IL GIORNO DEI FOLLI
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Questo appartiene alla categoria STRONG
PREMESSA DEGLI AUTORI
La follia non è una semplice assenza di ragione; talvolta è il risveglio violento d'una percezione rimasta a lungo addormentata sotto il peso dell'abitudine. Quando un'intera società si adagia sulla prevedibilità di una norma rigida, il dubbio smette di essere un'incertezza paralizzante e diventa una febbre profonda, capace di contagiare la pelle, i pensieri e la voce. Questo racconto esplora il momento preciso in cui un sistema perfetto crolla non sotto i colpi della violenza, ma sotto la pressione d'una presenza umana incontrollabile.
È la storia di come l'imprevedibile rompe la gabbia del conformismo e di come da quelle macerie possa sorgere un nuovo modo di guardarsi, sfiorarsi e vivere.
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La metropoli di Oakhaven non conosceva l’imprevisto, né tollerava il disordine delle passioni. Allineata su assi cartesiani di basalto levigato e lastre di vetro fumé che riflettevano la luce grigia delle nuvole perenni, la città si estendeva come una colossale macchina silenziosa.
I suoi tre milioni di abitanti si muovevano secondo un ritmo rigoroso e infallibile, dettato dall’algoritmo di Armonia: un sistema di gestione sociale che assegnava orari di uscita dalle abitazioni, percorsi pedonali obbligatori, grammature di calorie giornaliere e perfino frequenze di interazione verbale consentite nei luoghi pubblici. In questo mondo perfetto, la normalità non era un’opzione, ma l’aria stessa che si respirava.
Gli sguardi non si incrociavano mai direttamente; gli occhi scivolavano oltre i volti altrui, addestrati a fissare i tabelloni luminosi o la linea dell'orizzonte geometrico.
Sfiorare accidentalmente la mano di un passante per strada era considerato un errore di calcolo di livello tre; soffermarsi a contemplare il profilo di un edificio, un’anomalia comportamentale da segnalare ai burocrati del Ministero del Decoro.
La vita scorreva fluida, asettica, spogliata di ogni spessore emotivo, di ogni vibrazione sensoriale, trasformando i cittadini in ombre prevedibili che si muovevano dentro traiettorie già tracciate. I quartieri residenziali erano alveari di pietra grigia e alluminio anodizzato.
Nessuna musica usciva dalle finestre sigillate; nessun odore intenso di cibo speziato disturbava i condotti dell'aria condizionata centralizzata.
Perfino il clima era filtrato dalle grandi cupole elettrostatiche che circondavano il centro direzionale, impedendo alla pioggia battente di bagnare il basalto dei viali senza un preavviso di quarantotto ore.
L'esistenza era un'equazione priva di incognite, un nastro di montaggio su cui le ore scivolavano senza lasciare traccia.
Fu in un tardo pomeriggio d’estate, quando l'aria stagnante sopra i viali era così densa da trasformare la luce del sole in un vapore dorato e soffocante, che la prima incrinatura si fece strada nel cristallo di Oakhaven.
Kaelen giunse al centro della Piazza del Compasso senza fare alcun rumore.
Non impugnava armi, non sventolava bandiere e non cercava di arringare la folla con i toni d’ispirazione politica del passato.
Semplicemente, si sfilò i calzari di cuoio rigido e la giacca scura prescritta dal protocollo cittadino. Restò con un’ampia tunica di lino grezzo, scostata leggermente su un lato, lasciando scoperta la pelle delle spalle e del collo, esposta al calore rovente che risaliva dalla pietra.
Si sedette a gambe incrociate proprio sul punto di intersezione dei quattro assi principali della piazza, a piedi scalzi sul basalto rovente, e rimase immobile.
Non parlava, ma accoglieva chiunque rallentasse il passo con uno sguardo profondo, calmo, totalmente privo delle consuete barriere difensive che la città imponeva.
La gente, abituata a fluire via come acqua nei condotti, iniziò a frenare.
Il primo fu un funzionario del catasto con la borsa in pelle chiusa sotto il braccio; poi una giovane matematica della Rete; infine un gruppo di lavoratori dell'impianto di filtraggio con le tute grigie ancora intrise dell'odore metallico delle condotte.
