra ipnotico.
Ogni passo all'indietro richiedeva un equilibrio sottile, una tensione muscolare che costringeva i glutei e i polpacci a contrarsi duramente, risvegliando ogni singola terminazione nervosa lungo la spina dorsale.
Lorenzo chiuse per un attimo gli occhi, abbandonandosi a quella vertigine cinetica che azzerava i punti cardinali. Sentiva il proprio respiro farsi più corto, caldo, intrappolato tra la sciarpa e il mento, mentre il contatto delle suole con la pietra cambiava consistenza, facendosi via via più irregolare, aspro, vivo.
Cento passi esatti. Né uno di meno, né uno di più.
Un esercizio di precisione geometrica e di abbandono sensoriale.
Quando si fermò, l'impatto con la realtà fu un brivido profondo che gli percorse i fianchi come una carezza gelida e febbrile insieme. Il suono soffuso e continuo del traffico milanese — il rombo sordo dei SUV, i clacson lontani, il fruscio delle metropolitane sotterranee — era svanito all'improvviso, inghiottito da un silenzio denso, quasi vellutato, che sembrava assorbire ogni vibrazione del presente.
Aprì gli occhi.
Il vicolo era lo stesso, eppure ogni cosa era mutata radicalmente, come se la scenografia di un teatro fosse stata sostituita nel giro di una frazione di secondo.
I lampioni elettrici a luce fredda e impersonale erano spariti, sostituiti da pesanti fanali a gas che proiettavano bagliori ambrati, tremolanti e densi sulle pareti umide.
L'aria non sapeva più di asfalto bagnato e gas di scarico, ma di carbone ardente, di fumo di pipa, di profumo di rose macerate, di tabacco dolce e di quell'ineffabile odore di pelle umana surriscaldata dall'ansia e dal desiderio.
Era il 1926.
L'atmosfera era satura di una carica erotica sottile, invisibile, ma palpabile, come se l'intera città, in quel preciso decennio ruggente, stesse trattenendo il fiato prima di un abbandono collettivo, un'attesa carnale sospesa tra le ombre dei portoni.
Lorenzo si voltò lentamente, appoggiando la schiena contro il muro di mattoni ruvidi. La stoffa pesante del suo trench sfregava contro la pietra porosa con un fruscio intimo, quasi provocatorio. Fu allora che la vide, immobile nell'ombra della sera d'altri tempi.
Poco più avanti, ferma sotto la luce fioca di un balconcino in ferro battuto finemente lavorato, c'era una figura femminile. Indossava un abito scuro, tagliato secondo la moda severa, ma straordinariamente sinuosa degli anni Venti, che aderiva con precisione millimetrica ai fianchi stretti e alla curva morbida delle reni. I capelli corti, caschetto nero e lucido, riflettevano la luce tremolante del gas, lasciando completamente scoperta la nuca bianca, un invito silenzioso e vulnerabile che faceva male agli occhi per quanto era intenso.
La donna non si voltò subito verso di lui, ma sembrava averlo atteso con una certezza matematica. Le sue dita, coperte da un guanto sottile, sfioravano lentamente la montatura di un lungo bocchino di madreperla, mentre le labbra socchiuse esalavano un filo sottile di fumo denso e aromatico che si dissolveva lentamente nell'aria fredda.
— Ci hai messo un'eternità a indietreggiare fin qui, forestiero — mormorò la voce di lei, roca, bassa, vellutata, capace di scatenare un immediato e violento formicolio lungo l'interno coscia di Lorenzo, un calore improvviso che gli bloccò il respiro.
Lui non rispose subito. Rimase immobile a scrutarla, lasciando che il silenzio tra di loro si caricasse di una tensione quasi insopportabile. Avanzò di un solo passo in avanti, riprendendo il controllo del proprio corpo, ma muovendosi con la cautela di un predatore o di un amante timoroso di infrangere un incantesimo troppo fragile.
La distanza tra di loro si ridusse a pochi centimetri. Poteva sentire chiaramente il calore che emanava dal corpo di lei, un tepore vivo, pulsante, che contrastava deliziosamente con l'aria frizzante della notte milanese di un secolo prima.
— Il traffico era intenso — rispose lui con un filo di voce, la gola improvvisamente secca, quasi avesse corso per chilometri.
Lei sollevò finalmente il viso, inclinando il mento con un'elegante arroganza.
