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lesbo

POSSESSO


di La-mandria
07.11.2026    |    45    |    8 8.0
"Il rumore dei transpallet si fece più vicino, seguito dalle voci dei primi fornitori che discutevano sui prezzi del pescato del giorno..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT

Le prime luci dell’alba filtravano a malapena attraverso le spesse tende di plastica trasparente che proteggevano il grande mercato ittico centrale dal vento gelido e salmastro della laguna.
L’aria era densa, satura di un odore intenso e penetrante: il profumo del sale, l’asprezza dello iodio, il sentore ferroso e muschiato dei banchi di molluschi e il freddo acre del ghiaccio tritato che si scioglieva lentamente sui grandi ripiani di marmo bianco.

Fuori, la città dormiva ancora un sonno profondo, ovattato e immobile.
Dentro, il mondo brulicava di un’energia sotterranea, fatta di passi sordi sugli stivali di gomma, di casse di legno che sbattevano e di voci basse che si perdevano tra le volte umide del soffitto in ferro battuto.

Isabella arrivò alle quattro e mezza in punto. Raggiungeva il mercato gni singola mattina da dieci anni a quella parte, ma oggi era decisamente in anticipo.
Il suo ristorante, rinomato in tutta la regione per la crudité e la perfezione del pescato, dipendeva interamente da quell’ora e da quel luogo.
Indossava un grembiule di spessa cerata nera, stretto con forza in vita a sagomare una silhouette sinuosa e fiera, i capelli ramati raccolti in una crocchia morbida da cui sfuggivano ciocche ribelli, umettate dalla condensa. Aveva le mani forti, mani da chi sa maneggiare il coltello con precisione chirurgica, ma anche con una grazia antica.

Stava esaminando un cesto di gamberi rossi di Mazara – perfetti, turgidi, con il carapace lucido che brillava di riflessi corallo – quando avvertì un cambiamento sottile nella pressione dell’aria dietro di sé.
Un fruscio di tessuto pesante, un passo felpato che non apparteneva ai facchini o ai vecchi pescatori, e soprattutto un profumo inconfondibile: bergamotto amaro, tabacco biondo e un calore di pelle che sembrava sfidare il gelo di quel capannone.

Lucia.
Il nome le scivolò nella mente con la forza di un richiamo irresistibile.
Lucia era la nuova direttrice generale dei mercati all'ingrosso e delle ispezioni sanitarie del distretto costiero. Una donna algida, impeccabile nei suoi tailleur rigorosi durante il giorno, ma che da tre settimane, da quando i loro sguardi si erano incrociati per la prima volta sopra un carico di branzini selvatici, aveva iniziato a trasformare ogni controllo burocratico in un duello silenzioso, fatto di sguardi brucianti, allusioni sottili e contatti sfiorati per caso. O forse cercati con disperata e reciproca bramosia.

Isabella non si voltò subito. Continuò a far scorrere le dita lungo il dorso di un gambero, avvertendone la freschezza tesa.

— Sei in anticipo persino per i tuoi standard, Isabella — sussurrò Lucia.
La voce era un contralto basso, vellutato, che accarezzava i timpani e faceva vibrare qualcosa nel basso ventre di Isabella.
Isabella lentamente si girò.
Lucia era lì, a meno di un passo di distanza. Indossava un lungo cappotto di cachemire color cammello, aperto sul davanti, sotto il quale spuntava una camicia di seta bianca leggermente sbottonata sul collo, e una gonna a tubetto nera che fasciava fianchi larghi e imponenti. I capelli neri e lucidi erano sciolti, ricadendo sulle spalle in onde perfette che odoravano di pioggia e di lusso.

— La qualità non aspetta i ritardatari, Lucia — rispose Isabella, la voce roca per il freddo e per una tensione che saliva rapida, densa come sciroppo caldo, lungo la colonna vertebrale. — E le ispezioni straordinarie a quest'ora della notte mi sembrano un lusso sospetto per una dirigente che dovrebbe riposare nel suo letto caldo.

Lucia fece un passo avanti, incurante dell’acqua stagnante sul pavimento di cemento lucido. I suoi sguardi scuri, quasi neri, fissavano quelli verdi di Isabella con una voracità che non aveva più nulla di professionale.

— Il mio letto è freddo, Isabella e ho scoperto che il calore lo trovo solo nei posti più inaspettati. Per esempio... qui tra i banchi di ghiaccio e pesci agonizzanti.