Si fermarono non per curiosità intellettuale, ma per un’improvvisa, inesplicabile vertigine. Avvicinandosi a quel punto immobile, percepivano qualcosa di dimenticato: il profumo denso di pelle esposta al sole, il suono non ritmato di un respiro profondo e irregolare, l'invisibile raggio di calore umano che irradiava nell'aria calda della sera.
Kaelen non cercava di nascondere il proprio corpo o la propria presenza; la sua pelle sudava sotto il sole, il suo petto si alzava e si abbassava con una cadenza naturale che sembrava spezzare il ticchettio degli orologi digitali posti sugli edifici circostanti.
Quando Kaelen parlò, la sua voce non ruppe il silenzio, ma lo riempì interamente.
Era un suono basso, una vibrazione calda e profonda che parve depositarsi direttamente sulla pelle di chi lo ascoltava.
"Se ciò che definisci vero è soltanto il gesto che ripeti ogni giorno per abitudine" disse lentamente, facendo scivolare lo sguardo da un volto all'altro, soffermandosi su ciascuno abbastanza a lungo da far nascere un brivido sottile lungo le braccia dei presenti, "cosa rimane della tua certezza quando ti spogli della norma e resti nudo di fronte all'ignoto?"
Quella frase fu una goccia di acido distillato sulla superficie levigata della metropoli.
Non c'era un'ideologia da combattere, né una struttura da abbattere con la forza bruta; c'era soltanto un invito a sentire, a dubitare, a riscoprire il peso reale del proprio corpo, il calore del proprio sangue e la densità della propria presenza nel mondo.
Nei giorni che seguirono la prima comparsa di Kaelen al centro della Piazza del Compasso, l’infezione del dubbio non si propagò attraverso i canali clandestini della politica tradizionale, ma lungo la rete sottile e invisibile della percezione corporea.
Non fu un contagio di idee astratte o di manifesti teorici, bensì un’ebollizione improvvisa e viscerale dei sensi, una vertigine epidermica che scosse dalle fondamenta il gelo contabile dell’algoritmo di Armonia.
Piccoli gruppi di cittadini, spinti da un’inquietudine profonda, cominciarono a replicare spontaneamente il gesto di Kaelen.
Si radunavano all'ombra dei portici di basalto, negli angoli meno illuminati dei mercati di quartiere e sulle gradinate di marmo all'uscita delle stazioni metropolitane.
Non sventolavano striscioni, non intonavano canti di protesta e non distribuivano volantini; si limitavano ad abitare lo spazio con una presenza densa, sfacciata, pienamente corporea.
Si sfilavano i calzari rigidi di cuoio sintetico, lasciando che i piedi nudi aderissero alla superficie della pietra, calcolando la tessitura della terra e il calore trattenuto dal basalto durante le ore diurne. Si slacciavano i colletti alti delle divise da lavoro, lasciando scivolare i tessuti sulle spalle per esporre la pelle alla brezza umida e carica di pioggia della sera.
Quando un passante accelerava il passo per scappare da quel punto di discontinuità, i "Folli" non cercavano di trattenerlo con argomentazioni logiche. Si limitavano a fissarlo negli occhi con un'intensità priva di difese, a sfiorargli il polso nel momento del sorpasso, a respirare a pochissimi centimetri dal suo volto, lasciando percepire il calore del respiro e il battito faticoso delle arterie. Quel semplice tocco, quella vicinanza non programmata, generava una scossa elettrica nei passanti. Chi per decenni aveva vissuto anestetizzato dalla distanza di sicurezza prescritta dal protocollo si trovava d'un tratto sopraffatto da un'improvvisa, violenta fame di contatto.
Nelle piazze e lungo i marciapiedi, i soliti scambi commerciali e le rapide pratiche amministrative cedettero il passo a conversazioni sussurrate e a sguardi lunghi, carichi di una tensione emotiva mai provata prima.
Gli impiegati del catasto e i tecnici delle reti abbandonavano i propri terminali a metà turno per sedersi a piedi nudi lungo i bordi delle fontane esterne, ridendo senza motivo, tremando per l'inaspettata sensazione di sentire il proprio sangue pulsare sotto la pelle.
L’impatto sulle strutture organizzative di Oakhaven fu devastante.
L’algoritmo di Armonia andò in cortocircuito funzionale: i suoi codici erano stati progettati per prevenire la violenza, reprimere i sabotaggi fisici o arginare le sommosse di piazza, ma non possedevano alcuna variabile matematico-statistica capace di classificare una popolazione che smetteva di produrre semplicemente per riscoprire il peso del proprio corpo, il profumo del respiro e la densità sensoriale del momento presente.