Gli occhi erano cerchiati da un velo di kohl scuro che ne accentuava l'espressione magnetica, quasi predatoria, ma intrisa al tempo stesso di una malinconia infinita, come se conoscesse già ogni parola che lui avrebbe pronunciato. Lo fissò a lungo, scrutando ogni dettaglio del volto di Lorenzo, dai risvolti moderni e tecnici del suo cappotto fino alla curva sorpresa delle sue labbra.
— Il traffico di quale secolo? — domandò lei con un sorriso appena accennato, che le incuriosì le labbra carnose, bagnate da una leggera patina lucida.
Fece un passo verso di lui, riducendo ulteriormente lo spazio vitale.
Il profumo di cipria pesante e muschio si fece intenso, inebriante, quasi soffocante, mescolandosi al sudore freddo che imperlava la fronte di Lorenzo.
Lui sentì il cuore accelerare i battiti, un tonfo sordo e cadenzato nelle orecchie che copriva qualsiasi altro rumore esterno. La vicinanza di quel corpo d'altri tempi esercitava su di lui una pressione fisica reale, un magnetismo gravitazionale che minacciava di fargli cedere le ginocchia.
Senza smettere di fissarlo con quella sua occhiata penetrante, la donna sollevò una mano guantata e posò la punta delle dita esattamente al centro del petto di Lorenzo, proprio lì dove la stoffa tecnica del cappotto copriva il battito furioso del cuore.
La pressione fu leggera, quasi impercettibile, eppure bastò a far sussultare Lorenzo, i cui muscoli si tesero all'istante in una reazione epidermica violentissima, un brivido che gli attraversò il tronco facendogli inarcare impercettibilmente la schiena contro la parete.
— Batte troppo forte — sussurrò lei, avvicinando il viso e inclinando la testa con civetteria. — Qui dentro avete ancora paura del tempo, vero? Correte sempre in avanti, schiavi dei vostri orologi digitali, senza mai accorgervi di quanto sia delizioso lasciarsi sfiorare dai ricordi e dai desideri degli altri.
— Io non ho paura — mormorò Lorenzo, la voce roca, abbassando lo sguardo sulle labbra di lei, così vicine che poteva percepirne l'umidità e il calore diretto.
— Vedremo — rispose la donna con un sussurro basso, denso di promesse inconfessabili.
Con un movimento fluido, calcolato e al tempo stesso rapido, afferrò i risvolti del cappotto di Lorenzo e lo tirò decisamente a sé, costringendolo a fare un passo indietro finché le sue spalle non tornarono a premere con forza contro il mattone freddo del muro.
Ora erano incredibilmente vicini, i corpi premuti l'uno contro l'altro attraverso i rispettivi strati di stoffa pesante, in un contatto ravvicinato che trasmetteva un calore ardente, quasi febbricitante.
Il tempo, intorno a loro, sembrava essersi liquefatto del tutto, ridotto a una convenzione insignificante.
I rumori della vecchia Milano — lo sferragliare lontano e metallico di un tram a cavalli che affrontava una curva, il ticchettio degli zoccoli dei cavalli sull'acciottolato, le voci attutite di passanti invisibili e lontani — si erano trasformati in un brusio sordo, ovattato e irrilevante.
Esisteva soltanto quel vicolo stretto, il buio denso della notte del 1926 e l'attrito sottile, continuo e incandescente di quei due corpi fuori sincrono con la storia ufficiale.
La donna sollevò la mano libera, quella che stringeva il bocchino, e con un gesto di una lentezza esasperante, quasi teatrale e ipnotica, iniziò a sfilarsi lentamente il guanto di pizzo nero. Dito dopo dito, la stoffa scura cedette, rivelando infine la pelle nuda, le dita affusolate, le unghie curate e lucidate con cura maniacale. Posò direttamente il palmo nudo e caldo sulla guancia di Lorenzo.
La pelle di lei era vellutata, di un calore vivo. Lorenzo chiuse gli occhi per una frazione di secondo, abbandonandosi completamente a quel contatto inatteso, lasciandosi pervadere da un brivido profondo che partiva dalla nuca e scendeva lungo la colonna vertebrale, facendo contrarre ogni singolo muscolo del tronco in un sussulto di puro piacere sensoriale.