Il tono era di una sfacciataggine disarmante.
Intorno a loro, i pescatori erano lontani, indaffarati a scaricare un camion proveniente dal largo; il brusio attutiva i loro movimenti, creando una bolla di intima e perversa solitudine in mezzo al caos del mercato.

Isabella sentì un brivido scenderle lungo le cosce, un calore umido che bagnava la sua intimità al solo pensiero di ciò che quelle parole implicavano. Fece un passo verso Lucia, riducendo ogni distanza, finché il petto di entrambe quasi si toccò. La cerata di Isabella sfiorò il morbido cachemire di Lucia.

— Sei pericolosa, Lucia. Lo sai? — mormorò Isabella, alzando il mento per poterla guardare dritta negli occhi, sfidandola apertamente.

— E tu sei irresistibile quando fai la dura — replicò Lucia con un sorriso sottile, quasi crudele nella sua bellezza.

Senza aggiungere altro, Lucia allungò una mano guantata di pelle nera.
Le dita sfiorarono il polso di Isabella, risalendo lentamente l'avambraccio sopra la cerata, con una lentezza esasperante che faceva presagire un possesso totale. Isabella trattenne il fiato, socchiudendo gli occhi per un istante mentre il contatto le provocava una scossa elettrica dritta al centro delle gambe. La pelle le bruciava, i capezzoli si indurirono istantaneamente contro il tessuto del reggiseno, tesi e doloranti per il bisogno.

Lucia afferrò il polso di Isabella con una stretta ferma ma morbida, guidandola verso il banco di marmo coperto di ghiaccio tritato, poco distante da una grande cassetta colma di ostriche aperte e lucide di liquido perlaceo.

— Voglio vedere se conosci davvero il tuo pesce, Isabella — sussurrò Lucia, la bocca vicinissima all'orecchio della cuoca, il suo fiato caldo che odorava di menta e caffè amaro sulla pelle fredda del collo. — Voglio vedere fin dove arriva la tua audacia.

Con la mano libera, Lucia afferrò un frammento di ghiaccio cristallino dal banco. Lo strinse per un secondo nel pugno finché non iniziò a bagnarsi, poi, con una lentezza esasperante, lo fece scivolare lungo la gola di Isabella, proprio nella fossetta tra le clavicole.

Isabella emise un gemito strozzato, un suono basso e gutturale che tradiva la sua totale perdita di controllo. Il contrasto tra il gelo brutale del ghiaccio e il fuoco liquido che le bruciava dentro fu devastante. Il cubetto discese lentamente, bagnando la pelle, tracciando una pista bagnata che scendeva verso la scollatura della camicia da lavoro di Isabella.

Lucia seguì la traiettoria del ghiaccio con lo sguardo, le labbra socchiuse in un'espressione di pura lussuria predatoria. Quando il pezzetto di ghiaccio si perse tra i seni di Isabella, Lucia non esitò: si chinò con voracità, premendo le labbra calde, avide e morbide esattamente dove il ghiaccio aveva gelato la pelle, succhiando con forza per catturare ogni singola goccia d'acqua mista al sudore e al profumo naturale della donna.

Isabella afferrò i capelli corvini di Lucia con entrambe le mani, tirandoli indietro con decisione, ma senza violenza, costringendola a rialzare il viso. Aveva il respiro corto, rotto, gli occhi lucidi di un piacere così acuto da risultare quasi doloroso.

— Mi fai impazzire — ansimò Isabella, prima di catturare le labbra di Lucia in un bacio feroce, disperato, affamato.

Fu uno scontro di bocche. Lucia rispose con la stessa identica furia, spalancando le labbra per accogliere la lingua di Isabella che penetrò nella sua bocca con un movimento rapido, avido, esplorandone ogni angolo. I loro respiri si fusero in un unico rantolo strozzato. Le mani di Isabella scesero lungo i fianchi di Lucia, aggrappandosi alla stoffa della gonna a tubetto, strappandola quasi con la forza dai fianchi generosi, stringendo le natiche sode attraverso le calze veloci, sentendo il corpo dell'altra sussultare violentemente a quel contatto diretto.

— Qui no... cazzo, qui ci possono vedere... — riuscì a mormorare Lucia tra un bacio e l'altro, sebbene le sue mani stessero già slacciando freneticamente i bottoni della cerata di Isabella, infilandosi sotto per palpeggiare con disperazione i seni turgidi, massaggiandoli con i palmi caldi, pizzicando i capezzoli duri tra pollice e indice mentre Isabella gemeva forte contro la sua bocca, incurante del mercato che iniziava lentamente a risvegliarsi intorno a loro.