Le squadre di sorveglianza del Ministero del Decoro vennero inviate nei settori più colpiti con l'ordine di disperdere gli assembramenti e ripristinare il flusso pedonale ordinario. Ma quando i guardiani in divisa scura avanzavano con i manganelli spianati, i Folli non rispondevano né con i pugni né con la fuga.
Si abbandonavano al contatto con una dolcezza disarmante e sovversiva: cercavano le mani delle guardie, le guardavano negli occhi con una calma febbrile e comunicavano loro un calore epidermico così intenso che gli stessi agenti, presi da una remota vertigine emotiva, finivano per esitare, lasciando cadere le armi per terra e contagiandosi a loro volta del medesimo, inarrestabile dubbio.
Quando il vecchio apparato amministrativo crollò definitivamente, paralizzato dall’incapacità di processare un popolo che aveva sostituito la logica con la presenza corporea, la scelta della guida fu naturale.
Kaelen venne nominato Presidente del Consiglio di Transizione.
Non reclamò scorte armate, né sontuosi mantelli di rappresentanza: insediò il cuore della nuova vita cittadina nell'aula centrale delle Architetture Fluide, un tempo il santuario blindato dove i tecnocrati elaboravano le equazioni di controllo.
Fu proprio in quello spazio di pietra imponente che la resistenza dell'ordine deposto trovò la sua forma più affilata e consapevole.
Thalessa Vane, ex alta progettatrice dell'algoritmo, decise di affrontare Kaelen al termine di una sessione pubblica.
L'aula era immersa in una penombra calda, illuminata soltanto dal bagliore oscillante delle fiaccole di cera d'api che avevano sostituito la luce fredda dei tubi al neon. L'aria, resa umida dalla pioggia battente che sferzava i grandi vetri fumé della cattedrale, era satura di un profumo palpabile: cera fusa, resina amara, il vapore della pietra bagnata e l'intensa scia del calore umano.
Thalessa avanzò lungo la navata di basalto con un passo cadenzato e deliberatamente provocatorio. La seta scura della sua veste aderiva come una seconda pelle alla curva dei fianchi e dei glutei, assecondando ogni movimento con un fruscio costante che spezzava il silenzio della sala.
Lo scollo profondo della stoffa lasciava scoperta la linea definita delle clavicole e l'attacco del petto, rivelando la pelle chiarissima che contrastava in modo magnetico con l'oscurità dell'abito.
"Hai regalato loro la vertigine, Kaelen," esordì fermandosi a un solo passo da lui.
La sua voce era una lama di velluto che vibrò nell'aria calda. La luce delle fiamme disegnava ombre morbide lungo il profilo del suo collo nudo, dove la vena giugulare batteva con una frequenza rapida, tradendo la febbre che la attraversava.
"Hai distrutto l'architettura della certezza per sostituirla con la dittatura dei sensi, ma l'essere umano ha bisogno di confini. Quando l'ebbrezza di questa pelle contro pelle svanirà, cercheranno disperatamente qualcuno che metta loro le catene per sentirsi di nuovo al sicuro."
Kaelen non indietreggiò.
Mossi pochi centimetri in avanti, annullò ogni spazio di protezione reciproca.
L'essenza amara di iris, pietra fredda e sudore leggero che emanava da Thalessa si sovrappose al calore speziato del corpo di lui.
Kaelen alzò lentamente una mano, facendo scorrere l'aria tra le proprie dita fino a fermare le nocche a un millimetro dalla pelle del collo di lei. Non la toccò, ma la vicinanza fu così bruciante che Thalessa avvertì il calore irradiato dal palmo di lui scendere in una scarica elettrica lungo il petto e la pancia.
Kaelen fissò lo sguardo sulle labbra di lei, leggermente socchiuse, mentre il respiro tiepido dell'uomo le sfiorava l'incavo della gola.
"La certezza che difendevi tu era soltanto un cadavere rigido, privo di respiro e di desiderio, Thalessa" rispose Kaelen a voce bassissima, con una vibrazione gutturale che le fece correre un brivido lungo la schiena.
