trio
Il giocattolo
Marciotto
12.04.2026 |
2.043 |
2
"Ero legato, immobile, con i sensi tesi al massimo, mentre Guido mi cavalcava esattamente come aveva fatto sua moglie..."
L’innocenza dei miei venticinque anni era un velo sottile, strappato via senza pietà in un lunedì pomeriggio di fuoco. Sotto un sole accecante di 32°C, varcai la soglia della villa di **Emma**, ignaro che la zia acquisita, **Anna**, avesse già tessuto la trama della mia caduta. Quella che doveva essere una banale visita si trasformò in un rito oscuro. Fui spinto su una poltrona — la "poltrona della tortura" — e costretto all'immobilità, mentre Anna ed Emma mettevano in scena una danza di seduzione fatta di pizzo nero, seta rossa e carezze proibite.
Divenni il fulcro di un sandwich erotico: le due donne mi usarono come un oggetto, alternandosi tra baci a tre e pretese di sottomissione. L'atto si concluse con la loro devota accoglienza del mio seme; un rito che segnò la fine del "nipotino" e la nascita di un uomo forgiato dal desiderio di due predatrici.
Da quell’esperienza uscii trasformato. La mia mente, per proteggersi dal trauma, aveva trasformato la vittima in predatore. Il mio interesse per le coetanee svanì all'istante; ora desideravo solo donne mature, esperte, prive di freni. Al primo incontro con la mia ragazza, l'approccio fu brutale. La trascinai nella stanza dei miei genitori, spingendola sul letto con una forza eccessiva. Non vedevo lei: vedevo le mie zie. Le strappai i vestiti e mi fiondai tra le sue gambe con ferocia animale.
*"Fermati! Ma che fai?"*, gridò lei, scossa. Mi fermai, mentendo con un *"Ti desidero troppo"*, ma sapevo che la realtà era un’altra: volevo imporre la mia volontà proprio come era stata imposta a me. Quella sera, nel silenzio della mia stanza, capii che solo tornando alla villa avrei trovato pace.
Due giorni dopo, decisi di tornare da Emma. Tra le due, lei mi sembrava quella più sfacciatamente provocante, e affrontarla da sola mi dava meno preoccupazioni: dopotutto, era un'estranea. La chiamai con una scusa banale, chiedendole se fosse a casa per parlare. La sua risposta mi spiazzò per la sicurezza: "Sì, sono a casa e sono sola... Guido è fuori città. Dai, nipotino, lo so cosa vuoi: una tazza di tè, giusto?". Rise con malizia. "Vieni, ti aspetto".
Non me lo feci ripetere due volte. In quindici minuti ero alla villa. Attraversai il giardino e varcai la soglia socchiusa.
"Permesso?"
"Vieni, sono in cucina!", gridò lei.
Quando la vidi, rimasi senza fiato: indossava solo un mini perizoma e un reggiseno minuscolo che copriva appena i capezzoli sotto una vestaglia di seta bianca. I collant velati risalivano lungo le cosce, finendo in un paio di tacchi dodici vertiginosi. La stanza era satura del suo profumo. Le porsi un mazzo di rose; lei mi ringraziò baciandomi sulle labbra e si voltò per metterle in un vaso, ma stavolta decisi che avrei comandato io.
Le scivolai dietro velocemente, le sollevai il mento con la mano sinistra e iniziai a morderle e leccarle il collo con foga, mentre la mano destra affondava già tra le sue gambe bagnate.
"Wow, che foga, nipotino...", sussurrò lei.
La girai bruscamente e, premendole la mano sulla testa per spingerla verso il basso, ringhiai: "Basta con questo 'nipotino'. Io sono il tuo padrone e tu la mia schiava".
Lei non oppose resistenza. Mi sorrise con sfida e, con gesti esperti, mi sbottonò i pantaloni prendendomi in bocca. Mi fissava negli occhi con una padronanza incredibile. Quando si staccò, ansimò: "Sì, sono la tua schiava... fammi vedere di cosa sei capace". Ci baciammo selvaggiamente, la presi di peso e la portai in quella camera da letto che era già stata teatro della mia iniziazione.