— Come ti chiami, creatura venuta dal futuro? — chiese lei, avvicinando le labbra al suo orecchio, tanto che il suo fiato caldo accarezzò il lobo, provocandogli una scossa elettrica che gli fece smarrire per un istante il filo dei pensieri.
— Lorenzo... — rispose lui con un filo di voce, quasi incapace di articolare chiaramente le sillabe, sopraffatto da quell'ondata di sensualità densa e anacronistica.
— Lorenzo... — ripeté lei, assaporando il nome sulla lingua come fosse un liquore forte, denso e liquoroso. — Io sono Clara. E questo vicolo, mio caro Lorenzo, non è una semplice via di passaggio. È una ferita aperta nel corpo della città. E sai cosa succede alle ferite se vengono toccate troppo a fondo?
Lui aprì lentamente gli occhi, incontrando lo sguardo scuro, profondo, provocante e leggermente crudele di lei. — Sanguinano?
— No — sussurrò Clara, sorridendo mentre il suo bacino premeva con più decisione e malizia contro il corpo di lui, in un contatto intimo, inequivocabile e bruciante che fece mancare del tutto il respiro a Lorenzo. — Bruciano. E ci costringono a dimenticare chi eravamo prima di arrivare fin qui, azzerando ogni passato.
Le mani di Clara scivolarono dai risvolti del cappotto al collo di Lorenzo, affondando con decisione tra i suoi capelli con una presa ferma ma al tempo stesso dolcissima, costringendolo a inclinare ulteriormente il viso all'indietro. Il profumo di tabacco dolce e rosa macerata divenne l'unica realtà tangibile al mondo.
Lorenzo avvertì il sangue pulsare violentemente nelle tempie, un calore sordo, pesante, che saliva dai fianchi e gli bloccava le parole in gola, lasciandoli soltanto il potere del tatto e del respiro.
Quando le labbra di lei si posarono finalmente sulle sue, fu come un cortocircuito elettrico che mandò in tilt ogni resistenza logica. Non fu un bacio timido, nostalgico o esitante; fu un contatto affamato, carnale, disperato, quasi violento nella sua urgenza. Le labbra di Clara erano calde, morbide, incredibilmente avide, e si schiusero appena, invitando Lorenzo a rispondere a quel richiamo con una foga che ruppe ogni residuo indugio.
Lui le cinse la vita con entrambe le braccia, stringendola forte, disperatamente contro di sé, avvertendo la linea sinuosa dei suoi fianchi, la consistenza rigida del corsetto che ne comprimeva le curve sotto la stoffa leggera dell'abito scuro. Ogni millimetro di contatto tra i loro corpi produceva una frizione intensa, un calore che azzerava definitivamente la distanza siderale tra i secoli. Si bagnarono le labbra a vicenda, in un crescendo di respiri corti, spezzati, avidi di aria e di vicinanza fisica. La lingua di Clara cercò la sua con una sicurezza provocatoria e sfacciata che fece barcollare Lorenzo, il quale sentì le ginocchia farsi improvvisamente molli, incapaci di sostenere il peso dell'emozione.
Il mondo intorno a loro smise completamente di esistere.
Non c'erano più il 2026, le auto ibride, le notifiche dello smartphone, le ansie della modernità, né tanto meno il 1926 con le sue rigide convenzioni borghesi e i suoi cappotti pesanti.
C'era soltanto quel vicolo buio, l'umidità densa della notte milanese che si condensava sulla pelle scoperta dei loro colli, e il ritmo furioso di quei battiti cardiaci accelerati che si fondevano in un unico, disperato accordo carnale.
Le mani di Lorenzo esplorarono con foga la schiena di lei, seguendo la linea della colonna vertebrale attraverso il tessuto leggero del vestito, sollevandola leggermente di peso finché i piedi di Clara non persero quasi il contatto con il terreno bagnato. Lei emise un piccolo sospiro basso, strofinandosi contro di lui con un movimento circolare, lento e ipnotico dei fianchi che fece gemere Lorenzo direttamente nella sua bocca spalancata.
Ogni attrito era un peccato, ogni respiro condiviso era una violazione cosciente delle leggi della fisica e del tempo.
Si stringevano con la furia di chi sa che ogni secondo rubato è destinato a svanire, come se l'unico modo per sopravvivere a quel salto temporale fosse dissolversi l'uno dentro l'altra, atomo per atomo, calore per calore, in un abbraccio che rifiutava la fine.