"La stabilità vera non sta nel congelare i corpi per paura del dolore. Sta nel terrore meraviglioso di stare così vicini, di sentire la pelle dell'altro bruciare a un soffio dalla propria e scegliere, ogni singolo istante, di non tirarsi indietro."
Thalessa trattenne il fiato, con le pupille dilatate nella penombra, mentre la linea dei suoi capezzoli si disegnava in rilievo contro la seta leggera dell'abito, tesa dall'inaspettata scarica di adrenalina e dal calore soffocante di quella prossimità.
La prima vera prova di forza contro la nuova presidenza di Kaelen si consumò nelle viscere della metropoli, laddove le fondamenta di pietra di Oakhaven affondavano nel calore della terra.
Una fazione di irriducibili tecnocrati, coordinati nell'ombra dai nostalgici dell'algoritmo, bloccò i condotti idrici e termici primari che alimentavano i quartieri popolari.
Il loro obiettivo era semplice: soffocare la città, privarla dell'acqua e del calore per costringere la popolazione, stremata e smarrita, a invocare il ritorno alla disciplina rigida e all'ordine burocratico. Quando la notizia del blocco si diffuse, fuori la tempesta di mezzanotte sferzava con violenza i lucernari in ferro e vetro dell'aula consiliare.
L'aria nel palazzo era fredda e tesa, satura dell'umidità che risaliva dai cortili sotterranei.
Kaelen rifiutò con fermezza di inviare le pattuglie armate. Scelse invece di scendere di persona negli ipogei, accompagnato soltanto da pochi cittadini e da Thalessa, la cui conoscenza minuziosa della rete idraulica era l'unica chiave per disattivare i blocchi manuali.
I sotterranei di Oakhaven erano un dedalo soffocante di pietra vulcanica e condotte bollenti.
L'acqua ad alta temperatura fluiva nei canali collaterali, riempiendo le gallerie d'una nebbia densa, calda e stagnante che aderiva alla pelle come un velo liquido.
Ogni passo sulle grate di metallo risuonava con un rimbombo sordo nell'oscurità, punteggiato dal sibilo viscerale delle valvole in pressione.
"Stai camminando dentro una trappola, Kaelen" disse Thalessa mentre avanzavano nel corridoio sempre più stretto.
La condensa di vapore le bagnava i capelli scuri, facendoli aderire in ciocche lucide alla linea del collo e delle tempie.
Il suo viso, illuminato soltanto dalla fiamma tremolante della torcia a olio, rifletteva una tensione viva, febbrile.
La seta della sua veste, fradicia d'umidità, le s'incollava al corpo, segnando la curvatura della schiena e il profilo del petto a ogni respiro accelerato.
Kaelen si arrestò d'un tratto a un incrocio di condotte, voltandosi verso di lei.
La strettoia della galleria li costringeva a una prossimità soffocante.
Il calore dell'ambiente si fondeva con quello dei loro corpi; il respiro di Kaelen sfiorò la fronte umida di Thalessa, mentre la fiammella proiettava le loro sagome vicine sulle pareti di basalto bagnato.
"Se rispondessi con la forza, restituirei loro esattamente il vecchio mondo" rispose lui a voce bassa e profonda, avvertendo il battito accelerato del cuore di lei risuonare nel silenzio teso del cunicolo. "La forza vera non sta nel dominare la minaccia con la violenza, ma nel dimostrare che non abbiamo più paura di sentire."
Quando guadagnarono la camera di controllo centrale, gli ex tecnocrati li attendevano con i disattivatori di flusso spianati.
Il vapore denso che risaliva dalle vasche sottostanti rendeva i contorni delle figure sfocati, quasi spettrali. Invece di ordinare l'assalto o trattare concessioni politiche, Kaelen compì un gesto inaspettato: spense la torcia a olio, facendo piombare la stanza nell'oscurità totale, interrotta soltanto dai bagliori rossi e intermittenti delle spie d'emergenza.
Poi avanzò a mani nude verso il centro della sala, esponendo il proprio corpo nel buio, senza difesa alcuna.
"Non vi chiedo di credere nel mio progetto" disse la sua voce profonda, rimbombando nel buio e facendo vibrare la pietra. "Vi chiedo di sentire l'assurdità di ciò che state difendendo. Se bloccate l'acqua, non ripristinerete l'algoritmo; distruggerete solo l'unica possibilità che ci è rimasta di scegliere chi essere."
