Lui & Lei
Un sogno diventato realtà parte 1
Marciotto
30.03.2026 |
799 |
0
"Nel sogno, tu mi offrivi un caffè, ma mentre eravamo vicini in cucina, l'aria diventava pesante, elettrica..."
Il Sogno di Rosaria
Chi segue i miei racconti conosce bene il mio profilo: sono un uomo maturo che, da qualche anno, ha abbracciato pienamente il mondo della trasgressione. Adoro la figura femminile e amo porla al centro del mio universo; mi eccita il ruolo del bull nelle coppie cuckold, godendo nel vederli entrambi appagati, ma non disdegno affatto avventure con singoli vogliosi. Insomma, non mi privo di nulla.
La mia attività professionale è il palcoscenico perfetto per fare incontri interessanti. Tra le clienti abituali, spiccano due sorelle sulla cinquantina, donne che portano i loro anni con una consapevolezza e un fascino magnetici. Una è vedova da meno di un anno, l’altra divorziata. Ogni mattina, insieme ad altre amiche, consumano la colazione nel mio locale. Col tempo, la cortesia professionale è sfumata in una confidenza quasi amicale, tanto che un paio di volte siamo usciti tutti insieme, compresa mia moglie, per serate spensierate.
Questa vicinanza ha aperto la porta a confessioni inaspettate. Ricordo bene quando Rosaria, la vedova, raccontò con un velo di ironia del suo rapporto con i figli adulti: le avevano dato il loro "benestare" per fare sesso, purché evitasse legami sentimentali seri. Quella frase mi scatenò un sussulto interiore. La mia mente iniziò a galoppare, ma la presenza di mia moglie e il timore di rovinare un equilibrio consolidato mi imposero una prudente ritirata.
Tuttavia, il tarlo era stato instillato. Rosaria è una splendida cinquantottenne dal fisico tonico, scolpito da anni di palestra, sempre curata nei minimi dettagli. Le settimane passavano e quegli abbracci di saluto, apparentemente innocui, diventavano per me scariche elettriche. Mi chiedevo ossessivamente: "E se lo volesse davvero? Se quella 'licenza di fare sesso' fosse un invito mascherato?"
Un mattino, dopo l'ennesima battuta sui suoi figli, decisi di rompere gli indugi. Approfittando di un momento di distrazione del gruppo, le sussurrai: «Sai Rosaria, stanotte ti ho sognata».
Lei sgranò gli occhi, sorpresa: «Veramente?».
«Sì, ma onestamente mi vergogno a raccontartelo», risposi con un sorriso sornione.
Lì per lì non insistette, ma il seme era piantato. L’indomani, infatti, si avvicinò con lo sguardo curioso: «Allora, mi dici cosa hai sognato?».
«Dai, immagina... quale è il mio soprannome qui?».
«Il pornodivo», rispose lei ridendo (un nomignolo nato per il mio vizio di giocare costantemente sui doppi sensi).
«Appunto. È un sogno che verte su quell'argomento... non vorrei che ti offendessi».
«Ma figurati! Ora sono troppo curiosa, sputa il rospo».
Così iniziai a tessere il mio racconto, un falso sogno costruito ad arte per sedurla. Le dissi che nel sogno l'avevo raggiunta a casa per aiutarla con un guasto alla linea ADSL. Dopo aver risolto il problema, tra un ringraziamento e l'altro, era scattato un bacio furtivo. Mi fermai, osservando la sua reazione.
Lei mi fissò e, con una punta di sfida, chiese: «Tutto qui?».
A quel punto, ruppi ogni indugio e affondai il colpo, trasformando il sogno in un resoconto erotico dettagliato:
«No, non finiva così. Nel sogno, tu mi offrivi un caffè, ma mentre eravamo vicini in cucina, l'aria diventava pesante, elettrica. Mi confessavi che da un anno non sentivi il calore di un uomo e che avevi un bisogno disperato di essere posseduta. Ti prendevo il viso tra le mani e ti baciavo con una fame che non riuscivo a controllare, sentendo le tue labbra schiudersi e la tua lingua cercare la mia.
Ti sollevavo di peso, sentendo il marmo della cucina freddo sotto le tue cosce toniche mentre ti sfilavo i vestiti. Nel sogno, le tue mani cercavano freneticamente i miei pantaloni, liberando la mia voglia di te. Ti portavo in camera e ti possedevo con una foga primordiale, affondando dentro il tuo corpo caldo, godendo di ogni tuo gemito e della tua pelle vellutata che scottava sotto i miei tocchi. Era un amplesso crudo, carnale, dove non esisteva altro che il ritmo dei nostri corpi che sbattevano l'uno contro l'altro, finché non venivamo insieme, esausti e appagati».
Finito il racconto, calò il gelo. Rosaria rimase muta. Io iniziai a sentire il sangue salirmi al volto, maledicendomi mentalmente: "Ma che cazzo ho fatto? Ho rovinato tutto". Il suo silenzio parve eterno, una mummia di ghiaccio che mi fissava dritto negli occhi mentre il mio imbarazzo diventava insopportabile.
Poi, le sue labbra si schiusero e, con un filo di voce che mi fece tremare le gambe, disse:
«Dai... facciamolo».
Ma questa è un'altra storia.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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