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trio

PITAGORA


di La-mandria
02.08.2026    |    298    |    1 8.0
"Le sue dita si intrecciarono con quelle di Jacopo, premendo con delicatezza la sua mano contro il proprio fianco..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

Ottobre non è un mese: è uno stato d'animo con un pessimo reparto marketing.
Fuori dalla finestra della camera di Ludovica, il mondo si stava lentamente decomponendo con straordinaria eleganza.
L’autunno di una qualunque metropoli padana che condivide lo stesso tasso di umidità e di crisi esistenziali filtrava attraverso i vetri doppi sotto forma di una luce calda, miele sporco, che pareva essersi persa nel tragitto tra il sole e la terra.
Le chiome degli aceri nel cortile interno erano esplose in una palette di rossi arrugginiti, arancioni bruciati e gialli così intensi da far sembrare l’asfalto sottostante ancora più grigio, se possibile.
Un vento pigro muoveva le foglie secche a terra, facendole grattare contro il cemento con il suono di cento lettere d'amore strappate.
All’interno della stanza, tuttavia, il microclima era decisamente diverso.
La temperatura sfiorava i ventiquattro gradi, alimentata da un termosifone che gorgogliava come un saggio taoista e dall’energia termica prodotta da due venticinquenni alle prese con il dramma cosmico del: «Io stasera non ho niente da mettermi».
La camera di Ludovica era un tempio al caos ordinato.
Pareti color salvia, specchio a figura intera con cornice dorata stile barocco-industriale, un letto matrimoniale sommerso da un’eruzione vulcanica di tessuti: seta, pizzo, velluto e similpelle.
Ludovica, venticinque anni di ostinata determinazione, capelli castani che le ricadevano sulle spalle in onde arruffate e uno sguardo di chi sa esattamente cosa vuole, era in piedi davanti allo specchio. Indossava soltanto un paio di slip di pizzo nero e un top di seta cipria che lasciava scoperte le spalle toniche.
«Se metto questo» disse, sollevando un abito sottoveste verde smeraldo in raso, con uno spacco generoso, «sembro una bottiglia di San Pellegrino rimasta troppo al sole?»
Dall’altro lato della stanza, adagiata sul bordo del letto come una odalisca moderna con uno smartphone in mano, Nella scosse la testa.
Nella era il suo opposto complementare: capelli biondo cenere raccolti in uno chignon disordinato tenuto insieme da una matita, occhi chiarissimi e una grazia indolente che rendeva eleganti anche le tute da ginnastica.
In quel momento stava provando a far entrare una gamba in un paio di pantaloni in pelle nera così aderenti da richiedere un diploma in ingegneria dei materiali e un flacone di talco.
«Tu non sembri mai una bottiglia, Ludo. Sembri semmai un aperitivo costoso.» rispose Nella, lasciandosi cadere all'indietro tra i cuscini con un sospiro teatrale.
«E comunque io in questi pantaloni non ci respiro. Se stasera devo ridere, svengo. Se devo mangiare un'oliva, esplodo.»
«Lasciali a me» ridacchiò Ludovica, avvicinandosi al letto.
La stanza era pervasa da un profumo misto di vaniglia nera, pelle calda e il vapore leggero di una fragranza appena vaporizzata nell'aria.
Il contrasto tra il freddo pungente che si intuiva oltre il vetro e l'atmosfera ovattata dentro la stanza creava una bolla di intimità sospesa.
Ludovica si sfilò il top di seta con un movimento lento, esponendo la curva morbida della schiena e la pelle chiara attraversata dalla luce dorata del pomeriggio.
Nella la osservò con l'obiettività estetica che solo le migliori amiche possiedono, unita a quella complicità femminile che confina spesso con il flirt inconsapevole.
«Prova il vestito bordeaux» suggerì Nella, allungando una mano per raccogliere dal letto un capo in velluto pesante con una scollatura profonda a barchetta. «Quel colore sui tuoi capelli fa miracoli.»
Ludovica lo prese, facendolo scivolare dall'alto.
Il velluto accarezzò la sua pelle con un fruscio impercettibile, adagiandosi sulle curve dei fianchi come un abbraccio liquido.