Thalessa, muovendosi nel buio con la sicurezza di chi conosceva ogni angolo di quella struttura, si affiancò plasticamente al leader dei ribelli.
La sua mano si posò con decisione sul braccio teso dell'uomo che impugnava la leva del comando idraulico. Non fu un gesto aggressivo, ma una pressione salda e calda, che spezzò la rigidità della sua posizione.
"Il vecchio ordine è finito" disse Thalessa a fior di labbra, la voce intrisa di un'autorità nuova, maturata non dalla burocrazia, ma dalla presenza corporea di Kaelen.
"Non tornerà perché non c'è più nessuno disposto a farsi governare dalle nostre formule. Lascia andare la leva."
L'uomo esitò. Nel silenzio della stanza, interrotto soltanto dal sibilo del vapore e dal rimbombo dell'acqua nei tubi, la rigidità ideologica crollò davanti al peso della propria solitudine.
La leva venne rilasciata con uno scatto sordo e metallico.
L'acqua tornò a scorrere verso la città.
L'estate cedette il passo a un autunno morbido, avvolgendo Oakhaven in una nebbia dorata e densa che profumava di terra bagnata e legna arsa.
Con il superamento della crisi idrica, le strade non tornarono alla rigidità di un tempo, ma impararono a battere secondo un ritmo interamente viscerale e febbrile.
Nel Distretto del Basalto, i cittadini avevano trasformato i grandi portici in gallerie d'incontro dove la pelle e il respiro erano divenuti i soli linguaggi consentiti.
La sera, l'aria si riempiva del vapore dolciastro dei bracieri improvvisati.
Privati degli schermi che un tempo scandivano la distanza sociale, le persone si muovevano nello spazio cercandosi con una fame quasi disperata.
Ci si fermava a parlare spalla a spalla, si abbassava la voce fino al sussurro per costringere l'altro ad avvicinarsi, a condividere lo stesso alito tiepido, a sentire la scossa elettrica di un labbro che sfiorava la guancia durante la conversazione.
Thalessa passeggiava sotto le campate in pietra con il passo calmo di chi ha smesso di calcolare le traiettorie e si lascia travolgere dal flusso.
La seta della sua veste si muoveva ad ogni falcata, sfiorando le gambe e la pietra umida delle colonne.
Kaelen la raggiunse senza fretta, mettendosi al suo fianco.
La differenza dei loro passi trovò un'armonia naturale, una cadenza lenta che li portò ad arrestarsi di fronte alla grande fontana della Piazza del Compasso.
"Hai notato come si cercano adesso?" disse Thalessa, indicando due mercanti che negoziavano una partita di tessuti sfiorandosi i polsi e l'interno delle braccia a ogni proposta.
"Un tempo questo contatto avrebbe scatenato un allarme di sistema. Oggi è il solo modo in cui riconoscono di essere vivi."
Kaelen le si avvicinò fino a far toccare i loro corpi attraverso le stoffe dei mantelli.
Sentì il calore e la tensione della spalla e dei fianchi di lei resistere e poi cedere al freddo della nebbia.
"L'algoritmo cercava di proteggerli dal dolore della perdita, isolandoli, ma privandoli del rischio della vicinanza e del desiderio, li aveva spogliati della vita stessa."
Thalessa voltò il viso verso di lui.
La nebbia aveva depositato microgocce d'acqua sui suoi capelli scuri e sulle labbra socchiuse, creando un alone lucente attorno al suo profilo.
I suoi occhi grigi, spogliati della fredda determinazione burocratica, riflettevano la luce calda delle fiamme e una fame incontrollabile di presenza.
"E noi due, Kaelen?" sussurrò lei, lasciando che la frase rimanesse sospesa nell'aria sottile che li separava, dove il respiro dell'uno si fondeva con quello dell'altra.
"Siamo la guida di questa folle corrente o siamo soltanto due corpi che hanno smesso di lottare contro il desiderio?"
Kaelen alzò la mano e adagiò le dita con lentezza sul collo di lei, risalendo lungo la linea della mascella fino a premere leggermente sul punto in cui il sangue le pulsava forte.
La pelle di Thalessa era fresca di nebbia, ma calda e reattiva sotto la sua mano.
Lei inclinò il capo verso quella stretta, socchiudendo gli occhi e lasciando sfuggire un respiro corto, accogliendo la vertigine di un gesto che non chiedeva risposte, né garanzie, né domani.