Lucia, sopraffatta da un'ondata di eccitazione irrefrenabile che le bagnava le cosce fino alle ginocchia, spinse Isabella contro il grande pilastro di ferro arrugginito che sosteneva il tetto del capannone. La freddezza del ferro contrastava in modo osceno con il calore rovente dei loro corpi premuti l'uno contro l'altro.

— Non me ne frega un cazzo di chi ci guarda — sibilò Lucia con voce roca, gli occhi dilatati dal desiderio puro. — VOGLIO che mi prendi. Voglio sentire le tue dita dentro di me, adesso.

Il linguaggio, solitamente così controllato e formale di Lucia, era crollato, distrutto dalla lussuria più sfrenata. Isabella, con un ghigno di trionfo selvaggio, fece scivolare una mano tra le gambe di Lucia, premendo con forza sul centro del suo sesso attraverso la seta bagnata delle mutandine e la gonna scostata di lato.

Lucia emise un grido soffocato, un urlo di puro piacere che si perse nel rumore di una saracinesca che si alzava in fondo al capannone. Il suo bacino scattò in avanti, cercando disperatamente il contatto con le dita esperte di Isabella, che iniziarono a muoversi con un ritmo circolare, implacabile, affondando nel panno bagnato mentre i loro corpi continuavano a cercarsi in un abbraccio disperato, carnale e proibito, nel cuore freddo e salmastro del mercato del pesce.

