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Scambio di Coppia

SIPARIO A LUCI ROSSE


di La-mandria
12.09.2026    |    620    |    6 8.0
"Indossa una pelliccia sintetica vistosa, ha un'aria altezzosa, scocciata, e si guarda intorno con la superiorità di una diva del cinema muto capitata per errore in una recita parrocchiale..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT
ANATOMIA DI UN BACKSTAGE

PREMESSA DEGLI AUTORI
Con questo racconto abbiamo voluto esplorare le dinamiche, le insicurezze, le megalomanie e i conflitti esistenziali che si agitano – letteralmente – nei bassifondi della nostra quotidianità corporea. Perché in fondo, che si tratti di minimalismo radicale o di una folta vegetazione ribelle, di proporzioni ciclopiche o di modesti e repentini cedimenti strutturali, siamo tutti costantemente su un palcoscenico a cercare di fare bella figura, a recitare la nostra parte e a sperare che qualcuno, prima o poi, ci dia il giusto bis.
Se vi sentirete scandalizzati, divertiti o semplicemente confusi, sappiate che è esattamente quello che provano i nostri protagonisti ogni volta che si spengono le luci.
Buona lettura (e tenete un asciugamano a portata di mano).


*******

Il sipario si alza su un non-luogo che assomiglia a metà a un camerino teatrale di provincia e a metà a una sala d'attesa della mutua.
L'aria è densa, satura di un odore misto di talco, umidità e aspettative disattese.
Non ci sono pareti, solo quinte di velluto bordeaux consumate dal tempo e dai troppi drammi consumati dietro le quinte.
Al centro della scena, adagiato su un divanetto di ecopelle che scricchiola a ogni minimo spostamento, c'è lui: il Membro.
Ha la classica taglia da media borghesia anatomica, un'aria perennemente pensierosa e lo sguardo fisso verso il soffitto, dove una vecchia lampadina fa le bizze. Intorno alla sua base, un ciuffo di peluria ribelle e disordinata cresce incolto, una sorta di foresta amazzonica in miniatura che sembra rivendicare un'autonomia politica rispetto al resto del corpo.
Lui si muove appena, emette un sospiro che sa di muffa e decide di rompere il ghiaccio con l'unica vicina di casa capace di ascoltarlo senza interromperlo ogni tre secondi.
«Ascolta, cara... io non ce la faccio più» attacca il Membro, con una voce che vorrebbe essere baritonale, ma tradisce una profonda insicurezza esistenziale.
«Voglio dire, facciamo un bilancio della nostra vita artistica. Io passo le mie giornate a fluttuare nell'indifferenza generale, confinato in questo buio perenne, a sperare in una chiamata che non arriva mai, o peggio, a subire l'umiliazione di svegliarmi nel cuore della notte per ragioni che definire misteriose è un eufemismo. Sento una tensione sottopelle, una specie di corto circuito cronico che non trova mai pace. E poi, te lo devo dire, perché tra di noi non dovrebbero esserci segreti... questa fitta peluria intorno a me comincia a pesarmi come un cappotto d'inverno nel deserto del Sahara. Io voglio respirare, voglio attrito, voglio il contatto diretto con la realtà, senza filtri ecologici!»
A pochi centimetri di distanza, sdraiata su una chaise longue di velluto bianco immacolato, c'è lei. La Figa. Depilata in modo chirurgico, liscia come il marmo di Carrara, levigata fino alla nausea, con una riga perfetta che taglia la scena come la lama di un rasoio di Occam. La sua espressione è un misto tra la suffragetta annoiata e l'influencer di successo che ha appena visto un cliente ordinare il cappuccino con il latte di soia sbagliato.
Lei socchiude gli occhi, sposta impercettibilmente la testa e risponde con una punta di gelido sarcasmo:
«Caro mio, il problema di fondo è che tu non hai mai capito nulla di design contemporaneo. Il mondo appartiene a chi sa spogliare la vita del superfluo, a chi pratica il minimalismo estremo come una forma d'arte Zen. Guarda me: linee pulite, zero fronzoli, zero orpelli, una prontezza millimetrica all'uso che farebbe invidia a un ingegnere della NASA. Quando c'è da agire, io sono pronta, lucida, aerodinamica. Voi maschietti avete sempre bisogno di armature, di scudi, di giustificazioni storiche per sentirvi importanti, quando invece la vera potenza risiede nell'essenzialità geometrica. E piagnucoli sempre per quella specie di parrucca malridotta che ti porti appresso alla base. Ma fattela dare una sfoltita, abbi coraggio!»
Prima che il Membro potesse replicare all'affronto stilistico, il ciuffo di peluria si anima, drizzandosi con uno scatto d'orgoglio corporativo che ha del miracoloso.