### Il Dominio e l'Arsenale
La scaraventai sul letto e mi fiondai di nuovo tra le sue cosce. La leccavo con una fame insaziabile mentre le mie mani stringevano i suoi seni. Emma rispondeva con sussulti, spingendomi il viso contro il suo sesso come se volesse soffocarmi. Poi, con il respiro corto, mi indicò il comodino: "Apri quel cassetto... vediamo che fantasie hai".
All'interno c'era un vero arsenale: foulard, frustini, gel, dildo di ogni misura, plug e strapon.
"Posso tutto?", chiesi.
"Tutto. Sono tua".
Presi i foulard e la legai ai quattro angoli del letto. Era immobilizzata, alla mia totale mercé. Dopo averla esplorata ancora, mi girai per un 69, sentendo il suo piacere diventare quasi soffocante. Passai ai dildo, dal più piccolo fino ai più impegnativi; lei godeva in modo ninfomane, raggiungendo orgasmi continui. Il letto era ormai un lago dei suoi umori: uno squirting selvaggio accompagnato da urla in cui mi incitava a colpire più forte.
Quando fui esausto, lei pretese il cambio. Con una velocità sorprendente, riuscì a liberarmi per poi legarmi alle spalliere nella stessa posizione, immobilizzandomi con un doppio nodo. Iniziò a usarmi con una cura maniacale — risalendo poi a mordermi i capezzoli. Si posizionò sopra di me in un 69, strofinando il suo sesso umido sul mio viso mentre mi possedeva con la bocca. Poi, prese un gel e iniziò a spalmarlo sul mio ano.
"No, per favore, non mi piace...", provai a protestare, ma lei fu autoritaria: "Rilassati, nipotino, tanto non ti slego". Mentre continuava a stimolarmi con la bocca, mi infilò due dita dietro. Il fastidio iniziale svanì per un istante quando introdusse un piccolo dildo vibrante e iniziò a cavalcarmi.
Mentre giacevo legato, la porta si aprì. Era **Guido**, il marito di Emma. Il terrore mi gelò il sangue, ma lui non era furioso; era complice. Si spogliò lentamente, osservandomi con una valutazione clinica e perversa.
*"Vedo che il nipotino ha fatto progressi,"* esordì, *"ma non amo restare a guardare"*.
In quel momento, la dinamica esplose. Guido non cercava vendetta, voleva unirsi al banchetto. In un ribaltamento totale dei ruoli, Guido si offrì a me, costringendomi a possederlo sotto la regia di Emma. Divenni un **ponte di carne** tra i due coniugi, l'anello di congiunzione di una coppia che usava la mia giovinezza per alimentare i propri istinti. Ero legato, immobile, con i sensi tesi al massimo, mentre Guido mi cavalcava esattamente come aveva fatto sua moglie.
Il culmine fu un'ascesa di lussuria pura. I due coniugi si posizionarono ai miei piedi, ormai slegato ma prigioniero della loro volontà.
Marito e moglie iniziarono a contendersi il mio corpo, usando ogni centimetro della loro pelle per venerarmi. Guido, l'uomo di potere, si umiliò accanto alla moglie, entrambi impegnati a portarmi a un livello di tensione insopportabile.
Mi ritrovai a dominare entrambi contemporaneamente. Mentre possedevo Guido, le mani di Emma mi guidavano e le loro bocche si alternavano in una staffetta di piacere senza fine.
Non c'erano più gerarchie. Ero il fulcro meccanico di un atto dove Guido ed Emma gareggiavano in sottomissione, implorando il mio seme come fosse un dono sacro
L'atto finale fu un'esplosione collettiva. Mentre i nostri corpi giacevano intrecciati, Emma scattò delle foto per Anna e avviò la videochiamata. Anna, dallo schermo, guardava estasiata il marito e l'amica segnati dai miei umori.
*"Siete delle troie meravigliose!"*, esclamò lei tra le risate.
Mentre ci rivestivamo nel silenzio pesante della villa, compresi la mia nuova, analitica realtà. Non ero un conquistatore; ero diventato la proprietà comune di una dinastia di libertini. La mia "forza" era solo un servizio reso alla loro lussuria. Non ero più un uomo libero, ma il cuore pulsante del loro branco. La vendetta di Anna era completa, e io, ormai, non desideravo nient'altro che restare per sempre il loro prezioso giocattolo.
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Vi invitiamo comunque a segnalarci i racconti che pensate non debbano essere pubblicati, sarà nostra premura riesaminare questo racconto.
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