La porta si aprì senza che nessuno avesse bussato, interrompendo il convegno stilistico.
Sulla soglia comparve la figura di Jacopo. Ventisette anni, una scompigliata massa di capelli scuri, le maniche della camicia arrotolate fino ai gomiti e l'aria imperterrita di chi è nato con il diritto d'accesso privilegiato a qualsiasi stanza.
Per capire la presenza di Jacopo bisognava comprendere l'intricato albero genealogico della famiglia.
Non erano fratelli di sangue: il padre di Ludovica e la madre di Jacopo si erano sposati quando loro due erano ormai adolescenti. Una di quelle unioni tardive che creano strane dinastie incrociate, dove la convivenza genera una familiarità priva dei vincoli biologici, ma intrisa di un'intesa sottile, ironica e talvolta ambiguamente affettuosa.
Cresciuti sotto lo stesso tetto dagli anni del liceo, avevano sviluppato un linguaggio fatto di frecciate, sguardi d'intesa e una competizione costante.
Jacopo si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia.
«Sapete» esordì con un sorriso sghembo, «il concetto di "bussare" è sopravvalutato, ma la privacy in questa casa è ormai un reperto archeologico. Cosa state facendo? Un casting per un film di spionaggio o una vendita promozionale di pizzo?»
Ludovica non si diede nemmeno la pena di coprirsi; gli tirò invece addosso il primo cuscino che le capitò a tiro. «Jacopo, sparisci. Stiamo lavorando a cose serie. Cose da donne.»
«Vedo» disse lui, schivando il cuscino con un gesto fluido e facendosi avanti di un passo.
Il suo sguardo corse da Ludovica, avvolta nel velluto bordeaux non ancora del tutto allacciato sul retro, a Nella, che si trovava ancora sul letto in top e slip di pizzo nero, intenta a sfilarsi i pantaloni di pelle.
«Comunque» aggiunse Jacopo, accomodandosi con assoluta disinvoltura su una poltroncina nell'angolo, «la porta era socchiusa. E io sono un esteta. Non posso permettere che la mia sorellastra vada in giro vestita come una tenda da teatro senza il mio benestare stilistico.»
«Sei un impiccione pervertito» commentò Nella dal letto, senza tuttavia fare alcun gesto per coprirsi, anzi regalandogli un sorriso pigro e divertito.
Tra i tre c'era sempre stata quella chimica scherzosa, una familiarità fisica che annullava le distanze e il senso di pudore.
«Punto primo: impiccione sì, ma pervertito è una diagnosi affrettata» ribatté Jacopo, allungando le gambe.
«Punto secondo: quel bordeaux ti sta d'incanto, Ludo. Ma la cerniera sul retro è aperta di tre centimetri. Vuoi che ti aiuti o aspetti che il vento del nord ti assideri la spina dorsale?»
Ludovica si girò verso lo specchio, guardando il riflesso di Jacopo nella cornice dorata.
Il sole fuori stava scendendo ulteriormente, tingendo la stanza di sfumature color rame e viola.
La stanza era diventata stranamente calda.
«Chiudi quella zip e poi sparisci» gli disse, ma la sua voce aveva perso la punta di acido di prima, facendosi più bassa, quasi vellutata come il vestito che indossava.
Jacopo si alzò dalla poltrona.
La sua presenza riempì lo spazio tra il letto e lo specchio.
Si avvicinò a Ludovica da dietro.
Nella dal letto li osservava, con il mento appoggiato sulle mani, un sorrisetto enigmatico sulle labbra e gli occhi lucidi di curiosità.
Le dita di Jacopo sfiorarono la schiena nuda di Ludovica nel punto esatto in cui il velluto si interrompeva. La pelle di lei ebbe un piccolo brivido visibile, un'onda impercettibile che le risalì lungo il collo.
«Sei fredda» mormorò lui, ironico ma con un tono che era sceso di un'ottava.
«È l'autunno» rispose lei guardandolo negli occhi attraverso lo specchio.
«O è la mancanza di gusto nei tuoi vestiti» stuzzicò lui, facendo scivolare lentamente la zip verso l'alto. Ma invece di fermarsi, le sue mani rimasero piantate sui fianchi di Ludovica, tirandola leggermente verso di sé.