Nel cuore dell'inverno, la metropoli di Oakhaven non era diventata un'utopia immobile, ma un organismo vivo attraversato dal vento del cambiamento.
I vecchi centri di calcolo dell'algoritmo erano diventati specchi neri e inerti, mentre la città bruciava di migliaia di piccole luci calde scaturite dai bracieri delle piazze.
Nelle strade, la vicinanza e la sensualità del contatto non erano più una rottura del sistema, ma il suo solo fondamento: mani che si cercavano nella penombra dei vicoli, respiri azzerati fino al brivido, sguardi che si mantenevano fino a far accelerare il battito dei cuori, rifiuti definitivi di ogni vecchia rigidità.
Sulla terrazza più alta della torre, al riparo dal vento gelido della sera, Thalessa si appoggiò al petto di Kaelen, sentendo la solidità del suo respiro e il calore della sua pelle attraverso i tessuti leggeri. Kaelen le fece scivolare una mano dietro la schiena, attirandola a sé in una stretta salda e profonda. Il silenzio della notte si sciolse d'improvviso nel momento esatto in cui le loro labbra si cercarono e si incontrarono, annullando ogni residua distanza geometrica e ogni superstite confine imposto dal vecchio mondo della norma.
Non fu un contatto furtivo o timido, ma l'urto violento, viscerale e necessario di due esistenze che avevano finalmente scelto di bruciare insieme piuttosto che sopravvivere intatte nella fredda perfezione della prevedibilità.
Kaelen la attrasse a sé con una fermezza disarmante, facendo scivolare le mani lungo la curva della schiena, mentre la seta scura della veste cedeva docilmente sotto il calore delle sue dita.
Thalessa emise un sospiro profondo, un fremito sottile che partì dal profondo del petto per propagarsi lungo ogni singola terminazione nervosa, abbandonandosi completamente a quella vertigine carnale che per tanto tempo aveva combattuto con la logica algoritmica e che ora accoglieva con tutto il fervore del sangue.
I loro corpi si saldarono in un unico abbraccio, un movimento fluido, inarrestabile e primordiale in cui il respiro dell'uno divenne l'aria dell'altra, in un crescendo ininterrotto di battiti accelerati, di sguardi persi nell'ombra calda della stanza e di sussurri muti che valicavano qualsiasi barriera verbale.
Ogni centimetro di pelle scoperta divenne il manifesto vivente di una rivoluzione compiuta non attraverso le armi o i manifesti teorici, ma per mezzo del miracolo antico e potentissimo del contatto fisico.
Le mani di Thalessa risalirono avide lungo il collo di Kaelen, affondando tra i capelli, tracciando i muscoli tesi delle spalle con la frenesia di chi aveva scoperto troppo tardi il valore inestimabile del tatto e della prossimità.
Il calore che emanavano non era soltanto la semplice temperatura corporea, ma l'energia incandescente di una libertà ritrovata, il brivido vertiginoso di un'umanità che aveva smesso di temere il dolore della perdita perché finalmente capace di abitare pienamente e senza riserve il momento presente, nutrendosi dell'imprevedibile intensità dell'altro.
Si fusero l'uno nell'altra con una dedizione totale, spogliati di ogni difesa, di ogni ruolo istituzionale e di ogni residuo di quel passato asettico che li aveva tenuti a lungo divisi.
Ogni carezza si trasformò in una confessione tacita, ogni movimento in un atto di fede cieca e luminosa nella vita, ogni bacio in un sigillo definitivo posto sul crollo dell'ordine antico.
Non esistevano più calcoli statistici, tabelle o traiettorie prestabilite: esisteva soltanto il caos perfetto, travolgente e sacro dei loro corpi che si cercavano, si riconoscevano e si appartenevano, consumandosi nel fuoco di una passione che aveva riconsegnato per sempre agli uomini il senso autentico del proprio resistere, desiderare ed essere vivi.
Non ci furono promesse eterne né norme da firmare.
In quel silenzio carico di attesa, di pelle, di desiderio e di futuro, Oakhaven trovò la sua vera e sola forma: un mondo in cui il dubbio aveva distrutto la gabbia della paura e la follia aveva restituito agli uomini la vertigine di sentirsi, finalmente e pienamente, vivi.
Vacca 24
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