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trio

TAHITI


di La-mandria
16.08.2026    |    327    |    5 9.0
"Francesca, vedendo Matteo distratto da Vahine, decise di giocare la carta della provocazione estrema: si avvicinò a una delle donne taitiane più anziane e autorevoli del gruppo, sorridendole in..."
N.D.A: gli autori hanno scelto di classificare i loro racconti in due categorie:
• “SOFT” per tutti
• “STRONG” per intenditori
Questo appartiene alla categoria SOFT


Il mare non era semplicemente una distesa d'acqua. Era un respiro vivo e profondo che si estendeva all'infinito sotto la volta immensa di un cielo australe terso e incandescente.
Il Naima, un panfilo a vela armato in testa d'albero di venti metri, fendeva le onde con la grazia solenne e fiera di un cigno marino. Lo scafo, costruito in teak massiccio e mogano trattato a mano con oli preziosi, rifletteva la luce implacabile del sole pomeridiano come uno specchio brunito, scivolando via con un sussurro leggero e costante.
A bordo, ogni dettaglio parlava di una navigazione d'altri tempi, fatta di fatica, sale e perfetta sintonia con gli elementi naturali.
Le sartie di acciaio cantavano sotto la tensione formidabile del vento, un fischio acuto e metallico che si mescolava al gorgoglio sordo e spumeggiante della scia lungo i fianchi affusolati della barca. L'odore del legno caldo, della resina e della vernice marina si fondeva con l'aria salmastra, creando una densa e avvolgente atmosfera carnale, dove ogni fibra del sartiame sembrava vibrare all'unisono con il battito cardiaco di chi timonava.
Il comandante, Lorenzo, era all'uomo di timone.
Uomo di circa quarant'anni, con la pelle profondamente abbronzata dal sale e dai mesi trascorsi sotto i tropici, i capelli castani schiariti dal sole e occhi di un azzurro intenso, quasi magnetici, che scrutavano costantemente l'orizzonte alla ricerca di secche o passaggi nascosti.
Indossava solo bermuda di lino bianco leggermente logorati dal tempo e un braccialetto di cuoio intrecciato al polso destro, che vibrava a ogni colpo di barra, segnando il ritmo implacabile della rotta.
Accanto a lui, sdraiato sulla tuga con le gambe a penzoloni e il busto scoperto esposto ai raggi feroci del pomeriggio, c'era Matteo, il secondo ufficiale: fisico asciutto, muscoli definiti da anni di manovre sulle grandi barche, una cicatrice sottile e chiara che solcava l'avambraccio sinistro e un'aria perennemente concentrata, assorta nel movimento ipnotico delle nuvole cumulus all'orizzonte.
Più a prua, intento a controllare le drizze e a regolare la tensione delle vele, si muoveva Davide, il più giovane dell'equipaggio, ventiquattro anni, spalle larghe, riccioli scuri incollati dalla salsedine sulla fronte imperlata di sudore e un'energia irrequieta che sembrava non trovare mai tregua, saltando agilmente tra i passavanti con la destrezza di un gatto selvatico.
Sul ponte del Naima, la traversata era arricchita da una presenza vivace e sfacciatamente sensuale. Sgombrate da ogni inibizione e abituate a vivere il corpo senza filtri, tre donne italiane, Chiara, Martina e Francesca, occupavano la zona di poppa, distese comodamente su ampi teli da mare in spugna bianca.
Erano completamente in topless e la loro pelle chiara, dorata da una prima leggera abbronzatura mediterranea che sfumava verso il color ambra, luccicava sotto l'olio protettivo che si passavano lentamente di mano in mano.
Chiara, la prima, aveva lunghi capelli biondi intrisi di salsedine che le ricadevano scomposti sulle spalle, un viso regolare dai lineamenti mediterranei e un sorriso sfrontato.
Era sdraiata a pancia in giù, con la schiena inarcata e i seni liberi che premevano mollemente contro il cuscino, mentre rideva fragorosamente battendo un pugno sul teak per richiamare l'attenzione di Davide.
Accanto a lei, Martina, dai capelli corvini tagliati corti alla maschio e un fisico scultoreo da ballerina, si stiracchiava pigramente, offrendo il petto perfetto e sodo ai raggi obliqui del sole, giocando con un ventaglio che le solleticava l'ombelico e la linea tesa dell'addome.