Il contatto tra il corpo di lui e il velluto dell'abito creò una tensione immediata, un'elettricità sottile che saturò l'aria della camera.
«Jacopo...» sussurrò Ludovica, ma non si spostò di un millimetro.
«Dimmi, sorella maggiore.»
Nella si alzò dal letto con lentezza da pantera. Il contrasto tra la pelle chiara delle sue gambe e l'ombra della stanza era ipnotico. Si avvicinò ai due, fermandosi a pochi centimetri da Jacopo.
«E a me non dici niente sul mio outfit?» chiese Nella, con una voce che era pura provocazione giocosa.
Jacopo voltò leggermente la testa verso di lei, senza staccare le mani dai fianchi di Ludovica.
«Tu, Nella, sei una causa persa, ma il pizzo ti rende giustizia.»
«Dimostralo» sfidò lei, prendendo la mano di Jacopo e portandosela alla vita, guidandola sul bordo del pizzo dei suoi slip.
Il gioco ironico e scherzoso mutò forma.
La leggerezza si espanse in qualcosa di più denso, un magnetismo al quale nessuno dei tre aveva intenzione di sottrarsi.
Ludovica si girò lentamente tra le braccia di Jacopo, finché i loro petti non furono a un millimetro di distanza. Il profumo di lui si sovrappose a quello di vaniglia della stanza.
Non ci furono parole di spiegazione, perché spiegarlo avrebbe distrutto la magia del momento. C'era solo l'autunno che batteva sui vetri con una pioggia sottile appena iniziata e, dentro, il calore diffuso di un pomeriggio che sfumava nella sera.
Jacopo fece scivolare l'abito di velluto dalle spalle di Ludovica.
Il tessuto cadde a terra con un fruscio pesante, lasciandola di nuovo in top e slip.
Le sue labbra sfiorarono l'incavo del collo di lei, un bacio lento, caldo, prolungato, che fece sfuggire a Ludovica un sospiro leggero contro la sua spalla.
Nel frattempo, Nella si era insinuata alle spalle di Jacopo, sfilandogli la camicia dai pantaloni con dita esperte, lasciando che le sue unghie tracciassero una linea delicata lungo i muscoli della sua schiena.
«Siete terribili» mormorò Ludovica, la voce ridotta a una carezza d'aria, mentre le sue mani salivano tra i capelli scuri di Jacopo, attirandolo più vicino per un bacio che sfiorò soltanto le labbra, un assaggio lento, provocante, intriso di quella familiarità scellerata e bellissima.
Jacopo attirò entrambe a sé sul grande letto matrimoniale, sommerso dai vestiti scartati.
La seta, la pelle, la carne fresca e il velluto si mescolarono in un intreccio sensuale di sguardi d'intesa, risate soffocate e carezze sempre più lente e profonde.
Non c'era fretta: il tempo fuori era bloccato nella morsa dell'ottobre grigio, ma lì dentro vigeva un'estate privata, accesa dal contrasto dei corpi, dal profumo dei profumi costosi e dalla complicità assoluta di chi sa di stare infrangendo, con estrema eleganza e sottile ironia, ogni singola regola della casa.
Il picchiettare della pioggia sui vetri della camera di Ludovica era passato da un timido tamburellare a una vera e propria rissa da bar tra masse d’aria fredda e umidità padana.
Fuori, le foglie d’acero ormai zuppe si appiccicavano ai parabrezza delle auto parcheggiate nel cortile come scontrini non fiscali sul fondo di una borsa di pelle.
Dentro, il tempo pareva essersi liquefatto.
Il grande letto matrimoniale, da potenziale passerella per l'alta moda da aperitivo, era diventato un campo di battaglia di arti intrecciati.
La penombra dell'ora di mezzo avvolgeva la stanza in un'atmosfera soffusa, quasi cinematografica, se non fosse stato per l'inconfondibile profumo di essenze costose misto a pelle calda.
«Se il meteo non mente» mormorò Nella, con la voce increspata da una pigrizia contagiosa, «stasera l'unica serata che faremo sarà guardare il soffitto sperando che non ci sia un'infiltrazione.»