Il tempo sembrò smettere di scorrere, dilatandosi in un'unica, infinita vibrazione di carne e brividi. Intorno a loro, il mercato cominciava ad animarsi sul serio: le voci dei grossisti si facevano più acute, il rullare dei transpallet rompeva la quiete dell'alba, eppure in quella bolla di tensione elettrica e profumo di mare, Isabella e Lucia esistevano solo l'una per l'altra, prigioniere di un'attrazione viscerale che non ammetteva più alcuna inibizione.
Isabella premette con più decisione, le dita che affondavano e la memoria di quel corpo che bruciava sotto il suo tocco. Lucia gemeva senza ritegno, la testa rovesciata contro il pilastro di ferro freddo, i capelli sciolti sparsi come una macchia d'inchiostro sulla sua spalla. Le mani della direttrice artigliarono le spalle di Isabella, stringendo la cerata nera fino quasi a lacerarla, mentre un orgasmo violento, improvviso, cominciava a contrarre le pareti del suo basso ventre, facendola sussultare in spasmi via via più intensi e incontrollabili.
— Isabella... oh, cazzo... Isabella... — ansimava Lucia, mordendosi il labbro inferiore fino a farlo sanguinare leggermente, incapace di reggersi in piedi mentre le ginocchia le cedevano e il mondo intorno a lei spariva, dissolvendosi nel tripudio di quel piacere rovente.
Isabella la tenne stretta, sostenendone il peso con una forza insospettabile, continuando a muovere la mano con precisione millimetrica finché Lucia non si abbandonò del tutto contro di lei, tremante, con il respiro spezzato in piccoli singhiozzi di pura estasi.
Ma non era abbastanza. Quella scarica furiosa aveva solo scalfito la superficie di un bisogno che covava da settimane.
— Seguimi — le sussurrò Isabella all'orecchio, con una voce che non ammetteva repliche, carica di una promessa oscura e perversa.
Senza lasciarle il tempo di riprendere fiato, Isabella afferrò la mano di Lucia, guidandola rapida e silenziosa tra i corridoi labirintici del mercato, superando i banchi dei molluschi e le celle frigorifere secondarie, fino a raggiungere la zona di scarico posteriore, dove una vecchia tettoia in lamiera creava una zona d'ombra isolata e buia, protetta dagli sguardi dei lavoratori. Lì, accatastate contro il muro, c’erano alte pile di cassette di legno vuote, profumate di pino marittimo e di salsedine asciutta, e grandi teli di tela cerata spessa e pulita, usati per coprire le merci durante i trasporti notturni.
Lucia, con il trucco leggermente sbavato sugli occhi e le labbra tumide e lucide di baci, la guardò con un misto di timore e famelica eccitazione.
— Dove mi porti, cuoca? — mormorò, riacquistando un briciolo della sua consueta ironia tagliente, sebbene la voce le tremasse ancora per i residui dell'orgasmo.
— Dove nessuno ci disturberà mentre ti dimostro che non sono solo brava a tagliare il pesce — rispose Isabella con un sorriso feroce, spingendola delicatamente ma con fermezza contro la pila di cassette.
Il legno profumato cedette appena sotto il peso di Lucia, che emise un piccolo sussulto eccitato quando Isabella le sollevò di peso la gonna a tubetto, strappando quasi via i collant velosi con un movimento deciso delle mani. L'aria gelida dell'alba le accarezzò la pelle nuda delle cosce, creando un contrasto pazzesco con il calore febbrile che irradiava dal loro punto di contatto.
Lucia afferrò Isabella per i risvolti della cerata, tirandola a sé con forza e avvolgendo le gambe intorno ai suoi fianchi, intrappolandola in una morsa stretta, animalesca.
— Fammi tua — implorò Lucia, perdendo ogni residuo di orgoglio professionale, ridotta a un fascio di nervi scoperti e desideri incontrollabili. — Adesso, Isabella. Non resisto un secondo di più.
Isabella non se lo fece ripetere due volte. Si infilò tra le sue cosce spalancate, premendo il proprio corpo contro il suo con una forza che sapeva di possesso e di una fame antica quanto il mondo. I loro baci ripresero, ancora più bagnati, disperati, affamati di saliva e di respiro. Le mani di Lucia vagavano ovunque: tra i capelli ramati di Isabella, lungo la sua schiena rigida, afferrandola per i fianchi per stringerla ancora più a sé, per annullare ogni millimetro di distanza tra i loro corpi frementi.
Il tempo sembrò fermarsi di nuovo, dilatato in un ritmo di spinte e sussurri, di gemiti soffocati contro la spalla e di mani che artigliavano la stoffa. Ogni respiro era denso di odore di mare, di sudore e di quella strana, perversa intimità nata tra il ghiaccio e l'odore del pesce fresco. Quando, poco dopo, un secondo orgasmo travolse entrambe con la violenza di un'onda anomala, Isabella seppellì il viso nell'incavo del collo di Lucia, mordendole dolcemente la pelle mentre il corpo dell'altra sussultava in un crescendo di piacere cieco e totalizzante.
Intorno a loro, il sole iniziava finalmente a filtrare attraverso le grandi vetrate del mercato, tingendo l'aria di un arido grigio metallico che annunciava l'inizio della giornata lavorativa. Il rumore dei transpallet si fece più vicino, seguito dalle voci dei primi fornitori che discutevano sui prezzi del pescato del giorno.
Lucia riaprì lentamente gli occhi, fissando le travi arrugginite del soffitto. Il respiro era ancora irregolare, ma lo sguardo era cambiato: non c'era traccia del panico o del rimorso che una donna nella sua posizione avrebbe dovuto provare. Con un movimento lento, quasi regale, si sciolse dalla stretta di Isabella, si rullò i capelli sulle spalle e si sistemò con cura la camicia di seta, abbottonandola fino alla gola. La direttrice algida e impeccabile stava riaffiorando, ma nei suoi occhi scuri bruciava una consapevolezza nuova, feroce.
Raccolse da terra il cappotto di cachemire e se lo gettò sulle spalle, guardando Isabella che, in piedi davanti a lei, sistemava la cerata nera con le mani ferme.
— Le ispezioni quest'anno saranno rigorose, Isabella — mormorò Lucia, con un tono che imitava la formalità burocratica di sempre, sebbene le labbra socchiuse tradissero ancora il sapore di ciò che era appena accaduto. — Pretenderò la massima trasparenza. Ogni singolo carico verrà passato al setaccio.
Isabella le si avvicinò di un passo, lo sguardo verde fisso in quello di lei, un sorriso sottile e tagliente stampato sulle labbra. Non c'era sottomissione nella sua postura, solo la fierezza di chi sa di avere in pugno il segreto più pericoloso della custode della legge.
— Ti aspetto domani all'alba, allora — rispose Isabella a voce bassa, sfiorandole appena il bavero del cappotto con le dita sporche di salsedine. — Vediamo se hai il coraggio di reggere il controllo.
Lucia non rispose. Si voltò e si incamminò lungo il corridoio deserto, i tacchi che battevano sul cemento bagnato con un ritmo freddo e autoritario, ma mentre usciva dal capannone, scomparendo nella luce cruda del mattino, un impercettibile brivido le percorse la schiena: sapeva perfettamente che non era lei a controllare il mercato, e che il suo letto, d'ora in poi, sarebbe rimasto freddo per sempre.

Vacca 24
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