La terza, Francesca, formosa, ironica e dotata di una prorompente lussuria naturale, rideva a crepapelle mentre teneva in mano un bicchiere di rum e lime, passandone un sorso a Matteo con un cenno malizioso della testa e sfiorandogli l'inguine con la punta delle dita bagnate.
L'interazione tra l'equipaggio e le donne italiane era un flusso continuo di contatti fisici, battute sfacciate e sguardi infuocati.
Quando Matteo si avvicinava a poppa per avvolgere una cima, Martina non perdeva occasione per allungare una mano, afferrandogli la caviglia nuda e tirandola con forza per farlo inciampare sul proprio corpo, scatenando le risate cristalline delle altre due e costringendo il secondo ufficiale a sostenersi appoggiandosi con le mani direttamente sui fianchi nudi di lei.
Chiara, dal canto suo, chiamava a gran voce Davide, ordinandogli con finta alterigia di spalmarle la schiena di crema.
Il ragazzo ubbidiva prontamente, inginocchiandosi accanto a lei, con le mani grandi e ruvide che massaggiavano lentamente le scapole, i muscoli tesi del dorso e la linea sinuosa della colonna vertebrale, fermandosi pericolosamente sui fianchi nudi mentre Chiara socchiudeva gli occhi, emettendo un lungo sospiro di piacere misto a divertimento che faceva sobbalzare il suo petto nudo contro la spugna.
Intorno al panfilo, il regno dell'acqua aperta dava spettacolo in un tripudio di vita e movimento.
A intervalli regolari, branchi di delfini emergevano con eleganza dalla cresta delle onde spumeggianti.
I loro corpi snelli, di un grigio argenteo bagnato di luce, fendevano l'aria con torsioni perfette, accompagnando la rotta del Naima per ore come scorte silenziose e gioiose.
Sembravano guardare i marinai con curiosità intelligente, i loro piccoli occhi scuri fissi sugli uomini e sulle donne in topless prima di inabissarsi nuovamente nel blu profondo, lasciando dietro di sé scie di bolle scintillanti che rifrangono lo spettro del sole in mille frammenti iridati.
Poco più lontano, occasionali pesci volanti guizzavano fuori dall'acqua come frecce trasparenti, planando per metri sulla superficie prima di tuffarsi di nuovo, mentre sagome scure di mante maestose volteggiavano silenziose appena sotto la superficie della corrente.
Il sole di Tahiti, alto, rovente e spietato, batteva senza sosta sulle sovrastrutture e sul ponte di coperta. L'aria era satura di umidità equatoriale, di sale acre e del profumo dolciastro e inebriante dei fiori di tiarè che Matteo aveva disposto in un cesto di vimini vicino al carteggio.
Ogni movimento a bordo produceva un velo di sudore lucido e trasparente sulla pelle degli uomini e delle donne, che si muovevano in uno spazio ristretto dove i corpi si sfioravano continuamente, amplificando una tensione erotica palpabile che rendeva l'atmosfera densa, quasi irrespirabile.
Nel tardo pomeriggio, l'orizzonte cambiò consistenza e colore, trasformandosi da una linea netta in un sipario di promesse.
Una massa scura, frastagliata e lussureggiante cominciò a emergere dalla foschia dorata dell'oceano: l'isola di Moorea, un profilo vulcanico di picchi aguzzi coperti di giungla tropicale fittissima che si gettavano direttamente nelle acque calme della laguna.
Lorenzo azionò il motore ausiliario con un gesto fluido, ammainando con cura la grande randa che si afflosciò lentamente contro il boma, sbattendo ritmicamente prima di essere legata stretta dalle mani esperte e coordinate di Davide e Matteo.
Il panfilo rallentò bruscamente la sua corsa oceanica, scivolando ora su acque piatte e trasparenti, protette dalla barriera corallina esterna che spezzava la furia dell'oceano aperto in una linea continua di schiuma bianca e ribollente.
Il cielo iniziò una metamorfosi spettacolare, un dipinto mutevole di fuoco e luce.
Il sole, scivolando rapidamente verso i crinali frastagliati dei monti vulcanici, sparse pennellate di fuoco e oro colato sulla superficie specchiata della laguna.