Il tempo, tuttavia, possiede una sua implacabile, geometrica spietatezza, un conto alla rovescia che non ammette proroghe.
Mentre le mani di Clara continuavano a stringergli i capelli con una forza quasi dolorosa e le loro labbra non accennavano a staccarsi, un suono improvviso lacerò la densità di quel silenzio ovattato. Proveniva dal fondo del vicolo, là dove il muro cieco sembrava dissolversi in una nebbia innaturale e lattiginosa.
Era un fischio acuto, metallico, inconfondibile: il clacson elettronico di un'automobile moderna, seguito dal rombo sordo, basso e inconfondibile di un motore a scoppio sovralimentato che strideva contro il silenzio remoto del secolo scorso.
Un brivido di pura vertigine fisica e mentale percorse la schiena di Lorenzo. L'eco invadente del futuro stava penetrando con violenza nel passato, incrinando la fragile, perfetta bolla in cui si erano rifugiati.
Clara si bloccò all'istante, irrigidendosi tra le sue braccia. I suoi occhi scuri si spalancarono, fissando quelli di Lorenzo con un'espressione mista a sorpresa e a una dolorosa, inevitabile rassegnazione. Il suo respiro era affannoso, il petto le sobbalzava ritmicamente e con forza contro il torace di lui.
— Stanno tornando a prenderti... — sussurrò lei con voce incrinata, le labbra lucide, arrossate e leggermente gonfie per i baci ricevuti.
— Clara... — mormorò Lorenzo, stringendola ancora più forte, come per trattenerla con la sola forza disperata delle braccia, rifiutando l'evidenza. — Vieni via con me. Andiamo nell'altro secolo. Resta con me.
Lei scosse lentamente la testa, mentre un sorriso malinconico, bellissimo e dolcissimo le increspava gli angoli della bocca. Allungò una mano e gli sfiorò un'ultima volta la guancia con il dorso delle dita scoperte, lasciando una scia di calore che sembrava destinata a rimanere impressa sulla pelle per sempre.
— Io appartengo a questo vicolo, Lorenzo. Io sono soltanto il ricordo di ciò che qualcun altro ha desiderato intensamente e non ha mai avuto il coraggio di stringere fino in fondo — mormorò lei indietreggiando di un solo passo, sottraendosi lentamente alla sua stretta soffocante. — Tu hai un'altra vita a cui tornare, un presente che ti aspetta. Cento passi in avanti. Non dimenticartelo mai.
Il rombo del motore divenne assordante, e una luce bianca, fredda e tagliente come una lama di rasoio cominciò a filtrare attraverso il fondo del vicolo, dissolvendo impietosamente la calda penombra ambrata dei vecchi fanali a gas.
— No! — gridò Lorenzo, facendo per allungare le braccia in avanti nel tentativo disperato di afferrarla un'ultima volta.
Ma le sue dita non incontrarono più la stoffa morbida dell'abito di Clara, né il calore della sua pelle vellutata. Afferrarono soltanto il vuoto assoluto, l'aria fredda, tagliente e umida della notte milanese contemporanea.
Un colpo di vento improvviso e gelido lo fece barcollare in avanti, sbilanciandolo.
Lorenzo aprì gli occhi di scatto, ritrovandosi a camminare barcollante in avanti sul selciato bagnato e regolare di una via anonima e moderna di Milano, tra il luccichio fastidioso dei neon delle vetrine commerciali e il viavai frettoloso di passanti con gli ombrelli aperti e gli smartphone stretti in mano. Il cuore gli batteva all'impazzata nel petto, un ritmo forsennato, doloroso e irreale.
Si fermò di colpo, ansimando pesantemente, appoggiando una mano contro il freddo muro di cemento armato di un palazzo moderno. Si portò lentamente le dita alle labbra. Erano ancora calde, umide, e sapevano inequivocabilmente di tabacco dolce, di cipria antica e di rose macerate nel tempo.
Sulla guancia sinistra, un leggero, caldo e persistente formicolio tradiva il contatto invisibile di un guanto di pizzo nero che non avrebbe mai più potuto stringere.
Lorenzo chiuse gli occhi per un lungo istante, ascoltando il proprio respiro che lentamente tornava a farsi regolare, mentre nella sua mente, nitido, vivido e incancellabile, continuava a risuonare il sussurro di Clara, sospeso per sempre tra i secoli.

Vacca 24
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