«Ehi, piano con gli insulti alla categoria! Voi due fate tanto i moderni, ma senza di me siete solo carne cruda, fredda e priva di qualunque contesto storico-culturale!» tuona la peluria, agitando i singoli peli come le chele di un’aragosta in preda a una crisi di nervi. «Io porto calore, mistero, protezione dalle intemperie, do carattere a questo paesaggio lunare! Voi senza di me sembrate due manichini di plastica usciti da un magazzino dell'IKEA dopo un incendio. Siete algidi, borghesi, senz'anima!»
Il Membro guarda la peluria con un misto di tenerezza e fastidio, mentre la Figa depilata sbuffa sonoramente, sollevando un sopracciglio depilato a sua volta con la precisione di un chirurgo plastico di Beverly Hills.
La discussione filosofica sull'estetica dei genitali sta per degenerare in una rissa da cortile quando, improvvisamente, l'intera scenografia trema. Non si tratta di un terremoto geologico, ma di qualcosa di molto peggio: un cambiamento di status quo.
La porta del camerino si spalanca con un tonfo sordo, violento, che fa vibrare le quinte e cadere un riflettore di scena. Dalla soglia avanza una sagoma che impone rispetto e soggezione immediata. È L'Altro. Un cazzo di proporzioni ciclopiche, statuario, completamente depilato, lucido come un bronzo di Riace appena estratto dai fondali marini, tirato a lucido con la cera per auto di prima qualità. Cammina con un'andatura insolente, spavalda, d'altri tempi e d'altri continenti, muovendosi a tempo con un ritmo interiore che sembra dettato da una colonna sonora trap a tutto volume.
«Fate largo, miserabili! Spazio alla categoria superiore, nani da giardino e parassiti della vegetazione spontanea!» tuona il Cazzo Imponente, fermandosi al centro del palco e piantando i piedi invisibili con la baldanza di chi possiede le chiavi della città.
«Voi passate le ore a discutere di estetica, di minimalismo, di peli sì e peli no, mentre il mondo là fuori brucia di passione e di fatturato. Guardatemi: zero peli, massima aerodinamica, un volume che fa paura ai geologi e una lucidità che abbaglia. Voi due siete roba da museo di paleontologia. Siete il passato remoto che cerca di fare il simpatico nel presente.»
Il Membro, punto nel vivo, si sente gonfiare il sangue non solo metaforicamente. La rabbia si mescola a un'irrefrenabile, incontrollabile eccitazione da complesso di inferiorità. Si alza di scatto sul divanetto, tremando come una foglia investita da una burrasca tropicale.
«Senti un po', pezzo di marmo sproporzionato e privo di umiltà!» urla il Membro, con la voce che gli trema per l'affanno e per un afflusso sanguigno improvviso e scriteriato.
«La misura non è tutto nella vita, e io ho una sensibilità artistica, una complessità psicologica, una gamma di sfumature emotive che tu ti sogni mentre fai le flessioni davanti allo specchio della palestra! Io so ascoltare, io so...»
Ma non fa in tempo a finire la frase. La tensione emotiva, la rabbia accumulata, il confronto impari e l'umidità soffocante del camerino creano un cortocircuito irreversibile nel sistema nervoso del povero Membro. I muscoli si contraggono in un spasmo violento, il respiro si mozza, e prima ancora che la discussione possa entrare nel vivo dello scontro fisico, il Membro cede di schianto.
Un lampo di bianco entusiasmo, denso e fulmineo, fuoriesce in un getto disperato e liberatorio, schizzando alla rinfusa sul pavimento di linoleum del palcoscenico.
Il Membro si accascia, ansimando pesantemente, fradicio di sudore freddo e di un liquido che sa di resa incondizionata.
«Ops...» farfuglia il Membro, con un fil di voce, guardando la chiazza biancastra ai suoi piedi con l'aria di un bambino che ha rotto il vaso della nonna durante una festa importante.
«Ecco, vedi? Non si può mai parlare di argomenti così stimolanti, complessi e carichi di tensione agonistica che io perdo completamente il controllo della situazione... Scusate, ho avuto un piccolo cedimento strutturale.»
La Figa depilata si sposta di lato con un saltello di puro disgusto estetico, evitando per un pelo il disastro biologico, mentre il Cazzo Imponente scoppia in una risata fragorosa e sprezzante che rimbomba nelle casse del teatro.
La scena è immobile per qualche istante, congelata in questo quadro grottesco e mefitico, quando un nuovo rumore spezza l'incantesimo.
Non è un fruscio di seta sintetica, ma il calpestio deciso di chi non ha alcuna intenzione di chiedere permesso.
La porta si spalanca di nuovo.
Ed entra lei. La Seconda Figa.
Se la prima era il trionfo della chirurgia plastica e della depilazione laser, questa è l'esatta, rumorosa e fiera antitesi.
Capelli biondi, riccioluti, una chioma folta e rigogliosa che sembra uscita direttamente dagli anni Settanta, un profumo di muschio e lavanda selvatica che satura l'aria, e un atteggiamento che oscura chiunque le passi accanto.