Il blu cobalto del giorno si tinse prima di un acceso color zafferano, poi di sfumature violacee sempre più dense e, infine, di un porpora profondo e magnetico che sembrava inghiottire ogni cosa. La luce del tramonto tahitiano non si limitava a illuminare: avvolgeva ogni corpo in un abbraccio caldo, quasi liquido, tingendo la pelle di tutti di un'ambrata lucentezza dorata che accentuava la definizione dei muscoli, le curve delle donne e la stanchezza felice della giornata.
All'interno della caletta nascosta da alte palme da cocco fruscianti e mangrovie radicate direttamente nell'acqua salmastra, Lorenzo diede l'ordine di fonda.
La catena dell'ancora srotolò con un rombo metallico profondo che ruppe il silenzio solenne della sera, mordendo il fondo sabbioso della baia.
Il Naima dondolò leggermente su un fianco, stabilizzandosi nella sua quiete notturna. Era il momento di scendere a terra, di abbandonare il rifugio galleggiante per varcare la soglia di un mondo selvaggio, portando con sé l'energia esplosiva delle tre italiane.
Il tender gonfiabile solcò l'ultimo tratto d'acqua cristallina con un ronzio sommesso, puntando dritto verso una lingua di spiaggia bianchissima.
La sabbia era incredibilmente fine, simile a borotalco caldo, soffice sotto i piedi e capace di trattenere il tepore accumulato durante l'intera giornata sotto il sole equatoriale.
Quando la prua strisciò dolcemente contro la battigia, gli uomini e le tre donne italiane scesero, affondando i piedi nudi in quel tappeto vellutato.
La spiaggia era incorniciata da una vegetazione lussureggiante.
Enormi alberi di ibisco selvatico e pandano, con le loro radici aeree intrecciate simili a sculture lignee, protendevano i rami carichi di fiori scarlatti fin quasi sopra la sabbia.
Più indietro, alte palme da cocco svettavano verso il cielo scuro, muovendo le grandi foglie pennate con un fruscio secco e cadenzato generato dalla brezza notturna.
L'aria era densa di profumi vegetali: l'odore umido della terra vulcanica, la dolcezza penetrante delle orchidee selvatiche e l'aroma resinoso delle cortecce tropicali.
Pochi metri più avanti rispetto alla linea della vegetazione, la spiaggia si apriva in un ampio anfiteatro naturale.
Grandi fuochi accesi direttamente sulla sabbia crepitavano vigorosamente, proiettando lingue di luce arancione vivo e sciami di scintille dorate verso la volta scura e stellata della notte.
Intorno a quelle pire di legno di cocco e rami profumati, la sagoma della giungla formava un muro nero e impenetrabile, da cui provenivano i sussurri continui degli insetti e il canto lontano e malinconico degli uccelli notturni.
Ed è lì, attorno ai fuochi, che l'atmosfera cambiò repentinamente, trasformandosi in un palcoscenico di tensioni e desideri incrociati.
Le donne tahitiane, che tradizionalmente abitavano e custodivano quei luoghi, erano già lì ad attenderli.
La loro presenza dominava lo spazio con una grazia magnetica e ancestrale: i loro corpi erano capolavori di armonia naturale, con la pelle color caramello fondente e mogano lucido, tesa e vellutata, gonne corte fatte di lunghe fibre vegetali intrecciate e collane di fiori bianchi di tiarè che emanavano un profumo inebriante.
Quando il gruppo sbarcò, le taitiane fissarono immediatamente le tre italiane.
E fu un attimo: l'aria si gelò nonostante il calore dei fuochi.
Le donne locali notarono subito la sfrontatezza delle italiane, ancora parzialmente svestite, con i corpi abbronzati in mostra e gli sguardi di sfida che le loro bocche dipingevano apertamente.
Tra le taitiane, Vahine, la donna dai lineamenti fieri che aveva già adocchiato Lorenzo, irrigidì immediatamente la schiena, piantando i suoi occhi neri e insondabili dritti negli occhi chiari di Chiara e Martina.
La gelosia fu un lampo fulmineo che attraversò lo spazio.
Le taitiane videro in quelle donne occidentali non semplici turiste, ma una minaccia diretta al loro territorio e, soprattutto, all'attenzione degli uomini dell'equipaggio con cui avevano stabilito un legame invisibile fin dal primo istante.