Era distesa di traverso sul materasso, il busto parzialmente coperto dal vestito bordeaux che Ludovica aveva abbandonato poco prima.
La manica in velluto le ricadeva su una spalla nuda, mentre la sua mano tracciava cerchi pigri e privi di meta sulla pancia di Jacopo.
«L'infiltrazione c'è già» rispose Jacopo senza riaprire gli occhi, sdraiato tra le due con la schiena contro i cuscini.
«È l'umidità del settanta per cento che si è condensata nei miei polmoni. E comunque, per la cronaca, io dovevo solo sistemarti una zip, Ludovica. Questa è un'aggressione alla mia integrità morale.»
Ludovica, appoggiata su un gomito al suo fianco, fece scivolare un dito lungo la mascella di lui, scendendo fino alla linea della clavicola con un tocco così leggero da sembrare un soffio.
«La tua integrità morale è morta anni fa, Jacopo» sorrise lei, con quel tono basso e graffiante. «Ed è stata sepolta sotto una montagna di scuse patetiche per entrare in camera mia senza bussare.»
«Era socchiusa» protestò lui, schiudendo un occhio scuro.
«E la legge del condominio parla chiaro: porta socchiusa equivale a un invito formale per il miglioramento dell'estetica dell'ambiente.»
«Sei incredibile» mormorò Nella, sollevandosi a sua volta.
Il movimento fece scivolare leggermente il velluto bordeaux che le copriva il petto, svelando la linea del reggiseno di pizzo nero.
Le sue dita si intrecciarono con quelle di Jacopo, premendo con delicatezza la sua mano contro il proprio fianco. Non c'era fretta, non c'era quella frenesia goffa; era una lentezza consapevole, quasi tattile, in cui ogni contatto sembrava misurato per prolungare l'attesa.
Jacopo si voltò leggermente verso Nella, lasciando che le sue dita scivolassero dalla vita di lei fino alla curva dell'anca, incontrando la trama ruvida e calda del velluto e quella finissima del pizzo.
La pelle di Nella rispondeva a ogni millimetro di contatto con un piccolo sussulto.
«Sai cosa c'è di sbagliato in questo vestito?» mormorò Jacopo, lo sguardo fisso sugli occhi chiari di lei.
«La cerniera?» ipotizzò Nella, con un mezzo sorriso.
«No. Il fatto che lo indossi tu sopra il pizzo di prima. È un sovraccarico strutturale. Il minimalismo è una virtù, Nella. Dovresti imparare a spogliarti dei concetti superflui.»
«Dici?»
«Dico.»
Con una lentezza esasperante, Jacopo afferrò il bordo dell'abito e lo fece scivolare via, rivelando nuovamente la figura di Nella illuminata soltanto dai riflessi rame che filtravano attraverso le tapparelle socchiuse.
Ludovica osservava la scena con una fascinazione tranquilla, la testa appoggiata sulla spalla di Jacopo. La vicinanza tra i tre aveva annullato ogni traccia di imbarazzo, trasformando la stanza in una bolla autosufficiente.
Ludovica si sporse in avanti, il seno che accarezzava il braccio di Jacopo mentre si allungava per sfiorare le labbra di Nella.
Fu un bacio breve, morbido, intriso del sapore del lucidalabbra al lampone che Nella indossava. Nella rispose schiudendo le labbra, accogliendo il bacio con un piccolo sospiro che andò a perdersi nello spazio minimo tra i loro volti.
«Voi due siete una cattiva influenza» disse Jacopo, anche se la sua mano ora risaliva lungo la schiena nuda di Ludovica, dita calde che tracciavano la linea della colonna vertebrale.
«Tu sei l'unico elemento destabilizzante qui dentro» ribatté Ludovica senza staccare gli occhi da Nella. «Noi stavamo pacificamente decidendo come conquistarci la serata. Tu sei entrato e hai portato il caos.»
«Il caos è una forma di arte contemporanea» sentenziò lui, prima di chinare la testa e imprimere un bacio lento nell'incavo del collo di Ludovica, proprio nel punto in cui il profumo di vaniglia si faceva più intenso.
Ludovica reclinò il capo all'indietro, lasciando sfuggire un respiro profondo e spezzato.