Indossa una pelliccia sintetica vistosa, ha un'aria altezzosa, scocciata, e si guarda intorno con la superiorità di una diva del cinema muto capitata per errore in una recita parrocchiale.
«Ma si può sapere che cialtroni, che accozzaglia di reietti e che razza di discorsi da bettola infestano questo teatro?» esordisce la bionda rétro, incrociando le braccia sotto il cappotto e battendo un tacco a spillo sul linoleum appiccicoso.
«Ma soprattutto... guardate lì! Ma chi è stato quel maiale scoordinato che ha ridotto il pavimento in queste condizioni igieniche? Ditemelo subito in faccia: insomma, chi è venuto?!»
Il Cazzo Imponente non perde un millisecondo.
Vede la donna, fiuta l'occasione di ristabilire la propria virilità ferita dalla derisione precedente, fa un passo avanti con un ghigno predatore che promette tempesta e risponde con una voce carica di promesse invereconde:
«Visto che ti piacciono le domande dirette, signora dai riccioli d'oro, direi di smetterla con le chiacchiere da bar e di passare direttamente ai fatti concreti. La teoria è finita, ora comincia l'ora di laboratorio.»
Prima che la bionda potesse replicare con il suo consueto repertorio di snobismo campagnolo, accade qualcosa di coordinato con la precisione di un corpo di ballo del Bolshoi.
Il Cazzo Imponente e il Membro (che miracolosamente ha trovato una seconda giovinezza dopo il cataclisma precedente) si coordinano all'istante.
Dimentichi delle rivalità, uniti da un unico, titanico istinto primordiale, i due cazzi si avventano sulla signora bionda.
L'assalto è una coreografia brutale e deliziosa.
La accerchiano, la stringono in una morsa di carne calda e pulsante, penetrandola con un ritmo forsennato, profondo, avido, sincronizzato.
I colpi si susseguono sordi, ritmati, accompagnati dai respiri pesanti che riempiono la sala di echi animaleschi.
La bionda rétro, sopraffatta da quell'affondo inatteso e travolgente, spalanca gli occhi, inarca la schiena in un arco perfetto, e lascia partire un urlo di godimento puro, denso, viscerale, che fa tremare le fondamenta del palcoscenico. Le ginocchia le cedono, ma i due cazzi la tengono sollevata, continuando a spingere con una furia implacabile.
Il contagio è immediato.
L'onda d'urto del piacere collettivo attraversa la stanza e travolge anche la prima figa, quella liscia e depilata, che fino a quel momento era rimasta a guardare con la puzza sotto il naso.
Incapace di resistere alla pressione erotica dell'ambiente, la figa depilata inizia a fremere convulsamente, si bagnandosi tutta di un nettare caldo e trasparente, e inizia a toccarsi con dita frenetiche, rapidi e disperati, fino a venire a sua volta in un brivido di pura, incontenibile e liberatoria lussuria che la fa urlare di piacere sul proprio divanetto di velluto bianco.
La tempesta si placa lentamente, lasciando sul palcoscenico un tappeto di corpi esausti, respiri affannati, sudore e un silenzio finalmente pacificato.
La bionda rétro giace mezza sdraiata sul pavimento, con i riccioli biondi scomposti, le labbra lucide, le guance arrossate e un sorriso ebbro, completamente disfatta ma tronfia della sua recente vittoria esistenziale. Si aggiusta la pelliccia con un gesto svogliato e guarda il Cazzo Imponente con gli occhi socchiusi.
«Beh...» mormora la bionda, con un filo di voce che cola miele e ironia. «Devo ammettere che come prova generale, come test d'ingresso, non c'è affatto male. Anzi, sai che ti dico, marmittone lucido e sproporzionato? Io mi sono stancata di fare la difficile. Voglio proprio vedere se mantieni le promesse anche fuori dal palcoscenico. Io me ne vado dritta in camerino con te. Voglio il bis, e lo voglio senza sconti.»
Il Cazzo Imponente sorride compiaciuto, fiero della propria prestazione, e le cinge la vita con una presa salda e possessiva, sollevandola di peso.
«Hai ottimi gusti, bellezza della tradizione» risponde il Cazzo Imponente con un ghigno trionfante. «Andiamo a saggiare la consistenza di questo sodalizio nei corridoi privati. C'è ancora molto da esplorare.»
Mentre i due si allontanano abbracciati, gocciolanti, soddisfatti e barcollanti verso l'uscita secondaria, il Membro e la prima figa rimasti indietro si scambiano un'occhiata di intesa dal rispettivo divanetto, ormai troppo stanchi anche solo per recitare la parte dei cinici.
Il sipario cala lentamente, in un tripudio di ironia anatomica e applausi scroscianti da parte di una platea che, finalmente, ha capito come si vince una sfida senza dire una sola parola volgare.

Vacca 24


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