A loro volta, le italiane non rimasero a guardare: Chiara, sentendosi squadrata da capo a piedi con un misto di superiorità e disprezzo dalle donne locali, drizzò le spalle, coprendosi appena il petto con un braccio, ma sfoggiando un sorriso altezzoso, mentre Francesca si stringeva a Matteo con un possesso ostentato, lanciando un'occhiata di sfida a una delle giovani taitiane che fissava il secondo ufficiale con insistenza carnale.
Si innescò così un intreccio amoroso e viscerale fatto di ripicche, sguardi infuocati, invidia bruciante e una feroce competizione sotterranea.
Le taitiane volevano dimostrare la loro supremazia sensuale e il loro profondo legame con la terra, mentre le italiane rispondevano con la spregiudicatezza occidentale, giocando sporco con i corpi e con le parole per riprendersi il centro dell'attenzione.
Lorenzo, accortosi della tensione elettrica che tagliava l'aria a fette, cercò di rompere il ghiaccio facendo un passo avanti verso Vahine.
Il calore intenso della legna arsa gli accarezzò immediatamente il viso.
“La rotta del vento ci ha portato molto lontano, ma vedo che l'accoglienza è... particolarmente calorosa stasera” mormorò il comandante, con voce roca.
Vahine lo fissò con un'intensità quasi dolorosa, facendo un passo lento e felino verso di lui.
Alle sue spalle, un paio di donne taitiane guardarono Chiara con un ghigno sprezzante, sussurrandosi qualcosa in lingua locale e ridendo sommessamente.
Chiara, infastidita da quel cenno, fece per avanzare, ma Martina la trattenne per un polso, mormorandole all'orecchio: “Lascia fare a me, guardati quella con la gonna di fibre laggiù come si mangia Davide con gli occhi”.
Davide, infatti, era finito nel bel mezzo di un fuoco incrociato.
Una delle ragazze tahitiane più giovani e audaci gli si era parata davanti, bloccandogli il passaggio con una mano tesa sul petto del ragazzo, mentre con l'altra mano gli accarezzava i riccioli bagnati di salsedine.
Ma prima che Davide potesse reagire, Chiara si inserì agilmente tra i due, sfiorando con la spalla la ragazza tahitiana e sussurrandole con finta dolcezza: “Ehi, piccolina, i marinai del nord hanno bisogno di aria, non credi?”
La taitiana sgranò gli occhi per la sfacciataggine, stringendo i denti e contraendo i muscoli della mascella in un moto di pura gelosia assassina.
L’invidia si accese nello sguardo della locale, la quale non esitò a trascinare Davide per un braccio lontano da Chiara, piantandogli un bacio vorace e affamato sulle labbra per marcare il territorio.
Dall'altra parte del fuoco principale, l'interazione tra Matteo e Vahine — che nel frattempo si era spostata di pochi metri per marcare distanza e vicinanza al tempo stesso — divenne un corpo a corpo serrato.
Francesca, vedendo Matteo distratto da Vahine, decise di giocare la carta della provocazione estrema: si avvicinò a una delle donne taitiane più anziane e autorevoli del gruppo, sorridendole in modo sfacciato e iniziando a ballare sensualmente a pochi centimetri da lei, imitando i movimenti del bacino delle locali, ma con un tocco sfacciatamente occidentale, volto a provocare e a rubare la scena.
La donna taitiana, colpita da tanta audacia e profondamente irritata da quell'intrusione culturale e amorosa, le rispose afferrandola per i fianchi con forza inaspettata, stringendoli per fermarle la danza in un confronto fisico di sguardi dove l'invidia e l'attrazione si fondono pericolosamente.
L'intreccio amoroso si fece via via più complesso e intricato: le donne italiane, animate da una gelosia feroce nel vedere i loro uomini attorniati e quasi stregati dalla bellezza selvaggia delle isolane, iniziarono a interagire persino tra di loro e con le stesse taitiane in un gioco di alleanze e rivalità continue. Si formò un triangolo invisibile di tensioni: le taitiane volevano scacciare le italiane per riprendersi i loro uomini, le italiane volevano dimostrare di valere il doppio per umiliare la supponenza locale e gli uomini dell'equipaggio erano completamente ostaggi di quel fuoco incrociato di sguardi, labbra socchiuse, morsi leggeri e mani avide che infiammavano la notte tahitiana.

Vacca 24
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