Il contatto della bocca calda di Jacopo sulla sua pelle fresca creava un contrasto quasi doloroso per quanto era intenso. Le sue mani cercarono tra le lenzuola quelle di Nella, trovando le sue dita e stringendole con forza, mentre la complicità tra le due donne si rinnovava in uno sguardo d'intesa denso di carica erotica.
Fuori, il crepuscolo inghiottì definitivamente i colori dell'autunno, lasciando che la pioggia si trasformasse in un velo costante di rumore bianco.
La camera era ormai illuminata soltanto dalla spia arancione del termosifone e dalla luce fioca di un lampione di strada che proiettava le ombre dei rami bagnati sul soffitto.
Jacopo si spostò, posizionandosi al centro del letto tra le due ragazze.
La seta delle sottovesti abbandonate sul materasso creava un sottofondo scivoloso e fresco contro la pelle.
Le sue mani agivano con una calma calcolata: una dita esploravano la curva morbida della coscia di Nella, risalendo verso l'interno, mentre l'altra mano si smarriva tra i capelli castani di Ludovica, attirando la sua testa verso il proprio petto.
«Se continuiamo così,» disse Nella con voce sommessa, la testa rovesciata tra i cuscini mentre il tocco di Jacopo le strappava un brivido evidente, «l'aperitivo salta definitivamente.»
«L'aperitivo è una convenzione per gente che non ha una camera riscaldata» rispose Jacopo, scivolando più in basso sul letto.
La sua bocca trovò la pelle dell'addome di Nella, scendendo con baci leggeri che facevano contrarre i muscoli addominali di lei a ogni contatto. Nella afferrò le lenzuola con entrambe le mani, il respiro che si faceva più corto e ritmico, mentre Ludovica le si avvicinava, baciandole la tempia, le guance, sfiorando le sue labbra con la punta della lingua in un'alternanza di carezze che fondeva i contorni delle due figure.
La sensualità della scena non risiedeva nell'urgenza, ma nella consapevolezza del tempo sospeso. Non c'era fretta; ogni gesto era un'esplorazione minuta dei tessuti, delle temperature, dei sapori.
Il pizzo nero di Nella fu fatto scivolare via con gesti lenti, svelando la totale nudità del suo corpo alla luce arancione della stanza.
Jacopo si soffermò ad accarezzare la linea dei suoi fianchi con i palmi delle mani, sentendo la pelle di lei ardere a contatto con la sua.
Ludovica si curvò su di loro, i suoi capelli castani che ricadevano come una tenda scura a isolarli dal resto del mondo.
Il suo corpo si adagiò su quello di Jacopo, creando un contatto continuo: la seta del suo top scivolò via, liberando il seno che andò a premere contro il torace scuro di lui.
«Sei calda come un forno» mormorò Jacopo, la voce ridotta a un ronzio profondo contro la spalla di Ludovica.
«È colpa tua» sussurrò lei, cercando la sua bocca con una decisione che non lasciava spazio all'ironia di poco prima.
Il bacio che si scambiarono fu lungo, profondo, denso di quell'attrazione proibita che per anni era rimasta confinata dietro le porte socchiuse del corridoio di casa loro.
Non c'era traccia di parentela biologica a frenarli, solo la consapevolezza di un confine superato con assoluta leggerezza ed eleganza.
Nella si inserì tra di loro, le sue mani che accarezzavano la schiena di Ludovica, seguendo il ritmo dei loro respiri, finché i tre corpi non trovarono un incastro perfetto, un'armonia di movimento che cancellava qualunque distinzione tra chi dava e chi riceveva piacere.
Le ore scivolarono via senza che nessuno nella stanza avesse la minima percezione del tempo che passava. La pioggia fuori aveva rallentato la sua corsa, riducendosi a un gocciolio ritmico contro la finestra.
Nel letto, i movimenti si erano fatti più lenti, quasi sonnolenti, ma intrisi di una sazietà profonda e complice.
Ludovica era stesa sul petto di Jacopo, un braccio gettato pigramente sul fianco di Nella, che a sua volta dormiva a metà, con la testa appoggiata sulla coscia di lui.
«Quindi» mormorò Nella senza aprire gli occhi, «per la cronaca... cosa mettiamo stasera?»
Jacopo lasciò sfuggire una breve risata che fece vibrare il torace sotto la guancia di Ludovica.
«Io voto per i pigiami. O per rimanere avvolti nei vestiti che avete sparpagliato sul pavimento come se fosse un'installazione di arte moderna.»
Ludovica sollevò il capo, guardando i due con un sorriso stanco e immensamente soddisfatto. Guardò verso la finestra: l'oscurità della sera autunnale era completa, interrotta soltanto dai bagliori lontani del traffico cittadino.
«Penso» disse Ludovica, facendo scivolare una mano tra i capelli scompigliati di Jacopo e regalando a Nella un'ultima carezza sulla schiena, «che la sfilata di moda sia ufficialmente annullata. Abbiamo trovato una destinazione migliore.»
«E sarebbe?» chiese Nella, socchiudendo gli occhi con un sorrisetto.
«Questa» rispose Ludovica, lasciandosi ricadere tra i cuscini e tirando sopra di loro il pesante piumone che profumava di bucato e di autunno.
«Il teorema dell'armadio è risolto: l'abito migliore per stasera è non averne alcuno.»
E mentre il freddo di ottobre continuava a padroneggiare al di là del vetro, nella stanza rimase soltanto il calore diffuso dei tre corpi, avvolti nella penombra e in una complicità che non aveva più bisogno di alcuna spiegazione.
Le ore scivolarono via senza che nessuno nella stanza avesse più la minima percezione del tempo che passava.
Fuori, la pioggia autunnale battente si era ridotta a un gocciolio ritmico contro la finestra, mentre dentro il letto il calore si era stabilizzato in un'atmosfera carica di intesa e respiro condiviso.
Nel disordine di seta, pelle e velluto abbandonato, i tre corpi avevano trovato la loro disposizione ideale.
Jacopo era steso al centro, mentre Ludovica e Nella si adagiavano ai suoi fianchi, le gambe intrecciate e le dita che continuavano a tracciare sfioramenti lenti e calcolati sulle rispettive pelli nude.
«Quindi» mormorò Nella con voce felpata, muovendo il bacino fino a far combaciare la linea della sua anca con quella di Jacopo «a quale figura geometrica siamo arrivati?»
Jacopo lasciò sfuggire un respiro profondo, avvolgendo con un braccio la vita di Ludovica e con l'altro le spalle di Nella, attirandole in un contatto ancora più stretto.
«Al Teorema di Pitagora» rispose lui con un sorriso d'intesa, mentre le sue dita scivolavano lentamente lungo l'interno coscia di Nella.
«Un triangolo rettangolo perfetto. Voi due siete i cateti, stesi ad angolo retto l'una rispetto all'altra, carichi di una tensione calibrata... e io sono l'ipotenusa che vi unisce, chiudendo il circuito del piacere.»
Ludovica sollevò il capo, facendosi strada tra il petto di Jacopo e la spalla di Nella.
Il suo sguardo era denso di una sensualità accesa. Fece scivolare la mano sul ventre di lui, scendendo con millimetrica precisione fin dove la pelle ardeva di più, spezzandogli il respiro.
«E cosa dice la regola sui quadrati costruiti sui cateti?» provocò Ludovica, sfiorando con la punta della lingua il collo di Jacopo prima di cercare le labbra di Nella per un bacio lento, bagnato, in cui la combinazione dei loro sapori si fusa nuovamente.
«Dice che la somma dell'energia, del calore e del desiderio concentrati su di voi due» mormorò Jacopo, stringendole a sé mentre i loro corpi riprendevano a muoversi in un ritmo sincrono e liquido, «equivale esattamente alla forza che si sprigiona al centro. L'ipotenusa non sostiene soltanto la figura: ne assorbe ogni singola vibrazione.»
Nella mise un piccolo sospiro caldo contro la bocca di Ludovica, lasciando che la mano di Jacopo guidasse l'incastro dei loro bacini in un'unica onda continua. La geometria della stanza non era più una questione di spazi o di abiti da indossare per uscire: era diventata un'equazione sensuale perfetta, dove l'unione dei tre lati generava un'armonia erotica assoluta, destinata a durare per tutta la notte.

Vacca 24
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